Introduzione
Il 7 luglio 2025 un’imboscata accuratamente pianificata dalle Brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas, ha colpito duramente l’esercito israeliano nel nord della Striscia di Gaza, a Beit Hanoun[1]. L’azione, descritta da un ufficiale israeliano citato dal Wall Street Journal come “la più audace e sofisticata mai compiuta da Hamas”, ha provocato la morte di cinque soldati e il ferimento di altri quattordici[2]. Ma al di là delle cifre, è la qualità dell’operazione, la sua precisione tattica e il suo valore simbolico a renderla un punto di svolta nel conflitto in corso.
Il bersaglio non era un’unità qualunque, ma la controversa brigata Netzah Yehuda, un reparto dell’IDF (Israel Defense Forces) formato prevalentemente da soldati ultraortodossi (haredim) e giovani coloni nazionalisti. Creata nel 1999 per integrare i religiosi nel servizio militare, la brigata è diventata negli anni uno dei reparti più ideologicamente radicalizzati dell’esercito israeliano, attivo soprattutto nelle operazioni di occupazione in Cisgiordania. Più volte sotto inchiesta per violenze e abusi contro civili palestinesi, Netzah Yehuda ha acquisito fama di “battaglione ombra”, operante spesso al limite della legalità — e talvolta oltre.
Uno dei casi più clamorosi riguarda la morte, nel 2022, del settantottenne palestinese-americano Omar As’ad, trovato senza vita dopo un controllo condotto da soldati della brigata. Il caso scatenò proteste internazionali e spinse persino il governo statunitense a riconsiderare il suo sostegno militare a Israele[3]. Per questo motivo, colpire proprio questa unità assume una valenza altamente simbolica: la resistenza non ha solo inferto una perdita militare, ma ha sfidato apertamente uno dei simboli più controversi e ideologici dell’occupazione israeliana.
Ma ciò che rende l’attacco particolarmente significativo è il luogo in cui è avvenuto: Beit Hanoun, una delle prime aree dichiarate “bonificate” dall’esercito israeliano dopo l’avvio dell’offensiva terrestre. In linguaggio militare, “bonificata” significa sotto pieno controllo operativo e logistico. Eppure, in questa zona teoricamente pacificata, la resistenza palestinese ha saputo nascondersi, osservare, attendere il momento giusto e colpire con un doppio attacco coordinato: il primo contro una pattuglia a piedi, il secondo — ancora più letale — contro le squadre di soccorso accorse sul posto. Una tattica tipica delle guerre asimmetriche, che mira a sfruttare la prevedibilità delle contromisure nemiche per massimizzare l’effetto di panico e disorganizzazione.
L’imboscata ha messo in luce una contraddizione interna alla narrazione israeliana. Da mesi, i vertici militari e politici diffondono un’immagine di “vittoria imminente”, sostenendo che Hamas sia allo stremo e che Gaza sia ormai un campo neutro. Ma l’attacco di Beit Hanoun ha ribaltato questo racconto. Dimostra non solo che la resistenza è ancora attiva, ma che è capace di pianificare e condurre operazioni complesse, anche in zone dichiarate “sicure”, con un livello di coordinamento che implica disciplina, addestramento e capacità logistiche.
L’evento ha avuto anche ripercussioni politiche interne immediate. Le critiche al primo ministro Benjamin Netanyahu si sono intensificate: numerosi esponenti dell’opposizione lo accusano di portare avanti una gestione ideologica e cinica del conflitto, volta più a mantenere in piedi una fragile coalizione di estrema destra che a perseguire una strategia militare efficace. L’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, oggi voce critica del governo, ha parlato apertamente di “sacrificio umano per interessi politici”, accusando Netanyahu di esporre consapevolmente i soldati israeliani pur di evitare fratture all’interno della sua maggioranza. Il malcontento si estende anche a settori tradizionalmente vicini al governo, tra riservisti, famiglie dei soldati e dirigenti militari in congedo.
In questo contesto, il colpo inferto a Netzah Yehuda rappresenta una sconfitta su più fronti: militare, psicologico, politico e mediatico. Non è solo un’unità d’élite ad aver subito una perdita grave; è un’icona ideologica del sionismo religioso militante a essere stata colpita nel cuore di un’area che l’IDF si proclamava di aver già domato. Il messaggio che arriva da Gaza è diretto e potente: nessuna zona è davvero sotto controllo, nessuna forza è al riparo, e nessuna narrativa può più reggere il confronto con i fatti sul terreno.
