Il segnale di “Foreign Affairs” e il riposizionamento occidentale
Il 26 febbraio 2026, “Foreign Affairs” ha pubblicato un articolo destinato a segnare un punto di svolta nel dibattito occidentale sulla guerra in Ucraina. Il titolo, Ukraine Is Losing the War, non lascia spazio ad ambiguità. Il sottotitolo è ancora più esplicito: With Moscow Pressing Its Advantage, Kyiv Should Trade Land for Peace[1].
L’autore, Michael C. Desch, professore di Relazioni Internazionali all’Università di Notre Dame e direttore dell’O’Brien Notre Dame International Security Center, non è una voce marginale né un commentatore estemporaneo. Al contrario, Desch è un accademico riconducibile alla tradizione realista della politica internazionale e si rivolge a un pubblico composto prevalentemente da decisori, analisti strategici e funzionari governativi.
Nel suo articolo, Desch parte da una constatazione netta: dopo quattro anni di guerra su larga scala, la Russia sta progressivamente imponendo la propria superiorità sul campo. Mosca, scrive, ha trasformato il conflitto in una guerra di logoramento che l’Ucraina difficilmente può sostenere nel lungo periodo. Di fronte a questa realtà, l’autore sostiene che Kiev dovrebbe prendere in considerazione concessioni territoriali dolorose ma definitive come prezzo per una pace negoziata, piuttosto che continuare una guerra che rischia di peggiorare ulteriormente la sua posizione strategica.
L’articolo si inserisce inoltre in un contesto politico preciso. L’amministrazione statunitense, secondo quanto riportato da Axios già nel novembre precedente, avrebbe avanzato una bozza di accordo che prevede il riconoscimento de facto del controllo russo sulla Crimea, su Donetsk e Lugansk, e sul possesso delle porzioni di Kherson e Zaporizhzhia attualmente occupate[2]. Il rifiuto del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di accettare qualsiasi soluzione che violi l’integrità territoriale del Paese viene presentato da Desch come politicamente comprensibile, ma strategicamente sempre più difficile da sostenere alla luce dell’andamento del conflitto.
Ciò che rende questo intervento particolarmente significativo non è soltanto il contenuto, ma la sede in cui viene pubblicato. Foreign Affairs non è una rivista qualsiasi e non svolge una funzione di commento giornalistico contingente: non si rivolge all’opinione pubblica generalista, né segue il ciclo dell’informazione immediata, ma è letta da diplomatici, analisti dei servizi di informazione, pianificatori militari, responsabili dell’elaborazione delle politiche pubbliche e funzionari governativi. Proprio per questo, spesso anticipa o riflette dibattiti già in corso all’interno delle classi dirigenti occidentali, piuttosto che limitarsi a registrare ciò che è già divenuto patrimonio del senso comune. Quando Foreign Affairs pubblica un’analisi di questo tipo, non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a renderne politicamente legittima una diversa interpretazione. Il suo ruolo non è sostenere una linea di parte, ma delimitare il campo delle opzioni considerate razionali e praticabili nel processo decisionale occidentale; se una certa ipotesi entra nello spazio discorsivo di Foreign Affairs, significa che è già stata valutata come politicamente presentabile.
Il messaggio che emerge dall’analisi è relativamente chiaro. Se l’Ucraina non accetta la perdita di territori che sono ormai, di fatto, compromessi, la Russia tenderà a completarne la conquista. Mosca controlla stabilmente la totalità dell’oblast di Lugansk e quote ampie e maggioritarie di altri territori orientali e meridionali dell’Ucraina: circa il 78% di Donetsk, il 73% di Kherson e il 76% di Zaporizhzhia. In assenza di un accordo di pace, la prosecuzione del conflitto non congela lo status quo territoriale, ma tende a favorire un’ulteriore avanzata russa nelle aree ancora contese[3]. In questo quadro, non è irrazionale ipotizzare che, una volta completata la presa sugli oblast già parzialmente occupati, l’attenzione possa progressivamente spostarsi verso Odessa e altri nodi strategici, soprattutto qualora la guerra dovesse protrarsi senza una chiara traiettoria negoziale.
