Introduzione

Nelle prime ore del 3 gennaio 2026 si è verificato un evento di portata eccezionale nei rapporti tra Stati Uniti e Venezuela. Secondo dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione statunitense, le forze armate degli Stati Uniti hanno condotto una operazione militare su larga scala contro obiettivi strategici sul territorio venezuelano, colpendo infrastrutture militari e nodi di comunicazione, in particolare nell’area di Caracas. Al termine dell’operazione, il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sarebbero stati catturati da forze speciali statunitensi e trasferiti negli Stati Uniti per rispondere a imputazioni penali formulate da tribunali federali americani[1].

La notizia è stata diffusa inizialmente dallo stesso presidente statunitense Donald Trump attraverso dichiarazioni pubbliche e comunicazioni sui social media, ed è stata successivamente ripresa dalle principali agenzie di stampa internazionali, che hanno parlato dell’arrivo di Maduro sul suolo statunitense e della sua prossima detenzione presso una struttura federale nell’area di New York[2]. Secondo la versione fornita da Washington, l’operazione avrebbe avuto come obiettivo esclusivo l’esecuzione di un mandato giudiziario contro quello che l’amministrazione americana definisce il “capo del cartello narcoterrorista dei Soles”[3].

Il governo venezuelano ha respinto integralmente questa narrazione. Le autorità di Caracas hanno denunciato l’azione statunitense come una aggressione militare illegale e una violazione della sovranità nazionale, affermando che i bombardamenti hanno provocato vittime e danni a infrastrutture civili[4]. In assenza del presidente, e facendo riferimento alla Costituzione venezuelana, la vicepresidente Delcy Rodríguez ha assunto temporaneamente le funzioni esecutive, dichiarando la continuità dello Stato e della catena di comando[5].

La reazione internazionale è stata immediata e significativa. Russia e Cina hanno condannato l’operazione come una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite, mentre diversi Paesi dell’America Latina, tra cui il Brasile e il Messico, hanno espresso forte preoccupazione per il precedente creato dall’azione statunitense[6]. Anche all’interno degli Stati Uniti l’operazione ha suscitato un acceso dibattito politico e giuridico, con critiche provenienti sia dall’opposizione democratica sia da settori del Partito Repubblicano circa la legalità costituzionale dell’intervento[7].

Al di là delle versioni contrapposte, un dato appare difficilmente contestabile: nel periodo post-Seconda guerra mondiale non si era mai verificato il sequestro e il trasferimento forzato di un capo di Stato ancora formalmente in carica, esercitante le proprie funzioni e riconosciuto come tale dalle istituzioni del proprio Paese e da una parte significativa della comunità internazionale, da parte di un’altra potenza, al di fuori di un contesto di guerra dichiarata o di un mandato internazionale.

I precedenti storici più spesso richiamati — da Manuel Noriega a Saddam Hussein, fino a Slobodan Milošević — riguardano leader che al momento della cattura erano già stati deposti, avevano perso il controllo effettivo dell’apparato statale o non esercitavano più le funzioni di Capo dello Stato. Nel caso venezuelano, invece, la cattura avviene mentre l’assetto istituzionale rimane operativo, la catena di comando non risulta interrotta e il presidente sequestrato continua a essere rivendicato come Capo dello Stato dalle autorità di Caracas. È questo elemento, più ancora delle modalità operative o delle accuse mosse a Maduro, a rendere l’episodio venezuelano una frattura rilevante nell’ordine internazionale contemporaneo.

 

Perché il petrolio venezuelano non conviene agli Stati Uniti

Il punto da chiarire fin dall’inizio è semplice ma spesso frainteso: agli Stati Uniti non interessa “portare il petrolio venezuelano a Houston”. Non è questo il senso economico né strategico della questione. Gli Stati Uniti sono oggi esportatori netti di idrocarburi, dispongono di capacità produttiva interna elevata e non dipendono, in termini energetici, dalle forniture venezuelane come accadeva negli anni Settanta o Ottanta. In questo senso, il petrolio del Venezuela non è una risorsa vitale per l’economia statunitense.

