Introduzione
Gli eventi delle ultime settimane nel nord della Siria segnano una cesura difficilmente aggirabile nel racconto politico costruito intorno all’esperienza curda degli ultimi dieci anni. La ripresa del controllo di diversi quartieri di Aleppo da parte delle forze governative siriane, a scapito delle Forze Democratiche Siriane (SDF), pone fine a una lunga fase di ambiguità militare e amministrativa che aveva permesso ai curdi siriani di esercitare una forma di autogoverno de facto sotto protezione internazionale[1]. I combattimenti urbani, le evacuazioni forzate di combattenti e civili, e l’uso massiccio della forza in aree densamente abitate rappresentano un passaggio grave, che va denunciato senza esitazioni: la repressione militare e il prezzo imposto alla popolazione civile non sono giustificabili, né politicamente né strategicamente.
Tuttavia, fermarsi all’indignazione rischia di produrre un’analisi insufficiente. Ciò che sta avvenendo ad Aleppo non è soltanto il risultato di una nuova offensiva governativa, ma il sintomo del collasso di un equilibrio artificiale, fondato su alleanze contingenti, protezioni esterne e narrazioni politiche spesso scollegate dai reali rapporti di forza regionali. L’esperienza del Rojava, celebrata in larga parte del dibattito occidentale come laboratorio di democrazia radicale e convivenza interetnica, mostra oggi tutta la sua fragilità strutturale: priva di riconoscimento giuridico internazionale, dipendente dal sostegno militare statunitense e costantemente sotto pressione da Damasco e Ankara, essa non ha mai superato la condizione di progetto sospeso.
La rapidità con cui le posizioni delle SDF sono state ridimensionate rivela un dato politico essenziale: l’autonomia curda in Siria non si è mai fondata su una reale sovranità, ma su un vuoto di potere temporaneo prodotto dalla guerra civile e dallo scontro tra potenze regionali e globali. Quando tale vuoto si è progressivamente chiuso, l’esperienza curda si è trovata priva di strumenti per trasformare il controllo militare in legittimità politica duratura. In questo senso, ciò che oggi appare come una sconfitta contingente è in realtà la manifestazione di un limite strutturale mai risolto.
È proprio a partire da questo presente che si rende necessaria una riflessione più ampia e meno indulgente sulla questione curda e sulle sue principali espressioni politiche e militari. La tendenza, diffusa soprattutto in ambienti progressisti europei, a leggere la storia del movimento curdo attraverso categorie moralizzanti — resistenza, emancipazione, avanguardia democratica — ha spesso prodotto una narrazione selettiva, incapace di confrontarsi con le ambiguità, le contraddizioni e le zone d’ombra che attraversano tale storia fin dalle sue origini.
La parabola siriana delle SDF non è un’eccezione, ma l’ultimo capitolo di una traiettoria più lunga, che affonda le sue radici nella nascita del PKK e nella formazione politica del suo fondatore, Abdullah Öcalan. Le stesse ambiguità che oggi emergono nel rapporto tra forze curde, potenze esterne e Stati nazionali erano già presenti negli anni Settanta, in un contesto segnato da violenza politica diffusa, infiltrazioni dei servizi di sicurezza e competizione tra gruppi radicali. Ignorare questo filo di continuità significa rinunciare a comprendere perché, ciclicamente, i progetti politici curdi si infrangano contro la realtà dei rapporti di forza regionali.
Questo saggio intende dunque partire dal presente per interrogare il passato, ricostruendo le luci e le ombre che hanno accompagnato la nascita del PKK e la figura di Öcalan, non per delegittimare la questione curda in quanto tale, ma per sottrarla alla mitologia politica. Solo una lettura storicizzata, capace di riconoscere le ambiguità strutturali e le responsabilità interne, può offrire gli strumenti necessari per comprendere perché l’esperienza siriana stia oggi implodendo e perché la storia del movimento curdo sia, da sempre, meno lineare di quanto si voglia credere.
