Introduzione
La pubblicazione degli Epstein Files tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 non ha prodotto la rivelazione definitiva che una parte dell’opinione pubblica si attendeva. Non ha inchiodato singole figure di vertice con prove giudiziarie inconfutabili, né ha svelato una regia unica dietro le attività criminali di Jeffrey Epstein. Ha però fatto qualcosa di politicamente più rilevante: ha reso visibile, pur tra pesanti omissioni, il funzionamento concreto di un sistema di potere globale fondato su relazioni informali, protezioni incrociate e irresponsabilità strutturale[1].
Il rilascio massivo di milioni di pagine, immagini e video, molti dei quali oscurati, ha generato critiche trasversali negli Stati Uniti. Parlamentari democratici e repubblicani hanno contestato al Dipartimento di Giustizia una strategia dilatoria e una pubblicazione non conforme allo spirito della legge sulla trasparenza[2]. Questo elemento è centrale: i rilasci indiscriminati e massicci di materiale non producono automaticamente verità; consentono letture selettive, alimentano conflitti politici e favoriscono narrazioni semplificate.
È in questo contesto che si è rafforzata l’ipotesi secondo cui Epstein sarebbe stato un “agente del Mossad”, una tesi che poggia su alcuni elementi reali — rapporti documentati con figure politiche israeliane, riferimenti contenuti in un memo dell’FBI basato su una fonte confidenziale, una rete di relazioni vicinorientali — ma che non regge a un’analisi attenta delle modalità operative effettive dei servizi di intelligence.
Chiunque abbia una minima familiarità con il funzionamento concreto di questi apparati sa che la figura dell’operativo, nel senso stretto del termine, è inserita in una catena di comando, sottoposta a disciplina, addestramento e controllo del rischio. Epstein, al contrario, presenta caratteristiche molto più coerenti con quelle di un fixer o intermediario informale: un soggetto esterno agli apparati, privo di status ufficiale, utilizzabile proprio perché non riconducibile formalmente a nessuno e capace di muoversi in uno spazio grigio fatto di relazioni personali, accesso e capitale sociale. Due figure che nel dibattito pubblico vengono spesso confuse, ma che, sul piano operativo, svolgono funzioni radicalmente diverse.
Jeffrey Epstein: una biografia segnata da vuoti strutturali
Jeffrey Edward Epstein nasce il 20 gennaio 1953 a Brooklyn, New York, in una famiglia ebrea della classe media[3]. Il padre, Seymour Epstein, lavorava come addetto alla manutenzione per il Dipartimento dei Parchi di New York; la madre, Pauline Stolofsky, era assistente scolastica. Non si tratta di un ambiente marginale o violento, ma nemmeno di un contesto di privilegio economico o culturale tale da spiegare, in seguito, l’accesso diretto del figlio alle élite finanziarie e politiche internazionali. L’infanzia di Epstein si svolge quindi in un contesto relativamente ordinario, privo di quei legami sociali che normalmente fungono da trampolino per carriere d’élite[4].
Durante l’adolescenza, Epstein mostra buone capacità matematiche, ma non emergono elementi che lo distinguano come talento eccezionale. Frequenta la Lafayette High School a Brooklyn e successivamente si iscrive al Cooper Union, una prestigiosa università pubblica, che però abbandona senza conseguire alcun titolo. In seguito risulta iscritto alla New York University, ma anche in questo caso non completa gli studi. L’assenza di una laurea è un dato centrale: Epstein non possiede credenziali accademiche formali coerenti con il livello degli ambienti scientifici, finanziari e istituzionali che frequenterà in seguito.
Il primo snodo cruciale della sua vita adulta è l’assunzione, nel 1974, come insegnante di matematica e fisica alla Dalton School di New York, una delle scuole private più esclusive di Manhattan[5]. Epstein ottiene l’incarico nonostante la mancanza di titoli accademici adeguati, grazie a relazioni informali e alla capacità di muoversi con sicurezza in contesti sociali elevati. È alla Dalton che entra per la prima volta in contatto con famiglie estremamente facoltose, banchieri, avvocati d’affari e membri dell’alta borghesia newyorkese. Questo passaggio segna l’inizio di una trasformazione sociale rapida e atipica.