L’interesse americano, semmai, è di altra natura. Riguarda la destinazione geopolitica della rendita petrolifera, non il suo utilizzo diretto. Ciò che Washington mira a evitare è che il petrolio venezuelano diventi una rendita stabile, prevedibile e strutturalmente integrata nei circuiti energetici cinesi. In altre parole, il problema non è il petrolio in sé, ma la sua funzione come leva di consolidamento di un asse duraturo tra Caracas e Pechino.

Da questo punto di vista, l’obiettivo statunitense può essere sintetizzato come segue: impedire un’integrazione strutturale Venezuela–Cina, evitare che i flussi energetici si trasformino in un rapporto di dipendenza reciproca a lungo termine, e mantenere invece una situazione di instabilità contrattuale, in cui i flussi rimangano negoziabili, vulnerabili a pressioni esterne, esposti a interruzioni e rinegoziazioni. Un petrolio “opaco”, più che controllato.

Un simile obiettivo non implica, di per sé, la necessità di un cambio di governo nel senso classico del termine. Non richiede un’occupazione militare, né un controllo diretto del territorio, né la gestione operativa. Ed è proprio per questo che, storicamente, gli Stati Uniti hanno spesso perseguito obiettivi analoghi senza assumersi i costi enormi — politici, militari ed economici — di un cambiamento forzato dell’ordine politico interno.

Ma c’è un punto cruciale: un simile risultato non produce benefici economici diretti per Washington. Non genera profitti immediati, non migliora il saldo energetico statunitense, non rafforza la base industriale americana. È un obiettivo eminentemente politico-strategico, non economico. Ed è proprio per questo che fatica a essere “venduto” all’opinione pubblica interna se non attraverso una narrazione semplificata, centrata su slogan come la “gestione delle risorse” o il “rimborso dei danni”.

Ed è qui che emerge il limite strutturale dell’approccio adottato. Mantenere flussi instabili e impedire un’integrazione strutturale richiede strumenti coerenti e continuativi, non atti simbolici. Non basta una dimostrazione di forza, non basta la cattura di una figura politica, non bastano dichiarazioni assertive sulla futura gestione delle risorse. Senza un minimo di cooperazione strutturale da parte dell’apparato che controlla effettivamente il settore energetico venezuelano, l’obiettivo resta incompiuto.

In altre parole: si può colpire una persona, ma non si disarticola un sistema economico-energetico complesso senza intervenire sui suoi centri reali di potere. E questi centri — come vedremo nel capitolo successivo — non coincidono con il singolo vertice politico, ma con un blocco di interessi molto più ampio e radicato.

 

La natura del potere venezuelano: perché Maduro è sostituibile, il petrolio no

Per comprendere perché la cattura di Nicolás Maduro non abbia prodotto il collasso dell’assetto di potere venezuelano, è necessario chiarire la natura del sistema politico emerso dopo la stagione chavista. La discontinuità tra il governo di Hugo Chávez e quello di Maduro non è soltanto personale o stilistica, ma strutturale.

Il potere costruito da Chávez era fortemente carismatico e fondativo: poggiava su una legittimazione popolare diretta, su una mobilitazione politica permanente e su un uso del petrolio come strumento di ridistribuzione e consenso. Con la sua scomparsa, quel modello non si è trasformato, ma si è irrigidito. Il sistema che ne è derivato sotto Maduro ha progressivamente perso la dimensione carismatica, sostituendola con un assetto fondato sull’equilibrio tra apparati, sulla centralità delle forze armate e sulla gestione delle rendite.

In questo senso, il Venezuela contemporaneo presenta tratti più vicini a un sistema oligarchico-amministrativo che a un potere personalistico. Il presidente non è il perno insostituibile dell’ordine politico, ma il garante di un equilibrio interno tra élite militari, apparati di sicurezza e gruppi economici legati al controllo delle risorse energetiche.

Un assetto che, per certi aspetti — e senza forzare parallelismi storici o ideologici — richiama l’evoluzione del sistema politico messicano dalla fase fondativa di Lázaro Cárdenas alla fase di apparato del PRI maturo (esemplificata da Luis Echeverría): un passaggio da un potere carismatico e mobilitante a un potere stabilizzato attraverso apparati, rendite e controlli incrociati, in cui il líder diventa sostituibile senza che il sistema ne risulti compromesso.

