Introduzione

Nel corso del 2026 il Pakistan è tornato al centro della politica internazionale. Dopo anni in cui l’attenzione strategica occidentale sembrava essersi progressivamente spostata verso l’Indo-Pacifico e la competizione sino-americana, la guerra tra Stati Uniti e Iran ha restituito a Islamabad una centralità diplomatica che molti osservatori ritenevano ormai perduta. Il governo pakistano e soprattutto l’apparato militare guidato dal feldmaresciallo Asim Munir hanno assunto un ruolo di primo piano nei tentativi di mediazione tra Washington e Teheran, ospitando negoziati e favorendo canali di comunicazione che in larga misura erano stati interrotti dall’inasprimento del conflitto.[1]

Questa rinnovata rilevanza internazionale non deve tuttavia nascondere le fragilità che continuano a caratterizzare il Paese. Dietro l’immagine di mediatore regionale si trova infatti uno Stato alle prese con problemi strutturali di lunga durata: una crescita economica ancora insufficiente rispetto alle esigenze demografiche, una forte dipendenza dal sostegno finanziario internazionale, profonde disparità territoriali, tensioni confessionali e un sistema politico nel quale le forze armate continuano a esercitare un’influenza determinante.[2]

La guerra contro l’Iran ha inoltre evidenziato un ulteriore elemento di vulnerabilità. Per Islamabad il conflitto non rappresenta soltanto una questione di politica estera. La presenza di una consistente minoranza sciita, la vicinanza geografica con l’Iran e la delicata posizione delle regioni settentrionali hanno trasformato la crisi regionale in una potenziale fonte di instabilità interna. Le proteste registrate in diverse aree del Paese durante il conflitto hanno mostrato come gli sviluppi del Vicino Oriente possano produrre effetti diretti sugli equilibri interni pakistani.

In questo contesto il caso dell’arresto di Ehsan Ali e di altri dirigenti dell’Awami Action Committee nel Gilgit-Baltistan assume un valore che va oltre la cronaca locale. L’episodio offre infatti una finestra privilegiata attraverso cui osservare alcune delle principali contraddizioni del Pakistan contemporaneo: il rapporto tra centro e periferie, la gestione delle identità confessionali, il peso crescente delle questioni economiche e il ruolo dell’apparato securitario nella tutela della stabilità nazionale.

L’obiettivo di questo saggio non è tanto esaminare la vicenda di Ehsan Ali in quanto tale, quanto utilizzare questo episodio come punto di osservazione privilegiato per comprendere alcune delle principali trasformazioni in atto nel Pakistan contemporaneo. Attraverso l’esame della sua posizione geopolitica, delle sue fragilità economiche e delle tensioni presenti nel Gilgit-Baltistan, emergerà il profilo di uno Stato che sta cercando di accrescere il proprio peso internazionale mentre affronta sfide interne che ne mettono continuamente alla prova la coesione.

 

Il Pakistan nel nuovo quadro regionale

Per gran parte degli ultimi due decenni il Pakistan è stato osservato principalmente attraverso la lente della guerra in Afghanistan, del terrorismo jihadista e della rivalità con l’India. La guerra tra Stati Uniti e Iran del 2026 ha tuttavia modificato almeno in parte questa percezione. Per la prima volta dopo molti anni Islamabad non è apparsa soltanto come oggetto delle dinamiche regionali, ma come un soggetto diplomatico attivo capace di inserirsi in una delle crisi più pericolose del sistema internazionale contemporaneo.[3]

L’emergere del Pakistan come mediatore non è stato il risultato di una trasformazione improvvisa. Esso deriva piuttosto da una posizione geopolitica unica. Pochi Paesi possiedono infatti rapporti contemporaneamente significativi con Washington, Pechino, Teheran e le monarchie del Golfo. Questa collocazione, spesso descritta come ambigua o opportunistica, ha finito per trasformarsi in un vantaggio diplomatico nel momento in cui il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha reso necessaria l’apertura di canali di comunicazione indiretti.[4]

Dal punto di vista statunitense, il Pakistan continua a rappresentare un interlocutore indispensabile per la sicurezza regionale. Nonostante le tensioni emerse durante la guerra afghana e i frequenti contrasti tra Washington e Islamabad, i legami militari e di intelligence non sono mai stati completamente interrotti. I vertici politici e militari pakistani hanno inoltre colto l’occasione offerta dalla crisi iraniana per rilanciare il rapporto con gli Stati Uniti, presentandosi come un attore responsabile e indispensabile alla stabilizzazione del Vicino Oriente.[5]

Parallelamente Islamabad ha mantenuto aperti i propri rapporti con Teheran. Sebbene le relazioni tra Pakistan e Iran siano state spesso caratterizzate da diffidenze reciproche, soprattutto a causa della situazione nel Belucistan e delle differenti alleanze regionali, nessuna delle due parti ha interesse a una destabilizzazione della frontiera comune. Per il Pakistan una guerra prolungata con l’Iran significherebbe infatti maggiore instabilità interna, rischi energetici e un possibile aggravamento delle tensioni confessionali.[6]