Dopo pochi anni, Epstein lascia l’insegnamento e approda nel mondo della finanza. Anche qui, la transizione resta opaca. Viene assunto dalla Bear Stearns, una delle principali banche d’investimento dell’epoca, dove lavora inizialmente come junior trader e poi come consulente per clienti privati. La sua permanenza è breve e termina in modo non del tutto chiarito. Non risulta che Epstein abbia mai ricoperto ruoli di vertice né costruito una carriera lineare all’interno dell’istituzione. Tuttavia, è in questa fase che comincia a presentarsi come gestore di patrimoni per individui ultraricchi, un ruolo che normalmente richiede credenziali, reputazione e risultati verificabili.
Negli anni Ottanta e Novanta, Epstein scompare progressivamente dai radar pubblici tradizionali, mentre la sua ricchezza cresce in modo sproporzionato rispetto a qualsiasi attività nota. Acquista o ottiene il controllo di proprietà di enorme valore: una residenza a Manhattan, una villa a Palm Beach, un’isola privata nelle Isole Vergini americane, immobili in Europa[6]. La struttura dei suoi affari è frammentata, basata su trust, società offshore e mandati fiduciari, rendendo difficile ricostruire flussi di reddito chiari e verificabili.
Il rapporto con Leslie Wexner, fondatore di L Brands e uno degli uomini più ricchi d’America, rappresenta uno dei pochi punti relativamente solidi nella ricostruzione finanziaria di Epstein. Per anni, Wexner concesse a Epstein poteri straordinari sui propri asset finanziari, inclusa una procura generale su alcune entità societarie[7]. Questo rapporto, durato a lungo, si interrompe bruscamente all’inizio degli anni Duemila, senza spiegazioni pubbliche convincenti. Anche in questo caso, il dato rilevante non è solo la relazione in sé, ma il fatto che Epstein ha avuto accesso a un potere economico enorme senza un profilo pubblico proporzionato.
Parallelamente all’ascesa economica, Epstein costruisce una rete sociale globale. Frequenta politici, ex capi di Stato, accademici di fama internazionale, membri di famiglie reali e grandi donatori. Questo capitale relazionale diventa la sua vera risorsa. Epstein non è noto per un prodotto, un’innovazione o una visione imprenditoriale; è noto per la capacità di mettere in contatto persone potenti e di muoversi tra mondi diversi senza appartenere formalmente a nessuno di essi[8].
In questo sistema, la figura di Ghislaine Maxwell diventa centrale. Maxwell non è una semplice assistente, ma una collaboratrice chiave e un perno relazionale. Figlia di Robert Maxwell, cresce in un ambiente radicalmente diverso da quello di Epstein: un contesto segnato da ricchezza, potere mediatico e relazioni politiche internazionali. Robert Maxwell, magnate dell’editoria britannica, controllava un impero mediatico transnazionale ed era noto per i suoi rapporti opachi con governi e apparati di potere durante la Guerra Fredda. Fu sospettato di legami con i servizi israeliani e di contatti con ambienti dell’Europa orientale, senza che tali sospetti siano mai stati pienamente chiariti in sede giudiziaria[9]. La sua morte nel 1991, quando cadde da uno yacht al largo delle Canarie, fu ufficialmente archiviata come incidente, ma rimase circondata da interrogativi, anche alla luce del collasso finanziario del suo impero[10].
Ghislaine Maxwell eredita dal padre soprattutto un capitale sociale: familiarità con l’alta società internazionale, disinvoltura nei contesti di potere, capacità di muoversi tra élite politiche, economiche e culturali. Questo retroterra spiega perché la sua presenza accanto a Epstein sia stata determinante. Maxwell funge da garante sociale e da mediatrice, facilitando l’accesso a contesti che altrimenti gli sarebbero stati meno accessibili. Le sentenze che l’hanno condannata hanno riconosciuto il suo ruolo attivo nel reclutamento e nella gestione delle vittime, ma il suo peso va oltre l’aspetto criminale: è una figura strutturale nel funzionamento di questo sistema di potere.
