Introduzione

A quasi due anni dall’inizio delle operazioni israeliane nella Striscia di Gaza, si fa sempre più evidente il divario tra gli obiettivi dichiarati e i risultati effettivamente conseguiti sul terreno. La strategia fondata sull’intensificazione militare e sull’isolamento economico della Striscia si è rivelata non solo inefficace, ma in molti aspetti controproducente. L’ipotesi che la combinazione tra blocco della Striscia e pressione bellica potesse condurre alla neutralizzazione di Hamas, alla liberazione degli ostaggi e al ripristino della deterrenza si è infranta contro la capacità di adattamento strutturale del nemico, profondamente radicato nel territorio e dotato di una propria profondità strategica sotterranea. Questo fallimento sul campo ha iniziato a produrre effetti anche all’interno delle istituzioni israeliane. A inizio agosto 2025, diciannove ex alti funzionari della sicurezza — tra cui ex capi di Stato Maggiore, direttori del Mossad, dello Shin Bet e della polizia — hanno lanciato un appello pubblico chiedendo la fine immediata della guerra, avvertendo che Israele è «sull’orlo della sconfitta».

Secondo i firmatari, tra cui Ehud Barak, Moshe Yaalon, Dan Halutz e Tamir Pardo, proseguire il conflitto è strategicamente inutile, dannoso per la sicurezza nazionale e insostenibile sul piano politico. Una valutazione condivisa da oltre 500 ex membri dell’apparato di sicurezza, che in una lettera al presidente degli Stati Uniti hanno denunciato l’offensiva come «una campagna priva di sbocchi e autodistruttiva»[1].

Il conflitto in corso ha assunto ormai i tratti di una guerra di logoramento senza sbocchi definiti, dove la superiorità tattica israeliana non si traduce in un avanzamento strategico, e dove il tempo lavora a favore del nemico. A fronte di perdite civili massicce, un deterioramento della legittimità internazionale e una crescente sfiducia interna, Israele si trova intrappolato in una spirale operativa che consuma risorse senza alterare i rapporti di forza fondamentali. L’enfasi riposta sul dominio tecnologico e sulla proiezione di forza si è dimostrata inadatta a fronteggiare una struttura ibrida, reticolare e dotata di una notevole tenuta organizzativa.

Il presente saggio si propone di analizzare in chiave militare e geopolitica le ragioni di questo fallimento, articolando l’analisi attorno a tre assi principali: la mancata disarticolazione del nemico e l’impossibilità di liberare gli ostaggi con mezzi militari; il ruolo decisivo del sottosuolo come spazio strategico sottratto al controllo israeliano; e la trasformazione del blocco da strumento di pressione a fattore di rafforzamento del nemico, con effetti destabilizzanti anche sul piano della narrazione pubblica e della coesione politica interna israeliana.

 

La mancata neutralizzazione di Hamas

L’elemento più visibile del fallimento israeliano è la persistenza funzionale di Hamas come soggetto operativo. Nonostante l’enorme disparità di mezzi e risorse, il movimento islamista continua a esercitare capacità offensiva, a mantenere strutture di comando decentrate e a coordinare operazioni anche in aree teoricamente “bonificate” dalle forze israeliane. L’incapacità di distruggere questi nuclei organizzativi non è legata a una mancanza di volontà politica o mezzi militari, quanto a una configurazione spaziale e tattica del nemico che sfugge alla logica della guerra convenzionale.

A conferma di questa continuità operativa, nel maggio 2025 fonti ufficiali israeliane hanno ammesso che Hamas ha ricostituito la propria forza militare ai livelli precedenti al 7 ottobre 2023. Secondo quanto riportato dal quotidiano Maariv, il generale di riserva Yitzhak Brik ha dichiarato che il movimento dispone attualmente di circa 40.000 combattenti armati, molti dei quali operativi all’interno della rete di tunnel che si estende sotto Gaza. Una valutazione condivisa da fonti delle Forze di Difesa Israeliane e ripresa anche dal quotidiano El País[2]. Questa ricostituzione, avvenuta nonostante mesi di bombardamenti, operazioni di terra e assedi, smentisce apertamente la narrativa secondo cui l’operazione militare avrebbe “smantellato” la capacità offensiva di Hamas.

Il dato è tanto più rilevante in quanto rivela la capacità del gruppo di sopravvivere e rigenerarsi anche sotto pressione militare continua, grazie a un dispositivo sotterraneo che garantisce protezione e mobilità, oltre che accesso autonomo a risorse logistiche e umane. È in questo contesto, definito da un’asimmetria ambientale e informativa persistente, che va letta anche l’assenza – finora totale – di operazioni militari di salvataggio degli ostaggi.

