Introduzione
Nel corso dell’ultimo anno il sistema di sicurezza del Vicino Oriente ha attraversato una fase di profonda trasformazione, segnata dal passaggio da una lunga stagione di conflitti indiretti a una dinamica di confronto sempre più esplicita tra attori statali. La guerra diretta tra Israele e Iran del giugno 2025 ha rappresentato una cesura storica, interrompendo decenni di ambiguità strategica e aprendo una fase in cui l’opzione militare non è più un tabù, ma uno strumento apertamente discusso nei principali centri decisionali. In questo contesto, la questione iraniana è tornata a occupare una posizione centrale nel dibattito geopolitico globale, non solo per le sue implicazioni regionali, ma per il modo in cui interseca le strategie delle grandi potenze.
Le dichiarazioni rilasciate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante un incontro ufficiale con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno contribuito a cristallizzare questa nuova fase. Affermare che un’azione israeliana contro i missili balistici iraniani sarebbe “consentita” e che, in caso di avanzamenti sul nucleare, la risposta sarebbe “rapida”, equivale a ridefinire pubblicamente le regole dell’ingaggio[1]. Non si tratta di una minaccia diretta, ma di un messaggio politico di autorizzazione preventiva, volto a rafforzare la deterrenza ma anche a legittimare, sul piano internazionale, un’eventuale iniziativa militare israeliana.
Questo tipo di linguaggio segna una discontinuità rispetto alle tradizionali formulazioni diplomatiche statunitensi, normalmente improntate a una ambiguità calcolata. La scelta di esplicitare linee rosse e tempi di reazione ridotti suggerisce che l’amministrazione americana intenda mantenere l’Iran sotto una pressione costante, sfruttando un contesto regionale già fortemente instabile.
L’allarme strategico e la funzione delle analisi di scenario
L’11 agosto 2025 “Foreign Policy” ha pubblicato un’analisi firmata da Trita Parsi che, pur non annunciando un attacco imminente né proponendo una previsione cronologica vincolante, ricostruiva il quadro strategico nel quale l’ipotesi di un’azione militare israeliana contro l’Iran veniva discussa come possibilità concreta, descrivendo l’esistenza di una finestra di rischio che, secondo fonti regionali e occidentali, era percepita come plausibile tanto dagli apparati decisionali israeliani quanto dai vertici politici iraniani, sullo sfondo dello stallo diplomatico e del mutamento delle rispettive posture deterrenti[2].
In ambito strategico, questo tipo di analisi svolge una funzione specifica e spesso fraintesa. Non si tratta di anticipare eventi futuri con logica predittiva, bensì di rendere visibile un dibattito che normalmente rimane confinato nei circuiti riservati della sicurezza nazionale e della pianificazione militare. Quando una rivista come “Foreign Policy” decide di pubblicare uno scenario di guerra, non lo fa per inseguire il sensazionalismo o la logica della cronaca dell’ultima ora, ma per segnalare che quella possibilità è già oggetto di valutazioni operative ai livelli più alti del processo decisionale. In questo senso, l’analisi di Parsi rappresentava una fotografia di un momento strategico, non una profezia.
L’articolo metteva in evidenza come, a Teheran, l’ipotesi di un nuovo attacco israeliano fosse considerata credibile, se non probabile, alla luce dell’esperienza del conflitto diretto del giugno 2025 e del perdurante stallo diplomatico sul dossier nucleare. Questa percezione di vulnerabilità non veniva letta dalla dirigenza iraniana come un rischio astratto, ma come una possibilità concreta che imponeva una revisione delle dottrine di risposta. In particolare, Parsi sottolineava come l’Iran stesse abbandonando l’idea di una reazione graduale, calibrata o simbolica, a favore di una postura che prevedeva una risposta immediata e su larga scala, capace di colpire fin dalle prime ore per dimostrare l’impossibilità di una rapida neutralizzazione del Paese.
Il punto centrale dell’analisi non era dunque il “quando”, ma il “come” e il “perché”. Un eventuale conflitto futuro non sarebbe stato limitato né facilmente contenibile, ma avrebbe assunto sin dall’inizio una dimensione regionale, coinvolgendo non solo Israele e Iran, ma anche una molteplicità di attori e teatri. Hezbollah in Libano, le milizie e le infrastrutture filoiraniane in Iraq, il fronte yemenita e le rotte marittime strategiche del Mar Rosso e del Golfo Persico venivano indicati come i principali vettori di escalation, capaci di trasformare un attacco inizialmente circoscritto in una guerra regionale ad alta intensità, mentre il teatro siriano appariva ormai marginale rispetto alle dinamiche operative precedenti.
