L’affermazione di José Antonio Kast al ballottaggio per le elezioni presidenziali cilene ha confermato il quadro prefigurato dai sondaggi: la convergenza dei candidati di destra ha permesso una facile vittoria sull’esponente della sinistra radicale, che portava con sé il peso del fallimento del governo uscente e il mancato coinvolgimento della fazione moderata della coalizione. Le novità nell’intero quadro politico appaiono davvero scarse, benché la stampa occidentale si sia affrettata ad esaltare la vittoria dell’esponente conservatore ricavandone i soliti frettolosi paragoni con omologhi d’oltreoceano[1].
Chi è Kast?
Al terzo tentativo per la massima carica istituzionale José Antonio Kast è riuscito nel proprio intento. Una scalata, la sua, iniziata all’ombra del primo uomo in grado di riportare la coalizione di centrodestra al governo dalla fine della dittatura militare di Augusto Pinochet, ovvero l’ex imprenditore Sebastián Piñera, scomparso nel febbraio 2024 in seguito ad un incidente in elicottero[2]. Candidatosi già nel 2017 come indipendente di destra dopo aver lasciato l’Unione Democratica Indipendente (Udi), uno dei due partiti che col Rinnovamento Nazionale (RN) forma la coalizione Chile Vamos, Kast iniziò un processo personale che lo ha portato a creare una nuova formazione politica modellata sull’esempio di quanto avviene nel nord del continente americano. Dando vita al Partito Repubblicano nel 2019, il politico nativo di Santiago del Cile si è dotato di una piattaforma politico-elettorale che lo ha consacrato leader dell’area di centrodestra alla tornata successiva. Nel 2021, infatti, affermandosi al primo turno con quasi il 28% dei voti, ha vinto lo scontro interno con Chile Vamos che vide fermarsi poco sotto il 13% il proprio candidato Sebastián Sichel, per poi appoggiarlo al secondo turno contro il candidato di sinistra Gabriel Boric, incoronato, però, al ballottaggio.
Tra i leader dell’opposizione al governo uscente di centrosinistra Kast non ha partecipato alle primarie di Chile Vamos, riproponendosi con il proprio cartello elettorale già al primo turno che lo ha visto piazzarsi in seconda posizione con poco meno del 24%. La sera stessa del primo turno e a scrutinio ancora in corso altri candidati di destra si sono subito schierati con lui indicando ai propri sostenitori la necessità di convergere sul candidato più votato per sconfiggere la sinistra. Tra questi Evelyn Mattei e Johannes Kaiser, ex aderente al Partito Repubblicano e fondatore del Partito Libertario. Nonostante l’indicazione del voto nullo da parte dell’altro candidato Franco Parisi del Partito della Gente, anche una fetta del suo elettorato ha virato su Kast, consentendogli di affermarsi con il 58,2% dei consensi pari ad oltre sette milioni di voti. Un numero, questo, che fa di Kast il presidente più votato dal ritorno alla democrazia; e questo grazie anche all’introduzione dell’obbligo del voto (pena una multa), che ha innalzato l’affluenza alle urne all’85% degli eventi diritto, con un balzo in avanti del 30% rispetto al secondo turno di quattro anni prima.
Sposato, padre di nove figli e cattolico, Kast ha posizioni conservatrici riguardo i temi etici. È contrario all’aborto in tutti i casi e al matrimonio tra persone dello stesso sesso ed ha proposto di revocare la legge che autorizza l’interruzione di gravidanza nei casi di stupro e pericolo per la vita della madre; inoltre si è fatto promotore della reintroduzione dello studio della religione nelle scuole.
Quanto alle questioni economiche, in pieno spirito liberista Kast si schiera a favore della riduzione della spesa pubblica e del taglio delle tasse, indicando come proprio nume tutelare l’economista statunitense Milton Friedman, principale esponente della scuola di Chicago che all’epoca di Pinochet sperimentò in Cile le proprie teorie.
Svolta storica o semplice alternanza?
Consapevole di dover unificare le anime della destra cilena a partire dall’insediamento a Palacio de la Moneda il prossimo 11 marzo, Kast dovrà, comunque, fare i conti con un Parlamento in cui la maggioranza relativa sarà retta dalla coalizione di sinistra, capace di conquistare 61 seggi su 155 alla Camera e 11 su 23 al Senato. Solamente la convergenza con Chile Vamos e col Partito della Gente di Parisi potrebbe consentirgli di procedere con quanto promesso nel corso della campagna elettorale.
Il passaggio da un presidente di sinistra come Gabriel Boric ad un conservatore liberista che strizza l’occhio al passato pinochettista non deve trarre in inganno: il Cile ha sempre rappresentato un baluardo del conservatorismo[3] nel continente indio-latino.
