Introduzione

La transizione energetica rappresenta una delle trasformazioni più profonde del sistema internazionale contemporaneo. Nel dibattito pubblico essa viene generalmente interpretata come la risposta delle principali economie mondiali alla necessità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra e contrastare il cambiamento climatico. Questa prospettiva, pur cogliendo una componente essenziale del fenomeno, rischia tuttavia di lasciarne in secondo piano una dimensione altrettanto rilevante: quella geopolitica. La progressiva diffusione delle tecnologie legate all’elettrificazione, alle fonti rinnovabili e ai sistemi di accumulo dell’energia non modifica soltanto il modo in cui l’energia viene prodotta e consumata, ma contribuisce anche a ridefinire gli equilibri economici e strategici tra gli Stati.

Come nel Novecento il controllo del petrolio, delle principali aree di produzione e delle rotte di approvvigionamento costituì uno dei fondamenti della potenza internazionale, così nel XXI secolo la competizione tende progressivamente a concentrarsi sul controllo delle tecnologie energetiche, delle materie prime critiche e delle filiere industriali necessarie alla loro produzione. La transizione energetica non elimina quindi la competizione geopolitica: ne modifica piuttosto l’oggetto, spostando il confronto internazionale dalle fonti fossili alle tecnologie destinate, almeno in parte, a sostituirle.

In questo contesto la Repubblica Popolare Cinese occupa una posizione centrale. Nel corso degli ultimi due decenni Pechino ha perseguito una strategia di lungo periodo volta a ridurre la propria vulnerabilità energetica, consolidare la propria base industriale e conquistare una posizione di primo piano nei principali settori della transizione energetica. Tale orientamento non può essere interpretato esclusivamente come una politica ambientale. Esso si inserisce in una più ampia strategia di sviluppo economico, sicurezza nazionale e competizione internazionale, nella quale il controllo delle tecnologie energetiche rappresenta uno degli strumenti attraverso cui accrescere il peso della Cina nel sistema internazionale.

Muovendo da queste premesse, il presente contributo propone di interpretare la transizione energetica come uno dei principali terreni della competizione geopolitica contemporanea. L’obiettivo non è valutare l’efficacia delle politiche climatiche né discutere i benefici ambientali delle energie rinnovabili, ma analizzare le conseguenze strategiche della trasformazione del sistema energetico mondiale e il modo in cui essa sta contribuendo a ridefinire i rapporti di forza tra le grandi potenze.

A tal fine, il lavoro ricostruirà anzitutto il ruolo svolto dal petrolio nella formazione dell’ordine internazionale del Novecento, per poi esaminare la strategia energetica perseguita dalla Cina e la sua progressiva affermazione nei principali comparti della transizione energetica. Successivamente verrà analizzato come la competizione internazionale si stia progressivamente spostando dal controllo delle fonti energetiche al controllo delle filiere produttive e delle tecnologie strategiche, per verificare poi questa chiave interpretativa attraverso il caso della guerra contro l’Iran. Infine, saranno esaminate le principali contraddizioni della transizione energetica e le loro implicazioni per gli equilibri geopolitici del XXI secolo.

 

Il petrolio come fondamento dell’ordine internazionale del Novecento

La storia delle relazioni internazionali del XX secolo non può essere compresa senza considerare il ruolo svolto dal petrolio. Più che una semplice fonte di energia, esso costituì il presupposto materiale sul quale si svilupparono la crescita economica, la potenza militare e gli equilibri geopolitici dell’età contemporanea. La progressiva affermazione degli idrocarburi trasformò profondamente il rapporto tra economia e politica internazionale, contribuendo a ridefinire la gerarchia delle potenze e l’importanza strategica di intere regioni del pianeta.

Il predominio del petrolio fu il risultato di una trasformazione tecnologica iniziata tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Sebbene il carbone avesse alimentato la prima rivoluzione industriale, la crescente diffusione del motore a combustione interna, lo sviluppo dell’industria automobilistica, l’espansione dell’aviazione e la progressiva meccanizzazione delle attività produttive resero il petrolio una fonte energetica sempre più vantaggiosa. La sua maggiore densità energetica, la facilità di trasporto e la versatilità d’impiego ne favorirono una rapida affermazione, fino a farne il principale combustibile delle economie industrializzate.[1]

L’importanza del petrolio, tuttavia, non derivava esclusivamente dalle sue caratteristiche tecniche. Fin dai primi decenni del Novecento gli Stati compresero che il controllo delle risorse energetiche avrebbe inciso direttamente sulla loro capacità di esercitare potenza. Emblematica fu la decisione assunta da Winston Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato britannico, di convertire la Royal Navy dall’alimentazione a carbone a quella a petrolio. Tale scelta aumentò sensibilmente l’autonomia operativa e la velocità della flotta, ma comportò anche una conseguenza di enorme rilievo strategico: il Regno Unito, ricco di carbone ma povero di petrolio, diveniva dipendente da approvvigionamenti esterni, trasformando la sicurezza energetica in una priorità della politica estera britannica. Da quel momento il controllo delle fonti di approvvigionamento e delle rotte marittime cessò di essere una questione esclusivamente economica per assumere un valore eminentemente geopolitico.

Le due guerre mondiali confermarono definitivamente questa trasformazione. La disponibilità di carburante condizionò la mobilità degli eserciti, l’efficienza delle flotte navali e la superiorità delle forze aeree, dimostrando come la capacità militare fosse ormai strettamente legata all’accesso alle risorse petrolifere. Il petrolio cessava così di essere una semplice merce di scambio per diventare una risorsa strategica, indispensabile tanto allo sviluppo economico quanto alla sicurezza nazionale.

