Il rilascio di un cospicuo numero di documenti collegati al “caso Epstein”, oltre a muovere seri dubbi sulla credibilità e sulle reali qualità morali di parte della élite occidentale, offre interessanti spunti di riflessione su ciò che concerne i meccanismi di potere ed il futuro geopolitico di quella parte di mondo dominata culturalmente e militarmente dal connubio USA-Israele.
Introduzione
Chi scrive, in un articolo pubblicato sul numero 1/2021 di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal titolo Qanon: radici ideologiche e ruolo geopolitico, aveva già trattato il tema della pulsione complottista insita nella cultura di massa nordamericana; dalle teorie ottocentesche sulla cospirazione cattolico-europea per la dissoluzione degli Stati Uniti, alla “caccia alle streghe”, fino al cosiddetto “satanismo delle élite” ed alla pseudoreligione del fenomeno Qanon.
A questo proposito, il metafisico francese René Guénon, a suo tempo, aveva messo in evidenza l’utilizzo geopolitico delle pseudoreligioni (in particolare quello del teosofismo nell’India britannica) e sottolineato come il satanismo inconscio delle masse (che cerca di spingere Dio negli inferi) fosse assai più dannoso di quello grottesco, palese, e spesso pure violento, di ristretti gruppi di persone.
Ora, la pubblicazione (comunque ristretta) dei documenti legati al caso Epstein è stata considerata da molti come una vittoria delle tesi complottiste sul suddetto “satanismo delle élite”, al quale si opporrebbe naturalmente il trionfo di una nuova visione e ricostruzione dell’America. In realtà, i documenti rilasciati sembrano far trapelare qualcosa di ben diverso.
Sorvolando sulle tesi altrettanto cospirative (sebbene provenienti da una angolazione politica differente) che vorrebbero presentare il finanziere e trafficante di minori come spia russa (cosa che in ogni caso non ridurrebbe il ribrezzo per i partecipanti ai suoi festini orgiastici), ciò che emerge è più che altro l’idea di utilizzare la manipolazione ed il ricatto sui “goyim” (così come lo stesso Epstein definisce i “non ebrei” nella sua posta elettronica) come strumento per indirizzare la società occidentale (nella sua interezza) sui binari desiderati da una particolare lobby di ricchezza e potere che trova nello Stato di Israele la sua divinità terrena. Il che è sì “satanico”, ma certo non nelle forme di depistaggio a cui il complottismo qanoniano (che appare come parte di questo disegno) ci ha abituato.
Il mito della tradizione giudeo-cristiana
In pochi hanno messo in evidenza la trasversalità dei legami di Jeffrey Epstein. Dai suoi “scambi epistolari”, infatti, emerge un rapporto piuttosto stretto con l’ideologo del primo trumpismo Steve Bannon, il cui nome appare in diverse occasioni nei documenti rilasciati. Epstein, in particolare, lo avrebbe aiutato a stabilire delle connessioni in Israele e con diversi uomini politici “sovranisti” ed islamofobi europei, in modo da agevolarlo nella costruzione di una rete “populista” nel Vecchio Continente[1]. Non solo, ma nella sua posta elettronica si fa riferimento all’enorme potenziale in termini di manipolazione delle masse presente nella piattaforma 4chan, nota proprio per la diffusione di teorie cospirative e per aver in qualche modo dato slancio alla campagna elettorale di Donald J. Trump nel 2015. Epstein avrebbe incontrato Christopher Poole, fondatore della stessa piattaforma, proprio nel 2015; data che corrisponde al lancio di un forum, interno a 4chan, divenuto rapidamente centrale per la diffusione di un immenso volume di propaganda “estremista” rivelatosi funzionale al primo successo trumpista[2].
Pure di maggior rilievo sono i contatti con il magnate dell’industria ad alta tecnologia statunitense Peter Thiel, vera e propria eminenza grigia della nuova amministrazione Trump. Di questo si tratterà in seguito. Qui basterà ricordare che Thiel è legato a doppio filo al vicepresidente J.D. Vance (un suo protetto a tutti gli effetti), a Curtis Yarvin (ideologo del cosiddetto “illuminismo oscuro”) ed al pensatore israeliano Yoram Hazony (teorico di riferimento dello stesso Vance, lautamente finanziato da Thiel attraverso il “serbatoio di pensiero” e movimento internazionale National Conservatism).