Questa funzione strutturale emerge già nella fase in cui il sistema Epstein viene sottoposto per la prima volta a una verifica istituzionale significativa. Le accuse nei suoi confronti non affiorano improvvisamente nel 2019, ma prendono forma a partire dal 2005, quando l’indagine avviata dalla polizia di Palm Beach raccoglie numerose testimonianze convergenti su abusi sessuali sistematici. Nel 2006 l’inchiesta locale conduce a una richiesta formale di incriminazione per reati gravi, aprendo un procedimento che, nelle sue premesse, avrebbe potuto interrompere definitivamente la sua traiettoria sociale e finanziaria.
L’esito del procedimento del 2008 mostra invece la capacità del sistema di assorbire e neutralizzare il rischio. Attraverso un accordo extragiudiziale con l’ufficio del procuratore federale della Florida, Epstein ottiene una drastica riduzione dell’impianto accusatorio: una sola imputazione statale, una pena detentiva limitata con regime di semilibertà e, soprattutto, un accordo di non perseguibilità federale che estendeva l’immunità a potenziali complici non nominati. Un risultato difficilmente spiegabile in assenza di un capitale relazionale di alto livello e di una rete di intermediazione informale capace di operare efficacemente sul piano giuridico e politico.
Questo precedente non rappresenta un incidente procedurale isolato, ma un passaggio rivelatore. Esso consente a Epstein di reintegrarsi rapidamente nei circuiti d’élite, continuando a frequentare ambienti politici, finanziari e accademici nonostante una condanna per reati sessuali. È questa continuità — più che la violazione iniziale o la sanzione formale — a rendere il caso rilevante sul piano sistemico: il problema non è che il sistema abbia fallito nel prevenire l’abuso, ma che abbia dimostrato di saperlo gestire come una variabile amministrabile.
L’arresto del 2019 e la morte di Epstein in custodia federale chiudono formalmente la sua parabola, ma non la spiegano. La versione ufficiale parla di suicidio per impiccagione. Tuttavia, il rapporto dell’Ispettorato del Dipartimento di Giustizia ha documentato una catena di fallimenti nella sorveglianza carceraria: personale assente, protocolli ignorati, registri alterati, telecamere non funzionanti[11]. Le controversie medico-legali si sono concentrate in particolare sulle fratture dell’osso ioide e delle cartilagini laringee, strutture del collo spesso chiamate in causa nei casi di strangolamento manuale. In medicina legale, la frattura dell’osso ioide è più frequentemente associata a strangolamenti da terzi, mentre è relativamente rara nei suicidi per impiccagione, soprattutto in soggetti più giovani. Tuttavia, tale indicatore non è di per sé conclusivo: nei soggetti oltre i cinquant’anni l’osso ioide tende a ossificarsi e diventa più fragile, rendendo possibile una frattura anche in caso di impiccagione. Nel caso di Epstein, il medico legale incaricato ha stabilito che le lesioni osservate erano compatibili con il suicidio, pur riconoscendo che esse risultavano atipiche e non consentivano di escludere in modo assoluto altre dinamiche[12].
In assenza di evidenze probatorie solide e verificabili, questi elementi non consentono di inferire l’esistenza di una regia unitaria né, a maggior ragione, di attribuire con rigore un intervento diretto ad apparati statali. Qualunque conclusione in tal senso resterebbe, allo stato attuale, congetturale.
Ciò premesso, la concomitanza di criticità documentate — disfunzioni di sorveglianza, inosservanza di protocolli, incongruenze amministrative e lacune nella catena di custodia — configura un profilo di evento operativamente anomalo. Non si tratta di un “indizio” nel senso tecnico-giuridico del termine, ma di un insieme di non conformità sufficientemente denso da rendere poco plausibile una lettura puramente incidentale o burocraticamente neutra. In altri termini: pur non autorizzando affermazioni definitive, il quadro complessivo giustifica la persistenza di interrogativi e la produzione di ipotesi alternative.