Un parallelo storico: Beit Hanoun come Huế
L’imboscata del 7 luglio 2025 a Beit Hanoun, benché su scala enormemente ridotta, richiama per funzione e impatto l’Offensiva del Têt del 1968 durante la guerra del Vietnam. In entrambi i casi, un attacco sorprendente, condotto contro un nemico convinto di avere il controllo del territorio, ha mandato in frantumi la narrazione di un successo militare ormai garantito e ha riaperto l’orizzonte della guerra. Non è la quantità delle forze in campo o la scala dell’operazione a determinare il valore del paragone, ma la capacità dell’attacco di rompere un equilibrio simbolico e psicologico, di sovvertire il racconto ufficiale e riportare alla luce una verità rimossa: il conflitto non è finito, né sotto controllo.
Nel gennaio 1968, durante il Capodanno lunare vietnamita (Tết), le forze nordvietnamite e vietcong attaccarono simultaneamente oltre cento città e postazioni militari nel Vietnam del Sud, cogliendo di sorpresa le forze statunitensi e sudvietnamite. Tra gli obiettivi colpiti vi furono Saigon, compresa l’ambasciata americana, e la città di Huế, dove si combatté per quasi un mese. La campagna fu lanciata in un momento in cui il governo degli Stati Uniti e il comando militare assicuravano che la vittoria era ormai vicina, che il nemico era allo stremo e che l’ordine era stato ripristinato.
La sorpresa fu totale. I combattimenti nel cuore delle città sudvietnamite, le immagini trasmesse in diretta dalle reti televisive americane, e la violenza della battaglia di Huế smentirono in modo plateale quella narrativa. Pur riuscendo a respingere l’offensiva e infliggendo gravi perdite alle forze nordvietnamite, gli Stati Uniti subirono una sconfitta devastante sul piano psicologico e politico. La fiducia nell’intervento bellico crollò, l’opinione pubblica cambiò rotta e il presidente Lyndon Johnson annunciò poco dopo che non si sarebbe ricandidato alle elezioni. Il vero impatto del Têt non fu militare: fu la frattura della percezione di controllo.
A distanza di quasi sessant’anni, Beit Hanoun riproduce quello stesso scarto fra racconto e realtà. Dopo mesi di comunicati ufficiali sulla “quasi totale eliminazione di Hamas”, l’esercito israeliano ha subito, nel cuore di una zona dichiarata “bonificata”, un attacco organizzato e multiplo, che ha preso di mira la brigata Netzah Yehuda e ha colpito con precisione anche le unità di soccorso. L’effetto sul campo, in termini numerici, è limitato. Ma sul piano del significato strategico, l’operazione ha dimostrato che la resistenza palestinese esiste ancora, osserva, pianifica e colpisce.
Come nel Têt, non è l’esito militare a contare, ma la rottura della narrazione. Quella israeliana — che descrive un nemico in rotta e un esercito in pieno controllo — vacilla di fronte a un attacco ben riuscito, capace di sovvertire la percezione di sicurezza anche nelle retrovie. La realtà che riemerge è scomoda: non solo la guerra non è finita, ma le condizioni che alimentano la resistenza sono ancora tutte presenti.
Beit Hanoun, come Huế, non è soltanto un episodio bellico. È un punto di rottura nella gestione pubblica del conflitto, un momento in cui le promesse di vittoria si svuotano e la guerra, da oggetto di propaganda, torna a mostrarsi per ciò che è: una realtà lunga, incerta e non controllabile.
La guerra delle immagini e della percezione
La guerra moderna, soprattutto nei conflitti asimmetrici del XXI secolo, non si decide soltanto sul terreno militare, ma nel modo in cui essa viene vista, raccontata, percepita e interiorizzata. La gestione delle immagini, delle parole e della memoria pubblica diventa parte integrante dello scontro. Le vittorie simboliche, oggi più che mai, possono avere un impatto strategico più duraturo di una posizione conquistata o di un numero di nemici eliminati.