L’analisi evidenziava inoltre come gli Stati Uniti, pur rimanendo il principale alleato strategico di Israele, apparissero consapevoli dei rischi di una escalation incontrollabile. Washington, secondo Parsi, temeva che un nuovo conflitto potesse sfuggire rapidamente a qualsiasi tentativo di gestione politica, trascinando gli Stati Uniti in uno scenario di guerra regionale con costi militari, economici e diplomatici elevatissimi. Questa consapevolezza spiegava l’ambivalenza americana: da un lato il sostegno alla sicurezza israeliana, dall’altro la ricerca di margini di contenimento e di deterrenza preventiva.
Il mancato verificarsi dell’attacco entro la finestra temporale indicata non smentisce questo quadro analitico. Al contrario, suggerisce che l’allarme sia stato preso sul serio e che fattori politici, diplomatici e strategici abbiano temporaneamente congelato l’opzione militare. In logica strategica, la preparazione di un attacco non implica la sua automatica esecuzione: un’operazione può essere rinviata, ricalibrata o sospesa in funzione di variabili esterne, senza per questo essere cancellata dal perimetro decisionale.
In questo senso, l’analisi di Foreign Policy conserva la propria rilevanza anche a posteriori. Essa non descriveva un calendario, ma una dinamica strutturale: l’esistenza di una finestra operativa israeliana, la convinzione iraniana che il prossimo conflitto non sarebbe stato contenuto e la preoccupazione statunitense per una guerra regionale fuori controllo. Tutti elementi che, a distanza di mesi, continuano a caratterizzare il contesto strategico del Vicino Oriente e a rendere l’opzione militare contro l’Iran una possibilità sospesa, ma non archiviata.
Il messaggio russo e la legittimazione dell’opzione guerra
Un ulteriore tassello interpretativo fondamentale è fornito dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, che nel settembre 2025 ha parlato apertamente di discussioni in corso, tra “persone informate”, sulla possibilità di nuovi attacchi contro l’Iran[3]. Il linguaggio utilizzato dal capo della diplomazia russa risulta particolarmente significativo, sia per ciò che afferma esplicitamente sia per ciò che sottintende. Lavrov ha infatti escluso che si trattasse di semplice retorica o di ipotesi speculative, collocando l’opzione militare nel campo delle valutazioni pratiche e operative. In questo modo, l’idea di una nuova guerra contro l’Iran viene sottratta alla dimensione delle indiscrezioni o dell’allarmismo mediatico e riportata all’interno del perimetro della pianificazione strategica.
Dal punto di vista russo, questo tipo di dichiarazione assolve a una funzione precisa di legittimazione del quadro analitico. Quando un ministro degli Esteri di una potenza globale utilizza un simile registro, egli non sta “prevedendo” la guerra, ma attestando che essa è stata seriamente discussa nei circuiti decisionali. La scelta di evocare “persone informate” non è casuale: essa rimanda a un livello di conoscenza che supera il dibattito pubblico e suggerisce l’esistenza di scambi riservati, valutazioni incrociate e pianificazioni preliminari. In questo senso, Lavrov contribuisce a normalizzare l’idea che l’opzione militare contro l’Iran sia parte integrante del ventaglio di scelte considerate da Washington e Tel Aviv.
La dichiarazione russa costruisce inoltre una cornice preventiva di responsabilità politica. Segnalando che l’ipotesi di nuovi attacchi è già oggetto di discussione, Mosca afferma implicitamente che un’eventuale escalation non potrebbe essere presentata come una risposta improvvisa o obbligata a eventi inattesi. Al contrario, essa apparirebbe come il risultato di una decisione deliberata, maturata nel tempo e valutata consapevolmente. In questo modo, la Russia si posiziona in anticipo nel dibattito internazionale, preparando il terreno per attribuire le responsabilità di un eventuale conflitto agli attori che lo avranno scelto.