Breve panoramica della questione curda
La cosiddetta questione curda è il prodotto di una frattura storica generata dalla dissoluzione dell’Impero ottomano e dalla successiva costruzione degli Stati nazionali nel Vicino Oriente. Con la nascita della Turchia repubblicana, della Siria mandataria e poi indipendente, dell’Iraq e dell’Iran moderni, le popolazioni curde si sono ritrovate divise tra quattro Stati sovrani, privi di un riconoscimento politico unitario e sottoposti a modelli di cittadinanza fondati sull’omogeneità etnico-linguistica. In questo senso, la questione curda non nasce come progetto nazionale incompiuto, ma come conseguenza diretta di un processo statuale che ha escluso sistematicamente la pluralità identitaria.
Il caso turco è emblematico. Dopo la caduta dell’Impero ottomano, la Repubblica di Turchia fu fondata nel 1923 sotto la guida di Mustafa Kemal Atatürk su un modello fortemente centralista, laico e nazionalista, che imponeva una concezione monolitica della nazione. In questo quadro, l’esistenza stessa dei curdi come gruppo etnico distinto venne negata: essi furono ufficialmente definiti “Turchi delle montagne” (Dağ Türkleri), riducendo la loro identità a una mera variante regionale dell’elemento turco. La lingua curda fu progressivamente bandita dall’istruzione, dai media e dalla vita pubblica, mentre ogni tentativo di rivendicazione culturale o politica venne represso con estrema durezza. L’identità curda non fu semplicemente marginalizzata, ma trattata come una patologia da correggere, una deviazione dalla norma nazionale da assimilare o sopprimere.
Il primo grande segnale di opposizione organizzata fu la rivolta di Şêx Seîd nel 1925, un’insurrezione a carattere insieme religioso e nazionale, nata anche come reazione alla soppressione delle confraternite religiose e all’imposizione del laicismo kemalista, che colpiva duramente le strutture religiose e tribali curde. La repressione fu brutale: oltre 15.000 persone vennero uccise, decine di migliaia deportate, e le regioni ribelli sottoposte a un regime di amministrazione militare permanente. Negli anni successivi, la strategia repressiva divenne ancora più sistematica. Nel 1930, la rivolta del Monte Ararat, organizzata dal movimento nazionalista curdo Xoybûn, venne schiacciata anche attraverso l’uso massiccio dell’aviazione. L’episodio più tragico fu tuttavia la rivolta di Dersim del 1937-38, durante la quale lo Stato attuò una vera e propria campagna di annientamento contro una popolazione a maggioranza curda e alevita: villaggi bombardati, capi tribali eliminati e decine di migliaia di morti e deportati. La società locale fu completamente disarticolata, con effetti duraturi sul tessuto sociale e demografico della regione.
Nel corso di questi decenni, la Repubblica Turca mise in atto un coerente progetto di ingegneria sociale volto all’assimilazione forzata. Le scuole statali insegnavano una versione unica della storia nazionale, in cui i curdi erano assenti o descritti come primitivi; i toponimi curdi vennero sistematicamente sostituiti; l’uso di nomi curdi venne penalizzato. Durante la Guerra Fredda, il controllo statale si intensificò ulteriormente, con una militarizzazione massiccia del sud-est anatolico e una sorveglianza costante delle attività politiche e culturali. Il colpo di Stato militare del 1980 segnò un’ulteriore cesura: la lingua curda venne vietata non solo nei media e nelle scuole, ma persino nelle conversazioni private, mentre nelle carceri — in particolare a Diyarbakır — si praticarono torture sistematiche volte a spezzare ogni forma di resistenza politica.
Uno dei principali limiti del dibattito pubblico occidentale è la tendenza a trattare i curdi come un soggetto omogeneo, coeso e portatore di un’unica volontà politica. In realtà, il mondo curdo è attraversato da profonde fratture interne. Sul piano linguistico, le principali varietà (kurmanji, sorani, zazaki, gorani) presentano differenze significative che hanno storicamente ostacolato la formazione di una sfera culturale unificata. A ciò si aggiungono divisioni religiose rilevanti — sunniti, aleviti, yazidi, sciiti — che incidono non solo sull’identità, ma anche sulle alleanze politiche e sulle dinamiche di potere locali.
