Perché Trump ha fatto quello che nessun altro presidente USA ha avuto il coraggio di fare? Attaccare l’Iran, da che mondo è mondo, ha sempre voluto dire giocare col prezzo dell’energia. La chiusura dello stretto di Hormuz, la guerra regionale, l’ingresso in guerra dell’asse della resistenza, sono sempre stati gli scenari che hanno impedito agli USA di attaccare l’Iran. Perché allora Trump ha rischiato così tanto?
Cercherò di dare alcune risposte.
- Trump è in balia di Israele. Diversamente da Clinton, GW Bush, Obama ecc., Trump è completamente nelle mani di Netanyahu e delle lobby israeliane. Siccome gli israeliani, a ragione o a torto, ritengono che l’Iran si trovi in una situazione di debolezza, questo sarebbe il momento ideale per affondare l’Iran. Tuttavia la capacità missilistica iraniana ha ancora una volta dimostrato il contrario. Inoltre, se l’Iran è debole, come fa a controllare lo Stretto? Lo stesso vale per l’Asse della resistenza, che molti davano ormai come liquidato, per non parlare della tenuta del governo e della società, nonostante anni di sanzioni e l’eliminazione fisica dei capi politici e militari della Repubblica Islamica. In questo contesto, ammettendo la fondatezza delle valutazioni israeliane, Trump potrebbe passare alla storia come colui il quale dopo circa cinquant’anni è riuscito a togliere di mezzo uno stato canaglia, anzi il principe di tutti gli stati canaglia del Medio Oriente, vendicando finalmente Carter.
- Nel contesto del grande gioco tra USA e Cina, eliminare l’Iran vuol dire eliminare il più grande fornitore di energia a Pechino che nel Golfo Persico sia fuori dal controllo occidentale. Tutti gli altri fornitori di energia della regione (Arabia, Emirati, Iraq ecc.) sono sotto il dominio formale o sostanziale americano. Senza l’Iran, Pechino dipenderebbe dal petrolio “americano” del Medio Oriente. Un colpo non da poco per Washington…
Il combinato disposto dei due punti suddetti ha portato Trump, sia per egocentrismo megalomane, sia per debito nei confronti delle lobby israeliane che certo non sostengono il presidente USA per motivi di gratuita carità, sia per il futuro della nuova guerra fredda Washington-Pechino, a scatenare questo conflitto. Esso probabilmente durerà ancora a lungo, con fasi alterne di guerra vera e propria, blocchi navali, crisi economiche globali, cessate il fuoco, negoziati, sanzioni, sabotaggi reciproci e chi più ne ha più ne metta. Se è vero che per ora il tentativo di sovversione politica è fallito, è altrettanto vero che Trump (o chiunque dopo di lui) difficilmente mollerà la presa sull’Iran. Dal mio punto di vista, dal 2025 (guerra dei 12 giorni) è iniziato un periodo di guerra aperta (a sprazzi) tra il blocco occidentale guidato da USA e Israele (senza dimenticare il ruolo fondamentale delle potenze regionali arabe) contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Ora siamo solo all’inizio. Alla fine di questo periodo più o meno lungo (sul modello dei conflitti in Siria (2011-2024) e in Iraq (1991-2003), o l’America troverà un accordo con la Repubblica Islamica riconoscendo un ruolo regionale a Teheran (sul modello delle attuali relazioni USA-Vietnam, anche se nel caso iraniano bisogna valutare l’incognita Tel Aviv, forse il principale impedimento alla normalizzazione delle relazioni Washington-Teheran); o nel lungo periodo la sovversione dello Stato avrà successo e si procederà alla balcanizzazione sostanziale dell’Iran sul modello siriano e iracheno. E questo, più che dalla forza militare, politica, economica, sociale ed ideologica dell’Iran (senza nulla togliere a questi fattori che sono tutti importantissimi), dipenderà da quanto vorrà rischiare Trump, perché in caso di fallimento l’economia globale potrebbe andare in grosse difficoltà. Al momento attuale, a vittoria di Teheran non è da cercare tra le rovine delle basi USA nel Golfo Persico, ma nella borsa di New York.
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