ASTANA – Dagli anni Novanta ad oggi, con la fine dell’impero sovietico, nella società kazaka si è manifestato un riaffiorante sentimento religioso. Specialmente nelle aree meridionali e occidentali del Paese è facile osservare, accanto a un rifiorire dell’Islam, la crescente presenza di seguaci della setta salafita, sostenuta da ambienti sauditi e qatarioti e ostile alla pratica islamica tradizionale.
Solo nel 2011 tre sono stati gli attacchi terroristici compiuti in Kazakistan che possono collegarsi all’attività di tali gruppi estremisti: per esempio il 12 novembre a Taraz (sud-est del Paese) Maksat Kariev ha compiuto un attacco dopo esser stato indottrinato a dovere e lo stesso copione è possibile rintracciare per l’attentato del 12 ottobre presso Atyrau (sul Mar Caspio); tali azioni confermano la sempre maggiore incisività degli estremisti in provincia e la usuale composizione di tali gruppi con sei-sette militanti mossi da una “guida spirituale” “salafita-gihadista”.
Il governo kazako ha promosso leggi nel tentativo di controllare i piccoli gruppi religiosi, ma non è chiaro se tali accorgimenti riusciranno nel legittimo intento di fermare i terroristi, così in aumento – e la coincidenza è per lo meno curiosa – nelle aree più interessanti per la strategia geopolitica Usa. Lo stesso Kazakistan, colmo di risorse energetiche e posizionato nel centro del continente eurasiatico, è costantemente minacciato anche dall’esterno, specialmente attraverso il soft power dei mass media: tale doppio attacco, interno ed esterno, sottolinea l’importanza strategica del Paese e della regione, così come il fondamentale bisogno di una cooperazione eurasiatica capace di assicurare benessere e sicurezza alle popolazioni del continente.
*Matteo Pistilli è redattore di Eurasia
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