Ancora più importante è il rapporto con le monarchie del Golfo. L’Arabia Saudita rappresenta da decenni uno dei principali partner economici e politici di Islamabad. Milioni di lavoratori pakistani operano nei Paesi del Golfo e le rimesse costituiscono una componente fondamentale dell’economia nazionale. Allo stesso tempo il Pakistan ha evitato di schierarsi apertamente contro l’Iran, cercando di preservare una difficile posizione di equilibrio tra Riyadh e Teheran.[7]

A completare questo quadro vi è naturalmente la Cina. Attraverso il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), Islamabad occupa una posizione centrale nella strategia eurasiatica di Pechino. La cooperazione economica, infrastrutturale e militare tra i due Paesi ha raggiunto livelli senza precedenti negli ultimi anni. Di conseguenza il Pakistan non può permettersi una politica estera che comprometta i propri rapporti con la Cina, così come Pechino ha interesse a preservare la stabilità del proprio principale partner nell’Asia meridionale.[8]

La mediazione tra Stati Uniti e Iran deve dunque essere letta all’interno di questa più ampia strategia di equilibrio. Islamabad non dispone delle risorse economiche o militari necessarie per imporsi come grande potenza regionale. Possiede tuttavia un vantaggio comparativo significativo: la capacità di dialogare simultaneamente con attori che spesso non comunicano tra loro. La guerra del 2026 ha mostrato come questa caratteristica possa trasformarsi in uno strumento di influenza geopolitica.

Resta però una domanda fondamentale. Fino a che punto il Pakistan sarà in grado di tradurre questa rinnovata centralità diplomatica in un rafforzamento della propria posizione internazionale? La risposta dipenderà non soltanto dall’evoluzione del quadro regionale, ma anche dalla capacità dello Stato pakistano di affrontare le profonde fragilità economiche e sociali che continuano a caratterizzarlo. È infatti sul terreno interno che si giocherà la vera partita del Pakistan nei prossimi anni.

 

Crisi economica e fragilità dello Stato

Se la guerra tra Stati Uniti e Iran ha consentito al Pakistan di accrescere temporaneamente il proprio peso diplomatico, la situazione interna del Paese continua a essere dominata da problemi strutturali che ne limitano le ambizioni. Dietro l’immagine di mediatore regionale si trova infatti uno Stato che da anni affronta una difficile combinazione di debito elevato, crescita insufficiente, forte incremento demografico e cronica carenza di risorse fiscali.[9]

L’economia pakistana ha mostrato negli ultimi anni alcuni segnali di stabilizzazione rispetto alla grave crisi attraversata tra il 2022 e il 2024. Tuttavia tale miglioramento resta fragile. La dipendenza dai programmi di sostegno del Fondo Monetario Internazionale continua a rappresentare uno dei principali vincoli della politica economica nazionale. Le autorità di Islamabad hanno dovuto adottare misure di rigore finanziario, ridurre sussidi e aumentare tariffe energetiche e imposte indirette per ottenere il sostegno dei creditori internazionali.[10]

Queste politiche hanno contribuito a migliorare alcuni indicatori macroeconomici, ma hanno anche aggravato il malcontento sociale. In un Paese che supera ormai i 250 milioni di abitanti, l’aumento del costo della vita pesa soprattutto sulle fasce popolari urbane e sulle regioni periferiche. I rincari dell’energia, dei carburanti e dei beni alimentari hanno alimentato proteste in diverse aree del Paese, trasformando questioni apparentemente economiche in problemi di natura politica.[11]

La pressione demografica costituisce un ulteriore fattore di instabilità. Ogni anno milioni di giovani entrano nel mercato del lavoro senza che l’economia sia in grado di creare un numero sufficiente di occupazioni. Questa dinamica produce una crescente distanza tra le aspettative della popolazione e le capacità effettive dello Stato. In molte aree del Paese la percezione di esclusione economica si combina inoltre con rivendicazioni territoriali, etniche o confessionali, rendendo più complessa la gestione del consenso.[12]

A ciò si aggiungono profonde disuguaglianze regionali. Le province più sviluppate, in particolare il Punjab, concentrano gran parte delle attività economiche e delle infrastrutture, mentre regioni come il Belucistan e il Gilgit-Baltistan lamentano da tempo una distribuzione iniqua degli investimenti pubblici e dei benefici derivanti dai grandi progetti infrastrutturali. In tali contesti la protesta sociale tende spesso a intrecciarsi con richieste di maggiore autonomia e rappresentanza politica.[13]

Di fronte a queste difficoltà, le forze armate continuano a svolgere un ruolo centrale nella vita del Paese. Fin dalla nascita del Pakistan l’esercito si è presentato non soltanto come garante della sicurezza nazionale, ma anche come custode dell’unità dello Stato. La debolezza delle istituzioni civili, la frammentazione politica e la persistenza di minacce interne ed esterne hanno progressivamente rafforzato questa funzione. Ancora oggi le principali decisioni in materia di politica estera, sicurezza e gestione delle crisi interne vengono assunte con un coinvolgimento diretto dell’apparato militare.[14]

Questa centralità costituisce al tempo stesso una risorsa e un limite. Da un lato l’esercito rappresenta uno dei pochi organismi capaci di operare efficacemente su scala nazionale. Dall’altro, il predominio dell’apparato securitario tende spesso a trasformare questioni economiche, sociali o territoriali in problemi di ordine pubblico. Ciò risulta particolarmente evidente nelle regioni periferiche, dove le richieste di maggiore partecipazione politica vengono frequentemente interpretate attraverso la lente della sicurezza nazionale.