È questo il senso profondo del segnale lanciato da Foreign Affairs. Una parte delle classi dirigenti occidentali sta iniziando a considerare il contenimento delle perdite come un obiettivo prioritario rispetto alla massimalizzazione di fini ormai difficilmente raggiungibili. Non si tratta di una valutazione di ordine morale, ma di un riallineamento tardivo alle condizioni effettive del confronto. Quando una rivista di questo tipo apre uno spazio discorsivo di tale portata, non anticipa l’opinione pubblica, ma riflette un ripensamento già maturato nei livelli decisionali.
2014: la caduta di Yanukovyč e la rottura dell’equilibrio strategico
Nel 2014 l’Ucraina attraversa una crisi politica che segna una discontinuità strutturale nei rapporti con la Federazione Russa. La destituzione del presidente Viktor Yanukovyč, in seguito alle proteste di piazza e al collasso del suo sostegno politico, non viene interpretata a Mosca come una normale alternanza di potere, ma come un evento che mette in discussione l’assetto post-sovietico costruito nei due decenni precedenti.
Dal punto di vista russo, Yanukovyč rappresentava una figura funzionale al mantenimento di un equilibrio ambiguo: un’Ucraina sovrana, ma non pienamente allineata ai blocchi occidentali e, proprio per questo, considerata compatibile con le esigenze di sicurezza di Mosca. La sua caduta viene invece letta come il risultato di una dinamica interna favorita, se non direttamente sostenuta, da attori occidentali interessati a spostare stabilmente Kiev fuori dall’orbita russa.
In questa chiave interpretativa, gli eventi del 2014 assumono una valenza che va oltre la dimensione politica interna ucraina. La formazione di un nuovo assetto istituzionale orientato verso l’integrazione euro-atlantica viene percepita come una perdita strategica di lungo periodo, soprattutto in assenza di garanzie vincolanti sulla neutralità militare del Paese. La prospettiva di un’Ucraina progressivamente integrata nelle strutture politiche, economiche e di sicurezza occidentali viene considerata incompatibile con la profondità strategica russa lungo il proprio confine occidentale.
È in questo contesto che, a Mosca, matura la convinzione che il quadro negoziale precedente sia venuto meno. Non si tratta ancora di una decisione operativa, ma di una ridefinizione del problema strategico: l’Ucraina non è più uno spazio di mediazione, bensì un territorio conteso sul piano dell’equilibrio di sicurezza regionale. La crisi del 2014 viene quindi interpretata come un precedente che modifica strutturalmente le aspettative russe sulle future traiettorie politiche di Kiev.
Da questo momento, all’interno degli apparati statali russi si inizia a ragionare in termini di opzioni alternative, nella consapevolezza che il mantenimento dello status quo non è più garantito. La caduta di Yanukovyč segna così l’apertura di una fase nuova, caratterizzata dall’incertezza strategica e dalla progressiva erosione dei meccanismi di fiducia che avevano regolato i rapporti russo-ucraini nel periodo precedente.
L’operazione in Crimea e l’alternativa di un intervento diretto limitato
La risposta immediata della Federazione Russa alla crisi politica ucraina del 2014 si concentra su un obiettivo specifico e circoscritto: la Crimea. Dal punto di vista di Mosca, la penisola presenta una combinazione di fattori che la rendono un caso distinto rispetto al resto del territorio ucraino. Si tratta di un’area di rilevanza strategica primaria, sede della Flotta del Mar Nero, già fortemente integrata sotto il profilo militare e logistico con la Federazione Russa, e caratterizzata da una composizione demografica considerata in larga parte favorevole o non ostile.
L’operazione viene concepita e condotta come un intervento a rischio controllato. L’impiego della forza è limitato, l’azione è rapida e la sequenza decisionale appare orientata a ridurre al minimo sia l’attrito militare sia l’esposizione politica internazionale. In termini operativi, la presa della Crimea non richiede un dispiegamento massiccio di truppe né l’apertura di linee logistiche estese: la presenza militare russa preesistente e il controllo delle infrastrutture chiave consentono di neutralizzare le capacità ucraine locali senza ricorrere a combattimenti su larga scala.
Dal punto di vista dei costi, l’operazione presenta per Mosca un profilo relativamente favorevole. L’onere militare diretto risulta contenuto, così come l’impatto politico immediato. Le prime misure sanzionatorie occidentali, pur significative sul piano simbolico, non determinano una rottura strutturale dei rapporti economici tra la Russia e l’Unione Europea. In questa fase, il Cremlino può ancora considerare gestibile l’impatto complessivo dell’azione, soprattutto in relazione al valore strategico dell’obiettivo conseguito.