I rapporti documentati con Israele
I documenti disponibili e le inchieste giornalistiche consentono di ricostruire alcuni rapporti concreti e verificabili tra Jeffrey Epstein e ambienti israeliani. Tali rapporti sono attestati da dichiarazioni pubbliche, corrispondenza emersa negli Epstein Files e articoli di stampa basati su fonti identificate. Essi non implicano, di per sé, un coinvolgimento istituzionale con lo Stato di Israele o con i suoi apparati di sicurezza, ma non possono nemmeno essere liquidati come occasionali o privi di rilevanza strutturale.
Il legame più noto e ampiamente documentato è quello tra Epstein ed Ehud Barak, ex primo ministro israeliano. Barak ha ammesso pubblicamente di aver intrattenuto rapporti personali e finanziari con Epstein, inclusi investimenti in progetti imprenditoriali e soggiorni nelle sue proprietà private a New York e in Florida[13]. Tali rapporti sono proseguiti anche in anni successivi alla condanna di Epstein nel 2008 per reati sessuali[14].
Nel 2015, il quotidiano israeliano Haaretz ha rivelato che Epstein aveva investito nell’impresa israeliana Reporty Homeland Security, successivamente rinominata Carbyne, società attiva nel settore della sicurezza e collegata all’industria della difesa israeliana[15]. La compagnia risultava finanziata anche da Ehud Barak, che ne era presidente del consiglio di amministrazione. I vertici aziendali includevano Amir Elihai, ufficiale delle forze speciali israeliane, e Pinchas Bukhris, già direttore generale del Ministero della Difesa israeliano ed ex comandante dell’Unità 8200 delle Forze di Difesa Israeliane, specializzata in intelligence informatica e cyber[16].
Epstein e Barak risultavano inoltre vicini di casa a New York. Secondo ricostruzioni giornalistiche, Epstein offriva frequentemente ospitalità a Barak nel suo appartamento situato al 301 East 66th Street, a Manhattan, una delle principali residenze newyorkesi del finanziere[17]. Questo indirizzo compare ripetutamente come luogo di incontri, riunioni informali e soggiorni di figure di primo piano dell’establishment politico ed economico internazionale.
Sono inoltre documentate esperienze dirette di Epstein con il settore della ricerca e con ambienti militari israeliani. Nell’aprile del 2008, Epstein si recò in Israele, dove incontrò ricercatori, scienziati e visitò diverse basi militari israeliane. Secondo quanto riportato da fonti giornalistiche, durante questo viaggio Epstein valutò anche la possibilità di rimanere in Israele per evitare il processo e una possibile detenzione negli Stati Uniti in relazione alle accuse di crimini sessuali, ipotesi poi abbandonata a favore del rientro negli Usa[18].
Oltre a questi episodi, sono documentati contatti di Epstein con il mondo accademico e scientifico israeliano, coerenti con il suo ruolo di finanziatore privato di progetti di ricerca e iniziative d’élite, attività che svolgeva parallelamente anche negli Stati Uniti e nel Regno Unito. È inoltre attestata una prossimità personale e sociale con Israele, legata alle sue origini e alla rete di relazioni internazionali in cui si muoveva.
Infine, alcune inchieste giornalistiche recenti hanno riportato che Epstein avrebbe facilitato contatti informali tra figure politiche israeliane e attori economici e istituzionali del Golfo Persico, in particolare negli Emirati Arabi Uniti, già a partire dal 2013. Secondo quanto emerso da email pubblicate da Middle East Eye, Epstein avrebbe agito da intermediario per incontri e scambi tra Ehud Barak e Sultan Ahmed bin Sulayem, amministratore delegato di DP World, anni prima della formalizzazione degli Accordi di Abramo del 2020[19].
Questi elementi costituiscono l’insieme dei rapporti documentati tra Jeffrey Epstein e ambienti israeliani così come emergono dalle fonti attualmente disponibili. Qualsiasi valutazione circa la natura o il significato politico di tali relazioni richiede un’analisi distinta, che non può essere ricavata dalla sola elencazione dei fatti.
