Il Mar dei Caraibi si sta rapidamente trasformando nel teatro di una nuova crisi tra Stati Uniti e Venezuela, con i primi che sembrano intenzionati a far valere i principi della ottocentesca “Dottrina Monroe” e ristabilire il pieno controllo sul cosiddetto “patio trasero”.

 

Prima di analizzare l’attuale recrudescenza del mai sopito scontro USA-Venezuela si rende necessario indagare i presupposti ideologici di questo conflitto latente ad intensità variabile (sebbene finora non si sia mai giunti allo scontro militare aperto).

In un libro di recente pubblicazione italiana, dal titolo Caudillo, Esercito, Popolo (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2025), il pensatore argentino Norberto Ceresole – da molti considerato come ispiratore ideologico del primo “chavismo” – indicava nel modello rivoluzionario venezuelano un sistema “postdemocratico” in cui il Caudillo nazionale (l’apostolo che fa da intermediario con la massa popolare, o la persona che incarna il potere come realtà fisica) diviene guida di una sorta di Partito unico civico-militare con il preciso compito di gestire lo Stato[1].

Allo stesso tempo, Ceresole (che venne presentato a Chávez da alcuni militari argentini reduci dalla guerra nelle Malvinas) individuava nella relazione tra “cambiamento interno” e “conflitto esterno” la caratteristica di ogni vero mutamento rivoluzionario. In questo senso, già prevedeva un conflitto inevitabile tra le aspirazioni chaviste e la volontà nordamericana di mantenere il proprio ombrello geopolitico sul continente iberoamericano. Tuttavia, riconosceva che il sistema internazionale succeduto alla Guerra Fredda era solo in apparenza unipolare. Ciò rendeva possibili manovre e contromanovre, alleanze e contro-alleanze, molto più intense e violente di quanto fosse consentito in precedenza.

In questo contesto, il Venezuela, a suo avviso, avrebbe dovuto agire sui punti di frattura del sistema internazionale americanocentrico (magari, costruendo un sistema di alleanze periferia-periferia capace di bilanciare il modello centro-periferia) per ritagliarsi uno spazio di manovra geopolitico che, dapprima, avrebbe dovuto consentirgli un processo di industrializzazione capace di trasformarlo in potenza regionale di primo livello (processo messo in conto anche dalla “teoria della insubordinazione fondante” di un altro pensatore argentino, Marcelo Gullo Omodeo)[2] e, di conseguenza, consentire a Caracas di porre una sfida aperta all’egemonia USA nella regione e guidare il processo di unificazione della “Patria Grande”.

In questo senso, la capacità di proiezione del modello venezuelano al di fuori dei propri confini era considerata da Ceresole anche come l’unica reale possibilità di sopravvivenza per lo stesso (pena il venire schiacciati dagli Stati Uniti tra sanzioni ed embarghi di vario genere, tentativi di colpi di Stato o interventi militari diretti). Affermava Ceresole: “Se il processo venezuelano non raggiungerà proiezione continentale in un tempo storico ragionevole, morirà di asfissia”[3], come è avvenuto con Cuba. Ma per proiettare questo modello all’infuori dei propri confini si rendeva (e si rende) necessaria la produzione di informazione strategica. Le modalità di produzione dell’informazione, infatti, riflettono con estrema esattezza la natura dell’idea che anima un Paese, o come un Paese percepisce se stesso (la produzione di informazione in Italia, ad esempio, è del tutto dipendente dal suo asservimento geopolitico a Washington). L’informazione strategica, in particolare, può essere strutturata in modo che accetti una posizione subalterna e miserabile nel mondo (il citato caso italiano), oppure in modo che esprima una volontà nazionale di potenza o di fine della subalternità. Ed è questa seconda opzione che, per Ceresole, avrebbe dovuto contraddistinguere il nuovo Venezuela.

