Introduzione
Nei primi anni ’30 del XX secolo, il grande giurista tedesco Carl Schmitt affermava: “Quando uno Stato combatte il suo nemico politico in nome dell’umanità, questa non è una guerra dell’umanità, ma una guerra nella quale uno Stato determinato cerca di sequestrare in proprio favore, contro il suo avversario, un concetto universale, per identificarsi con esso a costo dello stesso avversario. Similmente si può fare abuso di parole come pace, giustizia, progresso, civiltà per rivendicarle a se stessi e negarle al nemico”[1]. E ancora: “Il concetto di umanità è uno strumento particolarmente adatto all’ampliamento imperialistico della propria potenza. Questo termine, nella sua forma etico-umanitaria, è addirittura uno strumento tipico e peculiare dell’imperialismo economico”[2].
Il pensatore di Plettenberg, in questo caso, non faceva altro che sottolineare come la monopolizzazione del termine “umanità” da parte di un belligerante non fa che negare alla controparte la qualità di uomo; di conseguenza, la guerra non può che essere spinta fino all’estrema inumanità.
Queste considerazioni suonano particolarmente attuali di fronte alla nuova aggressione del binomio USA-Israele all’Iran ed ai suoi esiti odierni. Il nuovo criminale attacco alla Repubblica Islamica, infatti, è stato giustificato e preparato in vario modo dall’amministrazione nordamericana con una inusitata commistione di elementi messianico-apocalittici, di teorie sull’egemonia liberale in ambito internazionale e di tradizionale imperialismo geopolitico mascherato da una retorica propagandistica aberrante. Qui si cercherà di analizzare nel dettaglio ognuno di questi aspetti.
L’Armageddon americano
Del peculiare messianismo a stelle e strisce, del “destino manifesto”, dell’eccezionalismo e delle particolari similitudini tra questo ed il modello messianico giudaico, si è già discusso in un articolo pubblicato sul sito informatico di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” in data 28 luglio 2017 e dal titolo eloquente Messianismo e imperialismo (si consiglia di andare a rivederlo). In questa occasione sarà sufficiente indicare le linee fondamentali di questa particolare visione geopolitica apocalittica. Il Segretario USA alla guerra Pete Hegseth, nel suo libro La crociata americana, ha scritto: “La prima linea dell’America, la prima linea della nostra fede, è Gerusalemme e Israele. Israele è il simbolo della libertà, ma ancor di più ne è l’incarnazione vivente. Israele è la prova, in prima linea nella civiltà occidentale, che la ricerca della felicità e della libertà può trasformare una regione impantanata e garantire uno standard di vita senza pari in Medio Oriente. Israele incarna l’arma della nostra crociata americana. Il ‘cosa’ del nostro ‘perché’. Fede, famiglia, libertà e libera impresa. Se amate queste cose, imparate ad amare lo Stato di Israele e trovate un posto dove poter combattere per esso”[3].
Sempre Hegseth, in un discorso tenuto all’hotel King David di Gerusalemme nel 2019, in occasione della conferenza annuale di Arutz Sheva (canale informativo vicino al sionismo religioso), presentò in modo chiaro le sue idee sul futuro del Levante. In primo luogo, sostenne l’esistenza di un “eternal bond” (legame eterno) tra Israele e Stati Uniti[4]. In secondo luogo, in linea con il pensiero huntingtoniano ed in contrasto con il “liberale” Fukuyama, affermò che la “storia non è finita” e che “l’America non è inevitabile”[5]. Di conseguenza, è necessario che la stessa America intervenga continuamente nella storia in modo da mantenere il suo primato, eliminando i suoi rivali e quelli di Israele a partire dalla “testa della piovra”: la Repubblica Islamica dell’Iran[6]. Non solo, all’intero del medesimo discorso, Hegseth ha garantito il suo sostegno all’annessione della totalità della Palestina da parte di Israele ed h elencato una lunga serie di “miracoli” che dimostrerebbero il “sostegno divino” alla causa sionista: “1917 was a miracle; 1948 was a miracle; 1967 was a miracle; 2017, the decoration of Jerusalem as a capital, was a miracle, and there is no reason why the miracle of the re-establishment of the temple on the temple mount is not possible” (non c’è ragione di credere che il miracolo della costruzione del tempio nel monte del tempio non sia possibile)[7].