Di Yarvin si è già parlato nell’articolo Paleotrumpismo e neotrumpismo, apparso sul sito informatico di “Eurasia” in data 18 settembre 2024. La figura di Hazony, invece, merita un breve approfondimento, soprattutto alla luce delle sue idee sul “conservatorismo nazionale” che stanno avendo una certa presa sulle destre europee (Giorgia Meloni compresa)[3]. Nel suo testo più noto, Le virtù del nazionalismo (pubblicato in Italia da Guerini e Associati nel 2019), Hazony indica sì la necessità di riportare il conservatorismo al centro della sfera identitaria di ogni singola nazione, ma allo stesso tempo la sua nozione di conservatorismo rimane piuttosto “ambigua”. Per l’ideologo israeliano (esaltato da Vance per aver influenzato la svolta “illiberale” del sistema politico sionista), il conservatorismo è strettamente connesso all’idea di tradizione giudaico-cristiana, laddove per “tradizione giudaico-cristiana”, si intende una tradizione molto giudaica e ben poco cristiana. Hazony, infatti, vede nel biblico Regno di Israele il primo e perfetto esempio di Stato-nazione etnico-confessionale: un modello che sulla base di un principio utopico-retrospettivo dovrebbe essere riproposto nella contemporaneità ed esportato su vasta scala almeno nell’intero Occidente geopolitico. In altri termini, questi intravede nel “modello ebraico” del passato, ed in quello coloniale presente, una forma di nazionalismo e patriottismo più ampio e valido per tutto lo spazio della “tradizione giudaico-cristiana”.
Ora, il concetto di “tradizione giudaico-cristiana” deve necessariamente essere analizzato nel dettaglio. Già intorno alla metà del secolo scorso il pensatore ebreo-americano Arthur A. Cohen aveva messo in evidenza come questo fosse un vero e proprio “mito escatologico prodotto di una falsificazione storico-ideologica”[4]. Inoltre, sottolineava come tale mito esistesse solo per i cristiani, visto che ciò che essi immaginano del giudaismo è solo una caricatura (anche piuttosto edulcorata) dello stesso. I cristiani, di conseguenza, accettano acriticamente tale mito privo di senso, mentre gli ebrei lo hanno storicamente sostenuto solo nella misura in cui esso era utile a garantire l’esistenza dello Stato di Israele o a farsi largo all’interno delle società occidentali.
Tra l’altro, paradossalmente, sono stati i nemici della religione a costruire la “tradizione giudaico-cristiana”. In particolare, la costruzione di questo mito sembrerebbe essere opera di quei pensatori illuministi che nel cristianesimo (e nel suo predecessore) vedevano un qualcosa di intrinsecamente ostile alla ragione. Tuttavia, il termine sarebbe stato ufficialmente coniato da Ferdinand C. Baur, fondatore della scuola teologica del protestantesimo tedesco di Tubinga, nel 1831[5]. Tale termine sarebbe stato fatto successivamente proprio dall’idealismo tedesco, da Hegel fino a Marx, che nel suo saggio sulla “questione ebraica” già parlava di una “giudaizzazione del cristianesimo” e del ruolo del “Dio giudaico”, il denaro, nel sistema capitalistico. Il medesimo termine venne poi ripreso da Nietzsche nel suo Der Antichrist, dove veniva utilizzato come sinonimo di schiavitù dei valori.
È dunque curioso notare come il concetto di “giudeo-cristianesimo” abbia sempre avuto una accezione negativa. Pure i teologi protestanti tedeschi della seconda metà del XIX secolo lo hanno usato in riferimento all’idea che le due tradizioni dovessero essere definitivamente separate. Secondo Cohen, infatti, ebrei e cristiani hanno ben poco da dirsi. Le loro tradizioni sono inconciliabili per il semplice fatto che i primi non riconoscono la figura messianica del Cristo. A questo proposito, riprendendo le tesi del teologo ebreo-tedesco Franz Rosenzweig (1886-1929), afferma sempre Cohen: “se dovessi confrontarmi nuovamente con la stessa follia, la stessa santità, lo stesso fervore, la stessa cieca convinzione e se ancora le moltitudini ne dovessero riconoscere la divinità, o si scontrassero su di essa, mi sentirei nuovamente obbligato ad ucciderlo”[6].
