Introduzione
Il bombardamento israeliano su Doha del 9 settembre 2025 rappresenta un passaggio spartiacque nella storia recente del Vicino Oriente. Per la prima volta Israele ha deciso di colpire un Paese del Golfo, violandone apertamente la sovranità e trasferendo il conflitto con Hamas ben oltre i confini tradizionali della lotta armata — Gaza, Libano, Siria — fino al cuore della penisola arabica. Si tratta di un gesto senza precedenti, che ha immediatamente innescato reazioni indignate in tutto il mondo arabo e musulmano, ma anche condanne da parte delle Nazioni Unite e di Washington, imbarazzata dal fatto che l’operazione è avvenuta a pochi chilometri dalla sua più grande base militare all’estero, quella di al-Udeid[1]
L’episodio ha un valore che va ben oltre l’aspetto militare: rompe un tabù consolidato, incrina l’architettura della sicurezza regionale e apre scenari che toccano non soltanto gli equilibri arabi, ma anche i rapporti tra Israele e gli Stati Uniti, la stabilità della NATO e la competizione tra grandi potenze[2]. L’incursione segna dunque l’inizio di una nuova fase, in cui il conflitto israelo-palestinese smette di essere confinato in spazi già noti e rischia di trasformarsi in detonatore di un’instabilità capace di ridisegnare le mappe delle alleanze mondiali.
Israele tra strategia militare e isolamento diplomatico
L’attacco a Doha si inserisce nella logica israeliana degli “omicidi mirati”, una dottrina di lungo periodo volta a eliminare fisicamente i leader dei movimenti palestinesi per disarticolarne la catena di comando.[3] Dai tempi della guerra contro l’OLP negli anni Settanta fino alle incursioni più recenti contro la dirigenza di Hamas a Gaza e all’estero, questa strategia è stata giustificata in nome della sicurezza nazionale. Tuttavia, la sua efficacia resta controversa: gli assassinii mirati hanno spesso rafforzato la coesione dei movimenti palestinesi e alimentato la radicalizzazione della loro base militante.
L’attacco di Doha conferma questa ambiguità. L’obiettivo dichiarato era l’eliminazione della dirigenza politica di Hamas, riunita per discutere una proposta di cessate il fuoco mediata da Washington[4]. Il risultato, però, è stato un fallimento: i dirigenti sono sopravvissuti, mentre a perdere la vita sono stati il figlio di Khalil al-Hayya e alcuni collaboratori. Secondo ricostruzioni saudite, l’aviazione israeliana avrebbe persino colpito «la casa sbagliata», segno di un’operazione tanto audace quanto imprecisa[5].
Sul piano politico, Benjamin Netanyahu ha rivendicato la piena responsabilità dell’attacco, descrivendolo come un passo necessario per accelerare la fine della guerra a Gaza. Ma le conseguenze diplomatiche sono state disastrose. Gli Stati Uniti, alleati storici di Israele, hanno preso le distanze: Donald Trump ha definito l’azione «unfortunate», riconoscendo che non favorisce né gli obiettivi americani né quelli israeliani.[6] Israele appare così determinato a ottenere successi simbolici sul piano militare, ma sempre più isolato sul piano internazionale.
Il Qatar: dalla vulnerabilità militare alla centralità diplomatica
L’incursione israeliana ha messo a nudo la fragilità del Qatar, piccolo emirato privo di reali capacità militari per fronteggiare un’aggressione esterna di questa portata. Tuttavia, ha anche confermato come il peso di Doha non sia proporzionato alla sua forza armata, bensì alla sua centralità politica. Negli ultimi vent’anni il Qatar ha saputo costruire una rete di relazioni unica: ospita la base americana di al-Udeid, la più grande installazione militare degli Stati Uniti all’estero; ha offerto rifugio e legittimità politica alla dirigenza di Hamas; e si è ritagliato un ruolo cruciale in tutte le principali mediazioni regionali.[7]
La reazione dell’emiro Mohammed bin Abdulrahman Al Thani è stata decisa: ha definito l’attacco un atto di «terrorismo di Stato» e una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite.[8] Tuttavia, invece di rispondere sul piano militare, Doha ha scelto il terreno che le è più congeniale: quello diplomatico. Ha convocato un vertice straordinario dell’Organizzazione della cooperazione islamica e della Lega araba, rafforzando la solidarietà del mondo arabo e islamico attorno alla propria causa.[9] Così, la vulnerabilità si è trasformata in leva politica: il Qatar, lungi dal piegarsi alle pressioni israeliane, ha rilanciato il proprio ruolo di mediatore indispensabile.
L’effetto domino: Turchia, Egitto e la nuova convergenza arabo-iraniana
L’eco del bombardamento si è propagata con rapidità nei Paesi vicini, innescando un effetto domino. In Turchia, le parole di un politologo israeliano che preannunciavano «oggi il Qatar, domani la Turchia» sono state interpretate come una minaccia diretta.¹⁰ Ankara, che da anni offre copertura politica a Hamas, ha reagito con durezza: figure vicine al presidente Erdoğan hanno parlato di Israele come di uno Stato destinato a «scomparire dalla mappa».¹¹ Per un membro della NATO, il rischio di un’intensificazione non è più solo regionale: un attacco israeliano sul territorio turco potrebbe trascinare l’intera Alleanza Atlantica in una crisi di proporzioni globali.
