Quello che in queste settimane è accaduto a Minneapolis, in Minnesota, con l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e la U.S. Customs and Border Protection (CBP) impegnate ad applicare le misure adottate dall’amministrazione Trump per contrastare l’immigrazione irregolare, ha rappresentato una delle notizie principali in tutto l’Occidente.
Le ragioni di questa attenzione si ritrovano principalmente nello scontro tra conglomerati mediatici che, semplificando, potremmo definire progressisti e conservatori; incorniciando un determinato episodio, i rispettivi editori dettano l’agenda politica e orientano l’opinione pubblica.
L’ICE fu fondata, insieme col Customs and Border Patrol, sotto l’amministrazione Bush Jr. nel 2003, in occasione della ristrutturazione del governo federale e delle strette securitarie mondiali seguite all’11 settembre. L’ultima amministrazione Trump si è adoperata per trasformare l’ICE in una vera e propria agenzia paramilitare: ne ha aumentato il bilancio annuale di circa il 200% e ne ha più che raddoppiato organico in meno di un anno, arrivando a oltre 20.000 agenti. Entrambe le agenzie divennero parte integrante dell’Homeland Security (Dipartimento per la sicurezza interna, noto anche con l’acronimo DHS), assumendo il compito di combattere il cosiddetto terrorismo.
“Violence is as American as cherry pie”
Ad oggi, loro malgrado, sono divenuti noti i nomi di Renee Nicole Good e Alex Pretti, entrambi uccisi da agenti ICE. Di quest’ultimo, in particolare, da parte delle frange più radicali del movimento MAGA, si è immediatamente cercato di tratteggiare un profilo talmente eversivo che avrebbe di fatto reso meritevole la vera e propria esecuzione subita. Logica da guerra civile, inquadrabile in un contesto di riconfigurazione come quello pienamente in atto negli attuali Stati Uniti.
Se il pubblico martirologio delle due vittime riporta alla memoria quanto accaduto in occasione dell’omicidio di George Floyd, che culminò con le violente proteste del movimento Black Lives Matter, già pienamente operativo durante l’ultima fase della presidenza democratica obamiana, vi è un altro aspetto che rimane nella penombra di quello che resta dell’American dream.
Minneapolis come laboratorio: ICE, Israele e la sicurezza occidentale
Numerosi video provenienti da Minneapolis, recentemente dichiarata sanctuary city[1] dalle autorità locali, mettono in evidenza la violenza dei funzionari federali delle forze dell’ordine, sulle cui esperienze pregresse in scenari di guerra afghani o iracheni si è abbondantemente speculato, anche ai danni di manifestanti apparentemente innocui o di semplici giornalisti. Per contenere le proteste, l’amministrazione Trump si è vista costretta ad inviare direttamente Tom Homan, noto come lo zar del confine, con il compito di gestire questa fase di crisi e arginare una possibile escalation.
Se c’è un contesto in cui questo drastico modus operandi ha assunto una certa abitudinarietà, non lo si riscontra in Afghanistan o in Iraq, ma piuttosto nella decennale quotidianità del conflitto israelo-palestinese, le cui recenti vittime, dopo la “pacificazione” trumpiana, non compaiono più sulle prime pagine dei quotidiani occidentali.
Che i vincoli tra Stati Uniti e Israele siano inscindibili è cosa arcinota; meno noto però è il fatto che negli ultimi due decenni i funzionari delle forze dell’ordine degli Stati Uniti hanno mantenuto uno stretto rapporto con il governo israeliano. Come riportato da Responsible Statecraft: “Questa collaborazione ha incluso viaggi per trasportare alti funzionari delle forze dell’ordine statunitensi in Israele, corsi di formazione congiunti per i funzionari dell’immigrazione e trasferimenti di tecnologia che hanno messo sofisticate capacità di sorveglianza nelle mani dell’ICE. Il risultato è stato un crescente avvicinamento tra le agenzie di sicurezza di Israele e degli Stati Uniti”.[2]
L’obiettivo dichiarato di questa collaborazione sarebbe quello di prevenire atti di terrorismo, concetto concretamente inafferrabile, di cui purtroppo si dovrebbe aver appreso la catastrofica strumentalizzazione: è infatti la creazione del nemico inafferrabile e invincibile a mantenere florido l’intero apparato industriale-militare e politico d’Occidente, residuo di una deteriorata essenza della guerra che continua a imporsi come orizzonte permanente.
Il concetto di terrorismo applicato dall’amministrazione trumpiana all’immigrazione clandestina[3], al netto di una problematica oggettiva connessa al fenomeno migratorio, trova la sua maturazione più oscena nel cortocircuito interno alle esigenze di un tecno-capitalismo insediato al centro dell’Oval Office.