Parallelamente, il baricentro della produzione mondiale si spostò progressivamente verso il Vicino Oriente. Le ingenti riserve presenti in Persia, Iraq, Kuwait e, soprattutto, nella penisola arabica conferirono a questa regione un’importanza senza precedenti. Il Golfo Persico divenne progressivamente il principale nodo energetico del pianeta e, di conseguenza, uno dei principali teatri della competizione internazionale. Da allora, la stabilità dell’area e la sicurezza delle rotte marittime attraverso cui transitava il greggio sarebbero divenute interessi strategici permanenti delle grandi potenze.

Dopo la Seconda guerra mondiale furono gli Stati Uniti a costruire un ordine internazionale fondato anche sul controllo del sistema petrolifero. L’accordo raggiunto nel 1945 tra il presidente Franklin D. Roosevelt e il re saudita ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd pose le basi di un’alleanza strategica destinata a durare per decenni: sicurezza militare statunitense in cambio di stabilità nelle forniture energetiche. Parallelamente, la centralità del dollaro nei mercati internazionali e il progressivo consolidamento del sistema del petrodollaro rafforzarono ulteriormente la posizione degli Stati Uniti, intrecciando il predominio finanziario americano con il commercio mondiale degli idrocarburi.[2]

Negli anni successivi, la crisi petrolifera del 1973 e la rivoluzione iraniana del 1979 dimostrarono quanto la stabilità economica delle principali economie industrializzate dipendesse dagli sviluppi politici del Vicino Oriente. In questo contesto maturò la Dottrina Carter, enunciata nel messaggio sullo stato dell’Unione del 23 gennaio 1980, secondo la quale qualsiasi tentativo di assumere il controllo del Golfo Persico sarebbe stato considerato una minaccia agli interessi vitali degli Stati Uniti e contrastato, se necessario, con l’impiego della forza militare.[3] Tale dichiarazione sanciva ufficialmente che la sicurezza energetica costituiva ormai una componente essenziale della strategia globale di Washington.

Nel corso del Novecento il petrolio divenne dunque molto più di una fonte di energia. Esso rappresentò il fondamento materiale dell’ordine internazionale, influenzando la localizzazione delle basi militari, la formazione delle alleanze, la politica estera delle grandi potenze e l’importanza strategica di intere regioni del mondo. Comprendere questo ordine petrolifero costituisce il presupposto indispensabile per analizzare le trasformazioni in corso. Se per oltre un secolo il controllo degli idrocarburi ha rappresentato uno dei principali fattori della potenza internazionale, la progressiva evoluzione del sistema energetico impone oggi di interrogarsi su quali risorse, tecnologie e capacità produttive siano destinate ad assumere un ruolo analogo. È proprio da questa domanda che prende avvio l’analisi della strategia perseguita dalla Repubblica Popolare Cinese negli ultimi due decenni.[4]

 

La strategia energetica della Cina: dalla sicurezza degli approvvigionamenti alla politica di potenza

L’ascesa economica della Repubblica Popolare Cinese ha modificato profondamente il rapporto del paese con l’energia. La crescita industriale avviata con le riforme della fine degli anni Settanta, accelerata nei decenni successivi e ulteriormente rafforzata dall’integrazione della Cina nell’economia mondiale, ha determinato un aumento senza precedenti della domanda energetica. Questo sviluppo ha però prodotto una contraddizione destinata ad assumere crescente importanza strategica: quanto più la Cina accresceva la propria potenza industriale, tanto maggiore diventava la sua dipendenza da risorse energetiche provenienti dall’estero. Pechino divenne importatrice netta di petrolio nel 1993 e, nel corso dei decenni successivi, la sicurezza degli approvvigionamenti si trasformò progressivamente da questione economica a problema di sicurezza nazionale.[5]

La vulnerabilità non derivava soltanto dalla quantità di petrolio importato, ma anche dalla struttura geografica degli approvvigionamenti. Una parte considerevole delle importazioni cinesi proviene dal Golfo Persico e raggiunge il paese attraverso lunghe rotte marittime. Ne deriva una dipendenza da vie di comunicazione sulle quali Pechino non esercita un controllo esclusivo e la cui sicurezza può essere compromessa tanto da crisi regionali quanto dall’inasprimento della competizione tra le grandi potenze. La questione energetica veniva così a intrecciarsi con uno dei problemi fondamentali dell’ascesa cinese: come trasformare una crescente capacità economica in autonomia strategica senza esporre il paese a forme di pressione esterna capaci di colpirne i rifornimenti essenziali.

La risposta elaborata da Pechino non è consistita nella ricerca di una singola alternativa al petrolio, ma nella costruzione progressiva di una politica energetica articolata. Diversificazione geografica degli approvvigionamenti, ampliamento delle riserve petrolifere, sviluppo delle infrastrutture, elettrificazione dell’economia, espansione del nucleare e delle fonti rinnovabili sono stati perseguiti contemporaneamente. È proprio questa compresenza a rendere fuorviante una lettura della transizione energetica cinese fondata esclusivamente sulla politica climatica. L’Agenzia internazionale dell’energia ha sottolineato come il raggiungimento della neutralità carbonica si inserisca, nella prospettiva cinese, in obiettivi di sviluppo più ampi, comprendenti l’aumento della prosperità, il rafforzamento delle capacità tecnologiche e il passaggio verso una crescita maggiormente fondata sull’innovazione.

