La nuova ondata di protesta e destabilizzazione più o meno eterodiretta nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran pone seri quesiti su quello che sarà il futuro istituzionale del Paese. Se il sogno predatorio occidentale di riportare al potere un Pahlavi sembra piuttosto irrealizzabile, ciò non elimina la necessità urgente di riforme interne, il cui modello potrebbe essere rappresentato dalla Cina di Deng Xiaoping e Jiang Zemin. In questo contributo si cercherà di valutare se vi siano elementi simili tra i due Paesi ed eventuali spazi di riforma che non compromettano indipendenza e sovranità iraniana.

 

Introduzione

È indubbiamente complesso tracciare un percorso comune tra le esperienze della Repubblica Popolare Cinese e quelle della Repubblica Islamica dell’Iran. L’unico punto di intersezione sembra il fatto che entrambe sono in qualche modo eredi di imperi tradizionali che hanno svolto un ruolo di primo piano nella storia del continente eurasiatico in tutte le loro forme. Ed entrambe rappresentano il naturale esito di umiliazioni e capitolazioni subite ad opera dell’Occidente, con la conseguente ricerca di una sovranità olistica ed autentica.

Il titolo di questo articolo è di fatto un quesito. Può l’attuale fase di destabilizzazione dell’Iran rappresentare il suo “momento Tienanmen”, ovvero, una fase di “tumulto” dal quale lo Stato, eliminando i suoi nemici interni e le infiltrazioni esterne, esce rafforzato, più unito e pronto a competere sul piano internazionale? Per rispondere a questa domanda, si deve necessariamente fare riferimento alle profonde differenze tra la situazione cinese sul finire degli anni ’80 e quella iraniana attuale. La Cina è arrivata agli eventi del 1989 diversi anni dopo l’inizio del suo percorso di riforma e apertura. L’Iran odierno, benché predisposto ad una forma di apertura “verso Oriente” e ad una più attiva partecipazione in ambito internazionale attraverso il sistema BRICS o l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, è ancora lontano da un reale processo di riforma strutturale interna. Ancora, se la Cina aveva da tempo avviato un processo di distensione con gli Stati Uniti e di apertura economica verso Occidente, tale eventualità, per l’Iran, è stata azzerata con l’uscita unilaterale di Washington dal JCPOA; da un regime sanzionatorio sempre più pesante; e dal conseguente fallimento indotto del sistema INSTEX (Instrument in support of trade exchange) che, almeno in linea teorica, avrebbe dovuto consentire ai Paesi UE di aggirare il regime sanzionatorio imposto dagli Stati Uniti. Lo stesso contesto storico, economico e socioculturale dei due eventi mostra differenze evidenti: il generale collasso del blocco socialista occidentale che si voleva estendere anche sul lato orientale dello spazio eurasiatico, da un lato; il tentativo di ristrutturazione del Vicino e Medio Oriente, dall’altro, con le aspirazioni egemoniche ed espansioniste di Israele sempre più evidenti e minacciose non solo per gli avversari diretti. Ancora, la protesta di piazza Tienanmen (almeno la sua componente “spontanea”) fu il prodotto delle contraddizioni del sistema ibrido introdotto in Cina a seguito della fine dell’epoca maoista e del processo alla “banda dei quattro”, con lo sviluppo di una borghesia cittadina, un più marcato contrasto di ricchezza con le aree rurali ed un flusso migratorio massiccio dalle stesse verso le zone urbanizzate.

La situazione socioeconomica iraniana attuale, invece, è decisamente diversa. Pur non mancando problemi politici di cattiva gestione delle risorse, episodi di errata interpretazione politico-economica, casi di corruzione, o semplicemente una esasperante prassi burocratica, il problema fondamentale dell’Iran è l’essere sottoposto ad un regime alternato di embargo e sanzioni ormai da quarantasette anni. Tale fattore rende problematico sfruttare l’enorme ricchezza del Paese in termini di risorse naturali e lo rende particolarmente vulnerabile dalle oscillazioni del mercato petrolifero e dal ruolo ancora preponderante che in esso ricopre la valuta nordamericana.