In questo contesto la vicenda del Gilgit-Baltistan assume un significato particolare. Le proteste contro il caro vita, la gestione delle risorse e la distribuzione dei benefici economici non possono essere comprese esclusivamente come manifestazioni di malcontento sociale. Esse riflettono infatti problemi più profondi legati alla struttura dello Stato pakistano, al rapporto tra centro e periferia e alla difficile ricerca di un equilibrio tra sviluppo economico, integrazione territoriale e stabilità politica.

 

Il Gilgit-Baltistan: una periferia strategica

Per comprendere le tensioni che attraversano oggi il Gilgit-Baltistan è necessario abbandonare l’idea di una remota regione montana situata ai margini dello Stato pakistano. In realtà, pochi territori dell’Asia contemporanea concentrano una tale quantità di questioni geopolitiche, strategiche e identitarie. Qui si incontrano la disputa sul Kashmir, la presenza cinese, le tensioni confessionali del Pakistan e il difficile rapporto tra centro e periferia. È proprio questa sovrapposizione di fattori a rendere il Gilgit-Baltistan uno dei territori più sensibili dell’intero Paese.[15]

La regione occupa l’estremità settentrionale del Pakistan e confina con la Cina, l’Afghanistan e il Kashmir amministrato dall’India. Dal punto di vista storico il suo status resta strettamente legato alla questione del Jammu e Kashmir. Dopo la fine del dominio britannico e la prima guerra indo-pakistana del 1947-1948, il territorio passò sotto il controllo di Islamabad senza essere però integrato pienamente nel sistema costituzionale pakistano. Ancora oggi il suo inquadramento giuridico conserva elementi di ambiguità, conseguenza diretta della disputa irrisolta sul Kashmir e delle differenti rivendicazioni avanzate da Pakistan e India.[16]

Questa particolarità istituzionale ha alimentato nel tempo un diffuso dibattito sulla rappresentanza politica della regione. Molti abitanti del Gilgit-Baltistan ritengono che il territorio non disponga di strumenti adeguati per influenzare le decisioni che riguardano il proprio sviluppo economico e la gestione delle proprie risorse. Negli ultimi anni le richieste di maggiore autonomia amministrativa e di una più chiara definizione dello status costituzionale sono diventate una componente stabile del dibattito politico locale.[17]

L’importanza del Gilgit-Baltistan è però determinata soprattutto dalla sua posizione geografica. Attraverso questa regione passa infatti il principale collegamento terrestre tra Pakistan e Cina. La Karakorum Highway, una delle grandi opere infrastrutturali del secondo dopoguerra, attraversa il territorio collegando la regione cinese dello Xinjiang alle pianure pakistane. Con l’avvio del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il valore strategico della regione è ulteriormente aumentato. Il Gilgit-Baltistan costituisce infatti la porta d’ingresso terrestre dell’intero progetto, uno dei pilastri della proiezione economica cinese verso l’Oceano Indiano.[18]

Per Islamabad il CPEC rappresenta una straordinaria opportunità di sviluppo economico e modernizzazione infrastrutturale. Per Pechino esso costituisce invece una via alternativa ai tradizionali percorsi marittimi e un elemento fondamentale della propria strategia eurasiatica. Proprio per questo motivo la stabilità del Gilgit-Baltistan viene considerata una questione di sicurezza nazionale non soltanto dal Pakistan, ma anche dalla Cina. Qualsiasi forma di instabilità politica o sociale nella regione rischia infatti di avere ripercussioni su uno dei più importanti corridoi economici dell’Asia contemporanea.[19]

Accanto alla dimensione geopolitica esiste poi una questione economica locale. Il Gilgit-Baltistan dispone di importanti risorse idriche, potenzialità idroelettriche, attività turistiche e giacimenti minerari ancora parzialmente sfruttati. Una parte significativa del dibattito politico regionale ruota attorno alla distribuzione dei benefici derivanti da tali risorse. Molti movimenti locali sostengono che i vantaggi economici prodotti dai grandi progetti infrastrutturali siano percepiti soprattutto dalle autorità centrali e dagli investitori esterni, mentre le comunità locali riceverebbero benefici limitati.[20]

A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce la composizione religiosa della regione. A differenza di gran parte del Pakistan, il Gilgit-Baltistan ospita una popolazione religiosamente eterogenea composta da sunniti, sciiti duodecimani, ismailiti e seguaci della tradizione mistica nurbakhshi. Questa pluralità confessionale ha storicamente rappresentato una caratteristica distintiva della regione, ma nel corso degli ultimi decenni è stata anche influenzata dalle più ampie dinamiche settarie che attraversano il Pakistan e il Vicino Oriente.[21]

Di conseguenza il Gilgit-Baltistan si trova oggi al crocevia di quattro questioni fondamentali: la rivalità indo-pakistana sul Kashmir, la proiezione strategica della Cina, il rapporto tra centro e periferia e la delicata gestione delle identità religiose. Le proteste che periodicamente emergono nella regione non possono quindi essere interpretate esclusivamente come manifestazioni di malcontento locale. Esse riflettono tensioni che investono l’intera architettura politica e strategica del Pakistan.