Hegseth, non a caso, è anche colui che ha sostenuto l’idea che la guerra all’Iran fosse parte di un piano divino in preparazione della fine dei giorni, del Secondo Avvento di Cristo e, dunque, del biblico Armageddon[8].
Ora, questo genere di affermazioni non è affatto inusuale per l’amministrazione Trump, che ha costruito parte dei successi elettorali attraverso l’utilizzo di una retorica radicata nel fondamentalismo cristiano evangelico, nel sionismo cristiano, e nello speciale rapporto con la lobby sionista negli Stati Uniti. Una menzione in questo senso la meritano sicuramente i cosiddetti “ebrei messianici” che vorrebbero richiamarsi alle radici del cristianesimo. Questi, di fatto, già in possesso di un vero e proprio impero della comunicazione, seguono i riti ed il calendario delle feste ebraiche; tuttavia, sono convinti che Gesù Cristo fosse a tutti gli effetti il Messia (al contrario dell’ebraismo contemporaneo, che è fondato su odio e disprezzo veri e propri della sua figura). L’avvocato di Donald J. Trump, Jay Sekulov, ad esempio, è un ebreo messianico. Ed ebreo messianico è Kurt Schneider, il rabbino che ha benedetto Trump, ricordando che USA e Israele sono le uniche nazioni benedette da Dio[9].
Nonostante alcune frizioni con il governo israeliano, andrebbe sottolineato che l’obiettivo reale degli ebrei messianici non è tanto convertire gli ebrei alla fede in Cristo, ma rimodellare il cristianesimo sul giudaismo, sostenendo al contempo il ritorno in massa degli ebrei in Palestina allo scopo di accelerare il Secondo Avvento di Cristo. Questo è il medesimo obiettivo della più importante sigla del sionismo cristiano: i Christians United for Israel, assai vicini all’attuale Segretario di Stato Marco Rubio.
Dotati di una vera e propria “scuola di partito”, particolarmente attiva a livello universitario, col compito di fornire ai suoi membri gli insegnamenti per “parlare a nome di Israele”, i Christians United for Israel sono solo la punta dell’iceberg del blocco elettorale cristiano-sionista. Alcuni sondaggi statunitensi hanno infatti dimostrato che una fetta importante del popolo nordamericano è convinto che Cristo tornerà sulla terra entro il 2050[10]. In una tale prospèettiva, non solo si rende necessario il sostegno alla piena restaurazione della potenza di Israele in Terra Santa (alla creazione del “Grande Israele” geopolitico e geoeconomico), ma anche la ricostruzione del Terzo Tempio, che rappresenta il vero e proprio “mito” alla base del loro sistema religioso.
Alla luce di ciò, appaiono evidenti alcuni degli scopi di questa guerra: 1) porre Israele al centro di un progetto egemonico nel Vicino Oriente; 2) sfruttare la situazione di caos per distruggere la spianata delle moschee a Gerusalemme (magari facendolo passare per “errore di calcolo” di un lancio missilistico iraniano) ed avviare la costruzione del Terzo Tempio.
Alcune testate giornalistiche hanno parlato di dissapori interni all’amministrazione Trump tra correnti “interventiste” (quella “neocon” di Rubio e quella legata al fanatismo religioso, rappresentata da Hegseth) e correnti “non interventiste” o “isolazioniste” (il vicepresidente J. D. Vance) per quanto concerne la nuova aggressione all’Iran. In realtà, se vi sono stati dissidi, questi sono stati più di natura “cosmetica” che altro. Ancora prima della nuova elezione del magnate newyorkese, proprio Vance aveva sostenuto che Israele avrebbe dovuto porre fine in tempi brevi alla guerra a Gaza per potersi interamente dedicare all’Iran (magari portandosi a rimorchio le monarchie del Golfo)[11].
Vance, inoltre, appare come un protetto dell’imprenditore high tech Peter Thiel, uno dei più importanti finanziatori della campagna elettorale di Donald J. Trump. Si è scritto del rapporto informatico-epistolare tra il finanziere e trafficante di minori Jeffrey Epstein e lo stesso Thiel nell’articolo Geopolitica del caso Epstein (pubblicato sul sito di “Eurasia” in data 13 febbraio 2026). Thiel viene considerato tendenzialmente come un “isolazionista”. Tuttavia, il suo isolazionismo viene presentato solo come un passaggio successivo al portare il caos a livello globale.