Tornando al discorso sulla “Patria Grande”, è anche utile ribadire che il pensatore argentino si mostrò sempre particolarmente critico e pungente nei confronti del processo di separazione dell’America Latina dalla Spagna e, dunque, dello stesso disegno bolivariano (che pure è divenuto parte integrante del discorso politico venezuelano). Tale processo, infatti, veniva considerato alla stregua del prodotto di élite filoanglosassoni che avevano favorito la parcellizzazione dello spazio iberoamericano (la divisione della “Grande Colombia”, ad esempio) in modo da renderlo facilmente controllabile, privo di reale sovranità, e facilitando la piena applicazione di quella “Dottrina Monroe” che, secondo Carl Schmitt, lungi dall’essere una dichiarazione isolazionista, costituiva la prima reale manifestazione dell’imperialismo nordamericano[4]. Queste élite, secondo Ceresole, erano pesantemente influenzate dal mito della “Spagna nera”, retrograda e conservatrice, mito ampiamente diffuso dalla convergenza di intenti geopolitica anglo-ebraica ed antispagnola dopo quella Reconquista del 1492 che diede il via alla trasformazione della Spagna in forza oceanica egemone.

In altri termini, Ceresole riproponeva l’idea, sempre schmittiana, secondo cui il processo di globalizzazione nell’età moderna è l’esito dello scontro tra potenze cattoliche (telluriche) e protestanti (talassocratiche), divenute nel corso del tempo “democrazie protestanti/weberiane”. Di fatto, il grande giurista tedesco aveva indicato nell’estromissione di potenze nascenti come Gran Bretagna e Olanda dallo spazio d’oltreoceano (avvenuto con il Trattato di Tordesillas del 1494) il reale motivo che portò agli scismi nella Cristianità[5].

Ad ogni modo, la globalizzazione prodotta del successo della talassocrazia, secondo Ceresole, ha sempre una struttura oligarchica che opera secondo il principio “tutto per noi, niente per gli altri”. Un approccio che nasce dal presupposto secondo cui il pensiero politico tipicamente occidentale elabora modelli di condotta internazionale ai quali attribuisce valore metafisico, e dunque eterno, a prescindere dal fatto che l’iniziale impostazione religiosa si è perduta in un assai vago mito di semplice supremazia morale sul resto del mondo, e di una “morale” che può (e deve) anche essere imposta al resto del mondo.

Si è fatto riferimento a Cuba ed ai tentativi castristi di esportare la rivoluzione cubana (si pensi al fallimento della guerriglia in Bolivia, dove trovò la morte Ernesto “Che” Guevara). Bene, Ceresole è particolarmente critico anche nei confronti della strategia dei “fuochi di guerriglia”. Questa, infatti, si sarebbe ridotta in uno scontro logorante e fratricida tra militari e guerriglieri, che alla fine dei conti non avrebbe fatto altro che favorire il controllo nordamericano sul continente. Gli Stati Uniti, nello specifico, hanno cavalcato l’onda della guerriglia perché questa consentiva loro di affidare ai regimi militari sudamericani compiti esclusivamente di polizia interna. Fattore che ha reso gli eserciti della regione inefficienti, impreparati ad uno scontro reale e tecnologicamente inferiori (cosa ampiamente dimostrata dal conflitto nelle Malvinas, dove la giunta militare anticomunista argentina si trovò a ricevere aiuto da Unione Sovietica e Cuba).

Altra caratteristica fondamentale dell’impostazione strategica degli Stati Uniti per ciò che concerne l’America Latina è la “asincronia” nelle relazioni tra Argentina e Brasile, particolarmente evidente in tempi recenti, che si lega anche alla costruzione in questo spazio di un sistema di Stati legati al mercato USA ma slegati politicamente gli uni dagli altri. Così, se in Brasile vi è un governo di “sinistra” (oggi Lula), in Argentina deve essere al potere la “destra” (oggi Milei) e viceversa, con l’obiettivo finale di mantenere i due Paesi (i più importanti del Sud America) politicamente divisi. Non a caso, un altro pensatore (sempre argentino), Alberto Buela, ha a più riprese indicato in un’alleanza tra Argentina e Brasile la chiave di volta per la liberazione dello spazio iberoamericano dall’egemonia USA[6].