Nonostante ciò, se le istituzioni della Repubblica Islamica si mostrano intelligenti, questa fase, alla pari di quanto avvenuto in Cina, potrebbe trasformarsi in un’opportunità fondamentale per riformare il sistema statale (favorire anche una rotazione delle élite che consenta maggiori opportunità per i giovani); cooperare maggiormente con i vicini (soprattutto Turchia, Pakistan, Arabia Saudita, India, Russia e la stessa Cina); e per aprirsi definitivamente ad un commercio interno allo spazio eurasiatico ed alla cooperazione con le imprese straniere, senza comunque rinunciare al ruolo guida dello Stato nei settori strategici della propria economia, così come alla propria specificità etico-culturale.

A ciò si deve necessariamente aggiungere che la geopolitica – come affermava uno dei suoi teorici più importanti, il tedesco Karl Haushofer – operando principalmente sul piano di un sistema internazionale che è più ipotetico che reale, difficilmente può fare previsioni esatte. Nel momento in cui si scrive il volume di partecipazione alle manifestazioni violente ed apertamente antiregime in Iran sembra essere piuttosto ridotto (se ne parlerà in seguito). Tuttavia, un nuovo attacco USA-Israele contro obiettivi mirati della Repubblica Islamica non è un’eventualità remota (il punto non è se avverrà o meno, ma quando avverrà), e potrebbe sparigliare nuovamente le carte. L’incessante propaganda mediatica antiraniana è funzionale a tale attacco. Questo perché, ritornando ad Haushofer ed al suo Bausteine zur Geopolitik, la rappresentazione mediatica (e dunque il livello della propaganda) è parte integrante della geopolitica ed è fondamentale per conquistare un appoggio emotivo (mai criticamente fondato) all’azione (militare o meno) da parte delle masse.

 

Il “tumulto” di Tienanmen

Tumulto è l’espressione utilizzata da Deng Xiaoping nel discorso che tenne il 9 giugno 1989 agli ufficiali di rango superiore in applicazione della legge marziale a Pechino. In quell’occasione, constatando che un manipolo di malintenzionati si era infiltrato tra la folla in piazza Tienanmen, Deng affermò: “non avevamo di fronte le masse popolari, ma facinorosi che hanno tentato di sovvertire il nostro Stato […] Il loro obiettivo era quello di instaurare una repubblica borghese, un vassallo dell’Occidente in tutto e per tutto”. Oltre a piangere i propri “martiri” ed a congratularsi con le forze di sicurezza e con l’Esercito per essere riusciti a sedare il “tumulto”, nel medesimo discorso la Guida cinese constatò la necessità di imparare dagli errori del passato e di guardare verso il futuro. “Lo scoppio dell’incidente – continuò Deng Xiaoping – ci dà molto a cui pensare e ci costringe a riflettere a mente lucida sul passato e sul futuro. Forse questo terribile avvenimento ci permetterà di portare a termine le politiche di riforma e apertura al mondo esterno in modo costante e perfino più in fretta, di correggere i nostri errori più rapidamente e di sfruttare meglio i nostri vantaggi […] La cosa importante è non riportare mai la Cina a essere un Paese con le porte chiuse”[1]. A questo proposito, sembra doveroso citare un altro passaggio di Deng Xiaoping in cui l’enfasi sull’apertura economica si accompagna al decisionismo etico caratteristico del PCC: “Seguiremo un’irremovibile politica di apertura al mondo esterno e aumenteremo i nostri scambi con i Paesi stranieri sulla base dell’eguaglianza e del rispetto reciproco. Allo stesso tempo, manterremo la mente lucida, resisteremo con fermezza alla corruzione delle idee decadenti venute dall’estero e non permetteremo mai che il modo di vita occidentale si diffonda nel nostro Paese”[2].

Ora, l’evento di piazza Tienanmen merita un ulteriore approfondimento. In Occidente, per chiari motivi di propaganda politica, non si è mai fatta reale chiarezza su questo fenomeno storico. Gli stessi giornalisti che avrebbero testimoniato il massacro compiuto dalle forze di sicurezza, in realtà, si trovavano al sicuro in alcuni alberghi di Pechino situati a qualche chilometro dalla piazza.