In altri termini, gli Stati Uniti dovrebbero sfruttare la loro particolare posizione geografica per destabilizzare l’intero pianeta, rimanendo sostanzialmente immuni da suddetto caos. Un passaggio “obbligato” che dovrebbe consentire loro di riemergere come unica potenza e riorganizzare il mondo, imponendo su di esso una sorta di Stato apolitico-tecnologico universale.
È difficile non pensare che l’attacco alla Repubblica Islamica non sia parte di questo “piano”. A questo proposito, tra l’altro, il politologo di scuola realista John Mearsheimer – che oggi critica apertamente la nuova aggressione come parte di un progetto di cambio di regime in tre parti (attacco economico, infiltrazione proteste, attacco militare) – ha affermato che gli Stati Uniti, per ripristinare la loro forza unipolare, avrebbero dovuto fare in modo di rallentare la crescita cinese e favorire una crescita costante a livello interno[12]. Solo in questo modo il divario tra le due potenze sarebbe rimasto invariato. Mearsheimer non fornisce indicazioni sul modo per frenare la Cina; tuttavia, sembra che la nuova amministrazione USA abbia optato sulla disarticolazione delle sue forniture energetiche e, al contempo, sulla progressiva decrescita strutturale ed economica della “provincia” europea come volano per il rafforzamento economico interno. In questo contesto, l’obiettivo principale è cacciare la Cina dal Vicino Oriente, in modo da sedersi in posizione di forza ad un eventuale tavolo negoziale con Pechino.
Imperialismo e liberalismo
Si è fatto accenno nell’introduzione all’affermazione di Carl Schmitt secondo cui il “concetto di umanità è uno strumento particolarmente adatto all’ampliamento imperialistico della propria potenza”. Il concetto di umanità, di fatto, è un concetto apolitico. Nonostante ciò, viene utilizzato per scopi sia politici che economici. La campagna propagandistica dell’Occidente contro l’Iran non è affatto estranea a questa dinamica. Non solo si è fatto ampio ricorso a tutto l’armamentario dell’umanitarismo nella preparazione all’azione militare, ma si è anche proceduto alla demonizzazione e criminalizzazione dell’avversario (alla sua diminuzione sul piano morale per renderlo un orrore disumano): presupposto fondamentale per muovere ai suoi danni una “guerra esistenziale”, cercando una soluzione definitiva che può avere come esito solo ed esclusivamente il suo annichilimento.
Sull’uso di concetti “apolitici” per una campagna votata ad obiettivi politici ed economici, se non addirittura religiosi, aveva riflettuto anche J. A. Hobson nel suo studio sull’imperialismo che ispirò pure Vladimir I. Lenin. Hobson – che scrive in piena esaltazione imperialistica della Gran Bretagna (primi del Novecento) – afferma candidamente che l’imperialismo implica l’uso della macchina governativa e militare di uno Stato da parte di interessi privati in modo che questi possano assicurarsi profitti economici all’infuori dei confini dello stesso Stato”[13]. A suo modo di vedere, le forze economiche sono quelle più determinanti nell’interpretazione della politica internazionale. In questo senso, l’imperialismo viene considerato come un vasto sistema per dare sollievo all’esterno alle classi più abbienti. Qui, tuttavia, i vantaggi diretti per lo Stato che attua una politica imperialista sono ridotti. Vi è una sostanziale differenza tra i guadagni nazionali e quelli privati. Perciò l’imperialismo, secondo Hobson e Lenin dopo di lui, è impossibile in assenza di un sistema capitalista. Ne consegue che oggi lo Stato capitalista guida a livello globale (gli Stati Uniti), con la sua politica espansionista si presenta come la causa principale delle guerre nel mondo. L’imperialismo, inoltre, appare intimamente legato allo sviluppo storico del Paese. Attraverso esso, la classe militare continua a partecipare attivamente alla vita politica ed economica del Paese anche nel momento successivo alla solidificazione dei confini statali. Questa, in altri termini, si mantiene viva come agente di espansione economica.