Non sorprende dunque che Islamabad osservi con particolare attenzione qualsiasi movimento sociale o politico capace di mobilitare la popolazione locale. In una regione che rappresenta contemporaneamente una frontiera geopolitica, un corridoio economico e uno spazio di delicati equilibri confessionali, anche rivendicazioni apparentemente limitate possono assumere una rilevanza nazionale. È in questo contesto che devono essere comprese le mobilitazioni degli ultimi anni e, successivamente, il caso di Ehsan Ali e dell’Awami Action Committee.

 

La questione sciita e gli effetti della guerra contro l’Iran

La Repubblica Islamica del Pakistan viene generalmente descritta come uno Stato a maggioranza sunnita. Questa definizione, pur corretta, rischia tuttavia di nascondere una realtà più complessa. Il Pakistan ospita infatti una delle più grandi comunità sciite del mondo musulmano. Le stime variano considerevolmente, ma la popolazione sciita rappresenta una quota significativa della popolazione nazionale, rendendo il Paese uno dei principali centri dello sciismo al di fuori dell’Iran e dell’Iraq.[22]

La presenza sciita non è distribuita in modo uniforme sul territorio. Importanti comunità si trovano nelle grandi aree urbane, in particolare a Karachi, ma anche nelle regioni nord-occidentali di Kurram e Parachinar, nella città di Quetta e soprattutto nel Gilgit-Baltistan. In quest’ultima regione la componente sciita e ismailita assume un peso demografico e culturale particolarmente rilevante, contribuendo a differenziarla dal resto del Paese.[23]

Per buona parte della propria storia il Pakistan non ha conosciuto livelli di conflittualità confessionale paragonabili a quelli osservabili in altre aree del Vicino Oriente. La situazione iniziò tuttavia a mutare a partire dagli anni Ottanta. La rivoluzione iraniana del 1979, l’islamizzazione promossa dal generale Muhammad Zia-ul-Haq e la guerra sovietico-afghana contribuirono a rafforzare le identità confessionali e a favorire la nascita di organizzazioni settarie. La competizione regionale tra Iran e Arabia Saudita trovò progressivamente un riflesso anche all’interno della società pakistana, alimentando tensioni che in alcuni momenti assunsero forme violente.[24]

Nonostante ciò, sarebbe riduttivo interpretare la questione sciita esclusivamente in termini religiosi. Nel caso pakistano le appartenenze confessionali si intrecciano frequentemente con fattori territoriali, economici e politici. In regioni come il Gilgit-Baltistan le rivendicazioni relative alla rappresentanza politica, alla distribuzione delle risorse e allo sviluppo economico tendono spesso a sovrapporsi alle identità religiose, generando dinamiche più complesse di una semplice contrapposizione tra sunniti e sciiti.

La guerra tra Stati Uniti e Iran del 2026 ha riportato queste contraddizioni al centro dell’attenzione. Per Islamabad il conflitto ha rappresentato una sfida particolarmente delicata. Da un lato il Pakistan intrattiene relazioni strategiche con Washington e con le monarchie arabe del Golfo. Dall’altro, la vicinanza geografica con l’Iran, la presenza di una consistente popolazione sciita e la necessità di evitare destabilizzazioni interne hanno imposto una politica di equilibrio estremamente prudente.

La dirigenza pakistana ha pertanto cercato di mantenere una posizione intermedia, sostenendo iniziative diplomatiche e tentativi di mediazione senza compromettere i rapporti con nessuna delle principali parti coinvolte. Questa strategia ha contribuito ad accrescere il profilo internazionale del Pakistan, ma ha anche evidenziato la fragilità degli equilibri interni del Paese. Eventi regionali apparentemente lontani hanno infatti avuto ripercussioni dirette su alcune delle aree più sensibili della federazione.

In questo contesto il Gilgit-Baltistan ha assunto un’importanza particolare. La presenza di una significativa popolazione sciita, la vicinanza ai principali assi strategici del Corridoio Economico Cina-Pakistan e le persistenti rivendicazioni relative alla rappresentanza politica hanno trasformato la regione in uno dei luoghi in cui le conseguenze interne della guerra sono apparse più evidenti. Le tensioni emerse nel corso del 2026 non possono essere comprese esclusivamente alla luce delle appartenenze religiose. Esse riflettono piuttosto la sovrapposizione di questioni confessionali, economiche e territoriali che caratterizza gran parte della storia recente della regione.

La guerra contro l’Iran non ha creato tali tensioni. Ha però dimostrato quanto esse restino strettamente collegate agli equilibri geopolitici del Vicino Oriente. Per il Pakistan il conflitto del 2026 ha rappresentato un promemoria della difficoltà di separare politica estera e politica interna. In uno Stato che occupa una posizione centrale tra Asia meridionale, Vicino Oriente e Asia centrale, le crisi regionali tendono inevitabilmente a produrre conseguenze anche sul piano domestico. È proprio all’interno di questo quadro che va collocata la vicenda di Ehsan Ali e dell’Awami Action Committee, oggetto del capitolo successivo.

