Introduzione

Nei giorni scorsi (e nelle ultime ore) si è assistito alla repentina recrudescenza di due conflitti diversi ma estremamente connessi l’uno con l’altro: quello tra Pakistan ed Afghanistan (che perdura ormai da diversi mesi) ed il nuovo criminale attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran (ancora una volta arrivato nel mezzo di negoziati tra le parti). La tempistica è particolarmente interessante. Afghanistan e Pakistan (Paesi che avevano garantito il proprio sostegno all’Iran in caso di nuovo attacco) si sono ritrovati coinvolti in un conflitto che sta assumendo gravi proporzioni pochi giorni prima dell’aggressione alla Repubblica Islamica arrivata nella mattina del 28 febbraio. In geopolitica non esistono coincidenze, salvo rari casi. Questa sicuramente non lo è. Così come non è una coincidenza il fatto che le guerre americane in Indocina o nello stesso Afghanistan siano coincise con un enorme incremento nella produzione di stupefacenti in queste regioni. E non è una coincidenza il fatto che (secondo fonti del Ministero degli Interni messicano) l’80% delle armi sequestrate ai cartelli della droga sia di produzione nordamericana. Dunque, qui si cercherà di analizzare il progetto dietro entrambi i conflitti e gli obiettivi degli aggressori, nonché di smontare l’ormai marcescente propaganda della nuova amministrazione Trump. A questo scopo si inizierà dal conflitto Afghanistan-Pakistan, meno noto al pubblico occidentale.

 

Afghanistan e Pakistan. Le ragioni dello scontro.

In Occidente si tende sempre a considerare i Talebani come un prodotto “Made in Pakistan”. Questi, inoltre, vengono associati indebitamente alle diverse milizie gihadiste che si opposero alla presenza sovietica in Afghanistan negli anni ’80 del secolo scorso. Sebbene molti reduci del gihad antisovietico siano finiti ad ingrossare le fila del movimento talebano, la realtà dei fatti è sostanzialmente diversa da come viene spesso descritta.

In primo luogo è bene ricordare che i rapporti tra Pakistan e Afghanistan sono sempre stati piuttosto complessi ed in larga parte inquinati dai disastri geopolitici generati dal colonialismo britannico nella regione. Nel corso degli anni ci sono state diverse rivendicazioni afghane su alcuni territori del Balucistan e della NWFP – North Western Frontier Province (dal 2010 rinominata Khyber Pakhtunkhwa). Tra il 1955 ed il 1962 le relazioni tra i due Paesi si guastarono quando Kabul sostenne il progetto del “Grande Pashtunistan”, ovvero la creazione di un grande Stato Pashtun che inglobasse, oltre all’Afghanistan, i territori abitati da questa etnia in Pakistan.

Negli anni ’80, il dittatore militare pakistano Zia ul-Haq si autoconvinse che il sostegno pakistano al gihad antisovietico avrebbe posto fine a questo tipo di rivendicazioni installando a Kabul un governo pashtun, islamista e fedele ad Islamabad. Ciò, inoltre, avrebbe garantito al Pakistan una profondità strategica che la sua conformazione geografica allungata, e priva di quella che in termini geopolitici viene definita come “riva” (un confine difficilmente superabile), non poteva assicurare in caso di una prolungata guerra con l’India.

Ora, il sostegno del Pakistan al movimento degli studenti coranici risale al secondo mandato di Benazir Bhutto come Primo Ministro (1993-1996). Questa aveva già avuto modo di governare dal 1988 al 1990, quando, dopo la morte di Zia ul-Haq e grazie alla mediazione degli Stati Uniti, era riuscita a trovare un compromesso con lo strapotere militare attraverso l’assicurazione che non avrebbe intaccato il bilancio della difesa e avrebbe lasciato all’esercito la gestione della politica estera. Dopo pesanti accuse di corruzione (rivolte soprattutto al marito Asif Ali Zardari che sfruttò non poco la posizione della moglie), nel 1990 Benazir Bhutto fu costretta a lasciare il governo. Tuttavia, per l’intero decennio successivo la politica interna pakistana venne trasformata in una sorta di faida tra la famiglia Bhutto e quella di Nawaz Sharif (altro personaggio non estraneo all’utilizzo della “cosa pubblica” per la salvaguardia dei propri interessi privati, nonché fratello dell’attuale Primo Ministro pakistano).