Gesù Cristo, dunque, sarebbe solo un falso Messia, ed i cristiani devono convivere con il fallimento della loro escatologia e la vana attesa del suo ritorno. Di conseguenza, il cristianesimo si fonda su una forma di pessimismo teologico prodotto dell’operato di San Paolo e di Sant’Agostino (quest’ultimo profondamente influenzato dal manicheismo). Al contrario, il giudaismo è basato sull’ottimismo teologico ed escatologico. L’ebreo vive immerso nel futuro, nella messianica attesa di un regno che rimane puramente terreno. Il profeta Daniele, infatti, divide la storia del mondo in due regni distinti: il regno del male e della sofferenza terrena per Israele; il regno della salvezza terrena in cui Israele sconfigge e sottomette alla propria volontà i suoi nemici e tutti i popoli della terra. Quindi, come sostenuto anche dal pensatore medievale anticristiano Mosè Maimonide (paradossalmente oggetto di omaggio da parte di Giovanni Paolo II nel corso della sua storica visita alla sinagoga di Roma), Israele è il modello; il cristianesimo, invece, è solo una brutta copia costruita sulla menzogna messianica.
Va da sé che pure la storia di Israele non è priva di Messia rivelatisi falsi. Il celebre rabbino Akiba, ad esempio, proclamò Messia Simon Bar Kokhba, protagonista della ribellione contro i Romani del 132-135 d. C., terminata con la sua morte. Ancora, Sabbatai Zevi (1626-1676) si autoproclamò Messia, salvo poi trasformare il suo movimento un fattore di destabilizzazione interna dell’Impero ottomano attraverso la falsa conversione all’Islam dei suoi adepti. Senza considerare la figura del polacco Jacob Frank (1726-1791), che si riteneva la reincarnazione di Zevi.
Appare inoltre evidente che non esiste una reale comunione di valori. La tradizione cristiana si ispira in parte a quella greca, in cui il valore della storia (cfr. Erodoto e Tucidide) consiste nell’imparare le lezioni del passato, in modo che questo possa essere glorificato nella memoria dei vivi ed a sua volta imitato e preso ad esempio (in ciò potrebbe consistere una reale forma di conservatorismo europeo). Per i Greci, la hybris è sempre un difetto; per l’ebreo, invece, eccesso e trasgressione (si pensi proprio al messianismo blasfemo di Zevi e Frank) vengono collettivizzati e trasformati in virtù. La convinzione di essere i prescelti di un’elezione divina consente loro di agire fuori dalla morale ed al di là di essa. Non a caso, a cavallo tra Ottocento e Novecento, Asher Ginsberg (padre del sionismo culturale) scrisse un piccolo saggio, palesemente plagiato da Nietzsche, dal titolo Inversione di tutti i valori, in cui il concetto nietzschiano di superuomo veniva sostituito dall’idea di una “supernazione” da identificare ovviamente con Israele, destinata a dominare sul mondo intero e capace di agire all’infuori del sistema internazionale. Tra l’altro, questa capacità dell’attuale “Stato ebraico” di operare nel rigetto del diritto ed in spregio della vita umana (come si è osservato anche nel caso del genocidio palestinese tuttora in corso) è alla base della fascinazione che Israele esercita su larga parte dell’estrema destra europea. In Israele viene vista un’ipostasi del superuomo, conforme ad una grossolana interpretazione delle categorie nietzschiane.
Interessante anche il fatto che un’altra idea nietzschiana, quella della morte di Dio, sia stata ripresa come strumento per giustificare la nascita di una nuova forma religiosa: quella secolare e parodistica dell’Olocausto (con i suoi luoghi santi, i suoi miracolati ed i suoi dogmi incontrovertibili) utilizzata a tutti gli effetti come mezzo di asservimento ideologico-geopolitico dell’Europa e di negazione di ogni forma di pensiero alternativo. Altrettanto interessante, in questo senso, il tentativo di criminalizzare il cristianesimo come ispiratore del nazismo da parte dello storico ebreo francese Jules Isaac.
Infine, sarebbe opportuno sottolineare che esiste una sostanziale differenza tra il giudaismo palestinese e quello post-palestinese, o della diaspora, con il secondo che si sviluppa e si solidifica nella letteratura rabbinica in termini puramente anticristiani.