Il Cairo ha scelto la via della fermezza. Dopo aver bloccato in passato tentativi israeliani di eliminare capi di Hamas presenti sul suolo egiziano, le autorità hanno tracciato una linea rossa: qualsiasi violazione sarà considerata una dichiarazione di guerra.¹² Parallelamente, il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha rilanciato l’idea di una “NATO araba”, questa volta con l’obiettivo di contenere Israele.¹³ È un ribaltamento concettuale che riflette la trasformazione in corso: Israele, da partner tacito contro l’Iran, rischia di diventare il nemico comune.
Proprio Teheran è il grande beneficiario dell’episodio. L’attacco a Doha ha spinto Arabia Saudita ed Emirati, storicamente diffidenti, a esprimere solidarietà al Qatar.¹⁴ L’isolamento dell’Iran appare così incrinato: la percezione della minaccia israeliana come comune sta aprendo la strada a una convergenza arabo-iraniana fino a ieri impensabile.¹⁵
Washington tra imbarazzo e perdita di controllo
Per gli Stati Uniti, l’attacco a Doha rappresenta un colpo durissimo. Israele ha agito a pochi chilometri dalla base americana di al-Udeid senza informare l’alleato, generando irritazione alla Casa Bianca e mettendo in dubbio la capacità americana di controllare Tel Aviv.¹⁶ Trump, colto di sorpresa, ha cercato di salvare la faccia, ordinando che Doha fosse avvertita mentre i caccia israeliani erano già in volo.¹⁷ Ma agli occhi delle capitali arabe Washington appare come una superpotenza incapace di imporre disciplina al proprio alleato più aggressivo.
Il rischio è che venga compromessa l’intera architettura di sicurezza che dagli Accordi di Camp David agli Accordi di Abramo ha garantito agli Stati Uniti una posizione dominante nel Vicino Oriente.¹⁸ Invece di rafforzare l’asse israelo-americano, il raid ha esposto le crepe di un rapporto sempre più squilibrato, in cui Israele sembra disposto ad agire unilateralmente anche a costo di minare gli interessi strategici di Washington.
Conclusioni: un boomerang strategico per Israele
Il bombardamento di Doha non è soltanto un episodio militare, ma un vero spartiacque geopolitico. Israele ha dimostrato la volontà di inseguire i propri nemici ovunque, ma così facendo ha innescato una spirale che rischia di isolarlo come mai prima.
Le conseguenze dell’operazione si leggono su tre livelli intrecciati. Sul piano diplomatico, ha spinto il mondo arabo a compattarsi attorno al Qatar e ha aperto alla prospettiva di un dialogo più stretto con l’Iran. Sul piano strategico, ha messo in difficoltà Washington, costretta a fare i conti con la propria perdita di controllo e con il rischio di destabilizzazione della NATO attraverso la Turchia. Infine, sul piano narrativo, ha offerto a Hamas un successo simbolico: la sopravvivenza dei suoi leader, malgrado l’attacco, rafforza l’immagine di un movimento resiliente e capace di resistere anche agli assalti più mirati.¹⁹
Se l’obiettivo di Tel Aviv era accelerare la fine della guerra attraverso la decapitazione politica di Hamas, il risultato è stato l’opposto: il conflitto si è allargato ben oltre Gaza, generando nuove faglie geopolitiche e moltiplicando i rischi di un’escalation incontrollabile. Non è più soltanto la stabilità del Vicino Oriente a essere in gioco, ma l’equilibrio dell’intero ordine internazionale.
NOTE
[1] Middle East Eye, “Explosions Heard in Qatari Capital Doha,” 9 settembre 2025, https://www.middleeasteye.net/news/explosions-heard-qatari-capital-doha.
[2] Ibid.
[3] Michele Giorgio, “Raid a Doha, l’ombra del flop,” Il Manifesto, 11 settembre 2025, https://ilmanifesto.it/raid-a-doha-lombra-del-flop
[4] Riccardo Antoniucci, Doha, bombe al tavolo di Hamas. Ma gli Usa avvisano prima il Qatar, “Il Fatto Quotidiano”, 10 settembre 2025, https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/09/10/doha-bombe-al-tavolo-di-hamas-ma-gli-usa-avvisano-prima-il-qatar/8121426/.
[5] Ibid.
[6] Ibid.
[7] Reuters, Qatari Prime Minister Says Nothing Will Deter Qatar’s Mediation Role, 9 settembre 2025, https://www.reuters.com/world/middle-east/qatari-prime-minister-says-nothing-will-deter-qatars-mediation-role-2025-09-09.
[8] Ministero degli Esteri del Qatar, Prime Minister and Minister of Foreign Affairs Says Qatar Will Not Tolerate Infringement on Its Sovereignty, 10 settembre 2025, https://mofa.gov.qa/en/qatar/latest-articles/latest-news/details/2025/09/10/prime-minister-and-minister-of-foreign-affairs-says-qatar-will-not-tolerate-infringement-on-its-sovereignty–describes-attack-as-state-terrorism.
[9] “The Times of Israel”, Qatari PM Says Israel Must Be Punished for Strike, Vows to Continue Ceasefire Efforts, 11 settembre 2025, https://www.timesofisrael.com/qatari-pm-says-israel-must-be-punished-for-strike-vows-to-continue-ceasefire-efforts/.
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