Questa impostazione emerge con particolare chiarezza osservando la politica industriale. Con Made in China 2025, il governo cinese individuò nel rafforzamento della manifattura avanzata e nella riduzione della dipendenza tecnologica dall’estero alcuni degli obiettivi fondamentali dello sviluppo nazionale. Il documento non riguardava soltanto il settore energetico, ma inseriva quest’ultimo in una trasformazione più ampia della struttura produttiva del paese. Il punto decisivo era la volontà di evitare che la Cina rimanesse confinata nelle fasi a minore valore aggiunto della produzione mondiale, promuovendo invece una progressiva capacità di progettare, produrre e controllare tecnologie considerate strategiche.[6]

Il XIV Piano Quinquennale ha ulteriormente rafforzato questa impostazione. Il documento lega esplicitamente sviluppo economico, innovazione tecnologica e sicurezza, assegnando un ruolo centrale al conseguimento di progressi nelle tecnologie fondamentali e alla crescita della capacità nazionale di innovazione. L’obiettivo di lungo periodo fissato per il 2035 prevede un significativo aumento della forza economica e tecnologica della Cina e la sua affermazione tra i paesi di avanguardia nell’innovazione.[7] In questa prospettiva, energia, industria e tecnologia cessano di poter essere considerate come ambiti separati: costituiscono componenti differenti di una stessa strategia di rafforzamento della capacità nazionale.

Gli investimenti confermano la portata materiale di tale orientamento. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la Cina rimane uno dei principali centri mondiali della spesa energetica e nel 2026, insieme agli Stati Uniti e all’Unione europea, contribuisce in misura decisiva all’aumento degli investimenti globali nel settore. La crescita della componente destinata alle fonti a basse emissioni, alle infrastrutture elettriche e all’elettrificazione mostra come la politica energetica sia ormai diventata parte integrante della politica industriale.[8]

La portata di questo processo emerge con ancora maggiore evidenza osservando l’espansione delle capacità produttive. Nel solo 2025 la Cina ha installato 315 GW di nuova capacità fotovoltaica, oltre la metà di quella realizzata a livello mondiale, dopo averne aggiunti altri 277 GW nel 2024. Parallelamente, la rapida crescita delle esportazioni di veicoli elettrici e pannelli solari conferma come gli investimenti pubblici e la politica industriale abbiano favorito la costruzione di un apparato manifatturiero capace di occupare posizioni di primo piano nei principali comparti della transizione energetica. Come ha osservato Francesco Sylos Labini, la trasformazione verde perseguita da Pechino non può più essere interpretata soltanto come una politica climatica, ma costituisce una strategia industriale, tecnologica e di sicurezza nazionale volta a rafforzare il peso internazionale della Cina attraverso il controllo delle tecnologie e delle filiere produttive del futuro.[9]

È tuttavia importante evitare un’interpretazione lineare secondo cui l’espansione delle fonti rinnovabili corrisponderebbe a un progressivo abbandono degli strumenti tradizionali della sicurezza energetica. Il comportamento cinese suggerisce piuttosto il contrario. Pechino continua a rafforzare la propria capacità di affrontare eventuali interruzioni degli approvvigionamenti petroliferi mentre, contemporaneamente, riduce gradualmente il peso relativo del petrolio attraverso l’elettrificazione dell’economia e l’espansione di altre fonti energetiche.

Il rapporto pubblicato nel 2026 da RAND Europe sulla Riserva Strategica di Petrolio cinese è particolarmente significativo sotto questo profilo. Secondo gli autori, nel maggio 2026 le riserve cinesi erano stimate tra 1,1 e 1,4 miliardi di barili, equivalenti a circa 110-140 giorni di importazioni nette. La peculiarità del sistema cinese consiste inoltre nella possibilità dello Stato di mobilitare, in determinate circostanze, anche le scorte detenute dalle imprese, ampliando così il margine di intervento delle autorità. RAND osserva che una riserva di tali dimensioni, nata innanzitutto per proteggere il paese dalle interruzioni delle forniture, potrebbe assumere anche una funzione geoeconomica, consentendo a Pechino di intervenire sui mercati, sostenere determinati settori o utilizzare l’energia come strumento di influenza internazionale.[10]

Questo elemento consente di comprendere meglio la natura della strategia cinese. La transizione energetica non rappresenta una rottura con la precedente politica di sicurezza degli approvvigionamenti, ma il suo ampliamento. L’obiettivo non consiste semplicemente nel consumare meno petrolio, bensì nell’aumentare il numero degli strumenti attraverso cui lo Stato può proteggere la propria economia dalle pressioni esterne. Una maggiore elettrificazione riduce gradualmente l’intensità petrolifera dell’economia; grandi riserve strategiche permettono nel frattempo di affrontare eventuali crisi; la diversificazione delle fonti limita l’esposizione a un singolo fornitore o a una singola rotta. Lo stesso rapporto RAND osserva che l’espansione dell’elettrificazione, del nucleare e delle fonti rinnovabili potrebbe, nel lungo periodo, ridurre la necessità interna di petrolio e quindi accrescere la libertà d’impiego delle riserve strategiche anche per finalità diplomatiche o geoeconomiche.