In questo quadro, Maduro è una figura sostituibile. Il petrolio no. Il controllo delle risorse energetiche rappresenta la vera infrastruttura del potere: è ciò che garantisce la lealtà dei vertici militari, finanzia le reti clientelari, consente la sopravvivenza dell’apparato statale e mantiene aperti canali negoziali con attori esterni. È questa rendita, più che il destino personale del Capo dello Stato, a tenere insieme il sistema.

 

Perché non esiste un meccanismo coercitivo “a metà”

Qui sta uno dei punti più fraintesi dell’intera vicenda. Nelle relazioni internazionali non esiste un meccanismo coercitivo “intermedio” che consenta a una grande potenza di decidere in modo duraturo come un altro Stato utilizza le proprie risorse strategiche senza assumerne il controllo effettivo. O si controlla davvero un Paese, oppure non lo si può costringere a non vendere il proprio petrolio a terzi.

Uno Stato che mantiene il controllo del territorio, delle forze armate e delle infrastrutture strategiche resta, nei fatti, sovrano nelle sue decisioni economiche fondamentali. Può scegliere di vendere il proprio petrolio alla Cina, alla Russia, all’India, o — per estremizzare — al Burundi o alle Isole Salomone. La controparte conta poco. Ciò che conta è il controllo interno. Finché questo regge, le relazioni energetiche restano una prerogativa nazionale.

Da qui deriva una conseguenza spesso ignorata nel dibattito pubblico: senza un rovesciamento dell’assetto di potere, senza un controllo diretto delle infrastrutture energetiche, senza una presenza coercitiva stabile sul terreno, le dichiarazioni politiche restano tali. Annunci, segnali, messaggi simbolici. Non strumenti di governo reale delle risorse.

Si potrebbe obiettare che esistono leve alternative. In teoria sì. In pratica, sono tutte parziali e fragili.

La prima leva è la pressione sanzionatoria. Ma le sanzioni funzionano solo se producono un costo superiore al beneficio che si intende colpire. Nel caso venezuelano, i contratti energetici con la Cina non sono semplici accordi commerciali: sono linee di sopravvivenza del sistema di potere. Rinunciarvi significherebbe per i vertici militari e amministrativi rinunciare a flussi finanziari vitali, spesso opachi, spesso personalizzati, difficilmente sostituibili. Nessun apparato di potere rinuncia volontariamente alla propria principale fonte di rendita sotto pressione esterna, se non quando la sua sopravvivenza è direttamente minacciata.

La seconda leva è l’incentivo economico. Ma qui emerge un altro limite strutturale: quale offerta potrebbe risultare più conveniente dei contratti già in essere con Pechino? La Cina non pone condizioni politiche, accetta pagamenti differiti, investe in infrastrutture, tollera inefficienze e rischi che nessuna compagnia occidentale accetterebbe senza garanzie di controllo. Per competere con questo modello, gli Stati Uniti dovrebbero offrire non solo di più, ma qualcosa di qualitativamente diverso: protezione, accesso ai mercati, stabilità. Tutte cose che presuppongono una relazione strutturale, non una coercizione episodica.

La terza leva è la minaccia selettiva: sequestri, interdizioni, operazioni dimostrative. È probabilmente questa la strada scelta finora. Ma è una leva che produce instabilità, non obbedienza. Può rallentare i flussi, renderli più costosi, più rischiosi, più opachi. Non può eliminarli. E soprattutto rafforza la percezione, all’interno dell’apparato venezuelano, che la sicurezza delle rendite passi non dalla collaborazione, ma dalla chiusura e dalla diversificazione dei partner.

In sintesi, senza un controllo diretto del Paese — non annunciato, non simbolico, ma materiale — non esiste alcun modo per imporre in modo duraturo a Caracas di stracciare i propri contratti energetici con la Cina. Maduro può essere sacrificabile. I contratti petroliferi no. Le élite che reggono il sistema possono accettare un costo politico, persino un costo simbolico elevato. Non accetteranno un suicidio economico.

Ed è qui che emerge la contraddizione di fondo dell’operazione americana: voler influenzare strutturalmente il comportamento economico di uno Stato senza assumersi i costi — enormi — di un controllo strutturale. In questo spazio intermedio non nasce una nuova forma di dominio. Nasce solo instabilità. E l’instabilità, per definizione, non obbedisce.