Questo periodo di tempo coincide anche con alcuni eventi geopolitici di notevole rilievo: in primo luogo, la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Se la strategia USA negli anni ’80 si era concentrata sulla creazione di una sorta di “cintura verde” (governi a trazione islamista-fondamentalista) ai confini meridionali dell’URSS, dalla metà degli anni ’90 in poi, questa (anche in virtù delle teorie dell’ex Consigliere Nazionale alla Difesa dell’amministrazione Carter, Zbigniew Brzezinski) si concentrò principalmente verso il controllo più o meno diretto dell’Asia centrale. Non a caso, tra il 1998 e il 1999 alcune Repubbliche ex-sovietiche della regione conobbero un incremento delle attività terroristiche (ad esempio, la formazione del movimento islamico dell’Uzbekistan che si stazionò nella strategica Valle del Fergana) che le portò, volenti o nolenti, a dover accettare la presenza di basi USA sul proprio territorio. 

Più o meno nel medesimo spazio temporale, l’Afghanistan, dopo aver esaurito il compito di mettere in crisi il potere sovietico, sprofondò in una sorta di buco nero in cui signori della guerra e della droga si spartirono il potere (spesso scontrandosi gli uni con gli altri), gestendolo anche a discapito e sulla pelle della popolazione civile. L’iniziale successo e consenso riscosso dai Talebani fu legato proprio al desiderio popolare di ordine, giustizia e stabilità contro i soprusi dei signori della guerra. Il Pakistan iniziò a promuovere la causa talebana a partire dal 1993 ed in questo ebbe un ruolo di primo piano il Generale Naserullah Babar. Islamabad. A partire da questa data, iniziò progressivamente a ridurre il sostegno fin lì accordato a Gulbuddin Hekmatyar, incapace di compiere la missione che l’ISI, il potente servizio segreto di Islamabad, gli aveva affidato: rendere l’Afghanistan un protettorato pakistano; inoltre, iniziò a foraggiare il movimento guidato dal Mullah Omar. L’obiettivo, ancora una volta, era quello di stabilizzare l’Afghanistan dandogli un governo filopakistano (il rischio di un’influenza indiana, russa e iraniana a Kabul, tramite Burhanuddin Rabbani, era estremamente alto) anche nella prospettiva di costruire una rotta commerciale diretta verso l’Asia centrale. Gli sforzi pakistani in questo senso si intensificarono dal 1995, l’anno in cui i Talebani conquistarono Herat.

Tuttavia, i Talebani si dimostrarono ben presto molto più “autonomi” di quanto lo stesso ISI potesse credere ed estremamente connessi col tessuto economico e sociopolitico del Pakistan. Questi, infatti, in molti casi possedevano documenti pakistani; avevano studiato ed erano stati addestrati in Pakistan; avevano già collegamenti profondi con partiti politici islamisti pakistani e con gruppi criminali legati al contrabbando.

Che il contrabbando abbia storicamente rappresentato un grave problema per il Pakistan non è certo una novità. Lo zelo con cui il Paese dell’Asia meridionale sta cercando di portare avanti, insieme a Pechino, i progetti della Nuova Via della Seta, nonostante le tensioni ed i tentativi di sabotaggio, è anche legato alla volontà di regolare i traffici da e verso i porti di Gwadar e Karachi.  

Il contrabbando, che si estende dall’Asia centrale al Golfo Persico, all’Iran ed al Pakistan, rappresenta una grave perdita in termini di entrate per ogni Paese coinvolto. Il Pakistan, vista la particolare posizione geografica e non essendo particolarmente ricco di materie prime, è quello che subisce maggiormente i danni derivati da questi mancati introiti. La sua industria locale, inoltre, è stata a più riprese messa in difficoltà dall’introduzione clandestina di beni di consumo provenienti dall’estero.

La principale fonte di sostegno per il movimento talebano, prima ancora che l’ISI optasse per l’aperto sostegno, era il “pedaggio” pagato dagli autotrasportatori in cambio dell’apertura delle strade afghane al contrabbando. Volendo fare un paragone con eventi più vicini nel tempo, si potrebbe fare riferimento a quanto accaduto nello scenario siriano-iracheno con il sedicente “Stato Islamico”, abile nello sfruttare le rotte verso la Turchia e la porosità dei confini per il contrabbando di greggio e manufatti preziosi. Il giornalista pakistano Ahmed Rashid ha riportato che tra il 1992 ed il 1993 la perdita in entrate doganali per il Pakistan era stata di 3 miliardi di rupie; nel 94-95 è stata di 11 miliardi; nel 97-98 di 30 miliardi. Così ha scritto nel suo studio sulla nascita e sviluppo del fenomeno talebano: “L’economia sommersa in Pakistan sale dai 15 miliardi di rupie del 1973 ai 1115 del 1996 […] Nel corso dello stesso periodo, l’evasione fiscale – compresa l’evasione dei diritti doganali – da 1.5 miliardi di rupie raggiunge il picco di 152 miliardi”[1].