La politica climatica si intreccia così con una forma più ampia di pianificazione economica. James Jackson e Mathias Larsen hanno descritto questo modello mettendo in evidenza il ruolo dell’indirizzo statale e della pianificazione industriale nella trasformazione verde cinese. In tale sistema, le priorità fissate dal centro interagiscono con governi locali, imprese pubbliche e soggetti privati, orientando investimenti e capacità produttive verso settori ritenuti strategici.[11] Non si tratta quindi soltanto di incentivare la diffusione di tecnologie meno inquinanti, ma di utilizzare la trasformazione del sistema energetico come occasione per modificare la posizione della Cina nella divisione internazionale del lavoro.

Da una prospettiva più esplicitamente geopolitica, Benjamin Wray ha osservato come l’avanzamento tecnologico cinese abbia ormai alterato gli equilibri della transizione energetica mondiale: la Cina non occupa una posizione di primo piano soltanto nella produzione di tecnologie a basse emissioni, ma anche nella lavorazione di diverse materie prime necessarie alla loro realizzazione.[12] Questo passaggio introduce tuttavia un problema ulteriore. Una volta chiarito perché Pechino abbia inserito la transizione energetica all’interno di una strategia complessiva di sicurezza, industrializzazione e autonomia tecnologica, occorre comprendere attraverso quali strumenti materiali questa strategia si traduca in potere economico. È quindi necessario spostare l’analisi dalle intenzioni e dalla pianificazione alle filiere produttive, alle materie prime e alle tecnologie che stanno assumendo un’importanza crescente nella competizione internazionale.

 

Le filiere produttive della transizione energetica

Il capitolo precedente ha mostrato come la Repubblica Popolare Cinese abbia progressivamente inserito la transizione energetica all’interno di una più ampia strategia di sicurezza nazionale, sviluppo industriale e autonomia tecnologica. Resta ora da comprendere attraverso quali strumenti materiali tale strategia si traduca in una posizione di vantaggio nell’economia internazionale. Per rispondere a questa domanda occorre spostare l’attenzione dai documenti programmatici alle strutture produttive, osservando come siano organizzate le filiere industriali sulle quali si fonda la transizione energetica.

La crescente diffusione delle tecnologie necessarie all’elettrificazione dell’economia ha infatti modificato la natura stessa della competizione economica internazionale. Se nel corso del Novecento il controllo delle fonti fossili rappresentava il principale presupposto della sicurezza energetica, l’espansione delle energie rinnovabili, dei sistemi di accumulo, della mobilità elettrica e delle reti intelligenti attribuisce oggi un’importanza crescente alla capacità di produrre le tecnologie che rendono possibile questa trasformazione. In tale contesto assumono un ruolo centrale i cosiddetti minerali critici — litio, nichel, cobalto, grafite, rame e terre rare — indispensabili per la produzione di batterie, pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, motori elettrici e numerosi altri dispositivi destinati a svolgere un ruolo decisivo nel sistema energetico del XXI secolo.[13]

Tuttavia, limitare l’analisi alla disponibilità delle materie prime rischia di fornire un’immagine incompleta della competizione in atto. L’International Energy Agency sottolinea infatti come il principale fattore di vulnerabilità delle nuove catene di approvvigionamento non risieda tanto nella distribuzione geografica dei giacimenti quanto nell’elevata concentrazione delle attività di raffinazione, trasformazione chimica e produzione dei materiali intermedi. In altre parole, il vero nodo strategico non consiste semplicemente nell’estrarre un minerale, bensì nella capacità di trasformarlo in componenti utilizzabili dall’industria manifatturiera.[14]

Tra l’estrazione della materia prima e la realizzazione del prodotto finale si sviluppa infatti una complessa filiera produttiva che comprende la raffinazione, la lavorazione dei materiali, la produzione delle componenti, l’assemblaggio industriale e, infine, la fabbricazione delle tecnologie destinate al mercato. È proprio in queste fasi intermedie che si concentra una quota rilevante del valore aggiunto e della capacità tecnologica. Ne consegue che il controllo delle filiere produttive assume oggi un’importanza almeno pari, se non superiore, al semplice possesso delle risorse naturali.

L’evoluzione della posizione cinese risulta particolarmente significativa sotto questo profilo. Nel corso degli ultimi due decenni Pechino non ha perseguito una strategia limitata all’acquisizione di materie prime, ma ha investito sistematicamente nello sviluppo delle capacità industriali necessarie alla loro trasformazione. Secondo il Global Critical Minerals Outlook 2026 dell’International Energy Agency, nel 2025 il principale paese raffinatore deteneva mediamente circa il 70% della capacità mondiale di lavorazione dei principali minerali critici, quota che sale al 72% se si escludono le terre rare. Tra il 2023 e il 2025 la Cina e l’Indonesia hanno inoltre rappresentato oltre i tre quarti dell’aumento della capacità mondiale di raffinazione, con la Cina dominante nella quasi totalità delle filiere strategiche e l’Indonesia specializzata soprattutto nel nichel.[15]

La posizione cinese appare ancora più evidente osservando singoli segmenti della filiera. L’International Energy Agency stima che la Cina concentri oltre il 90% della raffinazione mondiale di gallio, grafite, manganese e terre rare, materiali essenziali per numerose applicazioni industriali legate alla transizione energetica. Analogamente, il paese dispone di oltre tre quarti della capacità mondiale di pretrattamento delle batterie esauste e di circa il 90% della capacità di recupero dei materiali strategici attraverso il riciclo, settore destinato ad assumere un’importanza crescente con l’espansione dell’economia circolare.