 

Il caso Ehsan Ali e l’Awami Action Committee

Le tensioni che attraversano oggi il Gilgit-Baltistan non si manifestano soltanto attraverso le dinamiche confessionali o le grandi questioni geopolitiche. Esse trovano espressione anche in una crescente mobilitazione sociale legata a temi economici, istituzionali e territoriali. In questo contesto si colloca l’esperienza dell’Awami Action Committee (AAC), una delle principali piattaforme di protesta emerse negli ultimi anni nella regione.

L’AAC non nasce come un’organizzazione religiosa né come un movimento separatista. Si tratta piuttosto di una coalizione di gruppi locali, associazioni civiche, attivisti e organizzazioni sociali che hanno concentrato la propria azione su questioni concrete quali il costo della vita, l’accesso all’energia, la gestione delle risorse naturali e la rappresentanza politica del Gilgit-Baltistan.[25]

La crescita del movimento deve essere letta alla luce delle trasformazioni economiche che hanno interessato la regione. Da un lato il Corridoio Economico Cina-Pakistan ha accresciuto l’importanza strategica del territorio. Dall’altro, una parte della popolazione locale ritiene che i benefici derivanti da tali investimenti non siano distribuiti in modo equo. In questo quadro le richieste di maggiore partecipazione alle decisioni economiche e di una più chiara definizione dello status politico della regione hanno assunto un peso crescente nel dibattito pubblico.

Tra le figure più note dell’AAC emerge Ehsan Ali, avvocato e dirigente politico locale, divenuto negli ultimi anni uno dei principali portavoce delle rivendicazioni del movimento. La sua notorietà è aumentata ulteriormente in seguito agli arresti che hanno coinvolto lui e altri dirigenti dell’organizzazione nel corso del 2026. Secondo le autorità pakistane, gli arrestati sarebbero stati coinvolti in attività riconducibili alla legislazione antiterrorismo. I loro sostenitori sostengono invece che le accuse rappresentino un tentativo di reprimere un movimento di protesta sostanzialmente pacifico.[26]

L’obiettivo di questo saggio non è stabilire quale di queste interpretazioni sia corretta. Più interessante è comprendere perché un movimento locale sia arrivato a essere percepito come una questione di rilevanza nazionale. La risposta risiede nella particolare natura del Gilgit-Baltistan. In una regione attraversata da corridoi strategici, caratterizzata da una delicata composizione confessionale e inserita nel contesto della disputa sul Kashmir, anche rivendicazioni apparentemente limitate possono essere interpretate dalle autorità attraverso la lente della sicurezza nazionale.

L’arresto di Ehsan Ali deve quindi essere letto nel contesto più ampio delle relazioni tra Islamabad e le periferie strategiche del Paese. Per l’apparato statale pakistano il controllo del Gilgit-Baltistan non riguarda soltanto l’amministrazione di una regione remota. Esso coinvolge questioni di politica estera, sicurezza, infrastrutture strategiche e stabilità interna. Di conseguenza, la distinzione tra protesta sociale e questione di sicurezza tende spesso a diventare meno netta.

La guerra contro l’Iran ha contribuito a rafforzare ulteriormente questa dinamica. Le proteste emerse in diverse aree del Paese durante il conflitto hanno accresciuto la sensibilità delle autorità nei confronti di qualsiasi forma di mobilitazione potenzialmente capace di assumere una dimensione politica più ampia. In regioni come il Gilgit-Baltistan, dove fattori economici, confessionali e geopolitici si sovrappongono, tale atteggiamento è apparso particolarmente evidente.

In questo senso il caso Ehsan Ali non rappresenta un episodio isolato. Esso costituisce piuttosto una manifestazione delle tensioni che attraversano il Pakistan contemporaneo: il rapporto tra centro e periferia, la gestione della diversità religiosa, il peso crescente delle questioni economiche e il ruolo dell’apparato di sicurezza nella preservazione della stabilità nazionale. Più che la storia di un singolo dirigente politico, si tratta quindi della storia di un equilibrio che appare sempre più difficile da mantenere.

 

La risposta dell’apparato statale

Le vicende esaminate nei capitoli precedenti pongono una questione fondamentale: come interpreta lo Stato pakistano le tensioni che attraversano le proprie regioni periferiche? Per comprendere la risposta delle autorità agli eventi del 2026 è necessario considerare una caratteristica storica della Repubblica Islamica del Pakistan. Fin dalla sua fondazione, il Paese ha sviluppato una cultura strategica fortemente influenzata dalla percezione di una vulnerabilità permanente. La competizione con l’India, la questione del Kashmir, la frontiera afghana, le tensioni etniche e la presenza di movimenti insurrezionali hanno contribuito a rafforzare una concezione della sicurezza nazionale che occupa una posizione centrale nella vita politica del Paese.[27]

