
In un particolare momento storico in cui gli studi classici, se non sono trascurati o abbandonati, vengono monopolizzati da quella ricerca più o meno accademica anglo-americana che ha ne ha travisato il senso “occidentalizzandoli” o, ancora peggio, utilizzandoli per l’aberrante propaganda hollywoodiana, questo piccolo volume che raccoglie le Olimpiche di Pindaro è una vera e propria boccata d’aria fresca. Lo è perché l’opera di Pindaro, nella sua inviolabile purezza, non può essere sottoposta a quelle campagne di distorsione che hanno trasformato Achille nel prototipo dell’individualismo occidentale moderno o il conflitto con la Persia in un huntingtoniano “scontro di civiltà” in nuce.
Appartenente alla nobilissima stirpe dorica degli Egidi, originari di Sparta, Pindaro è stato il più fedele interprete dell’ideale aristocratico; inoltre, egli condivise le posizioni filopersiane di tanti aristocratici tebani e di parte degli Alcmeonidi ateniesi, che per tale motivo dovettero subire l’ostracizzazione (tra loro si elevò la figura di Megacle, per il quale Pindaro compose la Pitica VII).
Il disprezzo per la forma di governo democratica associa Pindaro a tanti altri autori dell’Antichità classica: a Platone fra tutti, secondo il quale la monarchia, l’aristocrazia e la repubblica (politèia) sono forme statuali corrette, mentre forme degenerate, corrispondenti a diversi gradi di corruzione, sono la tirannide, l’oligarchia e la democrazia. La “costituzione” democratica, in particolare, si lega al tipo umano individualista e volubile, nel quale prevalgono gli istinti più bassi insieme all’insaziabile brama di libertà. Ed è proprio l’eccesso di libertà che conduce inevitabilmente alla tirannide.
La democrazia ateniese, alla quale gli odierni interpreti dei classici, operando quella che Evola chiamava “scelta degli antenati”, vorrebbero ridurre l’intera esperienza greca, venne sbeffeggiata da Aristofane nei Cavalieri (se ne veda la versione pubblicata da Claudio Mutti per le Edizioni di Ar). Qui il campione della democrazia viene descritto come un tipo umano in cui trionfano tutte le caratteristiche più abiette. Avido, perverso, arrogante, crudele, adulatore e dissimulatore, il politicante democratico può essere sconfitto solo da chi possegga, ma in misura maggiore, le sue stesse orrende qualità, che poi sono quelle indicate nella Costituzione degli Ateniesi dello Pseudosenofonte. I tratti essenziali della democrazia ateniese sarebbero infatti lo strapotere delle canaglie, l’immoralità, la miseria culturale, l’irresponsabilità eretta a sistema, l’eccessiva libertà, la politica di rapina a danno delle città alleate. Tutti aspetti ripugnanti che vengono ritenuti caratteristici di un sistema fondato sull’egemonia marittima (come il potere egemonico globale anglo-americano dell’età contemporanea). A questo proposito vale la pena ricordare che il personaggio di Tersite, moralmente spregevole e fisicamente deforme, viene visto da Mutti come un “democratico ante litteram” (C. Mutti, Testimoni della decadenza, L’Arco e la Corte, 2022). Tersite mette infatti in discussione il potere regale, ma Odisseo, ribadendo la necessità che il capo sia uno solo, lo apostrofa in questo modo: “Io dico che non c’è nessuno peggiore di te, fra quanti con gli Atridi vennero ad Ilio”.
Inutile dire che pure per Pindaro la democrazia rappresenta il polo opposto rispetto alle sue convinzioni politiche. Il poeta tebano, cullato dalle ninfe in tenera età, di fronte alla mercantilizzazione talassocratica della sua arte si prefigge l’obiettivo di risacralizzare il canto restituendo l’ispirazione poetica alla sfera del divino totale. Come viene riportato nell’introduzione all’opera, “Pindaro proclama in modi altrettanto grandiosi l’assolutezza metastorica del divino, raffigurandola negli stessi caratteri formali della propria poesia. Funzione di questa è rivelare il divino, non investigarlo secondo gli schemi della ragione. Consapevole della santità della sua funzione, il poeta avverte accanto a sé la presenza degli dèi, soprattutto nelle feste in loro onore; egli sente che il suo canto avvicina gli uomini agli dèi e li rende consci dell’affinità che hanno con loro” (p. 10). Ma perché la luce divina possa irradiarsi su un uomo è necessario che questi possegga attitudini congenite che lo rendano idoneo a riceverle. E questo vale non solo per coloro che compongono versi, ma anche per la stirpe degli eroi che combatterono sotto le mura di Tebe e di Troia, coloro che, come Achille e Odisseo, vantavano una sorta di canale di comunicazione diretta col divino, avvertendone la presenza in ogni loro azione. Ad esempio, nel momento in cui la lite tra Achille ed Agamennone sta per sfociare in un duello armato, Atena si palesa al Pelide esortandolo a placare la sua ira: “Su, cessa la lite, non sguainare con la mano la spada, ma a parole rimprovera dicendo come sarà. Così infatti ti dico e questo si compirà: a te, un giorno, tre volte tanto splendidi doni saranno offerti per questo sopruso. Tu dunque trattieniti ed a noi obbedisci”.
In tal senso andrebbe anche sottolineato il fatto che Pindaro non celebra mai nella sua opera la forza incontrollata e impulsiva, ma solo quella indirizzata dal volere divino e rivolta a raggiungere le mete segnate dagli dèi. L’eccesso, l’arroganza, la tracotanza, manifestazioni della ὕβρις, vengono sempre condannate. Ad essere esaltata invece è la dottrina del giusto mezzo, della misura, che lo lega a tanti altri autori classici, a partire dal Sofocle dell’Edipo a Colono. Canta Pindaro nell’Olimpica V: “Chi, contento / dei suoi possessi, coltiva una sana / prosperità e vi aggiunge buona fama, / mai non aspiri a diventare un dio”. Questo perché varcare i limiti della dimensione umana equivale alla stoltezza. Ancora, si legge nell’Olimpica XII: “Conviene in ogni cosa una misura”.
Senza timori di sorta, non è affatto errato affermare che questa raccolta di odi dedicate ai vincitori di alcune competizioni olimpiche, assumendo anche il carattere metastorico di strumento per il racconto di eventi mitici, si presenta come un tentativo di riportare all’attenzione del lettore i τόποι tradizionali della grecità classica, liberandoli dalle rivisitazioni desacralizzanti della “cultura” occidentale contemporanea.
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