“Il nuovo Iran”
Una settimana prima dell’inizio del conflitto Israele/Stati Uniti vs Iran, intervenendo a una conferenza delle principali organizzazioni ebraiche americane tenutasi a Gerusalemme Naftali Bennett, ex Primo Ministro di Israele, ha puntato il dito contro la Turchia, definendola “il nuovo Iran” che cerca di “circondare Israele” attraverso un’alleanza in particolare con Arabia Saudita e Pakistan, ma anche appoggiandosi al Qatar e alla Siria. Erdoğan – ha aggiunto – è un nemico “sofisticato e pericoloso”; d’altra parte sempre Bennett sul canale televisivo “i24” aveva pubblicamente esortato le autorità israeliane e quelle degli altri Paesi a “prendere provvedimenti contro la Turchia, nuova minaccia strategica”.
Naftali Bennett non è un personaggio qualsiasi, che passi inosservato: Primo Ministro israeliano dal giugno 2021 al luglio 2022, quindi Viceministro, già militare e imprenditore, ministro dell’economia e degli affari religiosi, è il probabile candidato successore di Netanyahu. Una proiezione del sito israeliano “Maariv” assegna alla sua lista (“Bennett 2026”) 27 seggi, contro i 19 del partito dell’attuale Capo del Governo; nel frattempo Bennett si è manifestato come sostenitore senza riserve dell’operazione “Leone Ruggente”, ossia dell’aggressione all’Iran compiuta in violazione palese ed esplicita del diritto internazionale.
Dunque, ponendo prematuramente la Repubblica Islamica nel campo degli sconfitti, Bennett si unisce al coro già presente di voci occidentali ostili alla Turchia, presentandola addirittura come il nuovo Iran e pertanto – secondo la prospettiva sionista – nemico da distruggere. “Il mondo per tremila anni non ha mai amato gli ebrei, e non lo farà mai”, ha affermato il 20 febbraio Bennett, evidenziando il suo grado di fiducia e di apertura al mondo.
“Il muro sunnita”
Il fondamentale – e fondamentalista – Jerusalem Center For Security and Foreign Affairs si è espresso recentemente con altrettanta chiarezza, attraverso l’analista Yoni Ben Menachem. “Israele si trova a dover affrontare – ha affermato Menachem – un contesto in cui agiscono diversi Stati sunniti, alcuni ostili, con la Turchia in prima linea. Se Arabia Saudita, Pakistan e Turchia dovessero agire di concerto, Israele dovrebbe riconsiderare la propria dottrina militare e la propria libertà di azione nei confronti di questo ‘muro sunnita’”.
Menachem, che ha prestato servizio nell’Unità di Informazioni delle Forze di Difesa israeliane, fu il primo analista israeliano a intervistare Yasser Arafat prima della firma dei cosiddetti Accordi di Oslo; è unanimemente considerato uno dei massimi esperti israeliani del Vicino Oriente. Sempre sul canale televisivo “i25”, cui prima avevamo fatto riferimento, già a giugno 2025 aveva chiarito che “la Turchia è il nostro prossimo nemico”. “Dopo aver sconfitto l’Iran, se Dio vuole, dovremo ritenere il Qatar responsabile di tutto ciò che ha fatto il 7 ottobre. Non possiamo rimanere in silenzio su questo, bisogna affrontarli con fermezza… E poi passeremo alla Turchia”. Ora Ankara, come sopra riportavamo, è in prima linea fra i nemici da abbattere.
Sulle modalità di eliminazione della Turchia dalla scena del Vicino Oriente gli Israeliani non fanno anticipazioni; ma l’attuale mobilitazione – in chiave per ora antiraniana – dei gruppi armati e terroristi curdi suggerisce una possibile azione di disturbo anche in funzione antiturca. La Turchia è fortemente preoccupata dal possibile sorgere di un caos iraniano, con il rafforzamento del terrorismo curdo e l’incubo di milioni di profughi vaganti ai suoi confini.
Anche il “Wall Street Journal”
Il 6 marzo “Yeni Şafak”, l’importante quotidiano turco vicino alle posizioni del governo, scriveva: “Il piano dell’Occidente per la Turchia è stato svelato: dopo l’Iran, anch’essa deve essere sotto controllo. Il ‘Wall Street Journal’, con sede negli Stati Uniti, in un’analisi scandalosa ha preso di mira il ruolo chiave della Turchia nella regione”. L’analisi in questione è stata realizzata da Bradley Martin due giorni prima dell’articolo di “Yeni Şafak”, sotto il titolo: An Urgent Need to Contain Turkey. In essa si pone il quesito se la NATO debba continuare le sue relazioni con la Turchia, tenuto presente il fatto – afferma il giornalista statunitense – che il Paese della Mezzaluna sta agendo contro gli interessi americani, e che la sua influenza nella regione rappresenta un rischio significativo per l’Occidente.
Martin è direttore del Near East Center for Strategic Studies, un organismo che collabora a stretto contatto con il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti. Nel suo articolo sul “Wall Street Journal” egli avverte che Washington e Tel Aviv dovrebbero impedire alla Turchia di colmare il vuoto strategico lasciato dall’Iran, sottolineando che il presidente Erdoğan ha denunciato le azioni militari degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran come violazioni del diritto internazionale ed ha espresso le sue condoglianze per la morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei. La personalità di Martin, non estranea bensì piuttosto interna al sistema politico americano, induce a pensare che le posizioni espresse trovino corrispondenza nella cerchia governativa statunitense, del resto largamente condizionata e controllata – particolarmente con l’arrivo di Trump – da Israele.
“Falsa bandiera”
Anche in tema di guerra, la ricostruzione dei fatti apparsi sui giornali italiani lascia molto a desiderare; parliamo dei “maggiori” giornali, ovviamente. Come ha sostenuto giustamente il professor Orsini, non c’è da stupirsi che la stampa di un Paese satellite degli Stati Uniti – come l’Italia – non sia generalmente attendibile sulle questioni importanti. Così gli episodi dei presunti missili iraniani sulla Turchia hanno offerto il destro per cercare di avvelenare i rapporti fra Turchia e Iran, analogamente al caso dell’attacco all’aeroporto di Nakhchevan (Azerbaigian, stretto alleato di Ankara). Come riporta “Yeni Şafak” il 9 marzo, il presidente Pazeshkian a colloquio telefonico con Erdoğan ha smentito che i missili potessero essere iraniani, assicurando di non volere assolutamente conflitti con la Turchia, come è d’altronde ovvio.
In proposito, l’esperto di sicurezza turco Mete Yarar offre un’analisi secondo la quale l’attacco a Nakhchevan e i missili abbattuti vicino al confine turco potrebbero verosimilmente essere un’operazione di “falsa bandiera” israeloamericana, progettata per creare ostilità fra la Turchia e l’Iran. Yarar ha condiviso un dettaglio cruciale: una flotta di circa quindici elicotteri con forze speciali statunitensi e squadre di soccorso dell’aeronautica militare israeliana era in precedenza atterrata in un’area desertica tra Arabia Saudita e Iraq e da qui, secondo Yarar, aveva lanciato attacchi con tre droni kamikaze sull’aeroporto azero e pure lanciato missili – poi abbattuti dalla NATO – contro il territorio turco. Tutto ciò fortunatamente non ha provocato – dopo lo sconcerto iniziale – attrito fra Ankara e Tehran.
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