Il messaggio di Lavrov è però rivolto anche a Teheran. Nel linguaggio diplomatico russo, l’invito implicito è quello a non sottovalutare i segnali provenienti da Washington e Tel Aviv e a considerare seriamente la possibilità che la pressione verbale si traduca in azione militare. Storicamente, Mosca tende a utilizzare questo registro quando ritiene che un alleato o un partner strategico rischi di interpretare in modo eccessivamente prudente o rassicurante le intenzioni occidentali. In questo senso, la dichiarazione funge anche da avvertimento preventivo, volto a rafforzare la postura deterrente iraniana e a incoraggiare una preparazione adeguata allo scenario peggiore.
Allo stesso tempo, la Russia evita accuratamente di impegnarsi in un coinvolgimento diretto. Lavrov non annuncia contromisure, non formula minacce e non evoca alleanze militari automatiche. Mosca si accredita piuttosto come attore consapevole, informato e capace di leggere in anticipo le dinamiche dell’escalation, mantenendo una posizione che le consente di capitalizzare diplomaticamente e strategicamente eventuali errori occidentali. In caso di conflitto, questa postura permetterebbe alla Russia di presentarsi come potenza responsabile, che aveva segnalato per tempo i rischi di una scelta militare, rafforzando al contempo la propria influenza nel sistema internazionale.
In questo senso, le parole di Lavrov non vanno lette come un annuncio o come una previsione, ma come un atto politico intenzionale. Esse certificano che l’opzione guerra contro l’Iran non è mai uscita dal perimetro decisionale e che, anche nei mesi in cui l’escalation non si è materializzata, essa ha continuato a essere valutata come possibilità concreta. La legittimazione di questa ipotesi, pronunciata da Mosca, contribuisce a rendere il contesto strategico ancora più instabile, poiché conferma che la pace apparente non coincide con la chiusura del dossier, ma con una sua temporanea sospensione.
Crisi interna iraniana e strumentalizzazione geopolitica
La fase di tensione internazionale si intreccia con una crisi interna di natura economica e sociale che ha colpito duramente la Repubblica Islamica dell’Iran, creando un contesto di forte vulnerabilità percepita ma anche di crescente rigidità politica. Il crollo del rial, l’inflazione reale sui beni essenziali e l’erosione costante del potere d’acquisto hanno innescato proteste diffuse in numerose città del Paese, caratterizzate dall’assenza di una direzione politica unitaria e dalla centralità di rivendicazioni economiche, senza tradursi in una piattaforma politica organizzata. L’aumento dei prezzi di alimenti, carburanti, affitti e servizi di base ha colpito in modo trasversale ampi settori della popolazione, alimentando un malcontento che affonda le proprie radici in fattori strutturali, aggravati dalle sanzioni internazionali e dalle difficoltà di approvvigionamento.
Tuttavia, come spesso accade in contesti di forte pressione esterna, il disagio sociale interno è rapidamente entrato nel perimetro del confronto geopolitico. Le dichiarazioni statunitensi sulla possibilità di “salvare il popolo iraniano” in caso di repressione delle proteste, unite al sostegno espresso da ambienti politici e mediatici israeliani, hanno contribuito a rafforzare, a Teheran, la percezione di una minaccia ibrida. In questa lettura, strumenti economici, informativi e politici si affiancano alla pressione militare, componendo una strategia di destabilizzazione multilivello volta a sfruttare le difficoltà interne dell’Iran[4].
Con il protrarsi delle proteste, le autorità iraniane hanno denunciato una progressiva degenerazione di alcune mobilitazioni in episodi di violenza. Secondo le versioni ufficiali, una parte dei disordini sarebbe stata alimentata da gruppi organizzati e da interferenze esterne. In questo quadro si collocano gli arresti annunciati dalla polizia e dai Guardiani della Rivoluzione di individui trovati in possesso di armi ed esplosivi, accusati di aver danneggiato infrastrutture pubbliche e di aver incitato ai disordini in diverse province, tra cui Lorestan, Isfahan e Qom. Il capo della polizia, Ahmad Reza Radan, ha dichiarato che alcuni dei fermati avrebbero ricevuto finanziamenti dall’estero, rafforzando la narrativa governativa di una protesta parzialmente strumentalizzata[5].