Sebbene il sostegno[4] statunitense alla deportazione degli immigrati irregolari[5] resti molto forte, cementando ancor di più le convinzioni delle opposte fazioni, è Josh Paul, già direttore dell’ufficio per il trasferimento di armi del Dipartimento di Stato, a proporre uno scomodo paragone con quello che accade in Terra Santa e nello specifico in Cisgiordania: “Ci sono alcuni parallelismi sorprendenti […] Ci sono unità di una forza di sicurezza che vengono imposte alle autorità locali, imposte alla polizia locale, che effettuano posti di blocco e detenzioni, anche di minori […] E sembra che operino ampiamente impunemente”.[6]
L’ufficiale dell’esercito statunitense in pensione Anthony Aguilar, che ha avuto modo di osservare la gestione delle recenti proteste a Minneapolis ed ha anche lavorato come appaltatore militare a Gaza durante la guerra, ha osservato: “È un po’ come se ognuno pensasse a sé stesso. Ovviamente non stanno operando secondo alcuna procedura operativa standard. È esattamente così che operano le Forze di Difesa Israeliane a Gaza”.
L’origine dell’intesa
È in seguito agli attentanti dell’11 settembre che il rapporto di formazione delle forze di polizia statunitensi si intensifica: dal 2002 l’Anti Defamation League (ADL) il Project Interchange dell’American Jewish Committee e il Jewish Institute for National Security Affairs hanno inviato capi, vicecapi e capitani di polizia in viaggi completamente retribuiti in Israele e nei Territori Palestinesi per osservare le operazioni della polizia nazionale israeliana delle Forze di Difesa Israeliane, della Polizia di Frontiera Israeliana e dei servizi segreti del Paese.[7] Secondo quanto ricostruito da un’inchiesta di Mondoweiss,[8] le prime trasferte organizzate sarebbero state effettuate, con cadenza annuale, già dal 2004.
L’iniziativa del 2017 denominata Deadly Exchange[9] è una campagna coordinata da numerose organizzazioni statunitensi per i diritti civili, con l’obiettivo dichiarato di interrompere i programmi di scambio e formazione tra le forze dell’ordine statunitensi e quelle israeliane. Grazie a questo attivismo è emerso che i funzionari dell’ICE ebbero modo di partecipare ad altre otto trasferte organizzate dall’ADL tra il 2013 e il 2016. Per offrire un ulteriore spiraglio su queste trasferte, riportiamo di seguito quanto riferito da Bill Ayub, sceriffo della contea californiana di Ventura, che nel 2017 partecipò ad una di queste gite: “Il software di sorveglianza israeliano è un po’ più invasivo di quello che si vedrebbe qui negli Stati Uniti, e l’uso della forza negli arresti è stato scioccante. Era tipo, ‘Wow, lo stai veramente facendo?’ […] Saremmo in prigione se facessimo qualcosa del genere qui.” Ayub probabilmente resterebbe ancora più sconcertato, relativamente all’uso della tecnologia, se potesse vedere il recente utilizzo di quanto offerto dal gigante della sorveglianza Palantir: l’utilizzo tecnologico a scopi militari è uno degli aspetti più importanti della relazione tra le forze di polizia israeliani e statunitensi. I legami tra industria militare e sorveglianza tecnologica giocano un ruolo fondamentale. Venendo ai software offerti da Palantir, il loro utilizzo è ampiamente diffuso da parte dell’esercito israeliano, sancendone ufficialmente l’esordio con l’attacco dei cercapersone e walkie talkie in Libano[10]. A sua volta, l’ICE ha acquistato da Israele sofisticate tecnologie di hacking telefonico come Cellebrite[11] e Paragon[12], strumenti grazie ai quali l’ICE avrebbe sviluppato una vera e propria rete di sorveglianza, grazie alla raccolta di dati su ampie fasce della stessa popolazione statunitense. Uno dei vettori che ha istituzionalizzato lo scambio tecnologico tra le due nazioni vede coinvolti dal 2015 l’Homeland Security (Dipartimento per la sicurezza interna, noto anche con l’acronimo DHS) e il Ministero della Sicurezza Nazionale israeliano nel programma Binational Industrial Research and Development (BIRD)[13], implementato nel 2022 dall’amministrazione Biden.[14]
Joseph Harhay, l’attuale vice della CBP, nel 2018 si è unito al Jewish Institute for National Security of America (JINSA), il cui scopo è, come da sito ufficiale, “la promozione degli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti in Medio Oriente, di cui un pilastro fondamentale è una solida relazione di sicurezza tra Stati Uniti e Israele”.
