Introduzione
Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo 2026, il confronto latente tra USA-Israele e Iran ha conosciuto una brusca trasformazione, assumendo la forma di un conflitto armato diretto e dichiarato. Dopo mesi di attacchi mirati, operazioni coperte e scontri per interposta persona, le operazioni militari hanno superato la soglia della plausibile negazione, aprendo una nuova fase dello scontro regionale.
Il passaggio avviene con l’avvio di un’operazione militare congiunta statunitense-israeliana contro obiettivi situati sul territorio iraniano. Gli attacchi iniziali colpiscono infrastrutture militari, siti legati al programma nucleare, basi delle forze armate e installazioni del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica in diverse aree del Paese, tra cui la regione di Teheran, Isfahan, l’area di Natanz e altri nodi strategici. Le operazioni vengono condotte attraverso una combinazione di bombardamenti aerei, missili da crociera lanciati da piattaforme navali e, secondo fonti concordanti, l’impiego di bombardieri strategici a lungo raggio[1].
Nel corso delle prime ondate di attacco, le operazioni producono un numero elevato di vittime all’interno dell’apparato politico-militare iraniano. Le autorità di Teheran confermano la morte di numerosi alti ufficiali delle forze armate e del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, nonché di figure direttamente coinvolte nei programmi strategici del Paese. Tra le vittime viene confermata anche l’uccisione della Guida Suprema della Repubblica Islamica, evento che segna un passaggio senza precedenti nella storia dei confronti tra Iran, Israele e Stati Uniti[2].
L’omicidio della Guida Suprema rappresenta un colpo diretto al vertice simbolico e istituzionale dello Stato iraniano e impone l’attivazione immediata dei meccanismi costituzionali di successione in un contesto di guerra aperta. Le autorità iraniane annunciano la formazione di un assetto di direzione provvisorio, dichiarano lo stato di mobilitazione generale e avviano una rapida riorganizzazione della catena di comando politica e militare, con l’obiettivo dichiarato di garantire continuità decisionale e capacità di risposta[3].
Nelle ore e nei giorni successivi, le autorità israeliane e statunitensi confermano la natura coordinata dell’azione, presentandola come un’operazione preventiva volta a colpire capacità militari ritenute strategiche. Parallelamente, viene innalzato il livello di allerta su tutto il territorio israeliano, con la sospensione di attività civili, l’attivazione delle procedure di protezione della popolazione e il rafforzamento dei sistemi di difesa aerea multilivello.
La risposta iraniana non tarda a manifestarsi. Teheran annuncia l’avvio di una serie di operazioni missilistiche e con droni contro obiettivi israeliani, indicando tali azioni come una risposta diretta agli attacchi subiti. Le forze armate iraniane dichiarano l’impiego di missili balistici, missili da crociera e sistemi a pilotaggio remoto, mentre Israele conferma l’attivazione ripetuta delle proprie difese aeree e l’intercettazione di una parte significativa dei vettori in arrivo. In più occasioni, le sirene d’allarme risuonano nelle principali aree urbane israeliane, inclusa l’area metropolitana di Tel Aviv[4].
Contestualmente, il conflitto si estende oltre il teatro israelo-iraniano diretto. Vengono segnalati attacchi e tentativi di attacco contro basi e installazioni statunitensi nel Golfo Persico, in particolare in Bahrein e in altre aree dove è presente personale militare americano[5]. Alcuni di questi episodi risultano limitati o colpiscono aree disabitate, ma contribuiscono ad ampliare il perimetro geografico dello scontro e ad aumentare il livello di allerta regionale.
Nel corso della prima settimana di ostilità, le operazioni militari assumono un andamento intermittente, caratterizzato da ondate di attacchi, pause operative e nuovi lanci. Israele prosegue i bombardamenti su obiettivi iraniani, dichiarando di aver colpito depositi missilistici, infrastrutture radar, siti di produzione e stoccaggio e figure di alto profilo appartenenti all’apparato militare iraniano. Da parte iraniana, vengono annunciate nuove fasi delle operazioni di risposta, presentate come progressive e destinate a proseguire finché gli attacchi contro il territorio della Repubblica islamica non cesseranno.