La Guida Suprema Ali Khamenei ha riconosciuto pubblicamente la legittimità delle rivendicazioni economiche, distinguendole tuttavia dagli episodi di violenza e sabotaggio, una separazione che è stata richiamata dalle autorità nel descrivere la gestione delle proteste e gli interventi sul piano della sicurezza interna.
In questo contesto, la crisi interna non indebolisce automaticamente l’Iran sul piano strategico. Al contrario, essa può rafforzare la convinzione del gruppo dirigente che una postura di fermezza, anche militare, sia necessaria per evitare che le difficoltà economiche si traducano in vulnerabilità geopolitica. La lettura prevalente nei centri decisionali iraniani sembra essere quella secondo cui una risposta percepita come debole, sia sul fronte interno sia su quello esterno, rischierebbe di incentivare ulteriori pressioni e interferenze. In tal senso, la crisi sociale diventa paradossalmente un fattore che spinge verso una maggiore rigidità strategica, rafforzando la logica della deterrenza e la disponibilità a reagire duramente a qualsiasi azione considerata parte di un disegno di destabilizzazione più ampio.
Israele, Stati Uniti e il precedente venezuelano
Il contesto internazionale è stato ulteriormente influenzato dall’operazione militare statunitense contro il Venezuela, culminata col rapimento del presidente Nicolás Maduro e il suo trasferimento forzato negli Stati Uniti. Al di là delle giustificazioni ufficiali fornite da Washington, l’episodio ha rappresentato una discontinuità rilevante nelle pratiche di intervento statunitensi, mostrando una disponibilità all’uso diretto della forza contro un capo di Stato formalmente in carica al di fuori di un mandato internazionale esplicito. In ambienti israeliani e tra i settori più interventisti della politica americana, quell’azione è stata interpretata come un precedente strategicamente significativo, indicativo di un abbassamento della soglia politica e giuridica per operazioni militari contro governi considerati ostili[6].
Questa lettura non implica un’automatica trasposizione del “modello venezuelano” al contesto iraniano, ma contribuisce a ridefinire il perimetro del possibile. Se fino a pochi anni fa un’azione diretta contro i vertici di uno Stato sovrano appariva come un’opzione estrema, oggi essa viene nuovamente discussa come strumento praticabile, almeno in determinate condizioni. Per Israele, che da tempo considera il programma nucleare iraniano una minaccia esistenziale, questo mutamento del contesto strategico statunitense assume un valore particolare. La percezione che Washington sia disposta a sostenere o coprire operazioni ad alto rischio rafforza la credibilità dell’opzione militare israeliana, anche in assenza di un consenso internazionale formale.
Secondo fonti mediatiche israeliane, l’apparato politico-militare segue con attenzione l’evoluzione della crisi interna iraniana e valuta diversi scenari di conflitto, non come risposta automatica alle proteste, ma come possibile sfruttamento di una fase di vulnerabilità percepita. In questa logica, l’instabilità economica e sociale iraniana non è di per sé la causa di un’azione militare, ma può costituire un fattore che modifica il calcolo costi-benefici di un attacco. Un Iran impegnato a gestire tensioni interne viene talvolta rappresentato, nel dibattito strategico israeliano, come meno capace di sostenere un conflitto prolungato, anche se tale valutazione resta oggetto di controversia.
Parallelamente, i movimenti logistici e aerei statunitensi verso il Vicino Oriente, inclusi trasferimenti di velivoli da trasporto strategico e assetti di supporto, suggeriscono la volontà di mantenere pronte opzioni militari credibili senza annunciarle apertamente. Questo tipo di postura, tipica delle fasi di deterrenza rafforzata, consente a Washington di inviare segnali sia agli alleati sia agli avversari, preservando al contempo margini di negazione plausibile. Per Israele, tale presenza rappresenta una garanzia implicita di sostegno logistico e politico, anche nel caso in cui un’operazione dovesse essere formalmente attribuita alla sola iniziativa israeliana.
Il precedente venezuelano, in questo senso, non va letto come un modello operativo da replicare, ma come un indicatore del clima politico-strategico attuale. Esso suggerisce che l’amministrazione statunitense è disposta a considerare azioni ad alto impatto simbolico e giuridico se ritenute funzionali ai propri interessi strategici. Per Israele, ciò amplia lo spazio del possibile, pur senza eliminare i rischi di una escalation incontrollabile. Per l’Iran, al contrario, questo mutamento rafforza la convinzione che la pressione occidentale non si limiti a strumenti economici o diplomatici, ma possa tradursi in azioni dirette, anche sotto la copertura di crisi interne o pretesti umanitari.