In questo contesto le forze armate hanno progressivamente assunto un ruolo che va ben oltre la semplice difesa militare. L’esercito pakistano rappresenta oggi una delle principali istituzioni dello Stato e continua a esercitare una notevole influenza sulle questioni di politica estera, sicurezza interna e gestione delle crisi. Tale centralità non deriva soltanto dalla storia dei numerosi governi militari che hanno caratterizzato il Paese, ma anche dalla convinzione, diffusa in ampi settori della classe dirigente, che l’unità nazionale richieda una costante vigilanza contro minacce interne ed esterne.[28]

Questa impostazione si riflette in modo particolare nel rapporto con le regioni periferiche. Belucistan, Khyber Pakhtunkhwa e Gilgit-Baltistan non vengono considerati semplicemente territori amministrativi, ma spazi strategici il cui controllo è ritenuto essenziale per la sicurezza dello Stato. Di conseguenza, movimenti di protesta, rivendicazioni autonomistiche e mobilitazioni sociali tendono spesso a essere valutati non soltanto per il loro contenuto politico o economico, ma anche per le possibili implicazioni strategiche.

Il Gilgit-Baltistan rappresenta un esempio particolarmente significativo di questa logica. La regione si colloca infatti al punto di incontro tra la disputa sul Kashmir, il Corridoio Economico Cina-Pakistan, le dinamiche confessionali interne e i rapporti con la Cina. Dal punto di vista delle autorità centrali, qualsiasi forma di instabilità in quest’area potrebbe produrre conseguenze che vanno ben oltre i confini regionali. È dunque comprensibile che Islamabad presti particolare attenzione agli sviluppi politici locali, anche se ciò non significa necessariamente condividere tutte le modalità attraverso cui tale attenzione viene esercitata.

La guerra tra Stati Uniti e Iran del 2026 ha ulteriormente rafforzato questa sensibilità. Le proteste registrate in diverse aree del Paese, unite al timore di possibili ripercussioni confessionali, hanno contribuito ad accentuare l’approccio prudenziale delle autorità. In un contesto regionale caratterizzato da elevata instabilità, la priorità dell’apparato statale è rimasta quella di evitare che tensioni esterne si trasformassero in fattori di destabilizzazione interna.

Da questa prospettiva, episodi come l’arresto di Ehsan Ali e di altri dirigenti dell’Awami Action Committee assumono un significato diverso da quello attribuito dai loro sostenitori. Per le autorità, il problema non riguarda necessariamente le singole rivendicazioni avanzate dai movimenti locali, ma la possibilità che tali mobilitazioni si inseriscano in un quadro più ampio di instabilità politica e sociale. È proprio questa differenza di percezione a spiegare gran parte della distanza che separa le organizzazioni di protesta dall’apparato statale.

Tuttavia, l’approccio securitario presenta anche limiti evidenti. La trasformazione di problemi economici, istituzionali o territoriali in questioni di sicurezza rischia infatti di affrontare le conseguenze senza intervenire sulle cause profonde del malcontento. Le richieste di maggiore rappresentanza politica, una più equa distribuzione delle risorse o una definizione più chiara dello status delle regioni periferiche non scompaiono per effetto di misure repressive o di controllo amministrativo. Al contrario, possono accumularsi nel tempo e riemergere in forme nuove.

Per il Pakistan contemporaneo si pone quindi una sfida complessa. Da un lato lo Stato deve preservare la propria stabilità in un contesto regionale particolarmente difficile. Dall’altro deve evitare che la ricerca della sicurezza comprometta la capacità di integrare politicamente ed economicamente le proprie periferie. Il problema non riguarda soltanto il Gilgit-Baltistan o l’Awami Action Committee. Esso investe più in generale il rapporto tra sicurezza e rappresentanza, una delle questioni centrali della storia politica pakistana dalla sua fondazione fino ai giorni nostri.

Le tensioni emerse nel corso del 2026 mostrano come tale equilibrio resti ancora irrisolto. Se la guerra contro l’Iran ha accresciuto il prestigio internazionale del Pakistan e il suo ruolo diplomatico, essa ha anche evidenziato la persistenza di fragilità interne che nessun successo di politica estera può cancellare. È proprio da questa contraddizione che occorre partire per valutare il futuro del Paese.

 

Conclusioni

La guerra tra Stati Uniti e Iran del 2026 ha riportato il Pakistan al centro della scena internazionale. In un momento di forte instabilità regionale, Islamabad è riuscita a presentarsi come uno dei pochi attori in grado di mantenere canali di comunicazione aperti con Washington, Teheran, Riyadh e Pechino. Questa capacità di dialogo ha confermato l’importanza geopolitica del Paese e la sua posizione unica all’incrocio tra Asia meridionale, Asia centrale e Vicino Oriente.

Tuttavia, l’accresciuta rilevanza internazionale del Pakistan non deve essere confusa con una condizione di stabilità interna. Al contrario, gli eventi del 2026 hanno mostrato come il rafforzamento del ruolo diplomatico del Paese conviva con fragilità economiche, tensioni territoriali e questioni identitarie ancora irrisolte. La dipendenza dall’assistenza finanziaria internazionale, le profonde disuguaglianze regionali e il peso crescente delle rivendicazioni locali continuano a rappresentare sfide significative per la classe dirigente pakistana.