Il memo dell’FBI e l’ipotesi dell’“agente”
La tesi secondo cui Jeffrey Epstein sarebbe stato un agente del Mossad trova uno dei suoi principali appigli in un memo dell’FBI desecretato e incluso negli Epstein Files. Il documento, redatto nel 2020 nell’ambito di un’indagine su possibili influenze straniere sul processo elettorale statunitense, si basa sulle dichiarazioni di una fonte confidenziale (Confidential Human Source). Secondo quanto riportato nel memo, Epstein sarebbe stato “cooptato” da Israele e Donald Trump sarebbe stato “compromesso” attraverso tale relazione[20].
Dal punto di vista metodologico, questo materiale richiede estrema cautela. Il memo non rappresenta una conclusione investigativa né un’accusa formalizzata, ma una raccolta di informazioni grezze provenienti da una singola fonte, non verificate in sede giudiziaria e prive di riscontri indipendenti. Documenti di questo tipo sono strumenti preliminari dell’attività di spionaggio e controspionaggio, utili per orientare approfondimenti successivi, ma non equivalgono a prove. Il loro contenuto indica ciò che una fonte afferma, non ciò che è stato accertato.
Al di là del valore probatorio del memo, è necessario chiarire un punto concettuale spesso eluso nel dibattito pubblico: cosa si intenda, concretamente, per “agente” o “operativo” di un servizio di intelligence. Un operativo, nel senso classico del termine, è una figura addestrata, disciplinata, inserita in una catena di comando e sottoposta a procedure di controllo del rischio. La sua condotta è orientata alla riduzione dell’esposizione politica; la copertura deve risultare credibile, stabile e soprattutto compatibile con la negazione plausibile da parte dello Stato che lo impiega. Un operativo, per definizione, non può permettersi una visibilità eccessiva né comportamenti personali tali da generare scandali difficilmente gestibili.
Attribuire questo ruolo a Jeffrey Epstein presenta evidenti problemi di coerenza. Epstein era una figura altamente visibile, eccentrica, esposta tanto mediaticamente quanto giudiziariamente. La sua vita privata, segnata da abusi sistematici, procedimenti penali e condotte predatorie, produceva un rischio politico costante e crescente. Già dopo la condanna del 2008, Epstein era un soggetto ampiamente compromesso, noto all’opinione pubblica e alle autorità. Continuare a impiegarlo come operativo avrebbe comportato costi e vulnerabilità incompatibili con le logiche di funzionamento di un servizio di intelligence moderno.
Inoltre, un operativo sotto copertura non viene normalmente lasciato privo di protezione nel momento in cui diventa oggetto di indagini penali di alto profilo, né esposto a procedimenti giudiziari in grado di attirare un’attenzione globale. La parabola di Epstein — culminata nell’arresto del 2019 e nella morte in custodia federale — risulta difficilmente conciliabile con l’ipotesi di una gestione diretta, disciplinata e continuativa da parte di un apparato statale.
Queste considerazioni non implicano che Epstein fosse estraneo a dinamiche di intelligence o che non abbia interagito con ambienti di sicurezza e potere. Implicano, più semplicemente, che la categoria dell’“operativo” non è la più adatta a descriverne il ruolo. La sua figura appare invece più coerente con quella dell’intermediario informale, spesso indicato con il termine anglosassone fixer: un soggetto esterno agli apparati, privo di status ufficiale e di mandato formalizzato, la cui funzione non è l’esecuzione operativa, ma la mediazione strutturale tra ambiti separati.
Il fixer nasce storicamente dall’esigenza degli apparati di potere — statali e parastatali — di disporre di canali flessibili, non ufficiali e giuridicamente negabili per facilitare contatti, scambi e coordinamenti che risulterebbero politicamente o legalmente onerosi se condotti attraverso strutture formali. Il suo valore non risiede nella segretezza tecnica o nell’accesso a informazioni classificate, ma nella capacità di mettere in relazione attori che, pur avendo interessi convergenti, preferiscono non apparire direttamente connessi.
A differenza dell’operativo, il fixer non viene selezionato né nominato da un’autorità centrale. Non c’è un momento in cui qualcuno lo “recluta” ufficialmente. La sua posizione si costruisce nel tempo, attraverso una sequenza di relazioni che si rafforzano a vicenda. Ogni nuovo contatto importante rende più credibili quelli precedenti, e la semplice frequentazione di ambienti influenti viene progressivamente percepita come una garanzia di affidabilità.