Il vantaggio competitivo della Repubblica Popolare Cinese emerge con particolare chiarezza anche nella manifattura delle tecnologie della transizione energetica. Secondo l’Energy Technology Perspectives 2026 dell’International Energy Agency, la Cina concentra circa l’85% della capacità produttiva mondiale della filiera fotovoltaica e circa l’80% della capacità produttiva delle batterie agli ioni di litio. La sua posizione è ancora più marcata nella produzione dei wafer fotovoltaici, dove supera il 95% della capacità mondiale, e nei materiali anodici per batterie, settore nel quale raggiunge circa il 97% della produzione globale. Questi dati mostrano come il predominio cinese non riguardi un singolo comparto produttivo, ma interessi l’intera catena del valore che conduce dalla trasformazione delle materie prime alla realizzazione dei prodotti finiti.

L’elemento forse più significativo consiste nel fatto che tale posizione non deriva esclusivamente dalla disponibilità di risorse minerarie presenti sul territorio nazionale. In numerosi casi la Cina importa le materie prime dall’estero per poi concentrarne sul proprio territorio la raffinazione, la trasformazione industriale e la produzione manifatturiera. La strategia illustrata nel capitolo precedente trova dunque la propria traduzione concreta nella costruzione di filiere integrate, capaci di combinare pianificazione industriale, sviluppo tecnologico, investimenti pubblici ed economie di scala. Il vantaggio competitivo non nasce quindi dal semplice possesso delle risorse naturali, ma dalla capacità di controllare le fasi della filiera nelle quali si concentra il maggiore valore aggiunto.

Questa evoluzione ha progressivamente indotto anche le altre principali economie industrializzate a riconsiderare le proprie politiche industriali. Il Critical Raw Materials Act, approvato dall’Unione europea nel 2024, individua esplicitamente la necessità di rafforzare la capacità europea di estrazione, trasformazione e riciclo delle materie prime critiche, fissando obiettivi quantitativi volti a ridurre la dipendenza da singoli fornitori esterni.[16] Analogamente, gli Stati Uniti hanno utilizzato l’Inflation Reduction Act per incentivare la localizzazione delle filiere produttive delle batterie e dei veicoli elettrici nel territorio nazionale o in paesi alleati, subordinando una parte consistente degli incentivi fiscali all’origine dei minerali critici e dei componenti utilizzati.[17]

Nel complesso, l’analisi delle filiere produttive mostra come la strategia delineata nel capitolo precedente abbia trovato una concreta realizzazione nella costruzione di un sistema industriale integrato, capace di occupare posizioni predominanti in numerosi comparti della transizione energetica. La competizione internazionale non riguarda quindi soltanto l’accesso alle risorse naturali, ma sempre più la capacità di controllare le attività industriali e tecnologiche attraverso cui tali risorse vengono trasformate in prodotti strategici. Proprio questa trasformazione consente di comprendere perché le crisi energetiche contemporanee producano effetti differenti rispetto al passato e offre la chiave interpretativa necessaria per analizzare il caso della guerra contro l’Iran, oggetto del capitolo successivo.

 

La guerra contro l’Iran come banco di prova della nuova geopolitica energetica

La guerra contro l’Iran offre un banco di prova particolarmente significativo per verificare la chiave interpretativa sviluppata nei capitoli precedenti. Il conflitto ha infatti investito uno dei punti nevralgici del sistema energetico mondiale, riportando improvvisamente al centro della politica internazionale quella vulnerabilità legata agli idrocarburi che aveva caratterizzato gran parte del Novecento. Gli attacchi congiunti degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, iniziati il 28 febbraio 2026, e la successiva risposta iraniana hanno determinato una drastica riduzione del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, provocando quella che l’Agenzia internazionale dell’energia ha definito la più grave interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero mondiale.[18]

La rilevanza dello Stretto deriva dalla straordinaria concentrazione dei flussi energetici che lo attraversano. Nel 2025 vi transitavano quasi 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa un quarto dell’intero commercio petrolifero mondiale via mare; per il solo greggio, i circa 15 milioni di barili giornalieri rappresentavano quasi il 34% degli scambi mondiali. Circa l’80% del petrolio che attraversava Hormuz era inoltre destinato ai mercati asiatici, mentre Cina e India assorbivano insieme il 44% delle esportazioni di greggio in transito. A ciò si aggiungeva il gas naturale liquefatto proveniente soprattutto dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti: quasi un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto dipendeva anch’esso dal passaggio attraverso lo Stretto.[19]

La crisi ha pertanto colpito in primo luogo le economie asiatiche, mettendo apparentemente in discussione proprio una delle tesi sviluppate nei capitoli precedenti. La Cina è infatti il maggiore importatore mondiale di petrolio e rimane fortemente dipendente dalle forniture provenienti dal Golfo Persico. L’interruzione dei traffici attraverso Hormuz ha prodotto conseguenze rilevanti anche per Pechino: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, tra febbraio e aprile 2026 le importazioni cinesi di greggio via mare sono diminuite di circa 3,6 milioni di barili al giorno. Nello stesso periodo sono tuttavia crollate anche quelle del Giappone, della Corea del Sud e dell’India, mentre la produzione petrolifera dei paesi del Golfo subiva riduzioni senza precedenti.[20] La Cina non è stata dunque immune dallo shock. Il punto decisivo, ai fini dell’analisi, consiste piuttosto nella sua capacità di sopportarne gli effetti relativamente meglio rispetto ad altre grandi economie asiatiche.