Questa forma di “evasione” incontrollata e mai del tutto ostacolata, per anni ha contribuito anche ad arricchire svariati gruppi di potere corrotti all’interno del Pakistan. Negli anni ’90, inoltre, iniziarono a farsi sentire le ripercussioni della guerra per procura all’Unione Sovietica in Afghanistan. Questa, infatti, aveva creato la cultura dell’eroina, del Kalashnikov e della madrasa wahhabita. In dieci anni di guerra il profilo sociale del Paese era stato profondamente stravolto.

L’ISI, nel suo appoggio ai Talebani, ha cercato di sostituirsi ai gruppi criminali di Quetta legati al contrabbando. Quando i Talebani entrarono a Mazar-i Sharif nel 1998, i capi militari pakistani considerarono questa vittoria come una vittoria pakistana. Essi, inoltre, ritenevano che il governo talebano, a differenza di ogni precedente regime afghano, avrebbe riconosciuto la Linea Durand e tenuto a bada il nazionalismo Pashtun nel NWFP, dando, al contempo, uno sbocco agli islamisti radicali pakistani (dal 1994 al 2001 oltre 80.000 miliziani pakistani combatterono tra le fila dei Talebani) ed impedendo la creazione di un fronte interno.

Questi calcoli sono andati incontro ad un rovinoso errore strategico, dietro il quale si nasconde anche una forma di cecità geopolitica del governo e dei militari pakistani. Ancora nel 2021, con la fuga rovinosa degli Stati Uniti dall’Afghanistan (che nulla ha da invidiare alla fuga degli stessi da Saigon) ed il ritorno al potere dei Talebani, si pensò ad una vera e propria vittoria strategica del Pakistan, visto il continuo sostegno nascosto alla causa degli studenti islamici per tutti i vent’anni dell’occupazione. L’allora primo ministro Imran Khan (oggi in carcere sulla base di accuse piuttosto deboli, collegate al suo stile di governo “populista” e troppo apertamente antioccidentale) dichiarò che l’Afghanistan aveva finalmente rotto le catene della schiavitù.

Tuttavia, Islamabad, nonostante gli sforzi di altre potenze regionali (Cina e Russia) per stabilizzare l’area e garantire il riconoscimento internazionale del governo talebano, ha dovuto rapidamente scontrarsi con una realtà dei fatti ben diversa e, soprattutto, con la crescente influenza del ramo pakistano del Movimento talebano: il Tehreek-e-Taliban o TTP (nato nel 2007 e protagonista sia del conflitto tra Talebani e forze di occupazione USA, sia di una serie di attentati terroristici in territorio pakistano).

Dopo un periodo di relativo “idillio” tra i due Paesi, hanno avuto inizio gli scontri di frontiera ed una serie di reciproche accuse nelle quali, per l’osservatore occidentale, rimane assai difficile districarsi. In particolare, Islamabad accusa Kabul di ospitare sul suo territorio basi e miliziani del TTP e di altri gruppi terroristici legati al movimento secessionista del Balucistan (gruppi sostenuti anche dall’India al preciso scopo di favorire una nuova secessione nel territorio del Pakistan, sulla scia di quanto avvenne nel secolo scorso con il Bangladesh). Curioso notare come questi gruppi abbiano un ruolo di primo nel sabotaggio delle infrastrutture della Nuova Via della Seta (in particolar modo, del Corridoio Economico Sino-Pakistano) rivolte sia a trasformare il Pakistan in Hub commerciale regionale, sia (per Pechino) ad aggirare il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca (pattugliato dagli Stati Uniti) per il proprio approvvigionamento energetico (ragione per cui oggi, tra l’altro, si vorrebbe arrivare ad un “cambio di regime” in Iran: per evitare che il commercio interno allo spazio eurasiatico finisca per ingrossare la poderosa ascesa industriale della Cina, mettendo al contempo a rischio il sistema egemonico del dollaro).