Dal punto di vista sociale, soprattutto nelle aree rurali, la società curda è rimasta a lungo strutturata secondo logiche tribali e claniche, con un’autorità diffusa dei capi tradizionali (aşiret) che ha spesso limitato l’emergere di organizzazioni politiche moderne e centralizzate. Questa dimensione tribale ha prodotto alleanze fluide e talvolta contraddittorie: in alcuni contesti i clan curdi hanno collaborato con lo Stato centrale, in altri hanno sostenuto movimenti autonomisti o separatisti, rendendo la geografia politica curda estremamente variabile nel tempo e nello spazio.
Anche sul piano politico-organizzativo, non è mai esistito un unico movimento curdo. I principali attori — dal PKK in Turchia ai partiti curdi iracheni, fino alle formazioni siriane emerse dopo il 2011 — hanno sviluppato ideologie, strategie e alleanze profondamente diverse, arrivando in più occasioni a scontrarsi tra loro anche militarmente. Questa pluralità dimostra come la “causa curda” non possa essere ridotta a una lotta lineare di liberazione nazionale, ma vada intesa come un campo di conflitto interno, oltre che di confronto con gli Stati.
La repressione esercitata dagli Stati centrali, in particolare dalla Turchia, costituisce senza dubbio un elemento decisivo nella radicalizzazione di ampi settori del movimento curdo. Tuttavia, attribuire l’intera dinamica del conflitto a una semplice dialettica oppressore-oppresso rischia di oscurare altri fattori fondamentali: la competizione tra élite curde, l’uso strumentale della questione curda da parte delle potenze regionali e la difficoltà di tradurre rivendicazioni identitarie in progetti politici sostenibili.
In questa prospettiva, la questione curda appare meno come una storia unitaria e coerente e più come una serie di traiettorie divergenti, accomunate da esperienze di esclusione ma profondamente differenziate per obiettivi, metodi e risultati. È all’interno di questo quadro frammentato e instabile che va collocata la nascita del PKK, evitando sia la mitizzazione retrospettiva sia la tentazione di spiegazioni riduttive. Solo riconoscendo questa complessità di fondo è possibile comprendere perché i progetti politici curdi, ieri come oggi, restino strutturalmente esposti a crisi ricorrenti e a rovesciamenti improvvisi.
La nascita del PKK: luci e ombre
La nascita del PKK nel 1978 non può essere compresa se isolata dal contesto politico e sociale della Turchia degli anni Settanta, segnato da una violenza diffusa, da una forte polarizzazione ideologica e da una competizione permanente tra organizzazioni della sinistra radicale, gruppi ultranazionalisti e apparati statali. In questo scenario, il PKK emerge non come un’anomalia, ma come uno dei numerosi soggetti armati che tentano di strutturare una risposta politica all’incapacità dello Stato di gestire il conflitto sociale e identitario.
La figura di Abdullah Öcalan si colloca fin dall’inizio in una posizione ambigua. La sua formazione politica non segue un percorso lineare né ideologicamente coerente: prima di assumere un profilo marxista-leninista in chiave curda, Öcalan attraversa ambienti politici differenti, talvolta tra loro antitetici. Particolarmente significativa è la sua stessa ammissione di aver frequentato, in gioventù, gli Ülkü Ocakları (i cosiddetti Lupi Grigi), organizzazione giovanile dell’ultranazionalismo turco[2]. Questa dichiarazione, rilasciata durante l’interrogatorio del 1999, segnala un attraversamento ideologico tipico di un’epoca in cui i confini tra nazionalismo, rivoluzionarismo e militanza violenta risultavano spesso porosi e instabili.
Il passaggio di Öcalan da ambienti nazionalisti turchi a posizioni radicalmente antagoniste allo Stato non va letto come una contraddizione morale, ma come il prodotto di un contesto politico fluido, in cui l’identità ideologica si costruisce per adattamenti successivi più che per adesione a un sistema teorico coerente. La centralità della questione curda nella sua elaborazione politica appare quindi come una costruzione progressiva, non come un punto di partenza originario.