La differenza è riconducibile innanzitutto alla politica di accumulo perseguita negli anni precedenti. Come già osservato, la Cina disponeva all’inizio della crisi di ingenti riserve di greggio, costruite non soltanto attraverso depositi statali ma anche attraverso scorte detenute dalle imprese e potenzialmente mobilitabili dalle autorità. Il rapporto elaborato da The Asia Group sugli effetti della crisi di Hormuz stima che, al momento dello scoppio del conflitto, Pechino disponesse di riserve sufficienti a coprire indicativamente tra novanta e centodieci giorni di importazioni. Tale margine non eliminava la dipendenza dalle forniture estere, ma consentiva di assorbire una brusca interruzione dei flussi senza dover reagire immediatamente con la stessa intensità richiesta ad altre economie importatrici.[21]

A questa capacità di accumulo si aggiunge un secondo elemento, direttamente collegato alla trasformazione energetica analizzata nei capitoli precedenti. La struttura dei consumi cinesi è progressivamente mutata per effetto dell’elettrificazione dei trasporti, dell’espansione della produzione elettrica da fonti non fossili e dell’aumento dell’efficienza energetica. Anche in questo caso sarebbe errato concludere che la Cina abbia superato la propria dipendenza dal petrolio: il carbone continua a rappresentare oltre la metà del suo sistema energetico e gli idrocarburi rimangono indispensabili per numerosi settori produttivi. Tuttavia, la presenza di circa 1,4 terawatt di capacità rinnovabile operativa all’inizio della crisi, unita all’espansione del nucleare e della mobilità elettrica, ha ampliato il numero delle fonti attraverso cui soddisfare una parte della domanda energetica nazionale.

La guerra ha così evidenziato una differenza fondamentale tra la dipendenza energetica tradizionale e un sistema maggiormente elettrificato. Un’automobile con motore a combustione interna dipende direttamente dalla disponibilità di prodotti petroliferi; un veicolo elettrico può invece utilizzare energia prodotta da carbone, nucleare, idroelettrico, eolico o fotovoltaico. Analogamente, una maggiore elettrificazione di determinati processi industriali consente di sostituire almeno una parte del consumo diretto di combustibili fossili con un insieme più diversificato di fonti primarie. La trasformazione non elimina quindi la vulnerabilità energetica, ma ne modifica la struttura e può ridurre l’esposizione immediata a una crisi concentrata su una singola fonte.

Proprio il conflitto iraniano ha mostrato quanto tale differenza possa assumere un valore concreto. Nel marzo 2026 i flussi di greggio e prodotti petroliferi attraverso Hormuz passarono da circa 20 milioni di barili al giorno prima della guerra a livelli minimi, mentre la produzione complessiva dei paesi del Golfo diminuì di almeno 10 milioni di barili giornalieri. Il prezzo del Brent arrivò a sfiorare i 120 dollari al barile nelle prime settimane della crisi; nei mesi successivi le perdite cumulative di produzione superarono il miliardo di barili e, ad aprile, oltre 14 milioni di barili giornalieri risultavano indisponibili rispetto alla situazione precedente al conflitto.[22] La crisi non riguardò dunque una variazione marginale del prezzo del greggio, ma una vera prova di tenuta per economie costruite su diversi gradi di dipendenza dalle importazioni di idrocarburi.

Il caso cinese risulta ancora più interessante se si considerano gli effetti indiretti della crisi. L’aumento dell’incertezza sulle forniture petrolifere ha accresciuto, in numerosi paesi, l’interesse per l’elettrificazione e per le fonti energetiche meno dipendenti dalle rotte del Golfo Persico. Rachel Bronson ha osservato sul Bulletin of the Atomic Scientists come la guerra abbia rafforzato una tendenza già emersa dopo il conflitto russo-ucraino: la sicurezza energetica spinge gli Stati a diversificare le fonti, accelerando gli investimenti tanto nelle energie rinnovabili quanto nel nucleare. Da questo punto di vista, la crisi di Hormuz non ha semplicemente riproposto il problema della sicurezza petrolifera, ma ha contemporaneamente aumentato l’interesse economico e strategico verso le tecnologie capaci di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi importati.[23]

È proprio qui che il caso iraniano si salda con quanto osservato nel capitolo precedente. Se la risposta a una crisi petrolifera consiste, almeno in parte, nell’accelerazione dell’elettrificazione, della produzione rinnovabile e dei sistemi di accumulo, aumenta parallelamente la domanda per quelle filiere industriali nelle quali la Repubblica Popolare Cinese ha costruito una posizione predominante. Secondo l’analisi pubblicata da The Asia Group alla fine di giugno 2026, la Cina è uscita dalla prima fase della crisi con vantaggi relativi rispetto alle altre grandi economie asiatiche proprio grazie alla combinazione tra scorte petrolifere e trasformazione del proprio sistema energetico. Lo studio rileva inoltre come l’aumento della domanda internazionale di tecnologie a basse emissioni abbia favorito settori nei quali l’industria cinese occupa già una posizione di primo piano.