Sul piano regionale, diversi Stati adottano misure di emergenza. Il Qatar dispone la chiusura temporanea del proprio spazio aereo per motivi di sicurezza, mentre altri Paesi del Golfo rafforzano le misure di protezione delle infrastrutture critiche e delle rotte energetiche. Le principali compagnie di navigazione e assicurazione segnalano un aumento significativo del rischio operativo nello Stretto di Hormuz, con effetti immediati sul traffico marittimo e sui premi assicurativi[6].
I mercati energetici reagiscono con un aumento del prezzo del greggio e del gas naturale, riflettendo l’introduzione di un premio di rischio legato alla possibilità di interruzioni delle forniture. Parallelamente, si registrano evacuazioni di cittadini stranieri da Israele e dall’Iran, la chiusura temporanea di rappresentanze diplomatiche e l’intensificarsi di iniziative diplomatiche volte a contenere l’allargamento del conflitto.
Questa sequenza di eventi segna il passaggio da una fase di confronto indiretto a una guerra aperta ma ancora limitata, priva di una dichiarazione formale di guerra e caratterizzata da un alto grado di controllo politico e militare delle escalation. È su questa base fattuale, e non su valutazioni normative o morali, che si innesta l’analisi strategica dei capitoli successivi.
La strategia israelo-statunitense
La strategia adottata da USA-Israele nel confronto con l’Iran si colloca nel solco di una tradizione militare consolidata, fondata sulla superiorità tecnologica, sulla capacità di colpire in profondità e sull’integrazione avanzata tra apparati di informazione, potenza aerea e fuoco di precisione. Essa riflette un’impostazione che privilegia la rapidità dell’azione, la riduzione del rischio per le proprie forze e la ricerca di effetti strategici attraverso la degradazione selettiva delle capacità avversarie.
Sul piano operativo, tale strategia si articola attorno a tre pilastri principali. Il primo è rappresentato dal controllo dello spazio aereo e dalla capacità di condurre operazioni di attacco senza una significativa opposizione convenzionale. La superiorità aerea consente a Stati Uniti e Israele di colpire obiettivi fissi e noti, incluse infrastrutture militari, siti di produzione e stoccaggio, nodi radar e installazioni ritenute critiche per la proiezione di forza iraniana. Questo elemento rimane centrale nella concezione occidentale della guerra moderna e continua a essere considerato una condizione necessaria per il successo delle operazioni.
Il secondo pilastro riguarda l’impiego estensivo di attacchi mirati, basati su una raccolta informativa capillare e su una profonda integrazione tra intelligence e azione militare. L’obiettivo non è soltanto la distruzione materiale delle infrastrutture, ma anche la neutralizzazione selettiva di figure chiave dell’apparato politico-militare avversario, nella convinzione che la decapitazione parziale della catena di comando possa generare disorganizzazione, rallentare il processo decisionale e ridurre la capacità di coordinamento della risposta nemica.
Il terzo pilastro è costituito dalla difesa attiva del territorio nazionale israeliano e delle installazioni statunitensi nella regione. Israele dispone di un sistema di difesa aerea stratificato, progettato per intercettare una vasta gamma di minacce, dai razzi a corto raggio ai missili balistici. Questo sistema, integrato con le capacità statunitensi presenti nell’area, mira a limitare l’impatto degli attacchi in arrivo, preservare la continuità delle attività civili e militari e ridurre il costo politico interno derivante da eventuali perdite.
Nel loro insieme, questi elementi delineano una strategia orientata alla gestione del conflitto attraverso la superiorità tecnica e operativa. L’assunto implicito è che la combinazione di attacchi in profondità, pressione costante sull’apparato militare avversario e protezione efficace del proprio territorio possa tradursi in un vantaggio strategico cumulativo. In questa logica, la guerra viene concepita come una sequenza di azioni controllate, finalizzate a ridurre progressivamente le capacità dell’Iran senza precipitare in un confronto totale e incontrollabile.