In questo quadro, il legame tra il precedente venezuelano e il dossier iraniano non è di natura meccanica, ma simbolica e politica. Esso contribuisce a ridefinire le aspettative degli attori coinvolti, rendendo l’opzione militare meno impensabile di quanto fosse in passato e inserendola stabilmente nel calcolo strategico di Israele e degli Stati Uniti.
La trasformazione della deterrenza iraniana
A differenza delle crisi precedenti, l’Iran affronta oggi questo scenario con una capacità deterrente significativamente rafforzata, frutto di un processo di apprendimento strategico accelerato dopo il conflitto diretto del giugno 2025. La consapevolezza di non poter più fare affidamento esclusivamente sulla profondità geografica o sulla deterrenza indiretta esercitata tramite attori alleati ha spinto Teheran a investire in modo prioritario nella protezione diretta del proprio territorio e delle proprie infrastrutture critiche. In questo quadro si colloca l’acquisizione del sistema di difesa aerea russo S-400, che consente all’Iran di costruire una difesa multilivello capace di coprire siti sensibili come installazioni nucleari, basi militari, centri di comando e nodi logistici strategici[7].
L’introduzione dell’S-400 rappresenta un salto qualitativo rispetto ai sistemi precedentemente in dotazione. La capacità di intercettare missili balistici in fase terminale, di ingaggiare simultaneamente più bersagli e di operare in coordinamento con radar avanzati amplia in modo significativo il raggio e l’efficacia della difesa aerea iraniana. Questo fattore incide direttamente sulla pianificazione operativa di eventuali raid aerei israeliani o statunitensi, aumentando la complessità delle missioni, il rischio di perdite e la necessità di campagne prolungate di soppressione delle difese. Anche nei confronti di assetti stealth, la presenza di un sistema integrato e stratificato introduce elementi di incertezza che riducono l’affidabilità di un attacco rapido e “chirurgico”.
Parallelamente, l’interesse iraniano per i caccia multiruolo cinesi J-10C segnala la volontà di affrontare un’altra storica vulnerabilità del proprio apparato militare, rappresentata dall’obsolescenza della forza aerea. Pur non potendo competere direttamente con piattaforme di quinta generazione come gli F-35 israeliani, il J-10C offre capacità radar AESA e strumenti di guerra elettronica che migliorano sensibilmente le capacità di intercettazione, difesa e interdizione locale. In un contesto difensivo, questi velivoli possono operare in sinergia con i sistemi di difesa aerea, contribuendo a saturare lo spazio operativo dell’avversario e a complicare ulteriormente le operazioni di attacco[8].
L’integrazione tra difesa aerea avanzata e una forza aerea modernizzata non va interpretata come la ricerca di una parità tecnologica con Israele o Stati Uniti, ma come una strategia di negazione dell’accesso e di aumento dei costi. L’obiettivo iraniano non è quello di impedire in assoluto un attacco, bensì di renderlo sufficientemente costoso, rischioso e politicamente oneroso da scoraggiarne l’esecuzione o da limitarne l’efficacia. In questo senso, la deterrenza iraniana si configura sempre meno come passiva e sempre più come attiva, fondata sulla capacità di resistere al primo colpo e di mantenere intatta una capacità di risposta.
Questo rafforzamento militare si inserisce in una più ampia convergenza strategica tra Iran, Russia e Cina, che fornisce a Teheran una profondità geopolitica inedita. L’accesso a tecnologie avanzate, il coordinamento diplomatico e l’inserimento in un’architettura eurasiatica alternativa all’ordine atlantico riducono l’isolamento strategico dell’Iran e ampliano il numero di variabili che Washington e Tel Aviv devono considerare nel loro calcolo. In un simile contesto, un’azione militare contro l’Iran non sarebbe più un’operazione relativamente circoscritta, ma un evento con potenziali ripercussioni sistemiche.