Parallelamente, va considerata l’alternativa teorica di un intervento diretto limitato nel resto dell’Ucraina, spesso paragonata retrospettivamente al modello dell’intervento russo in Kazakhstan nel 2022. Dal punto di vista strettamente militare, nel 2014 un’operazione di questo tipo sarebbe stata tecnicamente possibile. Le forze armate ucraine dell’epoca erano caratterizzate da gravi carenze in termini di addestramento, equipaggiamento e capacità di comando e controllo. Un intervento rapido e circoscritto avrebbe potuto essere sostenuto con numeri relativamente limitati rispetto a quelli impiegati negli anni successivi.
Tuttavia, a differenza del Kazakistan, il contesto politico e internazionale dell’Ucraina presentava vincoli radicalmente diversi. Un intervento diretto, anche limitato, avrebbe con ogni probabilità innescato una risposta occidentale molto più severa, accelerando l’adozione di sanzioni estese e compromettendo in modo strutturale i rapporti economici tra Mosca e l’Europa. Nel 2014, la Federazione Russa risultava ancora fortemente integrata nei circuiti finanziari occidentali: una quota rilevante delle sue riserve era detenuta in valute e strumenti finanziari esposti a potenziali congelamenti, l’accesso ai mercati dei capitali europei e statunitensi restava essenziale per il finanziamento di grandi imprese energetiche e industriali, e il sistema bancario non era ancora stato riorientato verso canali alternativi.
Sul piano commerciale ed energetico, la dipendenza dal mercato europeo era allora significativamente superiore a quella attuale. L’Unione Europea assorbiva la parte preponderante delle esportazioni russe di gas naturale e una quota rilevante delle esportazioni petrolifere, mentre le infrastrutture di esportazione verso l’Asia risultavano ancora parziali o in fase progettuale. Un’interruzione brusca di questi flussi avrebbe avuto effetti immediati sui conti pubblici russi e sulla capacità dello Stato di sostenere una proiezione militare prolungata.
In questo quadro, un intervento diretto in Ucraina nel 2014 avrebbe comportato non solo un costo militare aggiuntivo, ma un rischio sistemico per l’equilibrio economico complessivo della Federazione Russa. La mancanza di meccanismi consolidati di sostituzione delle importazioni, la limitata diversificazione dei partner commerciali e l’assenza di una piena autonomia nei sistemi di pagamento internazionali riducevano sensibilmente il margine di assorbimento di uno shock sanzionatorio di ampia portata.
La scelta di limitare l’azione alla Crimea riflette quindi una valutazione costi-benefici precisa. Da un lato, l’intervento consente di mettere in sicurezza un asset strategico fondamentale e di inviare un segnale politico chiaro sulla non accettabilità del nuovo corso ucraino; dall’altro, evita di oltrepassare una soglia che avrebbe reso inevitabile un confronto diretto e prolungato con l’Occidente. L’operazione in Crimea non rappresenta dunque un primo passo verso un’invasione generalizzata, ma una soluzione circoscritta a un problema immediato, concepita per massimizzare i risultati riducendo al minimo i rischi sistemici.
In questa fase, l’obiettivo di Mosca non è l’occupazione dell’Ucraina né la sua trasformazione forzata, ma il ripristino di un margine di sicurezza strategica in un quadro ormai percepito come instabile. La Crimea diventa così il punto di equilibrio temporaneo tra la necessità di reagire alla crisi del 2014 e la volontà di evitare un’escalation che, in quel momento, risulterebbe controproducente.
Coinvolgimento indiretto, accordi di Minsk e preparazione dello scenario sanzionatorio
Dopo il 2014, la Federazione Russa opta per una strategia di coinvolgimento indiretto nel conflitto ucraino orientale, evitando il dispiegamento formale delle proprie forze armate su larga scala. Questa scelta risponde a una duplice esigenza: da un lato, mantenere la pressione militare su Kiev senza oltrepassare la soglia di un confronto diretto con l’Occidente; dall’altro, preservare uno spazio negoziale che consenta di stabilizzare il quadro politico-militare senza una rottura irreversibile.