L’imboscata di Beit Hanoun del 7 luglio ha innescato proprio questo tipo di effetto: una crisi percettiva interna al campo israeliano. Non solo ha colpito una brigata d’élite come Netzah Yehuda, già ampiamente discussa a causa delle sue violazioni dei diritti umani, ma ha anche minato la sensazione di controllo che l’apparato militare e politico israeliano aveva faticosamente costruito negli ultimi mesi. L’idea di uno Stato che procede con determinazione verso la “neutralizzazione finale di Hamas” è stata bruscamente interrotta da un’azione militare ben riuscita, compiuta in una zona considerata “bonificata”, e condotta da una resistenza data ormai per esanime.
In Israele, l’eco dell’attacco è stata forte. Ha riacceso interrogativi profondi: è davvero possibile “distruggere Hamas”? È realistico parlare di “vittoria totale”? La tenuta del conflitto è ancora sostenibile, a fronte di un costo umano, psicologico e politico crescente? L’operazione di Beit Hanoun non ha aperto solo una falla nella sicurezza militare: ha riaperto una crepa nel consenso sociale e politico interno. E in uno Stato come Israele, dove la mobilitazione dell’opinione pubblica è una componente essenziale della conduzione della guerra, questa crepa ha un valore strategico.
Come accadde negli Stati Uniti dopo l’Offensiva del Têt, anche oggi cominciano a emergere segni di affaticamento. Le piazze israeliane si riempiono di manifestazioni per il rilascio degli ostaggi, di proteste delle famiglie dei riservisti, di appelli di intellettuali ed ex generali che chiedono una ridefinizione degli obiettivi bellici. Alcuni parlano apertamente di una guerra senza fine, altri temono un logoramento irreversibile del prestigio internazionale di Israele. Il sostegno incondizionato da parte di alcuni partner occidentali inizia a incrinarsi sotto la pressione dell’opinione pubblica globale, sempre più sensibile alle immagini provenienti da Gaza — di bambini sotto le macerie, ospedali assediati, quartieri trasformati in cumuli di detriti.
Beit Hanoun, in questo contesto, è un momento di rottura psicologica. Ha riportato alla luce una realtà che molti preferivano ignorare: nonostante gli sforzi colossali messi in campo da Israele, la resistenza palestinese non è stata sradicata. La consapevolezza che Hamas possa ancora colpire in modo efficace, con logica militare e conoscenza del territorio, fa vacillare l’illusione di sicurezza e dominio. La guerra non è finita, né vicina alla fine. E forse, non è nemmeno più chiaro quale sia il suo scopo finale.
In una società altamente militarizzata e politicamente divisa come quella israeliana, la percezione del rischio, dell’efficacia e della giustizia del conflitto è fondamentale per mantenere il fronte interno coeso. Se questa percezione si incrina, se le crepe si allargano — come già iniziano a fare — la guerra stessa può diventare insostenibile, anche senza una sconfitta sul campo. È la fiducia che comincia a mancare: fiducia nelle istituzioni, nei vertici militari, nella strategia complessiva.
La guerra delle immagini, in questo senso, è già in corso. E Beit Hanoun ha mostrato che la resistenza palestinese, sebbene materialmente più debole, è capace di lanciare messaggi potenti, che parlano non solo al nemico, ma anche al mondo.
La resistenza palestinese rompe la gabbia dell’invisibilità
C’è un elemento cruciale che l’imboscata di Beit Hanoun ha messo in discussione, forse più di ogni altra cosa: la rappresentazione della resistenza palestinese nel discorso pubblico occidentale. Da anni, spesso in modo trasversale tra governi, media e opinione pubblica, la resistenza armata palestinese è ridotta a una caricatura semplificata: gruppi confusi, tribali, spinti dall’odio più che dalla strategia, animati da impulsi religiosi o vendicativi piuttosto che da una logica politica e militare. Una narrativa che, oltre a legittimare l’uso della forza da parte israeliana, contribuisce a disumanizzare il nemico, a renderlo invisibile nella sua razionalità, nel suo radicamento, nella sua volontà di autodeterminazione.
