29agosto, il ministro degli Esteri Fidan ha comunicato quello che la grande maggioranza dei Turchi attendeva: “Abbiamo deciso di interrompere completamente le nostre relazioni economiche e commerciali con Israele, e di chiudere il nostro spazio aereo ai suoi apparecchi “. “Nessun altro Paese al mondo ha adottato sanzioni di così vasta portata”, ha aggiunto.
Nei giorni successivi, Fidan ha precisato l’entità delle misure intraprese: “Non permetteremo alle navi cargo che trasportano armi e munizioni destinate a Israele di attraccare nei nostri porti, né ai voli militari o governativi di attraversare il nostro spazio aereo”. Pertanto si è chiarito che i voli di linea sono autorizzati.
A prescindere dalla effettiva e completa applicazione di tali misure sanzionatorie, che sarà importante verificare, non c’è dubbio che esse segnalano il progressivo distanziamento di Ankara da Tel Aviv, con possibile deflagrazione della situazione in Siria, dove Ankara cerca a tutti i costi la stabilità e Tel Aviv la frammentazione, con il rafforzamento delle alleanze con Curdi e Drusi (come sempre si intende: quei Curdi e quei Drusi disponibili alla lotta armata e al terrorismo contro gli Stati sovrani presenti nell’area).
Ma le sanzioni turche ad Israele – approvate, come accennavamo, dalla generalità della popolazione, particolarmente colpita dall’atroce bombardamento israeliano dell’ospedale oncologico turco di Gaza – rispondono in qualche modo anche all’ultima recente mossa antiturca operata dall’entità sionista: il riconoscimento del “genocidio armeno” (negato, come è noto, dai Turchi) da parte di Netanyahu, seppure ambiguamente espresso, nel corso di un’intervista, “a titolo personale”. L’associazione degli Armeni in Israele a questo proposito ha sottolineato l’ambiguità israeliana: il suo presidente Artyom Chernomorian ha fatto presente che “gli Armeni non si accontentano, vogliamo una dichiarazione ufficiale della Knesset”, il Parlamento di Israele che in realtà sempre si è opposto al riconoscimento del genocidio.
L’offensiva mediatica sionista ha accompagnato la dichiarazione di Netanyahu con toni virulenti; ad esempio, ai primi di settembre è intervenuto Freddy Eytan, ex ambasciatore israeliano in Francia, in Belgio e in Mauritania, scrittore e giornalista nonché ricercatore presso il CAPE (Centro per la Sicurezza e gli Affari Esteri) di Gerusalemme e insegnante di “scienza dell’informazione” e “valori democratico israeliani” negli istituti e nelle università israeliane. Come ha riportato “Times of Israel”, Eytan ha chiarito che “da quando gli islamisti hanno preso il potere, Ankara ha cambiato volto e strategia. Il suo governo si è radicalizzato e si è immerso nel culto di Dio, della divinità, dell’ex Impero Ottomano e della personalità”. Eytan rimprovera ai Turchi:
- Un oscuro passato con i Tedeschi
- Il genocidio armeno (ndr: da sempre è un sostenitore del suo riconoscimento)
- I massicci attacchi contro i Curdi
- La guerra contro Cipro
Dalle accuse riguardanti la Prima e la Seconda Guerra Mondiale si passa dunque all’attualità e significativamente viene citata a questo proposito Cipro, nuovo punto di scontro fra Israele e Turchia. La parte greca dell’isola – la Repubblica di Cipro, riconosciuta dalla generalità degli Stati mondiali, mentre la Repubblica Turca di Cipro del nord gode del riconoscimento della sola Turchia – sta subendo una sorta di colonizzazione da parte di Israele, in forza di imponenti investimenti immobiliari che nell’esito ricordano il modello coloniale di insediamento utilizzato in Cisgiordania; a Larnaca e a Limassol vi sono già aree inaccessibili a chi non sia cittadino israeliano. La cooperazione militare è intensa, con la concessione cipriota di aeroporti e basi militari per esercitazioni militari israeliane o congiunte israeliane-cipriote. Ma è soprattutto lo sfruttamento dei giacimenti di gas del Mediterraneo orientale che attira l’attenzione israeliana e diviene un punto di snodo geopolitico fondamentale: qui basti ricordare le controversie e le complesse negoziazioni tra Ciprioti e Israeliani sul giacimento Aphrodite, che si trova a cavallo della Zona Economica Esclusiva di Cipro e, in parte minore, di quella di Israele. Entrambe le parti però sono solidali nel non riconoscere i diritti della Turchia e della RTCN, che rivendicano diritti di esplorazione. C’è poi la questione dell’EastMed Pipeline, il gasdotto sottomarino che Israele vorrebbe imporre a Cipro per collegare i giacimenti israeliani e ciprioti alla Grecia e all’Italia, ma che appare costoso e di difficile realizzazione agli stessi Grecociprioti.
Percorsi energetici che si confrontano nel Mar del Levante contrapponendo gli interessi turchi e quelli del regime sionista; per queste ragioni la Turchia sostiene con forza la prospettiva di una Repubblica Turca di Cipro del nord. “Ada Kıbrıs: Akdeniz’de bir şeyler oluyor” (L’isola di Cipro: nel Mediterraneo qualcosa è in divenire), afferma in un articolo apparso su “Yeni Şafak” l’intellettuale turco Ersin Çelik. “È abbastanza evidente che, mentre si instaura un nuovo ordine mondiale, vi è un chiaro desiderio di eliminare vecchie e nuove incertezze. Una di queste è il riconoscimento come Stato della RTCN (…) la Turchia non riconosce la parte greco-cipriota come Stato, e questa posizione intransigente ha mantenuto la parte turca in gioco fino ad ora. In particolare, l’inclusione della RTCN come osservatore nell’Organizzazione degli Stati Turchi nel 2022 ha rappresentato una pietra miliare significativa. Nel frattempo, il tentativo di Israele di occupare completamente Gaza ha dimostrato quanto siano vitali per la sua azione nel Mediterraneo i territori turchi sull’isola di Cipro, su cui ha puntato”.
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