Nel Donbass, il peso operativo delle ostilità viene sostenuto principalmente dalle forze separatiste locali, con un supporto russo selettivo in termini di consulenza militare, intelligence, equipaggiamento e coordinamento logistico. Questa impostazione consente a Mosca di esercitare un’influenza determinante sull’andamento del conflitto, mantenendo al contempo una certa ambiguità sul piano giuridico e politico. Il conflitto assume così la forma di una guerra a bassa intensità, caratterizzata da fasi alterne di escalation e congelamento, funzionale a impedire una piena normalizzazione della situazione ucraina.
È in questo contesto che si collocano gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015, concepiti come strumenti di gestione del conflitto più che come soluzioni definitive. Dal punto di vista russo, Minsk rappresenta un tentativo di istituzionalizzare lo status quo attraverso un quadro negoziale che riconosca una forma di autonomia alle regioni orientali dell’Ucraina, mantenendole formalmente all’interno dello Stato ucraino ma dotate di sufficienti margini di veto sulle scelte strategiche di Kiev. L’obiettivo implicito è duplice: impedire un’integrazione piena dell’Ucraina nelle strutture politico-militari occidentali e ridurre la probabilità di un’escalation diretta.
Il progressivo logoramento del processo di Minsk, segnato da interpretazioni divergenti delle clausole politiche e di sicurezza, rafforza tuttavia a Mosca la percezione che il quadro negoziale sia fragile e potenzialmente reversibile. La mancata implementazione sostanziale degli accordi viene letta non solo come un fallimento diplomatico, ma come un segnale dell’incapacità — o della mancanza di volontà — delle parti occidentali di imporre a Kiev un compromesso strutturale.
Parallelamente alla gestione indiretta del conflitto, la Federazione Russa avvia una serie di misure preventive volte a ridurre la vulnerabilità del Paese a un futuro inasprimento delle sanzioni. Sul piano finanziario, vengono rafforzate le riserve statali, ridotta progressivamente l’esposizione al debito estero e avviata una parziale riorganizzazione del sistema bancario per limitarne la dipendenza dai mercati dei capitali occidentali. Sul piano monetario, si intensificano gli sforzi per diminuire l’uso di valute occidentali nelle transazioni strategiche e per sviluppare circuiti di pagamento alternativi.
In ambito economico e industriale, Mosca promuove politiche di sostituzione delle importazioni, in particolare nei settori ritenuti sensibili sotto il profilo militare, tecnologico ed energetico. Contestualmente, si avvia una graduale diversificazione delle relazioni commerciali, con un crescente orientamento verso partner extraeuropei, soprattutto in Asia. Sebbene questi processi risultino incompleti e disomogenei nel breve periodo, essi riflettono una chiara consapevolezza della necessità di prepararsi a uno scenario di confronto prolungato.
Nel complesso, la fase 2014–2021 può essere interpretata come un periodo di gestione controllata dell’instabilità, in cui la Russia tenta di contenere il conflitto ucraino entro limiti ritenuti sostenibili, mantenendo aperta la via negoziale e, al tempo stesso, rafforzando progressivamente la propria capacità di assorbire pressioni esterne. Il coinvolgimento indiretto e i negoziati di Minsk non rappresentano dunque un’alternativa alla preparazione di scenari più duri, ma parte integrante di una strategia a più livelli, orientata a preservare flessibilità e margini di manovra.
Il punto di non ritorno: cooperazione militare, Sea Breeze e la chiusura dello spazio negoziale
Tra il 2019 e il 2021 il quadro strategico ucraino subisce una trasformazione qualitativa. Non si tratta più soltanto di un conflitto congelato a bassa intensità, né di un processo negoziale incompiuto, ma di una progressiva ridefinizione dello status militare dell’Ucraina nel sistema di sicurezza europeo. Dal punto di vista russo, questa fase segna l’erosione definitiva dell’ipotesi di una neutralità de facto di Kiev.
Un elemento centrale di questa dinamica è il rafforzamento della cooperazione militare tra l’Ucraina e i Paesi occidentali, in particolare nell’ambito delle esercitazioni congiunte e dell’interoperabilità delle forze armate. Le manovre navali e aeronavali nel Mar Nero, tra cui le esercitazioni Sea Breeze, assumono un significato che va oltre l’addestramento tattico. Esse vengono interpretate a Mosca come un segnale politico-militare di integrazione progressiva dell’Ucraina nei dispositivi operativi occidentali, indipendentemente dall’assenza di una formale adesione alla NATO.