Le ambiguità non riguardano soltanto il percorso ideologico personale di Öcalan, ma anche i rapporti tra il PKK nascente e l’apparato statale turco. In diverse interviste rilasciate negli anni Novanta, Öcalan ha riconosciuto la possibilità di un utilizzo reciproco tra il PKK e il MİT, il servizio di intelligence turco, affermando che vi furono fasi in cui “il MİT ha utilizzato noi e noi abbiamo utilizzato il MİT”³. Questa affermazione introduce un elemento cruciale: il conflitto tra Stato e PKK non si sviluppa inizialmente come uno scontro netto tra due blocchi impermeabili, ma all’interno di una zona grigia fatta di contatti indiretti, tolleranze selettive e strumentalizzazioni reciproche.
Un ulteriore elemento di opacità è rappresentato dal contesto familiare di Öcalan. l ruolo del suocero, Ali Yıldırım, indicato da alcune fonti come legato agli apparati di sicurezza, ha alimentato interrogativi sulla reale autonomia del leader curdo nelle fasi iniziali della sua attività politica[3]. Anche in questo caso, non si tratta di elementi sufficienti per sostenere una tesi di eterodirezione del PKK, ma di fattori che complicano l’immagine di un movimento nato in totale opposizione allo Stato, privo di qualunque interazione con i suoi apparati.
Queste ambiguità sono analizzate in modo sistematico dal giornalista investigativo Uğur Mumcu nel suo Kürt Dosyası, opera fondamentale per comprendere il contesto politico della Turchia degli anni Settanta e Ottanta[4]. Mumcu mostra come i servizi di sicurezza abbiano spesso adottato strategie di infiltrazione, manipolazione e controllo nei confronti delle organizzazioni radicali, incluse quelle che si presentavano come antagoniste allo Stato, utilizzando il conflitto ideologico come strumento di gestione del dissenso interno. In questa prospettiva, il conflitto tra Stato turco e PKK non può essere interpretato come una semplice contrapposizione binaria tra oppressori e oppressi, ma come il risultato di un intreccio complesso di interessi, rivalità interne e strumentalizzazioni.
Come evidenziato dallo stesso Mumcu, già nel 1972 Abdullah Öcalan fu arrestato insieme ad altri studenti con l’accusa di attività sovversive legate alla militanza in gruppi radicali di sinistra. L’episodio assume rilievo non tanto per l’arresto in sé, quanto per il successivo rilascio, avvenuto in seguito a un intervento del MİT, che informò la procura della presenza di un proprio collaboratore tra i fermati — secondo alcune fonti riportate da Mumcu, proprio Öcalan. Questo episodio, mai del tutto chiarito e privo di una ricostruzione giudiziaria definitiva, non consente di formulare conclusioni univoche, ma introduce un elemento di opacità significativo nelle fasi formative del futuro leader del PKK. Esso suggerisce come, già prima della fondazione del partito, l’ambiente politico in cui Öcalan si muoveva fosse attraversato da relazioni ambigue tra militanza radicale e apparati di sicurezza, confermando l’esistenza di aree di ambiguità strutturale che caratterizzeranno a lungo il rapporto tra Stato e movimento curdo.
Le “luci” della nascita del PKK risiedono nella sua capacità di intercettare un disagio reale, prodotto da decenni di repressione culturale e politica, e di trasformarlo in un progetto organizzato capace di mobilitare settori significativi della popolazione curda. Le “ombre”, tuttavia, sono strutturali e non accidentali: esse riguardano la formazione ideologica del leader, i rapporti ambigui con apparati statali, la precoce centralizzazione del potere e la tendenza a costruire una dirigenza carismatica impermeabile al dissenso.
Comprendere queste ambiguità non significa negare la repressione subita dai curdi né delegittimare la questione curda in quanto tale. Significa, piuttosto, sottrarre la nascita del PKK a una narrazione mitologica e restituirla alla sua dimensione storica concreta. È solo a partire da questa consapevolezza che diventa possibile comprendere le successive evoluzioni del movimento e il riemergere, in forme diverse, delle stesse zone grigie anche nelle esperienze più recenti legate al contesto siriano.