A sua volta, l’Afghanistan afferma che in Pakistan si troverebbero basi del sedicente “Stato Islamico del Khorasan”, nemico giurato dei Talebani afghani ma non di quelli pakistani, che, paradossalmente, si troverebbero in sintonia con questo per ciò che concerne la destabilizzazione del progetto infrastrutturale cinese.

Tutti negano le rispettive accuse. Tuttavia, è importante sottolineare che l’area di confine tra Pakistan e Afghanistan è storicamente assai permeabile; tale si è dimostrata dal gihad antisovietico all’invasione USA, fino agli ultimi giorni, e non bisogna tralasciare la facilità con la quale vengono spesso corrotte le guardie di frontiera sui rispettivi lati. Già l’amministrazione Obama, constatando questo fatto, aveva portato la guerra all’interno del Pakistan, il Paese che più di tutti ha subito gli effetti negativi e drammatici della cosiddetta “guerra al terrore” e aveva bombardato le aree tribali sotto la sovranità di Islamabad.

Oggi, la situazione non sembra essere particolarmente cambiata. La porosità della frontiera rimane un fattore di destabilizzazione, nonostante il fragile accordo negoziato da Turchia, Qatar e Arabia Saudita nell’ottobre scorso. 

La questione della Linea Durand merita un breve approfondimento. Per i Pashtun afghani (maggioritari nel Movimento talebano), infatti, rappresenta una ferita storica. Questa prende il nome da Sir Mortimer Durand, segretario agli esteri dell’India britannica che, nel 1893 (più o meno in concomitanza con la fine del cosiddetto “Grande Gioco” con la Russia, forzò la mano del sovrano afghano Amir Abdul Rehman Khan ad accettare una divisione dei suoi territori e della stessa popolazione Pashtun. Lo storico afghano Nabi Sahak, a questo proposito, ha messo in evidenza come la linea avrebbe dovuto rappresentare semplicemente una divisione delle zone di influenza tra britannici ed afghani e mai un confine internazionale permanente. Una situazione che addirittura portò l’Afghanistan a contestare l’ingresso del Pakistan nell’ONU nel momento in cui questo divenne uno Stato indipendente a seguito della partizione con l’India e la fine del regime coloniale di Londra.

Come già anticipato, ancora oggi, l’Afghanistan talebano (un nuovo concentrato di nazionalismo religioso) non riconosce la Linea Durand; e questo rappresenta il maggiore problema nel rapporto tra i due Paesi, a prescindere dalle rispettive accuse di sostegno a gruppi terroristici.

L’azione del Pakistan degli ultimi giorni, con violenti attacchi alle principali città afghane, ha proprio l’obiettivo di spingere il governo talebano ad un compromesso, al riconoscimento dei confini, sfruttando l’evidente superiorità militare e tecnologica pakistana (Islamabad, unico Paese musulmano al mondo, possiede anche armi nucleari). Ancora, un altro motivo della contesa è il fatto che il Pakistan si oppone all’apertura di vie commerciali tra Afghanistan ed India che dovrebbero necessariamente attraversare il suo territorio (cosa che consentirebbe all’Afghanistan di migliorare la sua posizione di Paese privo di sbocchi sul mare e ne ridurrebbe la dipendenza dallo stesso Pakistan che non lesina l’utilizzo delle vie commerciali come strumento di coercizione nei confronti del vicino). La paura di Islamabad, in questo caso, rimane quella di venire schiacciato tra Afghanistan ed India. Un incubo strategico che si stava concretizzando con il governo di Karzai a Kabul.

India e USA (con Israele dietro) – ancora una volta non è un caso che la recrudescenza conflittuale sia arrivata in concomitanza con la visita di Narendra Modi in Israele – sono i veri e propri “elefanti nella stanza”. L’obiettivo di Washington, infatti, è proprio quello di utilizzare tali situazioni di conflitto per destabilizzare e smantellare il sistema BRICS, percepito come potenziale minaccia all’egemonia del dollaro. Ed il nuovo conflitto con l’Iran non è estraneo a questa dinamica.

 

La nuova aggressione all’Iran

É chiaro che dopo una sola giornata non si possono trarre conclusioni su potenziale durata, espansione o esito del nuovo conflitto. Ciò che appare evidente, in primo luogo, è il classico schema da gangsterismo politico applicato dagli Stati Uniti contro l’ennesimo Stato sovrano, attirato nuovamente nella trappola attraverso la promessa di un negoziato che, date le condizioni irricevibili per chiunque, aveva più l’aspetto di un ultimatum. Nonostante ciò, bisogna sottolineare che questa volta, grazie all’altrettanto evidente cooperazione con la Cina (nonché l’esperienza passata), la Repubblica Islamica dell’Iran ha subito in misura minore l’effetto sorpresa.