Quello che avverrà nel 2026 sarà un semplice passaggio di consegne nell’ottica dell’alternanza tra centrosinistra e centrodestra, inaugurata dai mandati della Bachelet e di Piñera e che sta vedendo esaurirsi il primo governo che aveva dato la parvenza di qualche cambiamento radicale. Eletto nel 2021 sull’onda delle proteste studentesche che avevano infiammato il Paese, a Boric non è stata perdonata la mancanza di coraggio nel porsi alla testa del movimento che chiedeva una nuova Costituzione e riforme radicali per la sanità, le pensioni e l’istruzione. Non è un caso se nel corso delle primarie di Unità per il Cile si è affermata Jeanette Jara, esponente del partito comunista e ministro del Lavoro uscente in grado di realizzare la riduzione dell’orario di lavoro e l’aumento del salario minimo.
Il Cile di Kast nel nuovo contesto trumpiano
Membro dell’Alleanza del Pacifico, di cui è anche fondatore con Messico, Perù e Colombia, il Cile è sempre stato l’avamposto degli interessi statunitensi nel cono sud del continente. Interessi destinati ad aumentare per via della grande quantità di litio estratto nel nord del Paese dal deserto di Atacama, che fanno della nazione sudamericana uno dei tre maggiori produttori[4] mondiali con Australia e Cina. Il litio, insieme alle terre rare, rappresenta uno dei minerali sui quali Usa e Cina si stanno scontrando nel mondo a colpi di trattati per consentire alle rispettive industrie tecnologiche l’accesso ad un elemento cruciale per la fabbricazione delle batterie.
Quello del litio è un vero e proprio caso, sul quale le ultime tre presidenze cilene si sono trovate a dibattere e formulare ipotesi, a volte rimaste tali, completamente in opposizione l’una con le altre. Se persino in epoca di privatizzazioni selvagge col governo Pinochet il litio venne dichiarato strategico, e la sua estrazione sottoposta a un rigido controllo governativo, proibendo nuove concessioni a imprese private, ma mantenendo quelle stabilite in precedenza, è a partire dagli anni Duemila con il nuovo interesse pubblico e mondiale che i fari sono stati nuovamente puntati sul metallo alcalino. Inizialmente affidato ad imprese private nel corso del primo mandato di Piñera per poi tentare la carta del mix tra pubblico e privato con il ritorno della Bachelet alla guida del Paese, era stato Gabriel Boric due anni fa a lanciare la Strategia Nazionale del Litio. L’ambizioso piano, che non ha visto la luce come tanti altri progetti dell’amministrazione uscente, prevedeva un maggiore intervento statale tramite l’industria pubblica del rame Codelco, così come una maggiore attenzione ai temi ambientali (fattore non secondario per via dei notevoli consumi di acqua che in una regione desertica sono necessari nel corso del procedimento di estrazione). Di base resta l’occasione persa di passare da semplice estrattore del minerale a produttore di beni, magari ricorrendo anche ad una nazionalizzazione completa della produzione.
In un momento storico in cui Donald Trump ha messo in chiaro che al cuore della Nuova Strategia di Sicurezza degli USA vi è il controllo del Sud dell’Emisfero Occidentale, la vittoria di Kast si inquadra perfettamente nel progetto statunitense di fornire sostegno politico ed economico ai candidati più propensi a porre in atto questa strategia.
Grazie al sostegno fornito nel corso del 2025, Washington ha incassato le vittorie di Javier Milei nelle elezioni di medio termine in Argentina[5], di Daniel Noboa in Ecuador e di Rodrigo Paz in Bolivia, sconfiggendo così gli storici nemici del populismo, dal peronismo argentino al correismo ecuadoriano passando per il socialismo boliviano, artefici di politiche autonome in grado di riportare la sovranità nazionale al centro del disegno politico.
In attesa del riconteggio dei voti in Honduras, nel nuovo anno saranno chiamati alle urne i cittadini di Brasile, Colombia, Perù e Costa Rica; qualora la fortuna dovesse arridere agli USA, i governi di Messico e Uruguay resterebbero soli a fronteggiare la nuova Dottrina Monroe riconfermata dal tycoon newyorkese, mentre il Venezuela[6], si prepara a sostenere l’assalto dei predoni nordamericani alle sue immense ricchezze petrolifere.
NOTE
[1] Tommaso Manni, Cile, vincono i conservatori di Kast. Meloni: “Più forti insieme”, “Il Tempo”, 15 dicembre 2025.
[2] Afp, L’ex presidente cileno Sebastián Piñera muore in un incidente di elicottero, “Internazionale”, 7 febbraio 2024.
[3] Luca Lezzi, Andrea Muratore, Il socialismo del XXI secolo. Le rivoluzioni populiste in Sudamerica, Circolo Proudhon, Roma, 2016 pp. 216-226.
[4] Elena Marisol Brandolini, Cile, vince Kast: alternanza o svolta reazionaria?, Ispi, 15 dicembre 2025.
[5] Luca Lezzi, Argentina, intervista a Giorgio Ballario, “Caput Mundi”, 1° dicembre 2025.
[6] Luca Lezzi, Attacco al cuore del populismo indiolatino, “Eurasia”, 14 novembre 2025.
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