Tuttavia, questa impostazione presenta limiti strutturali che emergono con particolare chiarezza nel confronto con uno Stato dotato di profondità territoriale, apparati ridondanti e una dottrina di difesa costruita sull’assorbimento del colpo iniziale. La distruzione di infrastrutture note e la neutralizzazione di singoli nodi decisionali non si traducono automaticamente in una perdita irreversibile di capacità. Al contrario, esse tendono a produrre effetti temporanei, che l’avversario può compensare attraverso la dispersione, la mobilità e la riorganizzazione interna.
Un ulteriore elemento critico riguarda il rapporto tra costi e benefici. Le operazioni di attacco ad alta precisione e i sistemi di difesa multilivello richiedono un impiego significativo di risorse finanziarie, tecnologiche e logistiche. Ogni attacco e ogni intercettazione comportano un costo elevato, che può essere sostenuto nel breve periodo ma che diventa progressivamente più oneroso in un conflitto prolungato. In questa prospettiva, la strategia statunitense e israeliana appare ottimizzata per campagne relativamente brevi e ad alta intensità, ma meno adatta a un confronto di durata indeterminata.
Infine, la stessa esigenza di mantenere il conflitto sotto una soglia controllata impone vincoli politici e operativi stringenti. La necessità di evitare un’escalation incontrollata, che potrebbe coinvolgere direttamente altri attori regionali o compromettere interessi strategici più ampi, limita la gamma di opzioni disponibili e riduce la possibilità di colpi risolutivi. Ne deriva una dinamica nella quale la superiorità militare non si traduce automaticamente in una capacità di chiudere il conflitto.
In questo quadro, la strategia statunitense e israeliana appare orientata più alla gestione del rischio che alla risoluzione definitiva dello scontro. Essa consente di infliggere danni significativi e di mantenere l’iniziativa tattica, ma non elimina la capacità dell’avversario di reagire, adattarsi e prolungare il confronto. È su questo scarto tra efficacia operativa e risultato strategico che si innestano le dinamiche analizzate nei capitoli successivi.
La demolizione del mito della supremazia aerea risolutiva
La superiorità aerea occupa da decenni una posizione centrale nella dottrina militare occidentale. Dalla fine della Guerra fredda in poi, il controllo dello spazio aereo è stato progressivamente elevato a condizione quasi sufficiente per il successo delle operazioni militari, soprattutto nei conflitti che hanno visto contrapposti Stati dotati di capacità convenzionali fortemente asimmetriche. In questo paradigma, la capacità di colpire obiettivi in profondità, degradare le difese avversarie e operare con relativa impunità dal cielo è stata interpretata come un fattore decisivo, in grado di determinare l’esito complessivo dello scontro.
Nel confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran, questo assunto viene tuttavia messo seriamente in discussione. Pur in presenza di una chiara superiorità aerea statunitense e israeliana, l’andamento del conflitto mostra come il dominio dei cieli non si traduca automaticamente nel controllo del campo di battaglia né, soprattutto, nella capacità di impedire all’avversario di colpire.
Il primo limite strutturale della supremazia aerea riguarda la natura dei principali vettori offensivi impiegati dall’Iran. Missili balistici, missili da crociera e sistemi a pilotaggio remoto non dipendono dal controllo dello spazio aereo nel senso classico del termine. Essi vengono lanciati da piattaforme terrestri mobili o da siti protetti e operano lungo traiettorie che riducono drasticamente il tempo di reazione dell’avversario. L’intercettazione avviene, nella migliore delle ipotesi, in fase terminale, quando il lancio è già avvenuto e l’effetto politico e psicologico dell’attacco è in larga parte prodotto.
In questo contesto, il dominio aereo consente di colpire obiettivi fissi e noti, ma risulta molto meno efficace contro capacità distribuite, mobili e ridondanti. La distruzione di infrastrutture radar, depositi o basi identificate non elimina la possibilità di ulteriori lanci, né impedisce l’impiego di vettori provenienti da aree diverse o da attori indiretti. La relazione tra controllo dello spazio aereo e neutralizzazione della minaccia in uscita risulta quindi molto più debole di quanto la dottrina tradizionale suggerisca.