Di fatto, l’apertura economica favorita dalle riforme di Deng ha avuto effetti sia positivi sia negativi. Se da un lato ha favorito lo sviluppo produttivo ed il sollevamento dalla condizione di povertà di milioni di famiglie cinesi, dall’altro ha consentito la penetrazione in Cina di organizzazioni non governative che si sono rapidamente rivelate come strumenti del “potere morbido” nordamericano. Una menzione particolare la meritano l’Open Society del celebre filantropo/speculatore George Soros, il National Endowment for Democracy e l’Albert Einstein Institute del teorico delle “rivoluzioni colorate” Gene Sharp (il “Machiavelli della non violenza”). Un’altra menzione particolare, in questo contesto, la meritano due personaggi legati a doppio filo l’uno con l’altro: l’ambasciatore statunitense in Cina James Lilley ed il politico Zhao Ziyang (che nei piani occidentali sarebbe dovuto divenire il Gorbaciov cinese). A partire dal 1986, tramite il China Fund (legato alla Open Society), George Soros ha apertamente finanziato l’Istituto per la Riforma Economica e Strutturale di Zhao Ziyang (un “serbatoio di pensiero” in puro stile occidentale  attraverso cui erano propugnate la privatizzazione totale delle imprese e delle proprietà statali e la liberalizzazione del mercato). Non a caso Zhao è divenuto nume tutelare dei rivoltosi di Tienanmen. James Lilley, a sua volta, nominato ambasciatore in Cina negli ultimi mesi dell’amministrazione Reagan, è stato dal 1951 al servizio della CIA in Asia con il preciso ruolo di “combattere il comunismo”. Alla pari di quanto avvenuto più recentemente a Hong Kong, anche a Tienanmen l’ambasciata statunitense è stata l’epicentro del reclutamento degli agenti da infiltrare nelle manifestazioni, quegli stessi infiltrati che hanno trasformato la manifestazione in un aperto atto di rivolta violento contro il potere costituito. Lilley, inoltre, è stato anche una figura chiave dell’operazione CIA Yellowbird, che ha consentito a diverse centinaia di dissidenti cinesi di trovare rifugio negli Stati Uniti ed in altri Paesi occidentali; tra loro anche l’astrofisico Fang Lizhi (uno dei volti più conosciuti della protesta), che Deng in diverse occasioni apostrofò come “femminuccia” e “traditore della patria”.

È un dato di fatto che la corrente liberale del PCC, guidata da Zhao Ziyang, si poneva come obiettivo proprio quello dell’evoluzione del sistema cinese verso il parlamentarismo democratico di stampo occidentale. Vista l’esperienza sovietica, si può immaginare cosa sarebbe successo se tale linea, in seguito ai fatti del 1989, avesse avuto la meglio. Thomas Hobbes, nel suo Leviatano, afferma espressamente che coloro i quali si accingono attraverso la disobbedienza a non fare nulla più che una debole riforma dello Stato finiscono sempre per distruggerlo, “in modo simile alle sciocche figlie di Peleo le quali, desiderando rinnovare la giovinezza del loro decrepito padre, per consiglio di Medea lo tagliarono a pezzi e lo bollirono insieme con strane erbe, ma non fecero di lui un uomo nuovo”. Così, nel caso cinese, si sarebbe proceduto ad una rapida liquidazione del Partito, alla totale liberalizzazione economica ed a privatizzazioni su vasta scala. Le multinazionali occidentali avrebbero depredato la Cina; il Paese sarebbe stato smembrato (dal Tibet allo Xinjiang); la criminalità sarebbe aumentata a dismisura ed il tasso di disoccupazione avrebbe toccato picchi inimmaginabili. In altri termini, si sarebbe prospettato uno scenario così umiliante per il popolo cinese da poter essere facilmente paragonato al momento successivo alle Guerre dell’Oppio. Dunque, non è così improprio affermare che senza la sconfitta dei rivoltosi nel 1989 la Cina oggi non sarebbe il principale rivale economico, tecnologico (e di conseguenza geopolitico) degli Stati Uniti sul piano globale. E non è improprio affermare che senza la vittoria della linea di Deng Xiaoping la crescita cinese non avrebbe svolto il ruolo di motore verso un sistema multipolare ancora in nuce.