Il PKK in Siria tra gli anni Settanta e Novanta: retroterra strategico e ambiguità regionali
Già nelle sue fasi iniziali, il PKK non si configura come un movimento esclusivamente interno allo spazio politico turco, ma come un attore inserito in una dimensione regionale più ampia. A partire dalla fine degli anni Settanta, e con maggiore continuità nel decennio successivo, la Siria diviene uno dei principali retroterra strategici del PKK, offrendo spazi di addestramento, riorganizzazione e protezione indiretta. Questo insediamento non va interpretato come il risultato di una convergenza ideologica tra il regime siriano e la causa curda, bensì come il prodotto di un calcolo geopolitico fondato sulla rivalità strutturale tra Damasco e Ankara.
Nel contesto della Guerra Fredda e delle tensioni regionali mediorientali, la Siria guidata da Hafez al-Assad adotta una politica estera pragmatica e strumentale nei confronti dei movimenti armati ostili ai propri avversari regionali. In questo quadro, il PKK viene tollerato — e in alcuni momenti apertamente protetto — non in quanto espressione di un progetto di autodeterminazione curda, ma come leva di pressione politica e militare nei confronti della Turchia, con cui la Siria intratteneva rapporti conflittuali legati a questioni territoriali, idriche e di sicurezza.
La presenza di Abdullah Öcalan in Siria, in particolare a Damasco e nella valle della Beqaa (allora sotto controllo siriano), rappresenta uno degli elementi più significativi di questa fase. La leadership del PKK trova in territorio siriano un ambiente relativamente sicuro per consolidare la propria struttura organizzativa, rafforzare l’addestramento militare e costruire una rete transnazionale di relazioni. Tuttavia, tale “ospitalità” resta sempre condizionata: il PKK opera entro margini concessi dal regime siriano e rimane esposto alla possibilità di essere sacrificato qualora gli equilibri regionali lo rendano opportuno.
Questa fase mette in luce un dato strutturale: il PKK, pur presentandosi come movimento di liberazione nazionale, sviluppa sin dalle origini una dipendenza funzionale da Stati terzi, che ne condizionano l’azione e ne delimitano l’autonomia. La Siria non sostiene un progetto curdo siriano, né riconosce diritti politici significativi alla propria popolazione curda; al contrario, utilizza il PKK come strumento esterno, mantenendo al contempo una politica repressiva nei confronti dei curdi interni. Questa contraddizione evidenzia come la questione curda venga trattata dagli Stati regionali non come problema di diritti, ma come variabile tattica nei rapporti di forza interstatali.
Negli anni Ottanta e Novanta, il radicamento siriano consente al PKK di condurre una guerriglia su larga scala nel sud-est della Turchia, contribuendo all’escalation del conflitto armato. Allo stesso tempo, questa collocazione rafforza le ambiguità già presenti nella fase fondativa del movimento: l’organizzazione si muove in uno spazio grigio, formalmente antagonista allo Stato turco ma, di fatto, inserito in un sistema di relazioni che coinvolge apparati statali e interessi geopolitici regionali.
La fine di questa fase arriva alla fine degli anni Novanta, quando il mutamento degli equilibri regionali e la crescente pressione turca costringono la Siria a espellere Öcalan nel 1998. L’Accordo di Adana segna il termine ufficiale della protezione siriana al PKK e rivela retrospettivamente la natura strumentale di quel rapporto: una volta cessata la sua utilità politica, il movimento viene rapidamente abbandonato. L’arresto di Öcalan nel 1999 rappresenta non solo una svolta nella storia del PKK, ma anche la conclusione di una fase in cui la Siria aveva costituito un elemento chiave della sua sopravvivenza.
Questa esperienza è centrale per comprendere le dinamiche successive della questione curda in Siria. Le relazioni tra PKK e regime siriano tra gli anni Settanta e Novanta anticipano, in forma embrionale, molte delle contraddizioni che emergeranno dopo il 2011: autonomia costruita in spazi di vuoto statale, dipendenza da equilibri esterni, e costante vulnerabilità ai mutamenti geopolitici. In questo senso, il ritorno della questione curda in Siria nel contesto della guerra civile non rappresenta una rottura storica, ma il riemergere di una dinamica già sperimentata, con esiti altrettanto precari.