I dati commerciali registrati durante la crisi forniscono un’indicazione di questa dinamica. Nel maggio 2026 le esportazioni cinesi di veicoli elettrici risultavano superiori di oltre il 110% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre in aprile le spedizioni all’estero di prodotti fotovoltaici erano aumentate di circa il 60%.[24] Sarebbe improprio attribuire interamente questi incrementi alla guerra, poiché la crescita dell’industria cinese delle tecnologie energetiche precede largamente il conflitto. La loro coincidenza con la crisi mostra tuttavia come l’inasprimento dell’insicurezza petrolifera possa rafforzare tendenze già in atto, aumentando il valore strategico di settori nei quali Pechino dispone delle capacità industriali descritte nel capitolo precedente.

Il confronto con le altre principali economie dell’Asia rende ancora più evidente questo punto. Giappone e Corea del Sud dispongono di sistemi industriali altamente sviluppati, ma rimangono fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche attraverso Hormuz. Nel periodo più acuto della crisi le importazioni di greggio via mare del Giappone diminuirono di circa 1,9 milioni di barili al giorno e quelle della Corea del Sud di circa un milione. L’esposizione dell’Asia allo Stretto non era dunque uniforme: la chiusura della medesima rotta produceva conseguenze differenti in funzione della struttura energetica, delle riserve disponibili e della capacità di sostituire una parte dei consumi petroliferi con altre fonti.

La guerra contro l’Iran non dimostra pertanto che il petrolio abbia cessato di costituire una risorsa strategica. Al contrario, la gravità dello shock verificatosi nel 2026 conferma quanto gli idrocarburi e le vie marittime attraverso cui vengono trasportati continuino a condizionare l’economia internazionale. Il conflitto mostra però contemporaneamente che la vulnerabilità a una crisi petrolifera non dipende più soltanto dalla quantità di greggio importato. Dipende anche dalla struttura complessiva del sistema energetico, dalla disponibilità di riserve, dal grado di elettrificazione e dalla capacità industriale di produrre le tecnologie necessarie alla diversificazione.

Sotto questo profilo, il caso iraniano conferma la chiave interpretativa sviluppata nei primi tre capitoli. L’ordine petrolifero non è scomparso, ma al suo interno stanno emergendo nuove fonti di vantaggio economico e strategico. Uno Stato capace di combinare grandi riserve tradizionali con un sistema energetico più diversificato e con il controllo delle filiere industriali della transizione dispone di strumenti più numerosi per affrontare una crisi degli approvvigionamenti rispetto a un’economia dipendente quasi esclusivamente dal funzionamento delle rotte petrolifere. La guerra contro l’Iran consente dunque di osservare concretamente come la trasformazione del sistema energetico stia già producendo conseguenze differenti tra le grandi potenze. Resta ora da comprendere quali implicazioni più generali questo processo comporti per la struttura della competizione geopolitica del XXI secolo.

 

Conclusioni

La transizione energetica non può più essere interpretata esclusivamente come una risposta al cambiamento climatico. La progressiva elettrificazione dell’economia, l’espansione delle fonti rinnovabili e lo sviluppo dei sistemi di accumulo stanno modificando anche le basi materiali della competizione internazionale. Come il controllo degli idrocarburi contribuì a determinare gli equilibri geopolitici del Novecento, così il controllo delle tecnologie, delle materie prime critiche e soprattutto delle filiere industriali necessarie alla trasformazione del sistema energetico è destinato ad assumere un peso crescente nel corso del XXI secolo.

La Cina parte da una posizione di vantaggio. Tale posizione non è il risultato di una trasformazione improvvisa, ma di oltre vent’anni di politica industriale, investimenti pubblici, pianificazione, sviluppo tecnologico e progressiva integrazione delle diverse fasi delle catene produttive. Pechino non si è limitata a installare grandi quantità di capacità rinnovabile sul proprio territorio: ha costruito contemporaneamente l’apparato industriale necessario a produrre batterie, pannelli fotovoltaici, veicoli elettrici, materiali raffinati e numerosi altri componenti indispensabili all’elettrificazione dell’economia mondiale.

È proprio questo elemento a distinguere la strategia cinese da una semplice politica climatica. L’obiettivo non consiste soltanto nel ridurre la dipendenza dagli idrocarburi importati, ma nel trasformare il mutamento del sistema energetico mondiale in uno strumento di potenza. Se l’elettrificazione continuerà ad avanzare, la domanda fondamentale non sarà soltanto chi possieda le risorse necessarie, ma chi disponga delle capacità tecnologiche e industriali per trasformarle, produrre su larga scala e controllare le filiere attraverso cui tali tecnologie raggiungono il mercato mondiale.

Nel XX secolo gli Stati Uniti seppero occupare una posizione centrale nei settori che definirono la modernità industriale: dal petrolio all’automobile, dall’aviazione all’elettronica e, successivamente, all’informatica. Il predominio economico americano non derivò da un’unica risorsa, ma dalla capacità di controllare contemporaneamente tecnologia, capitale, manifattura e mercati nei comparti destinati a plasmare l’economia mondiale. La strategia perseguita oggi dalla Repubblica Popolare Cinese sembra muovere da una logica analoga applicata al nuovo paradigma energetico.

Se il XXI secolo sarà caratterizzato dalla crescente elettrificazione dei trasporti e dell’industria, dall’espansione delle fonti rinnovabili, dall’accumulo dell’energia e dalla progressiva riduzione del peso relativo dei combustibili fossili, Pechino mira a trovarsi al centro di questa trasformazione. Non soltanto come principale utilizzatore delle nuove tecnologie, ma come paese capace di progettarle, produrle, perfezionarle ed esportarle. In altri termini, l’ambizione cinese sembra essere quella di occupare nell’economia dell’elettrificazione una posizione comparabile a quella che gli Stati Uniti riuscirono a conquistare nell’economia del petrolio e, più tardi, dell’informatica.