Va da sé che lo stesso Deng viene ritenuto dagli pseudooltranzisti marxisti-leninisti occidentali come un “revisionista” (nel migliore dei casi), quando non come un vero e proprio traditore del comunismo per aver trasformato la Cina in una “società di mercato”. In realtà, l’idea di Deng è stata sempre piuttosto chiara e così la riassume lui stesso: “Cos’è il socialismo e cos’è il marxismo? Non siamo stati molto chiari su questo in passato. Il marxismo attribuisce la massima importanza allo sviluppo delle forze produttive. Abbiamo detto che il socialismo è lo stadio primario del comunismo e che allo stadio avanzato si applicherà il principio ‘da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni’. Ciò richiede forze produttive altamente sviluppate e una schiacciante abbondanza di ricchezza materiale. Pertanto, il compito fondamentale della fase socialista è quello di sviluppare le forze produttive. La superiorità del sistema socialista è dimostrata, in ultima analisi, da uno sviluppo più rapido e maggiore di quelle forze rispetto al sistema capitalista. Man mano che si sviluppano, la vita materiale e culturale delle persone migliora costantemente. Uno dei nostri difetti dopo la fondazione della Repubblica Popolare è stato quello di non aver prestato sufficiente attenzione allo sviluppo delle forze produttive. Socialismo significa eliminare la povertà. Il pauperismo non è socialismo, ancor meno comunismo”[3].

A ciò si aggiunga che il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese gli ha attribuito uno specifico ruolo nella storia della Repubblica Popolare e nello sviluppo della sua diplomazia. La costruzione delle relazioni internazionali cinesi si è infatti evoluta in tre fasi: a) fase iniziale (1949-78) o era del “levarsi in piedi”; b) fase di aggiustamento dopo l’avvio dell’era di riforma e apertura (1978-2012) o era della “prosperità crescente”; c) l’attuale fase di stabilizzazione, equilibrio e sviluppo della potenza (o era del “diventare forti”)[4].

Nel corso della prima fase, la diplomazia cinese ha seguito le strategie del “pendere da un lato”, “colpire con due pugni” e dell’imporre una “linea unica su vasta scala”. L’obiettivo primario era quello di salvaguardare la sovranità e la sicurezza del Paese (ragione per cui si scelse di intervenire al fianco della Corea del Nord) e di creare un ambiente regionale e internazionale adatto allo sviluppo nazionale. È in questo periodo che si formano i principi di indipendenza ed autosufficienza cinese. La seconda fase ha visto l’alternarsi di tre guide politiche: Deng Xiaoping (1978-1992), Jiang Zemin (1992-2002) e Hu Jintao (2003-2012). Il primo ha impostato la sua politica estera sulla normalizzazione dei rapporti internazionali della Repubblica Popolare. Il secondo ha posto le basi per lo sviluppo della teoria multipolare. Il terzo ha posto enfasi particolare sul concetto di “diplomazia al servizio dei popoli”. Nel corso della prima e della seconda fase la Cina ha posto le basi materiali per il passaggio da “grande Paese” a potenza, realizzatosi nella terza fase. Tuttavia, prima di analizzare la terza fase, sarà utile ricordare che il PCC ha sempre attribuito grande importanza al problema dei metodi ideologici. Mao, ad esempio, ha ripetutamente sottolineato l’importanza della “metodologia di ricerca” nella consapevolezza che per guardare il futuro sia necessario in primo luogo volgersi al passato e studiare la storia. Jiang Zemin ha affermato: “Il metodo ideologico corretto è analizzare e trattare i problemi in modo scientifico, completo e realistico con il materialismo dialettico”[5]. E ancora: “Per adattarsi alle esigenze di espansione degli scambi internazionali, è necessario apprendere meglio i punti di forza dei Paesi di tutto il mondo e comprendere anche la storia del mondo”[6].

Xi Jinping, a sua volta, ha proposto i cinque tipi di pensiero scientifico: pensiero strategico, pensiero storico, pensiero dialettico, pensiero innovativo e pensiero di fondo. In relazione al pensiero storico, facendo riferimento alla sentenza di Engels secondo la quale la storia mette tutto sulla giusta strada, ha affermato: “Il mondo di oggi si sviluppa dal mondo di ieri. Molte delle cose che si trovano nel mondo oggi possono essere viste nella storia. Molte delle cose che sono successe nella storia possono essere usate anche come specchi dell’oggi. Prestare attenzione alla storia, studiare la storia e trarne esperienza può portare molta saggezza all’umanità per capire lo ieri, l’oggi e creare il domani. La storia, quindi, è la migliore maestra dell’umanità”[7].