Dal PKK al Rojava: continuità strutturali e discontinuità discorsive
Il riemergere della questione curda in Siria a partire dal 2011 è stato spesso presentato come una rottura radicale rispetto al passato: un’esperienza nuova, autonoma, progressista, fondata su principi di democrazia dal basso, pluralismo etnico e parità di genere. Tuttavia, un’analisi storicizzata mostra come l’esperienza del Rojava non nasca nel vuoto, ma si innesti su una traiettoria politica e organizzativa che affonda le proprie radici nella presenza del PKK in Siria tra gli anni Settanta e Novanta.
Dal punto di vista organizzativo, la continuità è evidente. Il PYD (Partito dell’Unione Democratica), principale attore politico del Rojava, nasce come emanazione diretta dell’universo politico del PKK, condividendone quadri dirigenti, cultura militante, strutture decisionali e riferimenti simbolici. Anche le YPG e le YPJ riproducono un modello di organizzazione fortemente centralizzato, in cui il pluralismo formale convive con una rigida disciplina interna. La figura di Abdullah Öcalan, pur detenuto, continua a occupare una posizione centrale nell’elaborazione ideologica e simbolica del progetto.
La principale discontinuità rispetto al passato non è tanto strutturale quanto discorsiva. A partire dagli anni Duemila, Öcalan rielabora il proprio impianto teorico abbandonando formalmente l’obiettivo dello Stato-nazione curdo in favore del cosiddetto “confederalismo democratico”, un modello che rifiuta la sovranità statale e propone forme di autogoverno locale, ecologia sociale e partecipazione comunitaria. Questo linguaggio, fortemente debitore di elaborazioni teoriche occidentali, ha trovato un terreno di ricezione particolarmente favorevole in Europa e negli Stati Uniti, dove l’esperienza del Rojava è stata rapidamente investita di un valore simbolico che eccede la sua realtà politica concreta.
La guerra civile siriana ha fornito il contesto materiale per questa trasformazione. Il progressivo ritiro dello Stato siriano da alcune aree del nord del Paese ha creato un vuoto di potere che le forze curde hanno colmato rapidamente, forte di una lunga esperienza di organizzazione clandestina e militare. Tuttavia, come già accaduto nelle fasi precedenti della presenza del PKK in Siria, questa autonomia si è fondata su equilibri esterni estremamente fragili: prima la tolleranza del regime di Damasco, poi il sostegno militare degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS, infine una serie di accordi tattici con attori locali e regionali.
La nascita delle Forze Democratiche Siriane (SDF) rappresenta l’esempio più chiaro di questa ambiguità. Presentate come una coalizione multi-etnica e non ideologica, le SDF hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta territoriale dell’ISIS, ottenendo in cambio una legittimazione internazionale de facto. Tuttavia, tale legittimazione non si è mai tradotta in un riconoscimento politico stabile. L’autonomia curda è rimasta subordinata agli interessi strategici delle potenze esterne, esposta a improvvisi mutamenti di alleanza e priva di garanzie di lungo periodo.
In questo contesto, la ricezione occidentale dell’esperienza del Rojava ha prodotto una narrazione fortemente selettiva. L’enfasi su alcuni elementi reali — il ruolo delle donne, le assemblee locali, la convivenza interetnica — ha spesso oscurato altre dimensioni meno conciliabili con l’immagine idealizzata: la persistenza di strutture gerarchiche, il controllo politico esercitato dal PYD, la repressione del dissenso interno e le tensioni con le comunità arabe e assire presenti nei territori amministrati dalle SDF. Come già accaduto in passato, la complessità viene sacrificata a favore di una rappresentazione funzionale alle esigenze simboliche del dibattito occidentale.
Il punto centrale è che l’esperienza del Rojava non rappresenta una cesura netta rispetto alla storia del PKK, ma una sua riformulazione adattiva. Cambia il linguaggio, mutano le alleanze, si aggiorna il repertorio simbolico, ma permane una continuità strutturale fatta di dipendenza da equilibri esterni, centralizzazione del potere e vulnerabilità geopolitica. In questo senso, la crisi attuale dell’autonomia curda in Siria non può essere interpretata come il fallimento improvviso di un progetto virtuoso, bensì come l’esito prevedibile di una traiettoria storica segnata, fin dalle origini, da ambiguità irrisolte.