Un secondo elemento critico riguarda la distinzione tra superiorità tattica e risultato strategico. La supremazia aerea garantisce un vantaggio indiscutibile sul piano operativo, consentendo una libertà di manovra e una precisione d’azione difficilmente eguagliabili. Tuttavia, essa non risolve il problema centrale del conflitto: la capacità dell’avversario di continuare a colpire e di prolungare lo scontro. Anche una percentuale ridotta di vettori che riescono a superare le difese è sufficiente a produrre effetti significativi sul piano politico, economico e psicologico.
La storia recente offre numerosi esempi in cui il controllo dei cieli non ha impedito a forze più deboli di infliggere costi rilevanti a potenze militarmente superiori. Nei conflitti in Ucraina, a Gaza e nel teatro del Mar Rosso, attori privi di una forza aerea convenzionale comparabile hanno dimostrato la capacità di colpire infrastrutture critiche, nodi logistici e centri abitati, sfruttando la saturazione, la dispersione e l’abbattimento dei costi unitari dei vettori offensivi. Questi precedenti contribuiscono a ridimensionare l’idea che il dominio aereo sia, di per sé, risolutivo.
Nel caso iraniano, tale dinamica è ulteriormente accentuata dalla profondità territoriale e dalla struttura dell’apparato militare. La capacità di assorbire il colpo iniziale, riorganizzarsi e mantenere una pressione costante non dipende dal possesso dello spazio aereo, ma dalla tenuta complessiva del sistema. La supremazia aerea, in assenza di un controllo diretto del territorio e delle piattaforme di lancio, perde quindi gran parte della sua funzione strategica.
Infine, l’enfasi sulla superiorità aerea rischia di produrre una distorsione analitica, inducendo a sopravvalutare l’impatto delle operazioni di attacco e a sottovalutare la capacità di adattamento dell’avversario. Colpire dal cielo resta uno strumento fondamentale, ma non costituisce più una soluzione autosufficiente. In un conflitto tra Stati dotati di capacità missilistiche avanzate e di una dottrina orientata alla dispersione e alla saturazione, il dominio dei cieli si rivela una condizione necessaria ma non sufficiente.
La persistenza del mito della supremazia aerea risolutiva rappresenta dunque uno dei principali ostacoli alla comprensione del conflitto in corso. Essa spiega la discrepanza tra l’indubbia efficacia tattica delle operazioni statunitensi e israeliane e l’assenza di un esito strategico definitivo. È a partire da questa contraddizione che diventa necessario analizzare il ruolo dei costi, del tempo e dell’attrito sistemico, oggetto del capitolo successivo.
Costi, intercettori e tempo come variabili strategiche
Nel confronto in corso, la dimensione decisiva non è soltanto la capacità di colpire, ma la capacità di sostenere nel tempo un rapporto tra costi e risultati che rimanga politicamente ed economicamente tollerabile. In un conflitto dominato da vettori missilistici e sistemi a pilotaggio remoto, la guerra tende a trasformarsi in un problema di profondità delle scorte, di ritmi di consumo e di costo unitario della difesa. In questo quadro, il tempo non costituisce un semplice contenitore delle operazioni, ma assume la funzione di una variabile strategica autonoma.
Un primo dato strutturale riguarda il costo degli intercettori impiegati nei sistemi di difesa aerea e antimissile. Nel caso della difesa di corto raggio, spesso citata come relativamente economica, il costo unitario degli intercettori si colloca comunque in un intervallo significativo: per il sistema Iron Dome, l’intercettore Tamir è comunemente stimato tra i 40.000 e i 100.000 dollari per unità. Già a questo livello, un impiego intensivo su larga scala produce costi rilevanti se rapportato alla frequenza degli attacchi e alla necessità di mantenere una copertura continua.
Salendo di livello, i sistemi destinati all’intercettazione di missili balistici presentano ordini di grandezza nettamente superiori. L’intercettore Arrow-3, progettato per la difesa endo- ed eso-atmosferica, viene generalmente stimato intorno ai 3 milioni di dollari per unità. I sistemi statunitensi Patriot PAC-3 e PAC-3 MSE si collocano in una fascia simile o leggermente superiore, con valori comunemente riportati tra i 3,7 e i 4,2 milioni di dollari per intercettore. Nei sistemi di teatro e navali, i costi crescono ulteriormente: per THAAD si stimano valori nell’ordine dei 12–15 milioni di dollari per intercettore, mentre per gli SM-3 Block IIA il costo unitario è frequentemente indicato intorno ai 28 milioni di dollari.