Dunque, esiste una sorta di scala gerarchica attraverso la quale il PCC ha ricostruito l’evoluzione storica della Repubblica Popolare, in cui ogni singola guida del Paese ricopre un preciso ruolo. E, nello specifico, Deng non solo lo ha guidato verso l’apertura, ma ha anche posto le basi per la realizzazione di una società di mercato in cui, paradossalmente, è lo Stato (e la politica) a guidare il capitale, e non viceversa. Inoltre, resistendo alla piena occidentalizzazione, è stato il precursore dell’idea di riscoperta della cultura tradizionale e del superamento di quello schema geoeconomico che vedeva la Cina ridotta esclusivamente al ruolo di snodo manifatturiero globale, senza la possibilità di ridurre il divario tecnologico che la separava dall’Occidente.

 

Caos in Iran

Come anticipato, le differenze tra i due contesti sono evidenti. L’Iran rimane e rimarrà sotto un pesante regime sanzionatorio volto a castrarne le velleità di pieno sviluppo economico. La Cina, invece, stava entrando nel sistema del commercio globale e molte imprese occidentali (molte nordamericane) videro in essa grandi opportunità per la delocalizzazione dell’industria di base e lo sfruttamento della manodopera a basso costo. Di conseguenza, nonostante il fallimento dei piani di totale privatizzazione dell’economia cinese, non vi erano i presupposti e l’interesse specifico a portare avanti un processo completo di destabilizzazione.

La situazione della Repubblica Islamica, invece, è l’opposto. Il contesto geopolitico attuale, infatti, è segnato dalla guerra a bassa intensità tra la stessa Cina e gli Stati Uniti. In particolare, l’obiettivo di Washington è segare la catena di approvvigionamenti energetici di Pechino, che al contempo minacciano il ruolo del dollaro come valuta di riferimento per le transazioni petrolifere globali (il caso venezuelano e quello iraniano). I motivi puramente imperialistici di utilizzo della macchina statale-militare da parte di interessi privati per assicurarsi profitti economici all’estero, per quanto presenti, rimangono momentaneamente in secondo piano.

Ciò, in primo luogo, dovrebbe mettere in evidenza il fatto che l’accelerazione del processo di dedollarizzazione è la via geopolitica maestra da seguire per i vertici della Repubblica Islamica. Cosa che, tuttavia, essa non può fare da sola. Ciò comporta lo sviluppo di una maggiore cooperazione con gli attori regionali ed anche una minore timidezza (e minori contrapposizioni scioviniste) da parte degli stessi (soprattutto Cina, Russia ed India) a portare avanti la costruzione di istituzioni finanziarie legate all’ambito BRICS.

Inutile dire che le recenti manifestazioni di protesta in Iran sono state il prodotto di una crisi finanziaria indotta che ha determinato un aumento vertiginoso del costo della vita. E non sorprende più di tanto neanche la loro tempistica (poco dopo l’incontro di fine dicembre 2025 tra Donald J. Trump e Benjamin Netanyahu a Washington). Ciononostante, esse hanno conosciuto due fasi: a) una prima di fase di manifestazioni più o meno spontanee legate al carovita e ad una lunga crisi ambientale che ha provocato interruzioni nelle forniture idriche; una seconda fase di aperta rivolta contro il “regime”. Se è vero che la prima fase ha visto un’ampia partecipazione popolare anche di settori tradizionalmente conservatori e legati alle istituzioni della Repubblica Islamica ed alle fondazioni religiose (cosa che fa pensare anche ad una protesta contro l’attuale governo “riformista”), lo stesso non si può dire per la seconda fase di aperta “rivolta”. Oltre all’utilizzo di tattiche di guerriglia urbana da parte di piccoli gruppi, in questa seconda fase si è arrivati anche ad episodi di vero e proprio terrorismo (indubbiamente favoriti dalla presenza sul campo di agenti o mercenari del Mossad – come lo stesso servizio segreto israeliano ha candidamente riconosciuto – e dall’utilizzo della rete satellitare Starlink, legata al magnate nordamericano Elon Musk)[8].