Dal punto di vista russo, il problema non è tanto la dimensione numerica delle forze coinvolte, quanto la normalizzazione della presenza militare occidentale in uno spazio considerato sensibile sotto il profilo della sicurezza nazionale. L’aumento della frequenza e della complessità delle esercitazioni, l’accesso a infrastrutture portuali e aeroportuali, e il miglioramento delle capacità di comando e controllo ucraine vengono letti come indicatori di una traiettoria ormai difficilmente reversibile.
Parallelamente, si intensifica la cooperazione in materia di addestramento, intelligence e forniture militari. Anche in questo caso, la questione centrale non riguarda il volume immediato degli aiuti, ma la loro qualità e la loro integrazione in un quadro strategico di medio periodo. L’adeguamento delle dottrine operative ucraine agli standard occidentali e la crescente interoperabilità con le forze della NATO riducono, nella percezione russa, il valore di eventuali garanzie politiche informali sulla non adesione.
In questo contesto, il processo negoziale avviato con gli accordi di Minsk perde progressivamente rilevanza. Dal punto di vista di Mosca, Minsk presupponeva un’Ucraina politicamente unitaria ma strategicamente neutrale, in cui le regioni orientali avrebbero svolto una funzione di bilanciamento interno. La trasformazione militare del Paese rende questa architettura sempre meno plausibile. La mancata attuazione delle componenti politiche degli accordi viene così interpretata non come un semplice stallo negoziale, ma come il segnale di un cambiamento strutturale degli obiettivi ucraini e occidentali.
Entro il 2021, la percezione russa è che lo spazio di compromesso si sia ridotto al minimo. L’Ucraina appare avviata verso una collocazione strategica incompatibile con le richieste di sicurezza di Mosca, mentre gli strumenti diplomatici disponibili non sembrano più in grado di invertire questa tendenza. In questa fase, la questione ucraina cessa di essere gestita come un problema di stabilizzazione regionale e viene progressivamente ricondotta a una questione di sicurezza strutturale, con implicazioni dirette per l’equilibrio militare lungo il confine occidentale russo.
Il punto di non ritorno non coincide quindi con un singolo evento, ma con l’accumularsi di segnali che, nel loro insieme, indicano la chiusura dello spazio negoziale. La cooperazione militare crescente, la normalizzazione della presenza occidentale e l’erosione dei presupposti degli accordi di Minsk contribuiscono a ridefinire il quadro in cui, di lì a poco, verrà presa una decisione di portata qualitativamente diversa.
L’operazione militare del 2022: obiettivi reali, impiego delle forze e logica operativa
Una lettura distaccata dell’avvio dell’operazione militare russa nel febbraio 2022 consente di ridimensionare fin dall’inizio alcune interpretazioni che hanno dominato il discorso pubblico occidentale. In particolare, l’ipotesi di una strategia di tipo blitzkrieg finalizzata alla rapida decapitazione del vertice politico ucraino e all’occupazione fulminea dell’intero Paese non risulta coerente né con la dottrina militare russa né con i mezzi effettivamente impiegati.
Al momento dell’inizio delle operazioni, le forze russe schierate ammontavano a circa 180.000 effettivi. Si tratta di un numero insufficiente per sostenere un’occupazione stabile di un Paese delle dimensioni e della popolazione dell’Ucraina, soprattutto in assenza di una mobilitazione generale e di un apparato amministrativo predisposto al controllo territoriale esteso. Un’operazione di occupazione integrale avrebbe richiesto forze di entità ben superiore, con costi politici e militari che non trovano riscontro nelle scelte iniziali di Mosca.
In questo quadro, l’obiettivo dell’operazione appare più circoscritto: il controllo dei nodi logistici, infrastrutturali e territoriali fondamentali, piuttosto che la conquista dell’intero territorio ucraino. L’attenzione si concentra fin dall’inizio sulle direttrici meridionali e orientali, dove la presa di città come Kherson, Melitopol e Berdyansk avviene con una resistenza iniziale limitata. Questi centri rivestono un’importanza strategica primaria in quanto collegano il Donbass alla Crimea e consentono il controllo delle linee di comunicazione terrestri e dell’accesso al Mar d’Azov.