Una prima analisi della nuova fase conflittuale non può prescindere da un riferimento alla teoria delle relazioni internazionali. Dal crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti (in condizione di “unipolo”) hanno promosso una politica estera di egemonia liberale. Questa, in teoria, presuppone l’idea che un numero sempre maggiore di democrazie liberali nello scenario internazionale possa ridurre il rischio di conflitti. Tuttavia, una simile politica si presenta come profondamente interventista e, di conseguenza, aumenta l’insorgere di conflitti legati ad operazioni di “cambio di regime” e di ingegneria geopolitica (il caso odierno più clamoroso è quello del cosiddetto “Board of Peace” per Gaza). Allo stesso tempo, il liberalismo verso l’esterno riduce il liberalismo verso l’interno (si pensi al Patriot Act di Bush Jr., oppure all’enorme influenza dell’ICE sotto le amministrazioni Obama e Trump); non solo, è pure notevolmente dispendioso in termini di risorse economiche ed umane. Questa politica è stata portata avanti sia nell’era Clinton sia in quella Bush Jr., mentre già con il secondo mandato Obama si è iniziato a ridurre l’influenza del liberalismo nell’agenda geopolitica dell’amministrazione USA. Di fatto, a seguito della crisi del 2008, ed all’affermazione della potenza (soprattutto economica) cinese, la condizione di unipolo ha iniziato ad incrinarsi rapidamente. E, con la prima amministrazione Trump, gli USA hanno dovuto confrontarsi con il dato (inizialmente solo ipotetico) di un nuovo bipolarismo o di un multipolarismo in nuce. In condizioni di bipolarità o multipolarità, nessuna grande potenza può ricercare un modello di egemonia liberale se c’è un’altra grande potenza nel sistema. Entrambe sono sempre costrette ad agire secondo principi realisti. Le potenze rivali, in altri termini, non hanno altra scelta che competere per il potere e massimizzare le loro rispettive prospettive di dominio egemonico o di sopravvivenza[2].

L’impossibilità di instaurare un regime liberale globale (sconsigliato pure da teorici liberali come John Rawls), senza troppi giri di parole, riporta il sistema internazionale in una condizione di anarchia simile allo stato di natura hobbesiano. Bene, oggi la nuova amministrazione Trump, con il suo “interventismo flessibile” o il concetto ossimorico di “pace attraverso la forza” propone una inedita commistione di prassi geopolitica liberale (sostegno ai “cambi di regime” come nella migliore tradizione neocon) e di realismo retorico (quello che traspare, ad esempio, dalla nuova dottrina di sicurezza nazionale). Il pensatore Nuno Monteiro ha affermato che uno Stato egemone in condizione di unipolo – e quando la stessa condizione di unipolarità è a rischio – ha tre alternative: 1) ritirarsi dalla scena internazionale sfruttando la sua posizione di forza e la sua sicurezza; 2) rimanere attore centrale e promuovere lo status quo; 3) promuovere un cambiamento (più o meno radicale) in modo da ottenere una posizione ancor più favorevole per sé ed i propri interessi[3].

Nonostante l’affermazione di nuove potenze, l’idea di fondo della nuova amministrazione Trump rimane ancora legata a quella dell’egemonia liberale unipolare, sebbene non manchino elementi di puro realismo e nonostante i tentativi piuttosto grossolani di prendere le distanze dalle amministrazioni precedenti. Di fatto, cerca di operare in bilico tra la prima e la terza ipotesi proposta da Monteiro. La presenza di elementi inclini al liberalismo (le correnti neocon facenti capo a Rubio, ad esempio) rende ogni eventuale negoziato con Paesi ritenuti “illiberali” (la Repubblica Islamica dell’Iran oggi) sempre complessi e difficili (non si può impostare un negoziato richiedendo la capitolazione o lanciando un ultimatum alla propria controparte). Negoziato che, a questo punto, si è ridotto solo ad un meccanismo per prendere tempo e preparare la fase offensiva.