Questo meccanismo è in larga parte informale e circolare: l’accesso produce ulteriore accesso. In contesti di élite, la domanda su come una persona sia arrivata lì o da dove provengano esattamente le sue risorse tende a passare in secondo piano, perché la sua presenza stessa viene letta come una prova sufficiente di legittimità.
In altre parole, il fixer non è considerato affidabile perché qualcuno lo ha verificato in modo sistematico, ma perché appare già inserito. La fiducia non nasce da controlli formali, ma dal fatto che altri soggetti influenti sembrano già fidarsi di lui.
Proprio per la natura informale della sua posizione, il fixer non gode di protezioni strutturate: non risponde a una catena di comando istituzionale, non rappresenta formalmente lo Stato e non può invocare responsabilità ufficiali in proprio favore. La sua utilità risiede nella riduzione dei costi di transazione tra mondi separati; la sua caratteristica strutturale è la sostituibilità. Quando tali costi superano i benefici — per esposizione mediatica, rischio giudiziario o perdita di controllo reputazionale — l’intermediario diventa sacrificabile.
In questo quadro, il fatto che Epstein abbia talvolta lasciato intendere, o dichiarato, di essere legato a servizi di intelligence non rafforza l’ipotesi di un suo ruolo come operativo; al contrario, la indebolisce. Un operativo reale non rivendica mai, né pubblicamente né in modo informale, una simile appartenenza: la credibilità della copertura dipende precisamente dall’assenza di qualsiasi autoattribuzione. L’autorappresentazione come “agente” è invece un tratto tipico degli intermediari informali, per i quali l’ambiguità percepita costituisce una risorsa reputazionale e uno strumento di potere relazionale.
Letta in questa prospettiva, la traiettoria di Epstein appare più coerente con il profilo del fixer che con quello dell’operativo. Egli non agiva come esecutore disciplinato di una strategia statale, ma come nodo informale di connessione tra interessi privati e pubblici, sfruttando l’assenza di confini chiari tra i due ambiti. È precisamente questa collocazione ambigua — esterna ma funzionale, visibile ma non responsabile — a spiegare tanto la sua lunga operatività quanto la rapidità con cui, una volta divenuto un problema, è stato espulso dal sistema senza che ne derivasse una crisi istituzionale riconoscibile.
Il rischio, nel dibattito pubblico, è quello di trasformare un documento fragile in una spiegazione totale. L’ipotesi dell’“Epstein agente del Mossad” offre una narrazione semplice e rassicurante, fondata sull’idea di una regia occulta e di una responsabilità esterna. Ma questa semplificazione finisce per oscurare la questione più rilevante: l’esistenza di un sistema di potere globale che tollera, utilizza e poi scarica figure come Epstein senza mai metterne in discussione le condizioni strutturali di possibilità.
Epstein come radiografia del potere occidentale
Gli Epstein Files non sono semplicemente una collezione di aberrazioni individuali. Sono una radiografia del potere occidentale. Mostrano un’élite transnazionale composta da politici, miliardari, grandi finanzieri, accademici di prestigio e intermediari informali che opera all’interno di uno spazio di eccezione permanente. Uno spazio in cui le regole non scompaiono, ma valgono selettivamente; in cui l’abuso non è un incidente, bensì una possibilità strutturale; in cui ciò che per chiunque altro costituirebbe una condanna definitiva viene gestito come un problema di reputazione, affidato ad avvocati, accordi riservati e silenzi coordinati.
In questo quadro, la tesi secondo cui Epstein sarebbe stato un “agente del Mossad” rischia di funzionare come una scorciatoia narrativa. Offre un colpevole esterno, una regia occulta, una spiegazione rassicurante perché circoscritta. Ma proprio per questo distoglie l’attenzione dalla responsabilità sistemica. La verità più inquietante è più semplice: Epstein ha prosperato perché il sistema lo permetteva. Non perché fosse un agente disciplinato al servizio di uno Stato, ma perché svolgeva una funzione utile all’interno di reti di potere che avevano interesse a non guardare troppo da vicino.