Il caso del Gilgit-Baltistan costituisce una sintesi particolarmente efficace di queste contraddizioni. Situata al crocevia tra la disputa sul Kashmir, il Corridoio Economico Cina-Pakistan e le dinamiche confessionali del Paese, la regione è divenuta uno dei principali laboratori delle trasformazioni in corso. Qui si intrecciano interessi strategici globali, aspettative di sviluppo economico e richieste di maggiore rappresentanza politica. Le tensioni emerse negli ultimi anni dimostrano quanto sia difficile conciliare tali esigenze all’interno dell’attuale assetto istituzionale.

Anche la questione sciita assume una rilevanza che va oltre la dimensione religiosa. La guerra contro l’Iran ha evidenziato come gli equilibri confessionali del Pakistan siano strettamente collegati agli sviluppi geopolitici regionali. In un Paese che ospita una delle più grandi comunità sciite del mondo musulmano, le crisi del Vicino Oriente possono produrre conseguenze dirette sul piano interno, influenzando dinamiche sociali, politiche e territoriali.

L’arresto di Ehsan Ali e dei dirigenti dell’Awami Action Committee deve essere interpretato alla luce di questo contesto più ampio. L’episodio non rappresenta soltanto una controversia locale né esclusivamente una questione giudiziaria. Esso riflette piuttosto il difficile rapporto tra centro e periferia, tra sicurezza e rappresentanza, tra esigenze di stabilità e richieste di partecipazione politica. Come spesso accade nella storia pakistana, problemi economici e territoriali tendono a essere interpretati attraverso la lente della sicurezza nazionale, soprattutto quando emergono in regioni considerate strategiche.

Dal punto di vista dello Stato, questa impostazione appare comprensibile. Il Pakistan si trova in una posizione geografica e politica che rende particolarmente elevata la percezione della vulnerabilità. La rivalità con l’India, la questione del Kashmir, la vicinanza all’Afghanistan e all’Iran e l’importanza delle infrastrutture legate al CPEC contribuiscono a rafforzare una cultura strategica fortemente orientata alla sicurezza. Tuttavia, gli eventi analizzati in questo saggio suggeriscono che una risposta esclusivamente securitaria rischia di non affrontare le cause profonde delle tensioni che attraversano il Paese.

La sfida fondamentale per il Pakistan contemporaneo consiste dunque nel trasformare la propria crescente importanza geopolitica in una maggiore capacità di integrazione interna. Il successo diplomatico ottenuto durante la crisi iraniana potrebbe rivelarsi effimero se non accompagnato da progressi sul piano economico, istituzionale e territoriale. La stabilità di lungo periodo dipenderà infatti non soltanto dalla capacità di mediare tra le grandi potenze regionali, ma anche dalla possibilità di costruire un rapporto più equilibrato tra lo Stato e le sue periferie.

In questo senso il Pakistan appare oggi come una potenza al tempo stesso forte e vulnerabile. Forte per la sua posizione strategica, per il ruolo delle sue istituzioni e per la sua crescente rilevanza internazionale. Vulnerabile per le persistenti fragilità economiche, per le tensioni che attraversano le sue regioni periferiche e per la difficoltà di conciliare sicurezza, sviluppo e rappresentanza politica. È proprio in questa tensione tra centralità geopolitica e fragilità interna che si colloca quello che può essere definito il vero equilibrio impossibile del Pakistan contemporaneo.


NOTE

[1] Reuters, Lebanese army chief leaves for Pakistan at invitation of counterpart, 6 giugno 2026; Reuters, US eyes Iranian assets for Gulf allies’ reconstruction, source says, 6 giugno 2026; Chatham House, What does Pakistan gain from its Iran–US diplomacy?, 21 aprile 2026; Stimson Center, The Motives and Constraints Behind Pakistan’s Mediation Between the US and Iran, 9 aprile 2026.

[2] International Monetary Fund, Pakistan: Country Data, 2026; Reuters, IMF board signs off on Pakistan review, keeps $7 billion program on track, 8 dicembre 2025; Reuters, IMF flags central bank independence gaps across Middle East, Central Asia, 2 giugno 2026.

[3] Reuters, Pakistan seeks two-week ceasefire, extension to Trump’s deadline on Iran, 7 aprile 2026.

[4] Chatham House, What does Pakistan gain from its Iran–US diplomacy?, 21 aprile 2026; The Diplomat, The Iran War Mediation and Pakistan’s ‘Reverse Bismarck’, aprile 2026.

[5] Vox, How Pakistan became Trump’s most surprising ally, 5 giugno 2026; Reuters, How Trump’s ceasefires are failing to stop Middle East violence, 4 giugno 2026.

[6] Chatham House, What does Pakistan gain from its Iran–US diplomacy?, 21 aprile 2026; UK House of Commons Library, US-Iran ceasefire and nuclear talks in 2026, 24 aprile 2026.

[7] Chatham House, What does Pakistan gain from its Iran–US diplomacy?, 21 aprile 2026; Reuters, Pakistan seeks two-week ceasefire, extension to Trump’s deadline on Iran, 7 aprile 2026.

[8] Chatham House, What does Pakistan gain from its Iran–US diplomacy?, 21 aprile 2026; Le Monde, How Pakistan played a pivotal role in brokering the Iran-US ceasefire, 10 aprile 2026.