Ancora, Ceresole pone l’accento su un altro pericolo: l’infiltrazione sionista. L’ideologo, morto nel 2003, non ebbe modo di osservare i fenomeni Bolsonaro e Milei, che tanto hanno lavorato in questo senso. Tuttavia, constatò il sostegno israeliano ai gruppi paramilitari colombiani, così come le infiltrazioni del Mossad nella polizia e nell’esercito venezuelani prima (e forse anche dopo) l’avvento al potere di Chávez. Un processo che mira non solo a rendere il continente incline alle aspirazioni genocide israeliane, ma anche a farne un nuovo bacino demografico con cui colmare (parzialmente) il deficit dell’entità sionista con i vicini. Si pensi, in questo caso, al fenomeno del cosiddetto “olocausto meridionale”, attraverso il quale Israele spinse all’emigrazione verso la Palestina molti militanti di “sinistra” ebrei perseguitati dai regimi militari sudamericani[7].

Ad ogni modo, la rivoluzione bolivariana ed il chavismo (con il quale lo stesso Ceresole ruppe quasi subito, anche per colpa di quella che lui definì una “infantile sinistra castrista”) hanno prodotto effetti contrastanti. Se da un lato vi sono stati importanti miglioramenti sociali, soprattutto sul piano educativo e sanitario, dall’altro l’eccessivo affidamento all’enorme ricchezza petrolifera sul piano economico (e la mancata industrializzazione) ha reso il Paese dipendente dalle fluttuazioni del mercato del greggio ed ostaggio di un fenomeno corruttivo dilagante. A ciò si aggiunga l’impatto delle sanzioni statunitensi, che hanno sganciato il Venezuela dai mercati globali, ridotto le possibilità di accedere a crediti e investimenti e, di conseguenza, causato la perdita/dispersione di energia e forza politica capace di proiettare influenza verso l’esterno (obiettivo reale degli USA). 

Un fattore positivo, però, riguarda un altro aspetto suggerito da Ceresole: la riappropriazione popolare del territorio (la valorizzazione dello spazio geografico) che, soprattutto negli ultimi anni, ha ridotto la dipendenza venezuelana dalle multinazionali alimentari. E non manca nemmeno la sostanziale unità di intenti di quel “Partito civico-militare” che ha permesso di superare il tentativo di colpo di Stato filo-USA guidato da Juan Guaidó nel corso della prima amministrazione Trump. La necessità di organizzare le forze armate e le milizie popolari come una sola struttura al servizio del Paese, e per proteggere la sua sovranità, era infatti un altro aspetto che il pensatore argentino considerava centrale in quella dottrina che lui stesso definì come “ricerca della profondità difensiva”.

Ciò non toglie che la situazione in Venezuela rimanga sotto molti aspetti drammatica, tra le pressioni delle opposizioni amiche di Washington (Edmundo Gonzalez), processi elettorali  quanto meno opachi, repressione del dissenso (spesso comunque eterodiretto), crisi migratoria verso Brasile e Colombia, crisi economica persistente ed attività criminali prive di controllo o reale contrasto[8].

Proprio quest’ultimo punto sarebbe a fondamento dell’azione di forza USA verso le coste del Paese caraibico, dove è diretta una flotta che non nasconde per nulla il proprio carattere aggressivo e che gode, per ora, dell’appoggio della Guayana (il vicino del quale il Venezuela rivendica i 2/3 del territorio). L’accusa al Presidente Maduro di essere parte integrante di determinati cartelli della droga (gli USA lo accusano di favorire il transito di armi e droga verso il loro territorio per conto del cartello venezuelano “Tren de Aragua” e per quello messicano di “Sinaloa”)[9] rimane piuttosto ambigua, così come la taglia posta sulla sua testa lascia il tempo che trova. Se è vero che il traffico di droga può essere utilizzato come strumento di guerra asimmetrica (si pensi alle “guerre dell’oppio”) contro il proprio rivale diretto, è altrettanto vero che gli stessi Stati Uniti hanno spesso utilizzato tale arma anche per reprimere il dissenso interno. Nello specifico, CIA e FBI, nel corso degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, diffusero scientemente l’eroina che proveniva dal triangolo d’oro (Birmania-Thailandia-Laos) per indebolire e limitare sul nascere la forza rivoluzionaria che proveniva soprattutto dalle comunità nere emarginate e tra i reduci di guerra frustrati (quelli che Herbert Marcuse riteneva proprio come la base di una possibile rivoluzione negli Stati Uniti)[10]. Allo stesso tempo, appare curioso come il traffico di droga aumenti esponenzialmente in ogni area di intervento diretto di Washington, dall’Indocina all’Afghanistan.