Beit Hanoun rompe questa gabbia. L’operazione condotta il 7 luglio 2025 dimostra che le brigate armate palestinesi non sono composte da miliziani improvvisati, né da cellule disperate agli ultimi respiri. Al contrario, mostrano una capacità di osservazione, preparazione e coordinamento che richiede tempo, disciplina e conoscenza del terreno. L’imboscata multipla, strutturata su più livelli di fuoco e indirizzata contro una brigata d’élite in un’area presidiata, non è compatibile con l’immagine di una resistenza caotica. È il risultato di un’intelligenza militare autonoma, capace di leggere le dinamiche nemiche, intercettare i movimenti, sfruttare i punti ciechi e colpire con precisione.
Questo non significa mitizzare o romanticizzare. Ma significa riconoscere la soggettività politica e militare di chi combatte. Così come i vietcong furono a lungo presentati dalla stampa americana come “selvaggi nella giungla”, per poi rivelarsi avversari disciplinati, dotati di visione strategica e legati al territorio, anche oggi la resistenza palestinese viene deformata da un racconto funzionale alla sua delegittimazione. Ma la realtà, sul campo, è diversa.
Gaza — luogo di assedio, distruzione e sofferenza — si rivela anche come spazio di resistenza consapevole, dove la creatività militare nasce dalla necessità, e la sopravvivenza diventa forma di opposizione organizzata. Non si tratta di un esercito convenzionale, né di uno Stato in armi, ma di una rete diffusa, interconnessa, radicata nel tessuto urbano, familiare e comunitario. E proprio per questo più difficile da neutralizzare.
Beit Hanoun ci costringe a vedere ciò che la narrazione dominante evita: che anche i più oppressi possono costruire logiche di lotta complesse, che la resistenza non è per forza irrazionale, e che l’asimmetria tecnologica non coincide necessariamente con una superiorità strategica. A Gaza si combatte anche con l’ingegno, con la pazienza, con l’adattamento. In questo senso, Beit Hanoun non è solo un’azione armata riuscita: è una dichiarazione politica, un modo di dire che, nonostante tutto, la voce della resistenza non è stata spenta.
Uno spartiacque nel conflitto?
L’imboscata del 7 luglio non cambierà gli equilibri militari nel breve periodo. Israele continua a detenere una superiorità schiacciante sotto ogni profilo tecnico e logistico: arsenali avanzati, superiorità aerea incontrastata, sistemi di sorveglianza e spionaggio di ultima generazione, supporto economico e diplomatico da parte delle principali potenze occidentali. Ma come accadde con Huế nel 1968, anche Beit Hanoun potrebbe trasformarsi in uno spartiacque, non sul piano operativo, ma su quello simbolico, narrativo e politico.
Le guerre contemporanee non si combattono solo con i carri armati e i droni, ma anche con le parole, le immagini, la fiducia. La guerra è anche una battaglia per il senso: chi controlla la narrazione, controlla il campo dell’opinione pubblica, il consenso interno, la legittimità internazionale. È qui che Beit Hanoun assume un peso sproporzionato rispetto alla sua scala tattica. L’attacco ha colpito nel cuore non solo di una brigata militare, ma della percezione collettiva del controllo. Ha mostrato che la resistenza palestinese può ancora agire in profondità, con metodo, proprio dove il nemico si crede al sicuro.
La reazione immediata, tanto nei media israeliani quanto nelle analisi internazionali, è stata di sconcerto. Si sono moltiplicati gli interrogativi sull’efficacia della strategia dell’“eliminazione totale di Hamas”. Sono riemersi i dubbi — mai del tutto sopiti — sulla reale tenuta dell’offensiva e sulle sue conseguenze politiche a lungo termine: isolamento diplomatico, logoramento dell’opinione pubblica, dissenso crescente nelle strade. Una guerra presentata per mesi come missione risolutiva si sta trasformando, giorno dopo giorno, in una palude senza uscita.
Beit Hanoun, in questo senso, agisce come un detonatore di crisi narrativa. La promessa di dominio assoluto, costruita con dichiarazioni ufficiali e propaganda visiva, si incrina di fronte alla prova dei fatti. E anche chi, finora, aveva accettato passivamente la linea del governo israeliano, comincia a domandarsi: “Se Gaza è davvero sotto controllo, come è stato possibile tutto questo?”