Questi numeri assumono pieno significato strategico solo se messi in relazione al costo dei vettori offensivi. I sistemi a pilotaggio remoto di tipo Shahed o analoghi presentano stime di costo molto variabili, ma comunemente collocate in un intervallo che va da circa 20.000 a 50.000 dollari per unità, con valutazioni più alte che, anche ipotizzando cifre di alcune centinaia di migliaia di dollari, non modificano la struttura del rapporto economico complessivo. Anche nel caso dei missili balistici e da crociera iraniani, il costo unitario dell’offesa rimane generalmente inferiore a quello degli intercettori di fascia alta impiegati per neutralizzarli.
A questo punto il fattore decisivo diventa la matematica dell’attrito. In un conflitto di questo tipo, l’ordine di grandezza dei costi emerge con chiarezza anche attraverso esercizi di scala che non pretendono di riprodurre la realtà tattica nel dettaglio, ma consentono di comprendere la direzione del problema. Nel caso di una difesa di corto raggio contro una saturazione di sistemi a pilotaggio remoto, un’ondata composta da circa 200 vettori, affrontata con intercettori dal costo unitario di 40.000 dollari, comporta già una spesa diretta nell’ordine degli 8 milioni di dollari per la sola intercettazione. A questa cifra vanno sommati i costi indiretti legati al funzionamento continuo dei radar, all’impiego del personale, alla manutenzione e all’usura dei sistemi.
Il quadro cambia radicalmente quando l’intercettazione riguarda missili balistici e richiede l’impiego di sistemi di alta fascia. Se si considera un’ipotesi di 100 missili balistici intercettati con Arrow-3 secondo una dottrina di ingaggio “uno a uno”, il costo degli intercettori può raggiungere rapidamente i 300 milioni di dollari. Qualora, come spesso previsto per aumentare la probabilità di successo, si ricorra al cosiddetto “doppio tiro”, impiegando due intercettori per bersaglio, l’ordine di grandezza della spesa raddoppia, avvicinandosi ai 600 milioni di dollari per una singola sequenza di attacco.
Un’ulteriore crescita dei costi si verifica quando una quota delle intercettazioni ricade sui sistemi statunitensi di teatro o sulle capacità navali dispiegate nell’area. In questi casi, l’impiego di intercettori THAAD dal costo unitario di 12–15 milioni di dollari, o di missili navali SM-3 Block IIA dal costo di circa 28 milioni di dollari ciascuno, trasforma anche un numero relativamente limitato di ingaggi in una spesa complessiva che può raggiungere centinaia di milioni, o addirittura miliardi di dollari se proiettata su una campagna prolungata nel tempo.
Questa dinamica non va interpretata come un semplice problema contabile, ma come un vincolo operativo e strategico. L’elemento cruciale non è la spesa totale in astratto, bensì la profondità delle scorte disponibili e la velocità con cui esse vengono consumate rispetto alla capacità di ricostituzione. In un conflitto ad alta intensità, l’esaurimento delle scorte di intercettori diventa un fattore che condiziona direttamente la condotta delle operazioni, influenzando le decisioni su quali minacce ingaggiare, con quali sistemi e con quale livello di ridondanza.
Il tempo, in questa prospettiva, tende a favorire l’attore che riesce a imporre all’avversario un ritmo di consumo superiore al ritmo di ricostituzione. La difesa non fallisce necessariamente perché viene sopraffatta in modo improvviso e catastrofico, ma può diventare progressivamente meno efficace per una ragione più banale e politicamente più difficile da gestire: l’impossibilità di sostenere nel lungo periodo un equilibrio accettabile tra scorte disponibili, costi unitari e frequenza degli attacchi.