Detto ciò, a prescindere dal fatto che la forza schierata dagli Stati Uniti sembra comunque limitata per un attacco su vasta contro il Venezuela (che non è Panama) – si potrebbe comunque ricorrere ad un attacco limitato seguito da una nuova “massima pressione” sanzionatoria – e senza considerare il fatto che la Colombia di Gustavo Petro ha suggerito che potrebbe aiutare Caracas in caso di aggressione diretta, bisogna mettere in evidenza alcuni fattori più precisamente geopolitici. Nell’ultimo anno, Cina e Venezuela si sono ulteriormente avvicinate. Prima delle sanzioni statunitensi del 2019, la Cina era il principale esportatore di petrolio venezuelano tramite la sua compagnia statale di riferimento: la CNPC – China National Petroleum Corporation. Oggi, una nuova compagnia privata cinese (la China Concord Resources Corp), dopo un lungo negoziato, ha siglato un contratto ventennale per lo sfruttamento dei campi petroliferi di Lago Cinco e Lagunillas che prevede un miliardo di dollari di investimenti per produrre a breve giro oltre 60.000 barili al giorno[11].

Appare evidente che ciò possa essere considerato come una sfida diretta all’egemonia regionale degli Stati Uniti (soprattutto alla luce della ricchezza mai sfruttata appieno finora del suolo venezuelano). Non solo, sarebbe altresì opportuno ricordare che gli Stati Uniti, nel 2003, aggredirono l’Iraq a ragione della crescente influenza che alcune compagnie europee (tedesche e francesi) stavano sviluppando sul processo di estrazione del greggio nel Paese mediorientale (con Saddam Hussein che addirittura aveva optato per l’utilizzo dell’euro come valuta di riferimento per le transazioni petrolifere). Questo sì, in qualche modo, costituisce un precedente inquietante anche in termini di preparazione propagandistica all’aggressione.


NOTE

[1]N. Ceresole, Caudillo, Esercito, Popolo. Il Venezuela del Comandante Chavez, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2025, p. 58.

[2]Questo aspetto è stato affrontato sul numero 2/2019 di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” in un articolo dal titolo La normalizzazione del continente iberoamericano.

[3]Caudillo, Esercito, Popolo, ivi cit., p. 99.

[4]C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum, Adelphi, Milano 1991, p. 381.

[5]C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano 2002, p. 66.

[6]A. Buela, L’Ispanoamerica contro l’Occidente. Saggi iberoamericani, NovaEuropa, Milano 2018, p. 45.

[7]Caudillo, Esercito, Popolo, ivi cit., p. 34.

[8]Si veda Power, protests and geopolitics: the fight of Venezuela, 12 gennaio 2025, www.moderndiplomacy.eu.

[9]Si veda Venezuela sends significat warning to Trump after $50 mln Nicolas Maduro bounty, 27 agosto 2025, www.themirror.com.

[10]H. Marcuse, Saggio sulla liberazione. Dall’uomo a una dimensione all’utopia, Einaudi, Torino 1969, pp. 77-79.

[11]Si veda Exclusive: private Chinese firm producing oil in Venezuela under rare 20 year pact, 25 agosto 2025. www.reuters.com.


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Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).