Gli Epstein Files non ci dicono soltanto “guardate che mostro era quest’uomo”. Ci dicono: guardate come funziona il potere quando non è sottoposto a controllo reale. Mostrano una classe dirigente che predica legalità, valori e trasparenza, ma vive in un regime di eccezione permanente. Un’oligarchia senza responsabilità, capace di autoassolversi perché dispone degli strumenti per farlo.
Per questo il caso Epstein non si chiude, e probabilmente non si chiuderà mai del tutto. Non perché manchino documenti, ma perché ciò che emerge non è compatibile con la narrazione consolatoria di “mele marce” o di deviazioni isolate. Epstein non è il problema centrale. È il sintomo. Il problema è un sistema di potere che produce figure come lui, le utilizza finché sono funzionali e le abbandona quando diventano ingombranti.
Se questa è la classe dominante occidentale, allora la questione non è morale né scandalistica. È politica e investe radicalmente un sistema che rende possibili – e in larga misura inevitabili – casi come quello di Jeffrey Epstein.
NOTE
[1] U.S. Department of Justice, Department of Justice Publishes 3.5 Million Responsive Pages in Compliance with the Epstein Files Transparency Act, Washington D.C., gennaio 2026.
[2] Festa, R., “Lo scandalo Epstein si ferma su 550 pagine nere di omissis”, Il Fatto Quotidiano, 21 dicembre 2025.
[3] Feldman, A., “What We Know About Jeffrey Epstein’s Childhood”, The Forward, 15 luglio 2019.
[4] Metcalf, T.; Alexander, S.; Melby, C., “The mystery around Jeffrey Epstein’s fortune and how he made it”, Los Angeles Times, 8 luglio 2019.
[5] Baker, M.; Harris, A. J., “Jeffrey Epstein Taught at Dalton. His Behavior Was Noticed”, The New York Times, 12 luglio 2019.
[6] Bruni, F., “The old boys’ network, New York Magazine, 22 luglio 2002.
[7] Bloomberg News, “A billionaire and a sex offender: The Wexner and Epstein ties”, Bloomberg, 13 luglio 2019.
[8] Metcalf, T.; Alexander, S.; Melby, C., op. cit.
[9] Thomas, G.; Dillon, M., Robert Maxwell: Israel’s Superspy. The Life and Murder of a Media Mogul, New York, Carroll & Graf, 2002.
[10] Blackhurst, C., “The Day the Captain Died”, The Independent, 5 luglio 2014.
[11] U.S. Department of Justice – Office of the Inspector General, Investigation of the Federal Bureau of Prisons’ Custody, Care, and Supervision of Jeffrey Epstein at the Metropolitan Correctional Center, New York, Washington D.C., giugno 2023.
[12] Times of Israel Staff, “Jeffrey Epstein autopsy finds multiple neck fractures, report”, The Times of Israel, 15 agosto 2019.
[13] Weitz, G., “Revealed: Jeffrey Epstein Entered Partnership Worth Millions with Ehud Barak in 2015”, Haaretz, 11 luglio 2019.
[14] ToI Staff; JTA, “Ehud Barak met with Jeffrey Epstein dozens of times, flew on private plane — report”, The Times of Israel, 4 maggio 2023.
[15] Weitz, G., op. cit.
[16] Jewish Press Staff, “Barak invests $1 million in firm linked to military-industrial complex [Video]”, The Jewish Press, 14 aprile 2015.
[17] Kessler, G., “Jeffrey Epstein, Israeli Politician Ehud Barak Often Crashed at His Manhattan Apartment, Neighbors Say”, The Daily Beast, 12 luglio 2019.
[18] Page Six Staff, “Second Thoughts”, Page Six, 8 maggio 2008.
[19] Middle East Eye Staff, “Jeffrey Epstein brokered meetings between Ehud Barak and UAE billionaire linked to Abraham Accords”, Middle East Eye, 14 gennaio 2026.
[20] Gjevori, E., “Epstein files: FBI memo says Israel compromised Trump, Epstein had Mossad ties”, Middle East Eye, 31 gennaio 2026.
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