A questo proposito, nei primi anni ’70, anche il politologo statunitense Kenneth Waltz sottolineava la dipendenza USA dalle risorse e dai profitti ottenuti all’estero. Ora, se è vero che in condizione di bipolarismo la strategia imperialista USA è stata frenata da un atteggiamento internazionale “realista”, legato all’esistenza di una grande potenza concorrente; con il crollo dell’Unione Sovietica questo atteggiamento ha subito un repentino cambio, soprattutto per ciò che concerne l’azione geopolitica nel teatro mediorientale: o meglio, nell’Heartland mediorientale, che corrisponde all’arco settentrionale del Golfo Persico (area ricca di risorse naturali ed in cui la maggioranza della popolazione è musulmana sciita).
Fino al 1991, gli Stati Uniti hanno mantenuto nell’area una strategia di “bilanciamento dei poteri” che si è resa evidente in occasione della guerra tra Iran ed Iraq (1980-88), con Washington che ha aiutato alternativamente le due parti in conflitto al preciso scopo di indebolirle entrambe e scongiurare che una delle due emergesse definitivamente come potenza regionale. La fine del bipolarismo ha reso tale strategia obsoleta, e gli Stati Uniti si sono impegnati per la ristrutturazione della regione a loro completo vantaggio egemonico.
Questa politica è stata accompagnata dal passaggio da un approccio “realista” ad uno “liberale-egemonico”. L’assunto a fondamento della teoria liberale nelle relazioni internazionali è che un numero sempre maggiore di democrazie di stampo occidentale sul piano globale riduce i rischi di nuovi conflitti. Su tale assunto si è basata la convinzione che inserire progressivamente la Cina nel sistema internazionale a guida USA avrebbe portato alla sua democratizzazione, evitando i rischi di una sua eccessiva crescita economica.
Il liberalismo, dunque, pur prevedendo a tutti gli effetti una politica estera “interventista” (per non dire guerrafondaia), è capace di tingersi di pacifismo. La guerra è utilizzata come strumento per porre fine per sempre alla guerra ed imporre un ordine in cui uno Stato (o una coalizione di Stati gerarchicamente strutturata) domina sugli altri.
Secondo la dottrina liberale, almeno in linea teorica, c’è solo una realtà (l’individuo), e come totalità c’è solo l’umanità. Tuttavia, questi concetti vengono spesso utilizzati in senso propagandistico per nascondere forme di imperialismo, oppure ciò che il padre dell’eurasiatismo classico, Nikolaj Trubeckoj, definiva nei termini di “supernazionalismo volto all’occidentalizzazione globale”[14]. Il liberalismo geopolitico, pur pretendendo di agire per porre fine ai conflitti, li aumenta a dismisura. Le stesse coalizioni di Stati (ad esempio, il Board of Peace per Gaza) vengono spesso costruite contro un altro Stato particolare (in questo caso, l’Iran). Dopo tutto, sempre Schmitt riteneva che un’ipotetica lega di Stati (anche mondiale) potesse avere senso solo in presenza di un nemico che la renda la sua esistenza necessaria e “politica”[15].
Ancora, andrebbe smontato un altro “mito” del liberalismo: l’idea che l’interdipendenza economica sia funzionale all’esportazione dei valori democratici occidentali o a ridurre eventuali situazioni di conflitto. Di fatto, nonostante una sostanziale interdipendenza economica, non è per nulla sicuro che due Paesi non finiscano per percepirsi come rivali (il caso più clamoroso è sempre quello di Cina e Stati Uniti), se non addirittura per muoversi guerra. In questo secondo caso, si può prendere ad esempio l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, quando Baghdad accusava la piccola monarchia degli Al Sabah di violare i limiti di produzione petrolifera imposti dall’OPEC, riducendo i profitti dell’Iraq che usciva da otto anni di devastante guerra contro la Repubblica Islamica.
Questo aspetto viene spesso tirato in ballo dagli agenti estremisti del trumpismo, sia oltreoceano che in Europa. A loro modo di vedere, ad esempio, l’accordo sul nucleare del 2015 dimostrerebbe che la Repubblica Islamica dell’Iran si era trasformata in una sorta di “risorsa” dello “Stato profondo globalista statunitense”. Seconda questa malsana impostazione, l’aggressione attuale degli Stati Uniti sarebbe legata proprio all’annientamento di una costruzione “globalista”.