Naturalmente questo esito non è predeterminato. La transizione energetica rimane incompleta, gli idrocarburi continueranno ancora a lungo a svolgere un ruolo essenziale e Stati Uniti, Unione Europea e altre potenze stanno già cercando di ricostruire capacità industriali autonome nei settori strategici. Ma il vantaggio accumulato dalla Cina modifica le condizioni di partenza della competizione. Il problema geopolitico dei prossimi decenni non sarà dunque semplicemente chi riuscirà a produrre energia con minori emissioni, ma chi controllerà l’infrastruttura industriale e tecnologica del nuovo sistema energetico mondiale.

Se il Novecento è stato, in larga misura, il secolo del petrolio, il XXI potrebbe diventare il secolo delle tecnologie necessarie a sostituirlo. La Cina sembra aver compreso questa possibilità prima di molti dei suoi concorrenti e ha costruito la propria strategia di conseguenza. È su questo terreno, probabilmente molto più che nelle dichiarazioni sulla lotta al cambiamento climatico, che si deciderà una parte significativa della competizione per la potenza nel sistema internazionale del XXI secolo.


NOTE

[1] Daniel Yergin, The Prize: The Epic Quest for Oil, Money, and Power, Simon & Schuster, New York, 1991; Id., The Quest: Energy, Security, and the Remaking of the Modern World, Penguin Press, New York, 2011.

[2] David E. Spiro, The Hidden Hand of American Hegemony: Petrodollar Recycling and International Markets, Cornell University Press, Ithaca, 1999.

[3] Jimmy Carter, State of the Union Address, 23 gennaio 1980.

[4] Daniel Yergin, The New Map: Energy, Climate, and the Clash of Nations, Penguin Press, New York, 2020.

[5] International Energy Agency, An Energy Sector Roadmap to Carbon Neutrality in China, IEA, Paris, 2021. Il rapporto fu pubblicato il 29 settembre 2021 su invito del governo cinese nell’ambito della cooperazione sulle strategie energetiche di lungo periodo.

[6] State Council of the People’s Republic of China, Made in China 2025, Beijing, 2015, pubblicato nella State Council Gazette, n. 16, 10 giugno 2015.

[7] National Development and Reform Commission, The Outline of the 14th Five-Year Plan for Economic and Social Development and Long-Range Objectives Through the Year 2035 of the People’s Republic of China, Beijing, 2021; approvato dalla XIII Assemblea Nazionale del Popolo l’11 marzo 2021.

[8] International Energy Agency, World Energy Investment 2026, IEA, Paris, 2026.

[9] Francesco Sylos Labini, «Nella guerra all’Iran alla fine vince Pechino», Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2026.

[10] Ismael Arciniegas Rueda, Henri van Soest, Karishma V. Patel, China’s Strategic Petroleum Reserve as a Geoeconomic Tool: A “What If” Exercise, RAND Europe, 2026.

[11] James Jackson, Mathias Larsen, «The Political Economy of China’s Green Transition», Review of International Political Economy, 27 aprile 2026.

[12] Benjamin Wray, «China and the Geopolitics of the Green Transition», Transnational Institute, 4 febbraio 2025.

[13] International Energy Agency, Global Critical Minerals Outlook 2026, IEA, Paris, 2026.

[14] Ivi.

[15] Ivi.

[16] Regolamento (UE) 2024/1252 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 aprile 2024 che istituisce un quadro volto a garantire un approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime critiche.

[17] Inflation Reduction Act of 2022, Pub. L. 117-169; Internal Revenue Service, Clean Vehicle Credits under Section 30D.

[18] International Energy Agency, Oil Market Report – March 2026, IEA, Paris, 12 marzo 2026. L’Agenzia definisce la crisi iniziata alla fine di febbraio la più grave interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero mondiale

[19] International Energy Agency, Strait of Hormuz, IEA, 2026. Nel 2025 attraverso lo Stretto transitavano quasi 20 milioni di barili di petrolio al giorno; circa l’80% era diretto verso l’Asia.

[20] International Energy Agency, Oil Market Report – May 2026, IEA, Paris, maggio 2026. Tra febbraio e aprile le importazioni cinesi di greggio via mare diminuirono di circa 3,6 milioni di barili al giorno; quelle giapponesi di 1,9 milioni, quelle sudcoreane di circa un milione e quelle indiane di 760 mila barili al giorno.

[21] The Asia Group, No Safe Harbor: Asia’s Continued Exposure to Disruptions in the Strait of Hormuz, 29 giugno 2026, in particolare la sezione dedicata alla Cina; cfr. anche The Asia Group, «Why China is the Winner of the Hormuz Crisis», 2 luglio 2026.

[22] International Energy Agency, Oil Market Report – May 2026, cit. L’Agenzia stimava perdite cumulative superiori al miliardo di barili e oltre 14 milioni di barili giornalieri di produzione indisponibile

[23] Rachel Bronson, «The War on Iran Will Speed the Transition Away from Fossil Fuels and Toward Nuclear Energy, Creating Strategic Challenges for the United States», Bulletin of the Atomic Scientists, 13 marzo 2026.

[24] Amy Hawkins, «The Clear Winner of Trump’s War in the Middle East Is… China, Says New Report», Bulletin of the Atomic Scientists, 4 luglio 2026.


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