[9] International Monetary Fund, Pakistan: Country Data; World Bank, Pakistan Development Update 2025–2026.

[10] International Monetary Fund, First Review under the Extended Fund Facility for Pakistan; Reuters, IMF board signs off on Pakistan review, keeps programme on track, dicembre 2025.

[11] Reuters, Pakistan inflation and energy price reforms; World Bank, Pakistan Development Update 2025–2026.

[12] United Nations Population Division, World Population Prospects; United States Institute of Peace, studi sulla stabilità sociale in Pakistan.

[13] International Crisis Group, Pakistan’s Peripheries; Chatham House, analisi sulle disuguaglianze regionali e sul CPEC.

[14] Ayesha Siddiqa, Military Inc.: Inside Pakistan’s Military Economy; Aqil Shah, The Army and Democracy: Military Politics in Pakistan; Carnegie Endowment for International Peace, studi sulle relazioni civili-militari in Pakistan.

[15] Andrew Small, The China-Pakistan Axis: Asia’s New Geopolitics, C. Hurst & Co., Londra, 2015; International Crisis Group, Discord in Pakistan’s Northern Areas, Asia Report n. 131, Bruxelles, 2 aprile 2007.

[16] A. Bansal, “Gilgit-Baltistan: The Roots of Political Alienation”, Strategic Analysis, vol. 32, n. 1, 2008, pp. 81-101; International Crisis Group, Discord in Pakistan’s Northern Areas, Asia Report n. 131, Bruxelles, 2 aprile 2007.

[17] International Crisis Group, Discord in Pakistan’s Northern Areas, Asia Report n. 131, Bruxelles, 2 aprile 2007.

[18] A. Small, The China-Pakistan Axis: Asia’s New Geopolitics, Hurst, Londra, 2015, pp. 97-126; World Bank, China-Pakistan Economic Corridor: Opportunities and Risks, Washington D.C., 2019.

[19] A. Small, The China-Pakistan Axis: Asia’s New Geopolitics, Hurst, Londra, 2015, pp. 127-158; World Bank, Pakistan@100: Shaping the Future, Washington D.C., 2019, cap. 5.

[20] International Crisis Group, Discord in Pakistan’s Northern Areas, Asia Report n. 131, Bruxelles, 2 aprile 2007; Muhammad Mushtaq Khan et al., “Gilgit-Baltistan’s Public View on China-Pakistan Economic Corridor (CPEC)”, Pakistan Social Sciences Review, vol. 6, n. 2, 2022.

[21] International Crisis Group, The State of Sectarianism in Pakistan, Asia Report, Bruxelles; Muhammad Ali, “Sectarian Dynamics in Gilgit-Baltistan”, Asian Survey, vol. 58, n. 4, 2018, pp. 701-723.

[22] Vali Nasr, The Shia Revival: How Conflicts within Islam Will Shape the Future, W.W. Norton, New York, 2006.

[23] International Crisis Group, Discord in Pakistan’s Northern Areas, Asia Report n. 131, Bruxelles, 2 aprile 2007.

[24] Hassan Abbas, Pakistan’s Drift into Extremism: Allah, the Army, and America’s War on Terror, M.E. Sharpe, Armonk (NY), 2005.

[25] International Crisis Group, Discord in Pakistan’s Northern Areas, Asia Report n. 131, Bruxelles, 2 aprile 2007; A. Bansal, “Gilgit-Baltistan: The Roots of Political Alienation”, Strategic Analysis, vol. 32, n. 1, 2008, pp. 81-101.

[26] Per gli arresti di Ehsan Ali e dei dirigenti dell’AAC si vedano: Early Day Motion n. 65981, House of Commons del Regno Unito, The Arrest and Detention of Ehsan Ali by Pakistan Authorities; Amnesty International South Asia, comunicati e dichiarazioni pubbliche del 2026; fonti primarie dell’Awami Action Committee e delle autorità pakistane.

[27] C. Christine Fair, Fighting to the End: The Pakistan Army’s Way of War, Oxford University Press, Oxford, 2014.

[28] Aqil Shah, The Army and Democracy: Military Politics in Pakistan, Harvard University Press, Cambridge (MA), 2014.


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Gabriele Repaci collabora a partire dal 2009 con Eurasia. Rivista di Studi geopolitici. Giornalista pubblicista, analista e studioso del Vicino Oriente e del mondo musulmano, concentra le proprie analisi sulle dinamiche politiche, strategiche e culturali dell’area. Ha studiato la lingua araba e la lingua turca, affiancando alla formazione teorica una significativa esperienza sul campo. Nel corso degli anni ha collaborato con numerose riviste e piattaforme culturali e politiche, tra cui Diorama Letterario, Marxismo Oggi, Das Andere, il blog de Il Giornale, L’Intellettuale Dissidente, La Città Futura, Contropiano, InsideOver e La Luce News. Nel 2025 ha pubblicato il volume Siria, crocevia della storia per le Edizioni All’Insegna del Veltro, dedicato all’analisi storica e geopolitica del conflitto siriano nel più ampio contesto regionale.