L’operazione nel settore settentrionale, inclusa la pressione su Kiev e sull’area di Hostomel, va letta in questa prospettiva come un dispositivo di fissaggio. La minaccia su Kiev costringe le forze ucraine a concentrare risorse significative sulla difesa della capitale, riducendo la loro capacità di intervenire efficacemente nei settori meridionali e orientali, dove si giocano gli obiettivi strategici principali. In questo senso, il fronte settentrionale svolge una funzione prevalentemente diversiva, più che costituire il fulcro dell’operazione.
Anche alcuni elementi della comunicazione politica russa dei primi giorni — in particolare gli appelli pubblici rivolti ai vertici militari ucraini — risultano difficilmente compatibili con una reale aspettativa di collasso immediato dello Stato ucraino. Tali interventi appaiono piuttosto come una costruzione comunicativa deliberata, funzionale a una strategia di distrazione. Il linguaggio impiegato, insolitamente semplificato e atipico rispetto ai registri abitualmente utilizzati da Vladimir Putin, sembra orientato a rafforzare una rappresentazione fuorviante delle intenzioni russe, alimentando all’esterno l’ipotesi di un’operazione finalizzata alla decapitazione politica di Kiev. In questo senso, la comunicazione non riflette gli obiettivi operativi effettivi, ma contribuisce a dissimularli, mentre sul terreno l’azione rimane concentrata sul controllo di direttrici territoriali e nodi logistici strategici.
Un ulteriore indicatore degli obiettivi limitati dell’operazione iniziale è rappresentato dall’assenza, nelle aree temporaneamente occupate nel nord, di misure tipiche di un’annessione o di un controllo duraturo: non vengono introdotti il rublo, né avviati programmi sistematici di passaportizzazione o di costruzione di nuove amministrazioni civili. Al contrario, tali strumenti vengono applicati in modo selettivo nei territori che, in una fase successiva, verranno formalmente integrati dalla Federazione Russa attraverso procedure politiche unilaterali.
Nel complesso, l’operazione del 2022 appare dunque concepita come un’azione a obiettivi delimitati, orientata a modificare in modo irreversibile l’equilibrio territoriale e strategico dell’Ucraina, piuttosto che a distruggere lo Stato ucraino nella sua interezza. La discrepanza tra i fini attribuiti retrospettivamente all’operazione e i mezzi effettivamente impiegati suggerisce che molte letture iniziali abbiano proiettato categorie interpretative estranee alla logica operativa russa, contribuendo a una comprensione distorta delle intenzioni e dei vincoli reali in gioco.
Dal massimalismo al contenimento del danno: il riemergere del realismo strategico
L’andamento del conflitto nel suo complesso suggerisce che la fase iniziale, caratterizzata da obiettivi massimalisti implicitamente attribuiti a una o all’altra parte, sia progressivamente rientrata entro coordinate più ristrette. La guerra non ha prodotto una rapida risoluzione né un collasso decisivo di uno dei contendenti; al contrario, ha favorito una dinamica di logoramento che tende a premiare l’attore dotato di maggiore profondità strategica, capacità industriale e continuità operativa.
È in questo contesto che va letto il segnale lanciato da “Foreign Affairs”. L’apertura di uno spazio discorsivo in cui l’ipotesi di concessioni territoriali da parte ucraina viene trattata come un’opzione razionale indica uno spostamento delle priorità all’interno delle classi dirigenti occidentali. L’obiettivo non è più la massimalizzazione dei risultati politici inizialmente dichiarati, ma la limitazione dei costi complessivi di un conflitto che rischia di protrarsi senza una chiara prospettiva di inversione.
Questa riconsiderazione non emerge nel vuoto. Già nel 2019, un rapporto della RAND Corporation sottolineava come il sostegno militare all’Ucraina potesse aumentare i costi per la Russia, ma avvertiva esplicitamente che un’escalation incontrollata avrebbe favorito Mosca in virtù della prossimità geografica e della sua capacità di concentrare forze e risorse sul teatro di guerra[4]. L’analisi indicava la necessità di calibrare attentamente ogni iniziativa per evitare un conflitto più ampio in cui la Russia avrebbe goduto di vantaggi strutturali. A distanza di anni, molte delle dinamiche allora ipotizzate appaiono essersi materializzate.