Un indicatore significativo di questa trasformazione è la crescente attenzione, anche da parte statunitense, alla logica della massa a basso costo. L’impiego recente di sistemi a pilotaggio remoto con un costo unitario stimato intorno ai 35.000 dollari segnala una consapevolezza crescente: la sostenibilità materiale del conflitto dipende dalla capacità di operare su grandi numeri senza trasformare ogni giornata di operazioni in una spesa proibitiva. Questo elemento evidenzia una convergenza parziale delle dottrine, nella quale anche gli attori tecnologicamente più avanzati sono costretti a confrontarsi con i vincoli imposti dall’attrito economico.
In sintesi, la combinazione tra costo unitario degli intercettori, consumo delle scorte e durata del confronto tende a spostare il baricentro strategico dalla qualità alla resistenza. Ciò non annulla la superiorità tecnica statunitense e israeliana, ma la incardina entro un limite strutturale: la superiorità non produce automaticamente una conclusione, se l’avversario riesce a trasformare la guerra in un processo di logoramento nel quale ogni intercettazione, ogni sortita e ogni giornata operativa hanno un costo crescente.
La strategia iraniana e la guerra regolare asimmetrica
La condotta iraniana nel conflitto in corso non può essere interpretata attraverso le categorie tradizionali della guerra difensiva o della rappresaglia simmetrica. Essa si colloca in uno spazio intermedio, nel quale elementi di guerra regolare e strumenti tipici della guerra asimmetrica vengono integrati in una dottrina coerente, finalizzata non alla vittoria militare nel senso classico del termine, ma alla trasformazione del conflitto in un processo di logoramento sistemico per l’avversario.
L’Iran non si presenta come un attore privo di capacità convenzionali, né come una potenza che delega integralmente il confronto a forze indirette. Al contrario, Teheran impiega in modo diretto una parte rilevante del proprio arsenale missilistico e delle proprie capacità operative, assumendosi apertamente la responsabilità politica e militare delle azioni intraprese. Questo elemento distingue nettamente l’approccio iraniano da quello di attori non statali o di Stati che operano esclusivamente attraverso intermediari. La dimensione regolare del conflitto è quindi reale e intenzionale.
Allo stesso tempo, tale dimensione non si traduce in una ricerca dello scontro frontale. Le forze iraniane evitano sistematicamente il confronto diretto con la superiorità aerea e navale statunitense e israeliana, rinunciando a operazioni che implicherebbero una concentrazione di forze facilmente individuabile e neutralizzabile. La regolarità dell’azione non risiede nella simmetria dello scontro, ma nella continuità della capacità di colpire e nella tenuta dell’apparato statale sotto pressione.
La componente asimmetrica della strategia emerge nella selezione degli strumenti e nella gestione del tempo. L’impiego combinato di missili balistici, missili da crociera e sistemi a pilotaggio remoto consente all’Iran di esercitare una pressione costante, modulabile e difficilmente neutralizzabile in modo definitivo. Questi strumenti non mirano a distruggere l’avversario, ma a costringerlo a reagire, a consumare risorse e a mantenere uno stato di mobilitazione permanente. In questa logica, il successo non si misura in chilometri conquistati o in infrastrutture annientate, ma nella capacità di imporre costi cumulativi crescenti.
Un aspetto centrale di questa dottrina è la gestione della soglia. L’Iran calibra le proprie azioni in modo da evitare, per quanto possibile, una risposta che comporti un’escalation incontrollata o un coinvolgimento diretto e massiccio di ulteriori attori regionali. Ogni attacco, pur significativo, rimane entro limiti che consentono all’avversario di rispondere senza perdere il controllo politico della situazione. Questa gestione intenzionale della soglia contribuisce a prolungare il conflitto, impedendone la chiusura rapida ma anche la trasformazione in una guerra totale.
La profondità territoriale e la struttura ridondante dell’apparato militare iraniano costituiscono un ulteriore elemento di capacità di tenuta. La dispersione dei siti di lancio, la mobilità delle piattaforme e la capacità di riorganizzazione dopo i colpi subiti riducono l’efficacia delle campagne di attacco mirato. Anche la perdita di figure di alto profilo o di infrastrutture rilevanti non si traduce automaticamente in un collasso della capacità operativa. Al contrario, il sistema è progettato per assorbire il colpo e continuare a funzionare, seppur a un livello degradato.
