Il riconoscimento israeliano del Somaliland apre scenari geopolitici interessanti in prossimità dello Stretto di Bab el-Mandeb ed all’ingresso del Mar Rosso, un’area dove i ribelli Houthi dello Yemen hanno inflitto gravi perdite al commercio da e verso il porto di Eilat. Inoltre, la scelta sembra essere indirizzata ad una più ampia strategia che include la deportazione forzata di parte degli abitanti di Gaza nell’area, nonché alla realizzazione di ambiziosi progetti geoeconomici non privi di un certo potenziale conflittuale con gli attori regionali.
La scelta israeliana di riconoscere il Somaliland come Stato indipendente (unico caso all’interno della cosiddetta “comunità internazionale”, al momento ancora legata all’idea della “Somalia unica”) ha scatenato reazioni contrastanti tra i diversi attori coinvolti nella geopolitica della regione, che dal Corno d’Africa arriva sino al Canale di Suez e a tutto il Mediterraneo orientale. Tra questi si possono annoverare anche potenze extraregionali (ma dalle aspirazioni globali) come Stati Uniti e Cina, che non hanno evitato di commentare quanto avvenuto. La Cina, in particolare, si è detta contraria alla decisione israeliana, anche per via dell’entusiasmo da essa scatenato a Taiwan, che aspira alla secessione dalla Madrepatria; inoltre, la Cina mantiene una importante presenza militare a Gibuti, in prossimità del Somaliland. Invece gli Stati Uniti hanno cercato di sminuire la cosa, affermando dapprima che tale scelta è stata più che altro un atto di rivalsa di Israele contro la decisione di alcuni Paesi membri dell’ONU di riconoscere lo Stato di Palestina; poi, per bocca del presidente Donald J. Trump, hanno fatto sapere che, pur difendendo la scelta di Israele, gli USA non hanno interesse a riconoscere l’autoproclamata repubblica[1].
La posizione statunitense, in realtà, non deve ingannare più di tanto. Gli Stati Uniti sono stati storicamente coinvolti direttamente e indirettamente nella regione, dal conflitto somalo-etiope alla guerra civile somala, dal sostegno alla coalizione a guida saudita contro lo Yemen fino ai recenti attacchi nordamericani contro il governo di Sana’a.
Ora, prima di indagare cosa realmente si celi dietro l’azione israeliana, si rende necessario tracciare sommariamente la storia del Somaliland, che divenne un protettorato britannico nel 1887, dopo alcuni trattati conclusi da Londra con i capi tribali dell’area. Proprio in questa regione, Italia e Gran Bretagna si confrontarono a lungo attraverso forme di guerra sia convenzionale sia asimmetrica: i loro rapporti si deteriorarono definitivamente in seguito al Trattato di amicizia tra l’Italia e l’Imamato dello Yemen del 1926 (volto a contrastare la presenza britannica ad Aden) e con la Guerra d’Etiopia del 1935, che portò Roma ad occupare l’intero Paese africano e ad acquisire così una posizione di preminenza nel Corno d’Africa.
A questo proposito, sarebbe bene ricordare che un politologo di fama internazionale come John Mearsheimer ha avuto modo di affermare che lo scontro tra Italia e Gran Bretagna nell’area sarebbe stato inevitabile anche senza l’avvento del fascismo, visti gli interessi comunque contrastanti dei due Paesi ed il fatto che le tendenze espansioniste non mancarono in alcun modo neanche all’Italia liberale[2].
Ciò che avvenne nell’area dopo la fine del Secondo Conflitto Mondiale non si discosta molto dalla traiettoria del primo ciclo di decolonizzazione. Il Somaliland ottenne l’indipendenza il 26 giugno del 1960; cinque giorni più tardi scelse di unirsi al resto della Somalia dopo la fine dell’amministrazione fiduciaria italiana, alla quale la Somalia era stata affidata dagli Inglesi (via ONU) nel 1950.
Il governo coloniale italiano ed i successivi dieci governi dell’amministrazione fiduciaria in Somalia hanno comunque avuto un certo rilievo nella storia del Paese. In quegli anni, infatti, iniziò ad affermarsi la controversa figura di Mohamed Siad Barre. Divenuto Presidente della Somalia unita, durante una visita istituzionale fatta in Italia nel 1978, questi ebbe modo di affermare non solo che i Somali nutrivano sentimenti di gratitudine verso gl’Italiani, ma anche (contrariando l’allora presidente Pertini) che nel 1935 erano stati gli Etiopi e non il fascismo a provocare la guerra[3].