Nonostante ciò, è altresì opportuno prendere in considerazione anche gli apologeti della “tradizione giudeo-cristiana”. Questi conoscono le loro fortune a partire dalla metà del Novecento ed utilizzano tale discorso come una forma di difesa e contrasto nei confronti del diffondersi del comunismo. Di particolare rilievo, in questo caso, sono sia il primo nucleo delle idee neocon nato attorno alla rivista dell’ebraismo statunitense “Commentary”, paradossalmente animata da ex trotzkisti, sia i contributi presenti in un’altra rivista, “The Bridge”, che si proponeva di riconnettere il cristianesimo col giudaismo attraverso la richiesta di perdono ad Israele e affermava che la comune discendenza spirituale avrebbe spinto ebrei e cattolici in America, dove si sarebbero dovuti unire per contrastare la diffusione del secolarismo. Curioso il fatto che “The Bridge” sia nata in ambienti cattolici, soprattutto alla luce del fatto che gli autori che hanno trattato questo tema, almeno in passato, erano guidati dal comune disprezzo verso il cattolicesimo e l’ortodossia cristiana, con il primo ritenuto come il più acerrimo nemico del giudaismo.
Oggi la situazione sembra essere ben diversa, poiché il concetto di “tradizione giudeo-cristiana” si è trasformato in una vera e propria religione civile dell’Occidente ed è utilizzato soprattutto come strumento di difesa del sionismo in tutte le sue forme, compreso il genocidio in Palestina. Ciò non fa che sottolineare la dipendenza dei cristiani dalla tradizione giudaica per il suo passato e le sue origini; nel caso specifico, mostra come tale dipendenza sia unilaterale e non reciproca. In altri termini, evidenzia l’attesa paziente del ritorno dei cristiani nella sinagoga, in primo luogo attraverso il riconoscimento della natura ierofanica dello Stato di Israele.
In questo senso, non è da sottovalutare l’affermazione del sionismo cristiano (convinzione della necessità di riportare gli ebrei in Terra Santa per accelerare il secondo avvento di Cristo) negli ambienti del tradizionalismo cattolico, con tanto di polemica sull’uso del termine “fratelli maggiori” (nella Bibbia, Esaù, il fratello maggiore, è quello abietto che viene diseredato per un piatto di lenticchie). Tale affermazione si deve in primo luogo al pontificato del già citato Giovanni Paolo II, che non a caso viene preso a modello dagli attuali entusiasti sostenitori italiani del “conservatorismo nazionale” teorizzato da Hazony. Ma è proprio la corrente tradizionalista cattolica nordamericana, rafforzatasi in opposizione all’elezione al soglio pontificio di Bergoglio (piuttosto ostile nei confronti del progetto sionista e di orientamento “terzomondista”) e col primo mandato trumpista, ad aver apertamente sdoganato tale tendenza, influenzando in modo determinante anche esponenti del mondo cattolico italiano divenuti veri e propri megafoni del messaggio[7]. Va da sé che l’odierno vicepresidente USA, il già citato J.D. Vance, si è convertito al cattolicesimo nel 2019, mentre il suo mentore e protettore Peter Thiel (che ne ha imposto la scelta a Donald J. Trump in cambio del sostegno alla sua corsa presidenziale) si definisce comunque cristiano, nonostante la sua dichiarata omosessualità ed il suo slancio prometeico verso una forma distopica ed esasperante di progresso tecnologico.
Un discorso a parte, a conclusione di questo paragrafo, lo merita un saggio di Isaac Rottenberg (1926-2010) che ritrova il fondamento della tradizione giudaico-cristiana nella creazione stessa degli Stati Uniti e nella particolare interpretazione della Bibbia ebraica da parte dei padri pellegrini. Ciò nega la laicità insita nella Costituzione degli Stati Uniti ed il fatto che i “padri fondatori” fossero nel migliore dei casi dei semplici deisti, assai poco inclini alla supremazia di una qualsiasi religione. Molti di loro, oltre ad essere proprietari di schiavi, erano liberi pensatori, illuministi, massoni che credevano sì nella supremazia di una divinità genericamente indicata come “Provvidenza”, la quale, una volta originato l’universo, si sarebbe da esso distaccata. Oggi, sarebbero per lo più atei o agnostici. Di conseguenza, sebbene il fenomeno “giudeo-cristiano” attuale sia inscindibile dalla sua matrice nordamericana e dai reiterati “grandi risvegli” protestanti che sembrano aver assorbito anche parte del mondo cattolico, vi sono tuttavia degli aspetti spazio-temporali e culturali che andrebbero meglio indagati per evitare il rischio di pericolose banalizzazioni.
Due forme combacianti di messianismo
Non è difficile individuare alla base del nuovo disegno geopolitico nordamericano due forme di messianismo solo all’apparenza distinte: uno “tradizionale” e legato proprio al mito giudaico-cristiano (e dunque alle correnti neocon e del sionismo cristiano che hanno nel segretario di Stato Marco Rubio il loro esponente di spicco) ed uno “prometeico” (ma altrettanto pseudoreligioso) che si lega al mito tecnocratico di un supergoverno mondiale fondato sull’intelligenza artificiale che ha in Vance la sua componente visibile, ma in Yarvin e Thiel i suoi riferimenti ideologici.