Ora, non è la prima volta che la Repubblica Islamica si trova sottoposta ad un fenomeno simile. Imponenti manifestazioni caratterizzarono la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad nel 2009 (il cosiddetto “movimento verde” che mosse al campo avverso l’accusa di frode elettorale). Altre arrivarono nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini in una centrale della polizia. In misura comunque diversa, in entrambi i casi l’Occidente cercò di sfruttarle per spingere ad un collasso del “regime”. In riferimento al secondo episodio sarà utile riportare alcuni stralci di un articolo scritto da Aldo Braccio e pubblicato sul sito informatico di “Eurasia” in data 29 settembre 2022: “La morte della giovane Mahsa Amini – avvenuta in circostanze tuttora non chiare – ha costituito l’‘occasione perfetta’ per innescare un attacco su larga scala contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Un attacco quanto mai ipocrita e pretestuoso, che ha dato il via a una serie di manifestazioni – non molto partecipate, per la verità, ma sapientemente riprese e amplificate dai media occidentali, che le hanno artatamente confuse con altre, legittime rivendicazioni di carattere economico – e di vere e proprie aggressioni e atti di guerriglia urbana, con morti e feriti fra civili coinvolti e agenti dell’ordine. […] Dicevamo di occasione perfetta del caso Amini: infatti oltre che donna, giovane e senza velo, la stessa era curda, e ciò ha immediatamente favorito la simpatia di una parte dell’opinione pubblica occidentale. Tale simpatia indotta corrisponde in realtà a un preciso e importante ruolo affidato dagli atlantisti ai Curdi: contribuire in nome del separatismo curdo alla balcanizzazione del Vicino Oriente, attaccando la sovranità di ben quattro Stati: Iran, Iraq, Turchia e Siria. Gli Iraniani conoscono perfettamente tale strategia, che si muove parallela alle accuse sui ‘diritti umani’ e alla non conformità agli ‘standard occidentali’. Essa è da anni presente particolarmente nelle analisi e negli studi del Center for Strategic and International Studies, il pensatoio nato nel 1962 attraverso il quale intellettuali decisivi come Kissinger e Brzezinski hanno indirizzato la politica estera statunitense; pensatoio la cui presidenza è oggi affidata a Thomas Pritzker, miliardario ed erede di un’illustre famiglia ebreo-ucraina. In particolare nel 2019 il CSIS ha insistito nel caldeggiare l’utilizzazione dei Curdi iraniani in funzione anti-Repubblica islamica, per spezzare la continuità territoriale e ideale fra Teheran e i suoi alleati, incluso Hezbollah. […] Venendo ai giorni nostri, l’agenzia iraniana Tasnim ha denunciato la presenza di gruppi armati e di enormi carichi di armi consegnati ai Curdi iraniani nei centri prossimi al confine con l’Iran; i guerriglieri dipenderebbero dalle organizzazioni Komala e PDK, le cui basi nell’Iraq settentrionale sono state di conseguenza colpite nei giorni scorsi dalle forze di terra del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche con l’obiettivo di garantire una sicurezza duratura; e non solo alle frontiere, ma, considerato il massiccio coinvolgimento occidentale tramite le organizzazioni terroristiche, anche all’interno dei confini nazionali”.

I medesimi meccanismi vengono riproposti in queste stesse ore, soprattutto per ciò che concerne lo sfruttamento di milizie terroristiche collegate a minoranze etniche e confessionali (scontente dell’impoverimento dovuto al regime sanzionatorio) per favorire una parcellizzazione territoriale dell’Iran. Questa strategia era già apparsa nel 2014, quando un sito di analisi strategica vicino alle forze di difesa israeliane (mida.org) aveva partorito un articolo dall’emblematico titolo How to hurt Iran without airstrikes.