Il mito occidentale della resistenza curda e i suoi limiti
Negli ultimi dieci anni, la questione curda è stata progressivamente assorbita, nel dibattito pubblico occidentale, all’interno di una narrazione fortemente simbolica. In particolare a partire dalla guerra contro l’ISIS e dall’esperienza del Rojava, i curdi sono stati rappresentati come l’incarnazione di una resistenza progressista, laica e femminista nel cuore del Vicino Oriente, un’eccezione virtuosa in un contesto dominato da autoritarismi, settarismi e fondamentalismi. Questa rappresentazione, sebbene faccia leva su elementi effettivamente riscontrabili, ha prodotto una semplificazione che rischia di compromettere la comprensione stessa della questione curda.
Uno dei tratti distintivi di questa narrazione è la sua natura selettiva. L’attenzione mediatica e intellettuale si è concentrata quasi esclusivamente su alcuni aspetti altamente comunicabili — il protagonismo femminile delle YPJ, l’uso di un linguaggio politico ispirato al municipalismo libertario, l’enfasi sulla convivenza interetnica — trascurando sistematicamente altri elementi meno compatibili con l’immagine ideale: la centralizzazione del potere nelle strutture del PYD, il ruolo dominante dei quadri formatisi nell’universo del PKK, la repressione del dissenso interno e le tensioni con le popolazioni arabe e assire presenti nei territori amministrati dalle SDF.
Il mito occidentale della resistenza curda si costruisce anche attraverso un processo di de-storicizzazione. La storia del PKK, con le sue ambiguità originarie, i rapporti opachi con apparati statali e le pratiche autoritarie sviluppate nel corso dei decenni, viene spesso separata artificialmente dall’esperienza del Rojava, come se quest’ultima fosse una creazione ex novo, priva di legami strutturali con il passato. In realtà, come mostrato nei capitoli precedenti, l’esperienza siriana rappresenta una riformulazione adattiva di una tradizione politica già esistente, non una sua negazione.
Un ulteriore limite della narrazione occidentale risiede nella proiezione di categorie politiche proprie del contesto europeo su una realtà profondamente diversa. Concetti come “democrazia radicale”, “autogoverno”, “confederalismo” vengono spesso assunti come equivalenti funzionali delle loro declinazioni occidentali, senza interrogarsi sulle condizioni materiali, sociali e geopolitiche in cui tali concetti vengono applicati. Il risultato è una forma di orientalismo rovesciato: non più il Vicino Oriente come spazio dell’arretratezza, ma come luogo di una purezza politica che l’Occidente avrebbe smarrito.
Questa idealizzazione ha prodotto anche conseguenze politiche concrete. La rappresentazione dei curdi come alleati “naturali” dell’Occidente ha contribuito a legittimare un sostegno militare e politico fondato su presupposti fragili e contingenti. Quando tali presupposti sono venuti meno — come dimostrano le recenti vicende siriane — l’autonomia curda si è rivelata priva di protezioni strutturali, esposta a rapide inversioni di rotta e abbandoni strategici. Il mito, in altre parole, non ha fornito strumenti di analisi, ma ha favorito una lettura emotiva e moralizzante della realtà.
Criticare il mito occidentale della resistenza curda non significa negare la violenza subita dalle popolazioni curde né sminuire il ruolo da esse svolto nella sconfitta dell’ISIS. Significa, piuttosto, riconoscere che nessun movimento politico opera al di fuori dei rapporti di potere, delle contraddizioni interne e delle costrizioni geopolitiche. La trasformazione di una lotta concreta in un simbolo universale rischia di cancellarne la complessità e, paradossalmente, di renderla più vulnerabile.
In definitiva, il mito della resistenza curda rivela più i bisogni simbolici dell’Occidente che la realtà del mondo curdo. Esso risponde al desiderio di individuare, in un contesto percepito come irrimediabilmente instabile, un soggetto politico in cui proiettare valori, speranze e aspettative. Tuttavia, finché la questione curda continuerà a essere interpretata attraverso lenti mitologiche anziché storiche, ogni progetto politico che la attraversa resterà esposto allo stesso destino: essere celebrato come modello, per poi essere rapidamente abbandonato quando la realtà dei rapporti di forza ne rivela i limiti.