Nel 2020, come rivelato da un memo interno ottenuto dal Guardian[15], ai vertici dell’ADL si aprì un dibattito che oggi appare tutt’altro che marginale: se fosse opportuno continuare il programma che da anni porta delegazioni di poliziotti statunitensi in Israele per “studiare” le tattiche antiterrorismo. La stessa ADL collabora con la polizia statunitense con l’obiettivo di contrastare i cosiddetti “crimini d’odio”, gestendo un programma che invia delegazioni delle forze dell’ordine statunitensi in Israele per “studiare in prima persona le tattiche e le strategie israeliane per combattere il terrorismo”. Queste trasferte sono state oggetto di forte critiche da parte dei movimenti per i diritti civili, preoccupati per una militarizzazione del paese. Nella bozza di promemoria ottenuta dal Guardian e da Jewish Currents – redatta nel pieno delle proteste seguite all’uccisione di George Floyd – si evince che due dirigenti dell’ADL, prima di riconsiderare questo legame, si interrogavano esplicitamente sul rischio che tali trasferte rendessero gli agenti americani “più propensi all’uso della forza”, a fronte di benefici operativi quanto meno discutibili. Secondo il documento visionato dal Guardian, sarebbero stati centinaia gli agenti di polizia che dai primi anni Duemila sono stati istruiti in Israele “per scopi educativi e formativi”. Nello stesso documento, e a seguito sia della violenza della polizia che della strumentalizzazione di BLM, si valutava il forte ridimensionamento di questo programma. Ma infine si decise di proseguire la collaborazione.
Citiamo nuovamente Mondoweiss[16], che ha avuto modo di visionare il documento dell’ADL intitolato ADL National Counter-Terrorism Seminar in Israel tramite una richiesta di accesso a documenti pubblici al Dipartimento di Polizia di Orlando, e ha potuto ricostruire il programma di viaggio dei funzionari della sicurezza statunitense. I partecipanti americani al seminario hanno visitato le prigioni israeliane, le aree occupate da Israele in Cisgiordania e sulle alture del Golan e hanno incontrato ufficiali dell’esercito israeliano in pensione e agenti di polizia in servizio attivo per sessioni sulla lotta al terrorismo.
Un vero e proprio tour organizzato. Colazione esclusa (“breakfast on own”)[17].
Il piano inclinato
Ciò che negli Stati Uniti oggi scandalizza il pubblico europeo è, da anni, parte integrante di un orizzonte politico e securitario: stati d’emergenza normalizzati, forze di polizia militarizzate, sorveglianza di massa giustificata in nome di minacce sempre più vaghe e sempre più onnipresenti.
In questo senso, Minneapolis non è un’anticipazione distopica, ma uno specchio che non ha ancora avuto il coraggio di riflettersi su quanto accade da decenni in Terra Santa, simultaneamente carcere e laboratorio a cielo aperto.
E ciò che quello specchio riflette non riguarda gli Stati Uniti soltanto, ma anche un’Europa che, incapace di pensarsi all’infuori del proprio storicismo e di un senso di colpa inestinguibile, ha interiorizzato la subordinazione e il controllo come forma ordinaria di governo.
NOTE
[1] Sebbene non vi sia una definizione ufficiale, solitamente con questo termine si fa riferimento a una politica che limita o definisce la misura in cui un governo locale/statale condividerà informazioni con i funzionari federali preposti alle leggi sull’immigrazione.
[2] Connor Echols. Why Israeli counterterrorism tactics are showing up in Minnesota. Responsible Statecraft. 29/1/2026.
[3] Protecting the United States from Foreign Terrorists and other Nationa Security and Public Safety Threats. The White House. 20/1/2025.
[4] Majority of Americans support deporting immigrants who are in the U.S. illegally. Ipsos. 19/1/2025.
[5] Secondo il Migration Policy Institute, sono circa 14 i milioni di immigrati irregolari presenti sul suolo americano.
[6] Echols. Why Israeli. Op. Cit.
[7] Ali Winston. US police get antiterror training in Israel on privately funded trips. RevealNews.16/9/2014.
[8] Alex Kane. ADL took US cops to Israeli prison, occupied Hebron and settler winery during counter-terror seminar. 26/8/2016.
[9] deadlyexchange.org
[10] Israel used Palantir technology in its 2024 Lebanon pager attack, book claims. Middle East Eye. 10/12/2025. Si veda anche il rapporto delle Nazioni Unite: From economy of occupation to economy of genocide – (A/HRC/59/23) Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967. 21/11/2025.
[11] Rebecca Heilweil. Immigration and Customs Enforcement continues its work with Cellebrite. 19/9/2025.
[12] Stephanie Kirchgaessner. Ice obtains access to Israeli-made spyware that can hack phones and encrypted apps. The Guardian. 2/9/2025.
[13] Binational Industrial Research and Development (BIRD) Program. DHS.gov.
[14] DHS to Increase Security Cooperation with Israel through New Arrangements. DHS.gov. 3/3/2022.
[15] Sam Levin and Alex Kane. ADL leaders debated ending police delegations to Israel, memo reveals. The Guardian. 17/3/2020.
[16] Alex Kane. ADL took US cops to Israeli prison, occupied Hebron and settler winery during counter-terror seminar. 26/8/2016.
[17] https://it.scribd.com/document/322186488/ADL-Itinerary-for-2016-Law-Enforcement-Trip-to-Israel
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