La Repubblica Islamica dell’Iran, a sua volta, agisce in modo puramente realista: in un sistema internazionale percepito come anarchico cerca di migliorare la sua capacità di deterrenza militare (programma missilistico, presenza di “proxies” regionali) per garantire in primo luogo la propria sopravvivenza. Quella che è stata definita come “dottrina Soleimani” si fondava proprio su questo: la creazione di un sistema di difesa su più linee in prossimità dei confini iraniani, capace di mettere sotto pressione i rivali regionali in modo da renderli, a loro volta, incapaci di attaccare direttamente la Repubblica Islamica. Questo schema evidentemente è saltato con la caduta di Damasco, le ripetute aggressioni israeliane al Libano e le pressioni sul governo dell’Iraq.

Questo conduce direttamente agli obiettivi del nuovo attacco, solo in parte coincidenti, per i due aggressori. Sorvolando sulle ridicole affermazioni dell’erede di casa Pahlavi che ha parlato di “intervento umanitario” (già nelle prime ore di attacco, USA e Israele hanno colpito una scuola femminile a Minab massacrando oltre sessanta minorenni), e sorvolando pure sulle teorie (ancora una volta di matrice liberale/neocon) della “guerra preventiva” riproposte da Trump (è dagli anni ’80 del secolo scorso che si parla dell’imminenza dell’atomica iraniana), non resta che esaminare il dato squisitamente geopolitico.

Tel Aviv punta ad eliminare il principale rivale regionale del progetto di espansione geopolitica e geoeconomica della “Grande Israele”. (Il prossimo obiettivo, come preventivato da Naftali Bennet, sarà la Turchia). Tale eliminazione si può sviluppare in fasi diverse: a) destabilizzazione interna dell’Iran; b) crollo istituzionale; c) potenziale guerra civile e parcellizzazione in stati etnico-confessionali del suo territorio.

L’obiettivo rimane comunque piuttosto difficile da raggiungere. Gli apparati di sicurezza della Repubblica Islamica hanno pieno controllo dello Stato ed un’aggressione solo aerea non può in alcun modo garantire un simile risultato. Non è infine da escludere che, come è successo nel corso della “guerra dei dodici giorni”, l’aggressione finisca per ottenere l’effetto contrario, compattando il popolo iraniano attorno alla sua Guida.

Per ciò che concerne gli Stati Uniti, gli obiettivi sono su più livelli, sia interni sia internazionali. Difficile che si tratti dell’ennesima operazione cosmetica. Trump ha già dichiarato che l’obiettivo è il “cambio di regime”. Tuttavia, paradossalmente, chi scrive ritiene che questo sia solo un obiettivo secondario per Washington. Gli obiettivi reali sono altri:

  • ottenere una capitolazione a tutti gli effetti della Repubblica Islamica che spinga ad una sua demilitarizzazione e l’ingresso delle multinazionali USA nel suo mercato delle risorse;
  • come nel caso afghano-pakistano, sfruttare il caos per disarticolare il sistema BRICS, sebbene questo rappresenti una minaccia solo ipotetica;
  • come proposto da Thiel ad Epstein nel loro carteggio informatico, imporre il caos globale per presentarsi nuovamente come unico attore capace di portare la “pace” (una pax judaico-americana ovviamente);
  • scaricare sul resto del mondo il peso della crisi sistemica statunitense (un conflitto regionale è utile per imporre agli “alleati/sottoposti” nuovi acquisti in armi e, dunque, nuove commesse per il complesso militare-industriale);
  • sfruttare lo schema geopolitico e geoeconomico della “Grande Israele” per garantire l’egemonia internazionale del dollaro in un’area ricca di risorse;
  • tagliare ulteriormente la catena di approvvigionamenti energetici di Pechino che aggirano il sistema del dollaro;
  • per Trump, garantirsi un successo rapido che lo proietti verso le elezioni di medio termine, oppure protrarre una guerra prolungata che lo ancori al potere.

Inutile dire che l’operazione USA-Israele si presenta come un gigantesco azzardo che potrebbe facilmente ritorcersi contro chi l’ha iniziata. Le capacità di resistenza della Repubblica Islamica, molto probabilmente, sono state sottovalutate ed il potenziale di espansione del conflitto, con il coinvolgimento di altri attori (Cina? Russia?) rimane enorme.


NOTE

[1]A. Rashid, Talebani. Islam, petrolio e il grande scontro in Asia centrale, Feltrinelli, Milano 2001, p. 223.

[2]J. Mearsheimer, The great delusion. Liberal dreams and international realities, Yale University Press. New Haven-Londra 2018, pp. 143-45.

[3]N. Monteiro, Theory of unipolar politics, Cambridge University Press, Londra 2014, p. 177.


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Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).