 

Un atto simbolico più che un progetto geopolitico

È ancora presto per trarre un bilancio definitivo. Gli eventi sono in corso, molte informazioni restano parziali o contraddittorie, e solo il tempo permetterà di valutare appieno le conseguenze dell’operazione statunitense in Venezuela. Tuttavia, allo stato attuale dei fatti, la mossa dell’amministrazione Trump appare più come un atto scenico e simbolico che come l’espressione di un progetto geopolitico coerente e di lungo periodo.

La funzione reale dell’operazione sembra essere principalmente comunicativa. Non il controllo effettivo del Paese, non la stabilizzazione regionale, non la riorganizzazione strutturale degli equilibri energetici. Piuttosto, la riaffermazione — o la messa in scena — di un controllo sul cosiddetto “cortile di casa” americano; l’invio di un segnale politico all’interno; la costruzione di una narrativa spendibile sul piano domestico, in vista delle elezioni di midterm del novembre 2026.

In questo senso, ciò che emerge non è un esercizio di potere nel significato classico del termine, ma una comunicazione di potenza. Un gesto che produce visibilità e consenso nel breve periodo, ma che non si traduce automaticamente in capacità di indirizzare i comportamenti degli attori coinvolti nel tempo. Senza controllo diretto, senza un mutamento strutturale degli assetti di potere interni al Venezuela, senza una strategia di accompagnamento, l’atto resta isolato, per quanto clamoroso.

 

L’effetto boomerang regionale

A questo si aggiunge un effetto collaterale spesso sottovalutato, ma politicamente rilevante: il rafforzamento del sentimento antistatunitense nel continente. Operazioni di questo tipo, soprattutto quando percepite come arbitrarie o punitive, tendono a generare un riflesso identitario che va oltre il Paese direttamente colpito. Il Venezuela, da tempo isolato, può persino trarne un vantaggio politico simbolico; molto più esposti risultano invece i governi latinoamericani che negli ultimi anni si sono riallineati a Washington.

In un contesto regionale segnato da fragilità sociali, disuguaglianze persistenti e cicliche mobilitazioni popolari, un’azione che richiama apertamente la dottrina Monroe rischia di rimettere al centro una narrativa che molti di questi esecutivi avevano faticosamente cercato di neutralizzare. Il paradosso è evidente: nel tentativo di riaffermare l’autorità sul “cortile di casa”, si finisce per delegittimare proprio gli alleati locali, riaprendo spazi politici a forze che sembravano in fase di riflusso.

Da questo punto di vista, l’operazione non solo non indebolisce strutturalmente Caracas, ma contribuisce a ricompattare il fronte simbolico anti-gringo e a mettere sotto pressione governi che, per sopravvivere, devono dimostrare di non essere meri esecutori di decisioni prese altrove. Anche questo è un costo geopolitico: difficilmente misurabile nel breve periodo, ma tutt’altro che trascurabile nel medio-lungo termine.

In definitiva, più che ridisegnare gli equilibri del continente, questa mossa rischia di riattivare dinamiche che gli Stati Uniti avevano interesse a lasciare sedimentare. Nel breve periodo può funzionare come dimostrazione di forza; nel medio-lungo periodo, rischia di produrre l’effetto opposto: meno controllo reale, più resistenza politica, maggiore instabilità regionale.


NOTE

[1] Reuters, Trump says U.S. has captured Venezuela president Maduro, 3 gennaio 2026.

[2] Reuters, Venezuelan leader Maduro arrives in New York, news outlets report, 3 gennaio 2026.

[3] Dichiarazioni del Segretario di Stato USA Marco Rubio, riprese da Reuters e AP, 3 gennaio 2026.

[4] TeleSUR, Venezuela denuncia agresión militar de EE.UU., 3 gennaio 2026.

[5] Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, art. 233; dichiarazioni ufficiali del governo venezuelano, 3 gennaio 2026.

[6] Reuters, Brazil says U.S. crossed unacceptable line over military strikes on Venezuela, 3 gennaio 2026; dichiarazioni del Ministero degli Esteri russo e cinese.

[7] The Guardian, Democrats and Republicans question legality of Trump’s Venezuela operation, 4 gennaio 2026.


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