In definitiva, la trasformazione della deterrenza iraniana non elimina il rischio di guerra, ma ne modifica profondamente la natura. Se in passato l’Iran poteva apparire come un obiettivo vulnerabile a un’azione rapida e limitata, oggi esso si presenta come un attore in grado di assorbire l’urto iniziale e di prolungare il confronto. Questo mutamento impone a Israele e agli Stati Uniti una revisione delle proprie dottrine operative e contribuisce a rendere la decisione di attaccare non solo più complessa sul piano militare, ma anche più gravosa sul piano politico e strategico.
Conclusione
L’insieme degli elementi analizzati suggerisce che la guerra contro l’Iran non sia una decisione imminente, ma una decisione possibile, preparata e costantemente rivalutata all’interno dei circuiti politici e militari degli attori coinvolti. Le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, le analisi pubblicate da “Foreign Policy”, gli avvertimenti formulati da Sergej Lavrov, la crisi interna iraniana e la postura strategica israeliana non costituiscono episodi isolati, ma parti di un medesimo quadro. Esse convergono nel delineare un equilibrio instabile, nel quale la deterrenza non elimina il rischio di conflitto, ma ne ridefinisce profondamente le modalità e le soglie di attivazione.
In questo contesto, il mancato verificarsi di un attacco entro le finestre temporali ipotizzate non rappresenta una smentita delle analisi che avevano segnalato il rischio di escalation. Al contrario, indica che l’opzione militare è stata oggetto di un calcolo politico più complesso, nel quale costi, rischi e conseguenze sono stati temporaneamente giudicati superiori ai benefici attesi. In termini strategici, ciò equivale a un rinvio, non a un abbandono. L’opzione guerra resta all’interno del perimetro decisionale, pronta a riemergere qualora mutino le condizioni che oggi ne sconsigliano l’attivazione.
La trasformazione della deterrenza iraniana gioca un ruolo centrale in questo equilibrio precario. Il rafforzamento delle capacità difensive di Teheran non rende impossibile un attacco, ma ne aumenta sensibilmente il costo militare, politico e simbolico. Allo stesso tempo, la crisi economica e sociale interna non ha prodotto un indebolimento lineare dello Stato, bensì una maggiore rigidità strategica, fondata sulla convinzione che qualsiasi segnale di cedimento possa essere interpretato come un invito a intensificare la pressione esterna.
Ne deriva una situazione paradossale, nella quale tutti gli attori dichiarano di voler evitare la guerra, ma continuano a prepararla. Israele mantiene l’opzione militare come strumento di ultima istanza, gli Stati Uniti oscillano tra deterrenza rafforzata e ambiguità calcolata, la Russia e la Cina osservano e segnalano, pronte a capitalizzare gli effetti di un’eventuale escalation. L’Iran, dal canto suo, si prepara allo scenario peggiore, convinto che la prevenzione del conflitto passi attraverso la dimostrazione della propria capacità di resistere e di rispondere.
In questo senso, il rischio di guerra non è scomparso, ma si è trasformato in una tensione strutturale, destinata a riaffiorare ogni volta che una variabile critica — nucleare, missilistica o politica interna — supererà la soglia di tolleranza degli attori coinvolti. Il Vicino Oriente entra così in una fase di instabilità prolungata, nella quale la pace non coincide con la risoluzione del conflitto, ma con la sua sospensione temporanea. Una sospensione fragile, reversibile e costantemente esposta alla possibilità di un nuovo, e potenzialmente più ampio, confronto armato.
NOTE
[1] “The National News”, Trump warns Iran: Israel cleared to act against missiles and nuclear threat, 29 dicembre 2025.
[2] T. Parsi, Israel May Start a New War Against Iran Before December, “Foreign Policy”, 11 agosto 2025.
[3] Dichiarazioni di Sergej Lavrov riportate da Gazeta.ru, Vzglyad e Radio1.ru, 27 settembre 2025.
[4] “The Cradle”, Trump vows to rescue Iranian protesters amid nationwide unrest, gennaio 2026.
[5] “The Cradle”, Iran arrests rioters in possession of weapons and bombs as protests enter second week, gennaio 2026.
[6] “Middle East Eye”, Israeli media and US lawmakers signal Iran intervention following Venezuela attack, gennaio 2026.
[7] G. Repaci, Ristrutturazione dell’equilibrio militare nel Vicino Oriente, “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”, 28 luglio 2025.
[8] Army Recognition, Iran conducts first known field test of Russian-made S-400 air defense missile system, 27 luglio 2025; Defence Security Asia, 5 luglio 2025.
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