In questo quadro, la strategia iraniana appare orientata a trasformare la superiorità militare dell’avversario in un vincolo. Ogni intercettazione riuscita, ogni sortita difensiva, ogni giorno di allerta continua rappresentano un costo che si accumula sul piano economico, politico e sociale. L’Iran, accettando implicitamente una posizione di inferiorità materiale, punta a sfruttare il differenziale di vulnerabilità: società più esposte, economie più integrate e sistemi politici meno tolleranti rispetto a un conflitto prolungato.
La logica complessiva della strategia iraniana si fonda su un principio di logoramento progressivo. L’obiettivo non è mettere a segno un colpo risolutivo né conseguire una vittoria militare immediata, ma costringere l’avversario a consumare nel tempo energie, risorse materiali e capitale politico fino a raggiungere una soglia di esaurimento. In questo quadro, non è necessario ottenere un successo finale sul campo di battaglia. È sufficiente mantenere una pressione costante, assorbire i colpi senza collassare e continuare a colpire in modo intermittente ma persistente.
La vittoria, in questa impostazione, non coincide con la sconfitta militare dell’avversario, ma con la perdita della sua capacità di sostenere il confronto a condizioni politicamente, economicamente e socialmente accettabili. Il conflitto viene così trasformato da competizione di potenza in prova di resistenza, nella quale l’esito dipende meno dalla superiorità dei mezzi che dalla tenuta complessiva del sistema.
Questa impostazione spiega perché la guerra, così come è strutturata, non possa essere “vinta” da Stati Uniti e Israele nel senso tradizionale del termine. La superiorità tecnologica e operativa consente di infliggere danni significativi e di mantenere l’iniziativa tattica, ma non di imporre una conclusione rapida. Al contrario, ogni tentativo di chiudere il conflitto attraverso la forza rischia di rafforzare la logica del logoramento su cui si fonda la strategia iraniana.
In questa prospettiva, la guerra in corso appare meno come una sequenza di battaglie e più come una prova di resistenza strategica. L’Iran non cerca di prevalere sul piano militare, ma di sopravvivere e di rendere il conflitto progressivamente più costoso per l’avversario. È questa asimmetria di obiettivi, più che quella di mezzi, a definire la natura dello scontro e a spiegare la sua intrinseca tendenza alla durata.
Conclusione
L’analisi condotta nei capitoli precedenti mostra come il conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran non si presti a una lettura fondata sulle categorie classiche della vittoria militare. La superiorità tecnologica, il controllo dello spazio aereo e la capacità di colpire in profondità consentono indubbiamente a Washington e a Tel Aviv di infliggere danni rilevanti all’apparato militare iraniano, ma non producono le condizioni necessarie per una conclusione rapida e definitiva dello scontro. Al contrario, tali strumenti risultano funzionali a una gestione del conflitto, non alla sua risoluzione.
Il nodo centrale non risiede dunque nella capacità di colpire, bensì nella capacità di sostenere nel tempo il confronto a costi politicamente ed economicamente accettabili. Come si è visto, la dinamica dei costi, il consumo delle scorte difensive e la necessità di mantenere livelli elevati di allerta e mobilitazione trasformano la guerra in un processo di attrito cumulativo. In questo contesto, il tempo agisce come moltiplicatore delle vulnerabilità, soprattutto per gli attori più esposti sul piano economico, sociale e politico.
La strategia iraniana appare costruita precisamente su questo presupposto. Teheran non cerca la vittoria militare nel senso tradizionale, né punta a un confronto diretto che metterebbe in luce il divario di potenza convenzionale. L’obiettivo è invece quello di trasformare la superiorità dell’avversario in un vincolo strutturale, costringendolo a impiegare risorse sproporzionate per contenere una minaccia che non può essere eliminata in modo definitivo. La guerra viene così spostata dal piano della decisione rapida a quello della durata.