Ad oggi è bene ribadire che queste operazioni hanno conosciuto fortune piuttosto ridotte e riducibili a forme di guerra ibrida ed asimmetrica (soprattutto attacchi terroristici e assassinii mirati di scienziati), sebbene il problema dell’infiltrazione di elementi ostili all’interno dei confini della Repubblica Islamica rimanga reale (con un aumento vertiginoso a seguito della rottura di quello schema protettivo che era stato costruito dal generale Qassem Soleimani attraverso il Libano, la Siria e l’Iraq).

Detto ciò, è decisamente curioso osservare come alla progressiva riduzione della “rivolta” (addirittura con imponenti manifestazione di piazza in sostegno della Repubblica Islamica e contro l’ingerenza esterna negli affari interni dell’Iran) stia facendo da contraltare il costante aumento della pressione mediatica occidentale e filomonarchica a favore di un intervento esterno per favorire il crollo del sistema (l’agenzia Iran International, legata all’erede al trono Ciro Pahlavi, ha riportato la notizia che sarebbero 12.000 i morti per la repressione, cifra indimostrabile e facilmente confutabile dallo stesso volume delle manifestazioni di rivolta).

In questo caso, bisogna valutare quali potrebbero essere le sue modalità. La decapitazione dei vertici politici, religiosi e militari della Repubblica Islamica, già tentata nel corso della “guerra dei 12 giorni”, non assicura in alcun modo il rovesciamento di un sistema complesso e pervasivo al quale si legano ampi settori della società iraniana. Pensare di poter instaurare al suo posto una democrazia liberal-capitalista di stampo occidentale, oltretutto “laica”, è una fantasia che può entusiasmare il ceto semicolto occidentale, ma che è molto lontana dalla realtà. Ed anche una campagna di bombardamento prolungata (come nel caso dell’ex Jugoslavia) non è affatto sicuro che porti ai risultati sperati.

 

Conclusioni

Nel complesso, l’attuale fase di destabilizzazione dell’Iran viene descritta dai mezzi di informazione occidentali attraverso le lenti di quella che nelle relazioni internazionali viene definita come “teoria riduzionista”: ovvero, concentrando le cause dell’evento esclusivamente sul piano interno, quando sono evidenti/palesi i fattori esterni. Questa strategia è rivolta in primo luogo alla giustificazione di un intervento esterno (in nome della stantia “responsabilità a proteggere”) che possa accelerare la caduta del “regime” (pensare che Israele o Stati Uniti abbiano a cuore il futuro del popolo iraniano e quanto meno molto ingenuo). Va da sé che un’eventuale caduta (comunque difficile), per cause esterne o interne, non ridurrà affatto la possibilità di ulteriori attacchi militari, soprattutto israeliani, per distruggere il programma missilistico delle forze armate iraniane e le sue capacità di deterrenza (strategia utilizzata anche in Siria, dopo la caduta di Bashar al-Assad, con l’obliterazione quasi totale delle risorse di ciò che rimaneva dell’Esercito arabo siriano).

Dall’altro lato, la resistenza della Repubblica Islamica potrebbe aprire una stagione di riforme condivise e gerarchicamente guidate, che, sulla scia dell’esperienza cinese, potrebbero rafforzare lo Stato anziché indebolirlo ulteriormente. Ciò richiede in primo una guida salda, forte e la solida cooperazione, facilitata da un processo di apertura economica, di quelli che si presentano oggi come partner strategici dell’Iran (Cina e Russia su tutti).


NOTE

[1]    Deng Xiaoping, Il tumulto di Piazza Tian’anmen, contenuto in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” 3/2019.

[2]Deng Xiaoping, Opere Scelte (Vol. III), Edizioni in lingue estere, Pechino 1994, p. 15.

[3]Opere scelte (vol. III), ivi cit., p. 73.

[4]AA.VV., La Cina e gli aiuti internazionali. Cooperazione, sviluppo e futuro condiviso per il secolo XXI, Anteo Edizioni, Cavriago 2019, p. 6.

[5]AA.VV., Interpretazione della filosofia diplomatica cinese nella Nuova Era, Anteo Edizioni, Cavriago (2022), p. 98.

[6]Ibidem, p. 99

[7]Ibidem, pp. 99-100.

[8]Si veda Iran jams Starlink, protesters’ lifeline. Trump, Musk say that won’t stand, 13 dicembre 2026, www.washingtonpost.com.


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Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).