La memoria operativa del fallimento del 1994, quando sotto il governo Rabin le forze speciali tentarono senza successo di liberare il soldato Nachshon Wachsman da una prigione segreta di Hamas nei pressi di Bir Nabala, è ancora ben presente nei vertici militari israeliani. In quella circostanza, l’irruzione si concluse con la morte dell’ostaggio e di un membro del commando. Da allora, in assenza di superiorità informativa assoluta e in contesti ad alta densità civile o con infrastrutture sotterranee complesse, come a Gaza, simili operazioni sono considerate troppo rischiose per essere anche solo vagliate.

La pressione bellica, quindi, non solo non ha facilitato la liberazione degli ostaggi, ma ne ha acuito la vulnerabilità, rafforzando ulteriormente il vantaggio tattico e narrativo di Hamas.

 

La profondità strategica del sottosuolo

Il principale fattore di tenuta strutturale del sistema militare di Hamas risiede nella rete sotterranea di tunnel, che ha progressivamente assunto il ruolo di vera e propria profondità strategica[3]. Mentre Israele controlla, a fasi alterne, alcune porzioni della superficie della Striscia, il sottosuolo rimane in larga parte fuori portata. La rete di gallerie, nota come metropolitana di Gaza, rappresenta non solo una struttura logistica, ma anche un ambiente strategico alternativo dove si gioca una parte decisiva del conflitto.

Queste infrastrutture consentono la mobilità sicura di combattenti, il trasporto e lo stoccaggio di armamenti, la conservazione di riserve alimentari e carburante, nonché la detenzione e il movimento degli ostaggi. Secondo fonti militari e analisi indipendenti, la rete è articolata su più livelli e segmenti funzionali: tunnel di collegamento, gallerie per attacchi a sorpresa, magazzini blindati e vie di fuga sotterranee che collegano diverse aree urbane. A differenza dei bunker statici, si tratta di un sistema dinamico, in continua espansione e adattamento, concepito fin dalla sua origine per resistere alle incursioni e al controllo tecnologico israeliano.

Dal punto di vista operativo, questa infrastruttura ha l’effetto di svuotare di efficacia il dominio tecnologico israeliano. I sistemi d’intelligence, la superiorità aerea e la potenza di fuoco si rivelano strumenti disallineati rispetto alla natura fisica e logistica del nemico. I tunnel si estendono a profondità variabili, spesso sotto scuole, ospedali o infrastrutture civili, rendendo estremamente complessa qualsiasi operazione di neutralizzazione senza generare danni collaterali elevati. Inoltre, l’assenza di una mappatura completa e aggiornata del reticolo sotterraneo rappresenta un chiaro fallimento della superiorità informativa, rendendo ogni avanzata israeliana un’operazione a profondità limitata, costosa e vulnerabile a contrattacchi improvvisi.

Il fatto che Hamas abbia investito per anni nella costruzione e manutenzione di questa rete sotterranea indica una chiara consapevolezza della asimmetria strutturale del conflitto. Di fronte alla superiorità convenzionale israeliana, il movimento ha scelto di sottrarsi al confronto frontale sviluppando una logistica alternativa e invisibile, capace di assorbire i colpi, riorganizzarsi rapidamente e proiettare forza laddove l’avversario è più esposto. Le gallerie rappresentano così non solo un fattore difensivo, ma anche una piattaforma da cui lanciare azioni offensive mirate, incursioni e imboscate in aree teoricamente pacificate.

Questa capacità di intermittenza tattica – sparire, riorganizzarsi e riemergere in un altro punto – rende la guerra sotterranea di Hamas difficilmente contenibile con i metodi tradizionali. Le forze israeliane si trovano così a combattere una guerra tridimensionale, dove il controllo del territorio in superficie non garantisce alcuna vittoria reale se non è accompagnato dal dominio del sottosuolo. In mancanza di questo, la profondità strategica di Hamas continuerà a garantire una capacità di sopravvivenza prolungata e un vantaggio asimmetrico che rende inefficace qualsiasi strategia di logoramento convenzionale.

 

Il blocco come boomerang strategico

Il blocco, nella teoria militare tradizionale, è concepito come uno strumento di logoramento progressivo, volto a minare le capacità materiali e morali del nemico. Tuttavia, nel caso di Gaza, questa strategia ha generato dinamiche contrarie a quelle previste. A essere colpita in modo sistemico non è la struttura combattente di Hamas, ma la popolazione civile, priva di accesso alle risorse clandestine e costretta a sopportare il peso diretto della crisi umanitaria. L’impatto asimmetrico della misura produce un effetto paradossale: mentre la società civile si impoverisce e si disintegra, l’apparato militare dell’organizzazione armata resta protetto e relativamente efficiente.

L’infrastruttura sotterranea consente a Hamas di mantenere un certo grado di autonomia logistica, garantendo il transito di uomini, armi e forniture. In un simile contesto, Hamas riesce a trarre vantaggio simbolico dalla situazione di emergenza. La scarsità strutturale prodotta dal blocco, unita alla sua capacità di resistere sul piano organizzativo, rafforza la percezione del movimento come unico attore capace di sopravvivere all’assedio. La sua tenuta diventa essa stessa una forma di legittimazione, che consolida il consenso in fasce della popolazione sempre più isolate e abbandonate. Ne deriva un vantaggio politico indiretto: la crisi generata dal blocco finisce per legittimare, anziché indebolire, l’autorità di Hamas agli occhi di una popolazione sempre più dipendente dalla sua rete.