Bene, sorvolando sulla del tutto fuorviante dicotomia sovranismo/globalismo, costruita ad uso e consumo del pubblico occidentale, è opportuno ricordare che: 1) a differenza dell’Iran, gli oneri previsti dal cosiddetto JCPOA non sono mai stati rispettati dalla parte americana ben prima dell’elezione di Donald J. Trump; 2) la Repubblica Islamica, causa regime alternato di sanzioni ed embarghi, non rientra minimamente all’interno del sistema bancario internazionale-occidentale; 3) la preparazione dell’attacco all’Iran, in realtà, appartiene a quella trasversale progettualità geopolitica neocon che si era prefissata di distruggere “sette Paesi in cinque anni” (Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran)[16]. I tempi si sono chiaramente dilatati, ma ognuno di questi Paesi, a suo modo, è ancora oggi sotto attacco o soggetto a processi di destabilizzazione.
Conclusioni
Nel momento in cui si scrive, l’esito della nuova aggressione USA-Israele sembra piuttosto incerto. Questa è sì riuscita nell’obiettivo di decapitare (momentaneamente) il vertice della Repubblica Islamica attraverso l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei. Tuttavia, tale azione di gangsterismo internazionale non sembra aver raggiunto l’obiettivo di incentivare un sommovimento popolare contro le istituzioni iraniane, che al momento sembrano ancora ben salde. Bisogna riconoscere che gli attacchi contro scuole, siti culturali e ospedali non sembrano una strategia utile allo scopo. Allo stesso tempo, appare sempre più evidente che gli aggressori hanno sottovalutato il potenziale di risposta iraniano, la sua struttura di difesa a mosaico e l’utilizzo combinato di droni e missili balistici, col rischio che la guerra si possa protrarre più a lungo del previsto e col rischio di un logoramento ben poco congeniale alla classica propaganda trumpista, fondata sulle dichiarazioni di vittoria anche quando di essa non vi è traccia.
Tale logoramento, il mancato raggiungimento di risultati tangibili, però, comporta il rischio che il conflitto si trasformi a tutti gli effetti in conflitto escatologico non solo in termini di propaganda e indottrinamento interno. L’amministrazione Trump ha investito su questa operazione militare il futuro della sua strategia di indebolimento della Cina. A differenza di Pechino, Washington ha necessità di agire ed ottenere risultati in tempi ridotti. Un fallimento in Iran potrebbe porre la pietra tombale sul sogno di restaurazione di un almeno informale unipolarismo. Ma ciò rende necessaria l’eliminazione dell’Islam sciita come forza religiosa di opposizione all’imperialismo (come religione degli oppressi, per utilizzare una terminologia khomeinista) per potersi appropriare a pieno titolo dell’Heartland mediorientale e delle sue risorse. Un’operazione che può giungere a “buon fine” solo attraverso una guerra totale.
NOTE
[1]C. Schmitt, Principi politici del nazionalsocialismo, Sansoni Editore, Firenze 1935, p. 80.
[2]Ibidem, p. 81.
[3]P. Heghseth, American Crusade: our fight to stay free, Center Street, New York 2020, p. 46.
[4]Si veda Pete Hegseth at Arutz Sheva Conference, www.youtube.com.
[5]Ibidem.
[6]Ibidem.
[7]Ibidem.
[8]Si veda US troops were told war on Iran was “all part of God’s divine plan”, watchdog alleges, 3 marzo 2026, www.theguardian.com.
[9]Y. Hindi – A. Plaquevent, Il millenarismo teopolitico di Israele, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2025, p. 79.
[10]Ibidem, p. 81.
[11]Si veda Vance: Israel should finish war as quickly as possibile, partner Sunni states against Iran, 16 luglio 2024, www.timesofisrael.com.
[12]J. Mearsheimer, The great delusion. Liberal dreams and international realities, Yale University Press, New Haven/Londra 2018, p. 233.
[13]J. A. Hobson, Imperialism. A study, Aspect of History 2020, p. 42.
[14]N. Trubeckoj, L’Europa e l’umanità, Aspis edizioni, Milano 2021, p. 13.
[15]Principi politici del nazionalsocialismo, ivi cit., p. 83.
[16]US plan to attack seven muslim states, 22 settembre 2003, www.aljazeera.com.
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