Sul piano geopolitico di lungo periodo, la traiettoria del conflitto conferma una logica già individuata da Zbigniew Brzezinski alla fine degli anni Novanta in La grande scacchiera. In quel quadro, l’Ucraina viene definita esplicitamente come un “perno geopolitico” dello spazio eurasiatico: uno Stato la cui importanza non deriva tanto dalla propria potenza intrinseca, quanto dal fatto che la sua collocazione strategica condiziona in modo decisivo l’equilibrio tra le grandi potenze.
Brzezinski osserva che senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un impero eurasiatico, mentre il suo ritorno sotto l’influenza di Mosca le consentirebbe di recuperare una proiezione continentale su vasta scala[5]. Il punto centrale della sua analisi non è la sovranità formale di Kiev, ma la funzione geopolitica del territorio ucraino come moltiplicatore di potenza o, al contrario, come fattore di contenimento strutturale della Russia. In questo senso, l’Ucraina rappresenta una variabile chiave non solo per la sicurezza russa, ma per l’assetto complessivo dello spazio euro-atlantico.
Un aspetto spesso semplificato nella ricezione dell’argomentazione di Brzezinski riguarda le modalità attraverso cui tale neutralizzazione strategica può essere perseguita. Nel suo schema, la perdita dell’Ucraina come perno non implica necessariamente la sua occupazione integrale. Ciò che conta è il controllo delle leve decisive della sua autonomia reale: la base industriale, le infrastrutture strategiche, i corridoi logistici e l’accesso ai mari caldi. La capacità di uno Stato di agire come soggetto geopolitico autonomo dipende infatti, secondo Brzezinski, dalla combinazione di risorse economiche, collocazione geografica e accesso alle reti di scambio.
In questa prospettiva, un’Ucraina privata delle sue regioni industriali orientali e dell’accesso al Mar Nero continuerebbe a esistere come entità statale, ma vedrebbe drasticamente ridotta la propria capacità di scelta strategica. Formalmente indipendente, risulterebbe nella pratica subordinata ai vincoli imposti dall’equilibrio di potere regionale. È in questo scarto tra sovranità giuridica e autonomia sostanziale che si colloca il nucleo dell’analisi brzezinskiana: la geopolitica non si misura sulla base dei confini riconosciuti, ma sulla capacità effettiva di uno Stato di incidere sul proprio ambiente strategico.
Letta in questa chiave, l’evoluzione del conflitto ucraino non appare come una deviazione improvvisa dall’ordine precedente, ma come l’attualizzazione di una dinamica strutturale già individuata in anticipo: il controllo dell’Ucraina, anche parziale, rimane uno dei principali fattori di ridefinizione dell’equilibrio di potere nello spazio eurasiatico.
La crescente disponibilità, all’interno del dibattito occidentale, a discutere soluzioni fondate sul contenimento delle perdite segnala quindi un riallineamento tardivo alle condizioni effettive del confronto. Non si tratta di una revisione retrospettiva delle responsabilità politiche, né di una valutazione morale del conflitto, ma di un adattamento pragmatico ai rapporti di forza emersi sul terreno. In questo senso, “Foreign Affairs” non anticipa l’opinione pubblica, ma rende visibile un ripensamento già avanzato nei livelli decisionali, indicando che una fase del conflitto si sta chiudendo e che le opzioni considerate realistiche si stanno progressivamente restringendo.
NOTE
[1] Desch, Michael C. (26 febbraio 2026), Ukraine Is Losing the War. With Moscow Pressing Its Advantage, Kyiv Should Trade Land for Peace, Foreign Affairs, pubblicato da Council on Foreign Relations, Inc., New York.
[2] Axios (19 novembre 2025), Trump plan asks Ukraine to cede additional territory for security guarantees, Axios, Washington D.C.
[3] Il Fatto Quotidiano (24 febbraio 2026), Ucraina, Jeffrey Sachs: “La pace è nelle mani di Macron, Meloni e Merz”, Il Fatto Quotidiano, Milano.
[4] RAND Corporation (2019), Overextending and Unbalancing Russia: Assessing the Impact of Cost-Imposing Options, RAND Corporation, Santa Monica (CA).
[5] Brzezinski, Zbigniew (2025), La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana, Visione Edizioni, Milano, p. 72 (ed. orig. The Grand Chessboard, 1997).
Questo articolo è coperto da ©Copyright, per cui ne è vietata la riproduzione parziale o integrale. Per maggiori informazioni sull'informativa in relazione al diritto d'autore del sito visita Questa pagina.


