La storia militare offre numerosi esempi in cui strategie basate sull’assedio totale non hanno prodotto i risultati sperati. In ambienti in cui la popolazione è radicata nel territorio, l’identità collettiva è forte e le strutture difensive sono resilienti o nascoste, l’assedio tende a rafforzare lo spirito di resistenza più che a provocare la resa. Dagli assedi prolungati della Seconda guerra mondiale, come quello di Leningrado, fino ai conflitti più recenti, come la guerra civile yemenita e l’operazione “Margine di protezione” a Gaza nel 2014, le strategie di isolamento forzato non hanno determinato la resa dei gruppi combattenti. Al contrario, in ciascuno di questi casi, la pressione estrema esercitata dall’assedio ha finito per rafforzare la coesione interna del soggetto assediato e consolidarne la legittimità agli occhi della popolazione colpita.

Applicato a Gaza, questo approccio si scontra con tre fattori chiave: la continuità del sostegno popolare, la presenza di un sistema di mobilità sotterraneo altamente sviluppato, e la capacità di Hamas di adattarsi rapidamente anche in contesti di forte pressione ambientale. L’assedio non riesce a degradare le risorse strategiche dell’organizzazione né ad azzerarne le capacità operative. Al contrario, esso si configura come un meccanismo che, pur infliggendo sofferenze alla popolazione, non raggiunge gli obiettivi militari prefissati, e anzi rischia di produrre un effetto moltiplicatore sulla capacità del nemico di resistere.

In definitiva, la logica del blocco si dimostra inadeguata quando applicata contro attori ibridi, radicati nel tessuto civile e dotati di infrastrutture non convenzionali. Privata di un’efficace penetrazione nei centri vitali sotterranei e priva di strumenti alternativi di controllo strategico, l’offensiva economica si trasforma in un boomerang operativo e reputazionale per Israele, aggravando la crisi senza alterare in modo decisivo l’equilibrio militare sul terreno.

 

Una strategia fallimentare

Il conflitto a Gaza ha infranto alcuni degli assunti più radicati della dottrina militare israeliana. Il ricorso combinato a embargo e potenza di fuoco, tradizionalmente impiegato per schiacciare l’avversario e ridurne la capacità operativa, non ha prodotto i risultati attesi. Hamas non è stato smantellato; gli ostaggi non sono stati liberati con mezzi militari; e la popolazione civile, anziché costituire un elemento di pressione contro il gruppo armato, è diventata la prima vittima della strategia israeliana, generando una crescente condanna internazionale.

La guerra, anziché indebolire Hamas, ne ha accelerato l’adattamento. La sua capacità di rigenerarsi nel sottosuolo, di sopravvivere al blocco e di consolidare il proprio ruolo in una società assediata, ha svuotato di senso il concetto stesso di “superiorità militare”. Israele, pur dominando il cielo e il terreno, perde nel sottosuolo, nel tempo e nella narrazione. A ogni avanzata corrisponde una ricostruzione. A ogni colpo inferto, una nuova legittimazione del nemico. La potenza diventa rumore, e il rumore, col tempo, si trasforma in assuefazione.

Non si tratta solo di un fallimento tattico, ma di un collasso dottrinale. Israele appare oggi intrappolato in una strategia autoreferenziale, che ripete formule già fallite in passato — come l’assedio del 2014 — ma su scala più vasta, con costi politici e morali ancora maggiori. L’esercito continua a combattere, ma senza un obiettivo chiaro raggiungibile con mezzi convenzionali. La dirigenza politica promette risultati che non arrivano, mentre la frustrazione cresce sia all’interno che all’esterno del paese.

In assenza di una revisione profonda della propria impostazione strategica, Israele rischia di condannarsi a un conflitto permanente, dove la superiorità tattica viene divorata da un nemico che ha trasformato la sopravvivenza organizzata in vittoria narrativa e politica. Hamas non ha bisogno di vincere in senso convenzionale: gli basta non perdere, resistere, e dimostrare al proprio popolo e al mondo di essere ancora presente. In questo, ha già ottenuto molto più di quanto Israele fosse disposto ad ammettere.


NOTE

[1] Retired security officials warn Israel on precipice of defeat, demand end to Gaza war, “The Cradle”, 3 agosto 2025.

[2] Israel believes Hamas has 40 000 fighters in Gaza, the same number as before the October 7, 2023 attacks, “El País”, 27 maggio 2025

[3] Mi sono occupato della dimensione sotterranea del conflitto in: Le gallerie di Hamas, “EurasiaRivista di studi geopolitici”, n. 79, 2025.


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