Nessuna imboscata, da sola, può decidere l’esito di una guerra. Ma ci sono momenti, luoghi, episodi che rompono l’equilibrio narrativo e obbligano tutti — governanti, alleati, cittadini — a rivedere le proprie certezze. Beit Hanoun è uno di questi. Una crepa nella corazza dell’infallibilità. Un’interruzione della continuità retorica. Uno specchio infranto che non riflette più l’immagine ordinata di un esercito invincibile che avanza senza ostacoli.
In un conflitto come quello israelo-palestinese, dove il controllo dell’immagine vale quanto il controllo del suolo, perdere il monopolio della narrazione equivale a perdere terreno. In questo senso, una sconfitta simbolica può pesare più di una ritirata tattica. Perché ciò che crolla non è solo una linea di difesa, ma la fiducia pubblica nell’efficacia della guerra stessa.
Conclusione
Beit Hanoun ci ricorda che la guerra non si vince solo con la forza, ma anche con la credibilità. Non bastano bombe, satelliti e superiorità tecnologica per schiacciare una popolazione o piegare una resistenza che, pur ridotta all’osso, conserva una visione, una strategia e una memoria storica. Le guerre moderne, come dimostrano i conflitti più recenti, si giocano sempre più anche sul terreno delle narrazioni, dell’immagine pubblica, della capacità di costruire — e smontare — racconti di vittoria, dominio e legittimità.
E a volte una singola operazione, accuratamente preparata, condotta con intelligenza, precisione e pazienza, è sufficiente per far crollare l’intera architettura retorica che sorregge una guerra. L’imboscata del 7 luglio a Beit Hanoun ha dimostrato proprio questo: che nonostante l’assedio, i bombardamenti, il collasso delle infrastrutture e l’isolamento politico, la resistenza palestinese esiste ancora, pensa ancora, combatte ancora. E soprattutto, comunica ancora.
Come il Têt costrinse l’opinione pubblica americana a riconsiderare la guerra in Vietnam, così Beit Hanoun obbliga Israele — e i suoi sostenitori internazionali — a guardare in faccia una realtà che si voleva invisibile. Non solo il controllo territoriale è parziale e instabile, ma la narrazione stessa del conflitto — quella che presenta Gaza come un deserto militare e Hamas come un corpo ormai estinto — è profondamente in crisi.
La Striscia di Gaza, ridotta in macerie e privata di ogni respiro, continua a generare non solo disperazione, ma anche organizzazione, lucidità, iniziativa. In questo senso, Beit Hanoun non è solo il luogo di un agguato ben riuscito. È un simbolo della capacità di resistere anche quando tutto sembra perduto, della forza che nasce dal radicamento e dalla memoria collettiva, della determinazione di chi combatte non per sconfiggere un esercito, ma per non essere cancellato.
Il messaggio che arriva da quella piccola zona del nord di Gaza è potente, perché è irriducibile a una logica puramente militare: Gaza non è piegata. Gaza continua a sorprendere, a combattere, a esistere. E ogni volta che lo fa, obbliga il mondo — spesso complice, spesso distratto — a rivedere le sue certezze. Beit Hanoun, in definitiva, è un punto di svolta narrativo, forse modesto nella sua scala operativa, ma profondo nel suo significato: è la prova che la resistenza alla cancellazione ha ancora voce, ancora fiato, ancora tempo.
NOTE
[1] The Cradle, 7 luglio 2025 – Resistance ambush leaves over a dozen Israeli army casualties in north Gaza
https://thecradle.co/articles/resistance-ambush-leaves-over-a-dozen-israeli-army-casualties-in-north-gaza
[2] Wall Street Journal, 7 luglio 2025 – Deaths of Five Israeli Soldiers Fuel Debate Over Ending Gaza War
http://www.wsj.com/world/middle-east/death-of-five-israeli-soldiers-fuels-debate-over-ending-gaza-war-0849aae5
[3] Quds News Network, Terror in uniform: Who are Netzah Yehuda – crushed by Gaza’s resistance? http://qudsnen.co/terror-in-uniform-who-are-netzah-yehuda-crushed-by-gazas-resistance/
Questo articolo è coperto da ©Copyright, per cui ne è vietata la riproduzione parziale o integrale. Per maggiori informazioni sull'informativa in relazione al diritto d'autore del sito visita Questa pagina.