Siad Barre, come noto, fu membro della polizia coloniale italiana (gli zaptié, i membri dell’Arma dei Carabinieri reclutati tra la popolazione indigena nelle colonie italiane) e, come tale, prese parte attiva alla guerra in Etiopia sul fronte meridionale. Non solo, ma al termine della guerra mondiale sostenne la “Conferenza somala” (gruppo politico legato ai coloni italiani che si opponeva alla Lega della Gioventù Somala per garantire una nuova amministrazione italiana al Paese); successivamente, una volta raggiunto lo scopo, ebbe modo di studiare alla Scuola Allievi Carabinieri di Firenze tra il 1952 ed il 1954. Ciò gli permise di ottenere il più alto grado all’interno della polizia locale nel 1956 ed il ruolo di comandante dell’esercito somalo una volta raggiunta l’indipendenza nel 1960[4].
Nel 1969 un colpo di Stato portò definitivamente Siad Barre al potere a Mogadiscio. Nel 1976, ispirato da elementi marxisti, Barre diede vita al Partito Socialista Rivoluzionario Somalo e intensificò i rapporti con l’URSS. In questo periodo crebbe l’interesse di Stati Uniti e Unione Sovietica per la regione, data la sua particolare posizione strategica: Corno d’Africa più ingresso nel Mar Rosso, nonché controllo dei flussi commerciali verso il Canale di Suez. Nello stesso periodo esplose il conflitto della Somalia con l’Etiopia, dovuto alla disputa sull’Ogaden, abitato in maggioranza da popolazioni somale ed al centro del progetto della “Grande Somalia”. Gli Stati Uniti fornirono un cospicuo aiuto economico e militare al governo di Mogadiscio in chiave antisovietica, mentre Mosca garantiva il suo appoggio al Derg, il governo militare provvisorio dell’Etiopia socialista guidato da Menghistu[5]. Da considerare, inoltre, che gli Stati Uniti sfruttarono l’occasione per acuire la rivalità sino-sovietica interna al campo socialista, con la Cina e la Romania di Ceausescu che mantennero inalterate le loro relazioni con la Somalia.
Ad ogni modo, dopo alcune pesanti sconfitte iniziali, grazie all’appoggio sovietico, cubano e dello Yemen del Sud lo scontro si concluse col fallimento del progetto espansionista somalo. Iniziò così il declino di Siad Barre, mentre si verificavano le prime crepe nel sistema somalo e le prime insurrezioni regionali. Nel 1981, infatti, nacque il Movimento Nazionale Somalo nell’ex Somalia britannica.
Nel 1991 si arrivò al collasso del regime di Mogadiscio, con la Grande Conferenza dei Popoli del Nord che, a Burao, dichiarò l’indipendenza unilaterale del Somaliland, mentre il resto del Paese piombava in una interminabile guerra civile in cui svolsero un ruolo determinante, oltre ai signori della guerra locali, gruppi terroristici legati sia ad al-Qaeda sia, successivamente, all’ISIS, variamente connessi ad altri attori regionali e non. Non è da escludere, a questo proposito, che lo stesso territorio del Somaliland sia stato utilizzato come base per la destabilizzazione del resto della Somalia. Senza considerare che l’Etiopia, attualmente, vede nel Somaliland quello sbocco al mare che la secessione eritrea le ha tolto nel 1993.
Detto ciò, occorre approfondire le ragioni di fondo dell’interesse israeliano per la regione. Innanzitutto è bene sottolineare che da tempo Israele ha notevoli interessi sia in Etiopia sia nel Sudan (dove appoggia le Forze di Supporto Rapido di Hemedti mirando ad una nuova partizione del Paese) e nel Sud Sudan (che deve la sua indipendenza proprio ad Israele ed agli Stati Uniti, tanto che si è già dichiarato disponibile al riconoscimento del Somaliland).
Tuttavia, in questo preciso momento storico la trasformazione del piccolo Stato semidesertico (con circa sei milioni di abitanti) in un avamposto israeliano nella regione diviene totalmente funzionale agli interessi sionisti (e non solo) nel breve, medio e lungo periodo. In primo luogo, il Somaliland diviene un nuovo potenziale partecipante ai cosiddetti “accordi di Abramo”, soprattutto alla luce del fatto che il binomio Israele-Emirati Arabi Uniti è particolarmente attivo nella massima estensione del progetto di ispirazione trumpista.
In secondo luogo, Harghesia diviene a tutti gli effetti una base operativa ravvicinata per potenziali azioni israeliane contro la parte dello Yemen controllata dagli Houthi. Questi, come già anticipato, hanno inflitto non poche perdite economiche ad Israele con la loro campagna di attacchi mirati contro il traffico commerciale diretto verso il porto di Eilat. L’obiettivo, nel medio periodo, sembra dunque il controllo su due lati (Emirati nello Yemen del Sud ed Israele nel Somaliland) dell’ingresso dello Stretto di Bab el-Mandeb, in modo da limitare anche il passaggio di navi destinate al porto yemenita di Hodeida controllato dagli Houthi. Va da sé che l’azione emiratina nello Yemen ha portato ai ferri corti gli stessi Emirati con l’Arabia Saudita. I due membri della coalizione che, a partire dal 2015, ha scatenato una delle più gravi crisi umanitarie del XXI secolo, si contendono l’influenza sullo Yemen meridionale, con i rispettivi “proxies” locali che sono arrivati allo scontro aperto nei governatorati di Hadramaut e Mahra. I Sauditi sono arrivati addirittura a bombardare un convoglio di aiuti destinati al Consiglio di Transizione Meridionale, sostenuto proprio da Abu Dhabi[6]. Dal canto loro, gli Houthi hanno già fatto sapere che l’eventuale presenza militare israeliana nel Somaliland verrà considerata come potenziale obiettivo da attaccare.