Se Yarvin è soprattutto un teorico (a lui appartiene l’idea che l’uomo quando non produce debba vivere immerso nella realtà virtuale, chiuso in blocchi di cemento senza finestre, e che gli Stati Uniti debbano essere gestiti come un’azienda da un dittatore/amministratore delegato), Thiel rappresenta il vero e proprio punto di incontro tra oligarchi high tech (Elon Musk incluso), neonazionalisti e complesso militare-industriale. Il suo nome (come quello dello stesso Trump o del suo segretario al tesoro Howard Lutnick) compare in diverse occasioni nei documenti legati al caso Epstein. Col finanziere e trafficante di minori, Thiel ha parlato apertamente di quella che sarebbe dovuta essere la strategia geopolitica statunitense nel breve/medio periodo: provocare una forma di caos globale e sfruttare la condizione geografica degli USA per assumere il pieno controllo sull’emisfero occidentale (una dottrina Monroe 2.0), isolarsi ed avvalersi della condizione di frammentazione e destabilizzazione per accumulare risorse e scaricare sul resto del mondo il peso della crisi del proprio sistema capitalistico.
Dal canto suo, Epstein consigliò al politico israeliano Ehud Barak di tenere sotto controllo il poderoso sviluppo del gruppo Palantir, l’azienda dello stesso Thiel produttrice di software per la sorveglianza, lo spionaggio e la raccolta di dati utilizzati sia dall’ICE nelle sue retate in Minnesota, sia dall’IDF per controllare e massacrare la popolazione di Gaza.
Barak è stato a lungo “cliente” e confidente di Epstein. A lui si deve non solo l’avvio dell’operazione “Piombo fuso” contro Gaza (era ministro della difesa nel 2008), ma anche una massiccia azione di pressione sulla giustizia italiana per ottenere l’assoluzione dell’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny (condannato nel processo Eternit per l’omicidio colposo di 92 lavoratori)[8]. Della biografia di Epstein, “Eurasia” si è già occupata in data 6 febbraio 2026 con l’articolo Jeffrey Epstein, Israele e il potere occidentale. Qui sarà sufficiente ricordare che le fortune di Epstein sono iniziate con la fiducia riservatagli dal magnate Les Wexner (autore in gioventù di un saggio dall’emblematico titolo Why I love and respect Judaism, pubblicato dall’Ohio Jewish Chronicle, e coinvolto negli anni ’80 nello scandalo Iran-Contras e nel conseguente traffico di cocaina dall’America Latina al Nord America[9]) e col rapporto sentimentale che lo ha legato a Ghisleine Maxwell. Costei è figlia di Robert Maxwell, imprenditore del settore mediatico ed agente segreto al soldo di diversi padroni di origine ebreo-cecoslovacca, il quale nel 1948 avrebbe agito da intermediario per favorire l’invio di aiuti militari dalla Cecoslovacchia alle forze sioniste impegnate nel primo conflitto arabo-israeliano.
Ora, questa particolare connessione Palantir-ICE-IDF ci riporta al modello teorico di Hazony. Come già riportato, quello che propone l’ideologo israeliano per l’Occidente altro non è che un nuovo ordine fondato sul principio che il “popolo eletto” può agire infischiandosi delle regole morali e del diritto internazionale. Il modello di Hazony è rappresentato dalle colonie militarizzate della Cisgiordania, fondate su una commistione di violenza, fanatismo e stretta sorveglianza. La sua enfasi sui condivisi valori giudaico-cristiani, in realtà, nasconde la semplice volontà di spingere alla sacralizzazione totale dello Stato di Israele; questa è la vera ed unica divinità, mentre gli altri Stati (piccole unità frammentarie e prive di reale sovranità) sono ridotti ad accessori di Israele. Il messianismo giudaico, di fatto, è tutto impostato su questa idea: sull’asservimento ad Israele dei popoli non ebrei (i goyim citati a più riprese nei documenti del caso Epstein). Riportava a questo proposito il pensatore francese di origine ebraica Bernard Lazare: “Senza la legge, senza Israele per praticarla, il mondo non sarebbe. Dio lo farebbe entrare nel nulla; e il mondo conoscerà la felicità solo quando sarà sottomesso all’impero universale di questa legge, ossia all’impero degli ebrei”[10].