Oltre il mito, dentro la storia
Le vicende più recenti della Siria settentrionale, con il progressivo ridimensionamento dell’autonomia curda e la ripresa del controllo statale su aree un tempo amministrate dalle SDF, non rappresentano un’anomalia improvvisa né una semplice inversione di rotta geopolitica. Esse costituiscono, piuttosto, l’ultimo episodio di una traiettoria storica segnata da ambiguità strutturali, dipendenze esterne e fragili equilibri di potere. In questo senso, il presente siriano non smentisce la storia del movimento curdo, ma ne conferma alcune costanti di lungo periodo.
Attraverso l’analisi della questione curda nella sua dimensione storica, politica e regionale, questo saggio ha cercato di sottrarre il dibattito a una duplice semplificazione: da un lato la narrazione statalista, che riduce il conflitto a una questione di sicurezza; dall’altro la mitologia progressista, che trasforma la lotta curda in un racconto morale di resistenza pura. Entrambe queste letture falliscono nel cogliere la complessità del fenomeno, perché ignorano le contraddizioni interne, le ambiguità originarie e il peso decisivo dei rapporti di forza.
La ricostruzione delle origini del PKK, del ruolo di Abdullah Öcalan e della lunga presenza del movimento in Siria ha mostrato come la questione curda sia stata storicamente attraversata da relazioni opache con apparati statali, strumentalizzazioni regionali e adattamenti ideologici successivi. Questi elementi non delegittimano le rivendicazioni curde né giustificano la repressione subita, ma rendono insostenibile qualsiasi lettura che presenti il movimento come un soggetto esterno alle logiche del potere. La storia del PKK, come quella del Rojava, è una storia profondamente politica, non un’epopea morale.
Il mito occidentale della resistenza curda ha svolto una funzione simbolica precisa: offrire un soggetto politico “accettabile” in un contesto percepito come irrimediabilmente ostile ai valori liberali e progressisti. Tuttavia, questa idealizzazione ha avuto un costo elevato. Ha oscurato le fragilità strutturali dell’autonomia curda, ha favorito una lettura emotiva della realtà e ha contribuito a costruire aspettative che nessun progetto politico, privo di sovranità e dipendente da alleanze contingenti, avrebbe potuto soddisfare.
Riconoscere i limiti di questa narrazione non significa abbandonare la questione curda all’indifferenza o alla repressione. Al contrario, significa restituirla alla storia concreta, sottraendola tanto alla retorica securitaria quanto alla mitologia ideologica. Solo una lettura fondata sulla realpolitik, sul riconoscimento delle dinamiche interne e sulla consapevolezza dei vincoli geopolitici può offrire strumenti analitici utili a comprendere il presente e a immaginare soluzioni meno illusorie.
In definitiva, la questione curda non è una favola di emancipazione tradita né una cospirazione eterodiretta, ma una delle molteplici manifestazioni delle contraddizioni del Vicino Oriente contemporaneo. Continuare a leggerla attraverso il prisma del mito significa condannarla a una ripetizione ciclica di entusiasmi e disillusioni. Affrontarla come problema storico e politico, invece, è l’unico modo per sottrarla all’eterno ritorno dell’illusione.
NOTE
[1] Casadei, Silvia, SIRIA. Aleppo: ritiro delle SDF curde a est dell’Eufrate, ma Damasco vuole l’escalation, Pagine Esteri, 17 gennaio 2026, disponibile su PagineEsteri.it (consultato il 23 gennaio 2026).
[2] Abdullah Öcalan, dichiarazioni durante l’interrogatorio del 1999, in dialogo con Hasan Atilla Uğur, video: “Abdullah Öcalan: Gençliğimde Ülkü Ocakları Üyesiydim”, YouTube, https://youtu.be/V_ATW6XqCdg.
[3] Mehmet Ali Güller, “MİT’ten MİT’e Öcalan”, 6 aprile 2013, https://mehmetaliguller.com/2013/04/06/mitten-mite-ocalan.
[4] Uğur Mumcu, Kürt Dosyası, Ankara, Tekin Yayınevi, 1993.
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