Dunque, in altri termini, uno dei principali obiettivi strategici di Israele è quello di contrastare la presenza iraniana nella regione. L’Iran, infatti, è presente nel solo nello Yemen, ma anche in Sudan, dove continua a fornire appoggio all’esercito sudanese contro le già citate FSR[7].
In terzo luogo, si inizia a parlare di un potenziale accordo per deportare in Somaliland parte della popolazione palestinese della Striscia di Gaza (tra le 100.000 e le 500.000 persone)[8]. Le alterazioni demografiche di intere aree geografiche via migrazioni più o meno imposte sono da sempre una caratteristica specifica della strategia israeliana. E questa in particolare rientra tacitamente anche nel tanto decantato piano Trump per Gaza. Tuttavia, essa si presenta di difficile realizzazione, visto il rischio di destabilizzazione di uno “Stato” che è già in piena crisi politica (il presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi è in bilico) e si presenta storicamente come “etnicamente unito”: di fatto, una “proprietà privata” del clan Isaaq[9].
La deportazione dei Palestinesi in Somaliland, inoltre, risulterebbe fondamentale per i progetti di grandezza ed espansione del governo Netanyahu. Soprattutto, per riportare in vita il progetto del “canale Ben Gurion”: un tratto d’acqua artificiale che dovrebbe collegare Mediterraneo e Mar Rosso attraverso il Sinai ed il Negev, per la realizzazione del quale è richiesto il pieno controllo su Gaza. Appare evidente che tale idea (già studiata negli anni ’50 ma mai definitivamente avviata nella pratica) rappresenta innanzitutto un potenziale atto ostile contro il vicino Egitto (che pure continua a mantenere intatte le sue relazioni commerciali con Israele), specialmente in termini di rottura del monopolio del Canale di Suez, attraverso il quale passa il 12% del commercio globale. Inoltre, il progetto sembra rivolto a ritagliare ad Israele un ruolo di primo piano all’interno dei flussi energetici globali. In questo senso, il “canale Ben Gurion” sembra far parte di un più articolato programma strategico che prevede non solo il contrasto della presenza turca e iraniana nell’area, ma anche l’utilizzo dell’IMEC (il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa) per garantire ad Israele flussi commerciali via terra. Infine, non è da tralasciare il fatto che Israele sta sfruttando la rinnovata “Dottrina Monroe” dell’amministrazione Trump per assecondare un cambio di regime in Venezuela che possa favorire un accesso diretto alle enormi risorse del paese caraibico e, di conseguenza, la sua sicurezza petrolifera[10].
NOTE
[1]US defends Israel’s right to recognize Somaliland, 30 dicembre 2025, www.lemonde.fr.
[2]Si veda J. Mearsheimer, La tragedia delle grandi potenze, Luiss University Press 2019, pp. 122-23.
[3]L’episodio venne riportato nel mensile di geopolitica ecclesiastica “30 giorni” (n. 1/2001) da Giulio Andreotti, direttore dello stesso dal 1993 al 2012.
[4]A. Urbano – A. Varsori, Italia e Somalia. Una storia politica dal 1950 ad oggi, Il Mulino, Bologna 2025, pp. 68-99.
[5]Si veda R. Fabiani, Somalia 1977. La guerra dell’Ogaden e la fine della distensione, Gan Editions 2010.
[6]Saudi Arabia bombs Yemen port city over weapons shipment from UAE for separatists, 30 dicembre 2025, www.apnews.com.
[7]Si veda La penetrazione iraniana in Sudan, 23 aprile 2025, www.strategic-culture.su.
[8]F. Bovo, The recognition of Somaliland: Israel’s hand is not alone, 29 dicembre 2025, www.opinione-pubblica.com.
[9]Ibidem.
[10]J. Flores, Israele risolverà la questione della sicurezza petrolifera con un cambio di regime in Venezuela?, 15 dicembre 2025, www.strategic-culture.su.
Questo articolo è coperto da ©Copyright, per cui ne è vietata la riproduzione parziale o integrale. Per maggiori informazioni sull'informativa in relazione al diritto d'autore del sito visita Questa pagina.


