È un’idea che si ritrova nel detto rabbinico: “come il mondo non può esistere senza il vento, così il mondo non può esistere senza Israele”. Qui, il paragone con il vento non è affatto privo di significato, visto che esso disturba la composizione del paesaggio, solleva la polvere e si infila nei posti più remoti e nascosti dove regna la tenebra.
É chiaro che il messianismo terreno giudaico si fonda sull’idea di pace come mera sottomissione degli altri popoli alla volontà di Israele. Il messianismo prometeico-tecnocratico di Thiel è solo all’apparenza differente. Il modello rimane quello della società della sorveglianza (o meglio del capitalismo della sorveglianza), che ha avuto nell’episodio pandemico un magnifico banco di prova, con tanto di militarizzazione della campagna vaccinale in Italia e l’arricchimento smisurato delle società multinazionali farmaceutiche. La lotta al globalismo odierno, invece, cela la volontà di sostituire delle élite decrepite per promuovere gli interessi di nuove oligarchie transnazionali (soprattutto israelo-americane) paradossalmente ancora più totalitarie.
Qui bisogna comprendere il ruolo dell’amministrazione Trump come agente del caos prima di riportare una forma di pax judaico-americana e prima di provvedere alla sua successione, magari con un elemento meno incline al narcisismo, meno imprevedibile e più facilmente gestibile (J.D. Vance?). La destabilizzazione dell’Iran, ad esempio, rientra in questo disegno. A questo proposito, il segretario al tesoro Scott Bessent ha candidamente riconosciuto che gli USA hanno creato un deficit di dollari nel Paese al preciso scopo di scatenare una spirale inflazionistica vertiginosa. Tale deficit ha avuto come effetto immediato il fallimento di una delle più importanti banche iraniane a seguito di un massiccio prelievo di depositi. Ciò ha costretto la banca centrale a stampare nuova valuta con il conseguente crollo della stessa. E questo, a sua volta, ha prodotto un ciclo di protesta popolare pesantemente infiltrato da agenti stranieri, almeno nella sua seconda fase[11].
Ma in cosa consiste questa nuova pax judaico-americana? Thiel, come già anticipato, ha parlato dell’evoluzione verso un ordine globale tecnologico-totalitario in cui la stessa tecnologia prende il sopravvento effettivo sulla politica. Si tratta, in altri termini, dell’imposizione del modello israeliano su scala globale, con una ristretta élite che vive nella ricchezza e con pieni diritti ed una massa enorme che vive all’infuori delle “oasi felici”, privata di qualsiasi cosa e sottoposta a forme di controllo sempre più pervasive.
Questo nuovo ordine, a suo modo di vedere, sarebbe l’unica via per evitare l’apocalisse (un’apocalisse provocata dal caos globale generato dagli USA stessi). Il nuovo ordine sarebbe dunque un katechon. Tuttavia, se il katechon paolino aveva il compito di frenare l’avvento dell’Anticristo, Thiel chiama “Anticristo” la sua forma catecontica. Per i padri della Chiesa ed i teologi cristiani medievali l’Anticristo corrispondeva al messia della tradizione giudaica.
NOTE
[1]Si veda How Jeffrey Epstein sought to help Steve Bannon build a global populist movement, 9 febbraio 2026, www.edition.cnn.com.
[2]Si veda Epstein met with 4chan’s founder just as the infamous political thread began, 5 febbraio 2026, www.ms.now.
[3]S. Azzali, L’ideologo israeliano del neonazionalismo, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” n. 1/2026, vol. LXXXI.
[4]A. Cohen, The myth of the judeo-christian tradition, Harper & Row Publishers, New York 1970, p. 13.
[5]E. Natahan – A. Topolski, Is there a judeo-christian tradition? A European perspective, su www.jstor.org.
[6]The myth of the judeo-christian tradition, ivi cit., p. 169.
[7]G. Franciosi, Sionismo cristiano e tradizionalisti cattolici, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, op. cit.
[8]Eternit, Report: per Schmidheiny si mosse anche il Mossad. E Jeffrey Epstein, 4 gennaio 2026, www.rainews.it.
[9]Iran-Contra, l’inchiesta che svela il ruolo di Epstein, 22 dicembre 2025, www.insideover.com.
[10]B. Lazare, L’antisémitisme, son histoire et ses causes, 1894, riedizione ad opera di Kontre Kulture 2012, p. 15.
[11]US says it caused dollar shortage to trigger Iran protests: what that means, 13 febbraio 2026, www.aljazeera.com.
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