È in questo quadro che diventa utile richiamare un’analogia storica, estranea al linguaggio militare ma illuminante sul piano concettuale. Nella storia della boxe, l’espressione rope-a-dope indica una strategia resa celebre da Muhammad Ali durante l’incontro con George Foreman nel 1974. In quell’occasione, Ali rinunciò allo scontro frontale e alla ricerca immediata del colpo decisivo, accettando di incassare per lunghi round l’offensiva di un avversario fisicamente più potente. L’obiettivo non era prevalere subito, ma lasciare che l’avversario consumasse energie, lucidità e capacità di sostenere il ritmo del combattimento, fino a renderlo vulnerabile.
Trasposta sul piano strategico, questa logica non implica una trasposizione meccanica né una romanticizzazione del conflitto. Nel caso iraniano, non è nemmeno necessario un “colpo finale” paragonabile al knock-out pugilistico. È sufficiente che l’avversario perda progressivamente la capacità di sostenere il confronto alle condizioni iniziali. La vittoria non coincide con la sconfitta militare dell’altro, ma con l’emergere di una sproporzione crescente tra costi sostenuti e risultati ottenuti.
In questa prospettiva, la guerra in corso appare strutturalmente sfavorevole a una conclusione imposta da Stati Uniti e Israele. Ogni ulteriore fase del conflitto tende a rafforzare la logica del logoramento, aumentando il peso delle variabili economiche, politiche e sociali rispetto a quelle puramente militari. La superiorità operativa rimane, ma non si traduce in una capacità di chiudere il confronto senza accettare un’escalation di costi difficilmente sostenibile nel medio periodo.
Ciò non implica che l’Iran sia destinato a “vincere” nel senso classico del termine, né che il conflitto non possa evolvere in forme più ampie e pericolose. Significa, piuttosto, che la struttura stessa della guerra rende improbabile una vittoria netta e rapida per gli attori che puntano sulla superiorità tecnologica come fattore risolutivo. Il confronto tende a cristallizzarsi in una prova di tenuta, nella quale l’esito dipenderà meno dalla potenza dispiegata che dalla capacità dei sistemi coinvolti di assorbire costi crescenti senza collassare politicamente.
In definitiva, la guerra tra USA-Israele e l’Iran non appare come una guerra da vincere, ma come una guerra da sostenere. Ed è precisamente su questo terreno — quello della durata, dell’attrito e della sostenibilità — che si gioca la partita decisiva.
NOTE
[1] Al Jazeera (28 febbraio 2026), US, Israel bomb Iran: A timeline of talks and threats leading up to attacks, pubblicato online su Al Jazeera English, disponibile all’indirizzo: https://www.aljazeera.com/news/2026/2/28/us-israel-bomb-iran-a-timeline-of-talks-and-threats-leading-up-to-attacks.
[2] Al Jazeera (28 febbraio 2026), Iran confirms Supreme Leader Ali Khamenei dead after US-Israeli attacks, pubblicato online su Al Jazeera English, disponibile all’indirizzo: https://www.aljazeera.com/news/2026/2/28/irans-supreme-leader-ali-khamenei-killed-in-us-israeli-attacks-reports.
[3] Middle East Eye (1 marzo 2026), IRNA: three-member council to temporarily assume Iran leadership duties, pubblicato online su Middle East Eye, disponibile all’indirizzo: https://www.middleeasteye.net/live-blog/live-blog-update/irna-three-member-council-temporarily-assume-iran-leadership-duties.
[4] ANSA (28 febbraio 2026), Idf, lanciati missili dall’Iran verso Israele, pubblicato online su ANSA, disponibile all’indirizzo: https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/02/28/idf-lanciati-missili-dalliran-verso-israele_f433518c-3cda-4b58-9711-a0f82426c316.html.
[5] Reuters (29 febbraio 2026), US forces in Middle East on high alert after attacks on bases, pubblicato online su Reuters, disponibile all’indirizzo: https://www.reuters.com/world/middle-east/us-forces-middle-east-high-alert-after-attacks-bases-2026-02-29/.
[6] Reuters (2 marzo 2026), Marine insurers cancel war risk cover, tanker costs to rise as Iran conflict intensifies, pubblicato online su Reuters, disponibile all’indirizzo: https://www.reuters.com/world/middle-east/ship-insurers-cancel-war-risk-cover-due-iran-conflict-2026-03-02/.
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