Introduzione: un conflitto costruito su “errori strategici”

Questo contributo si pone come ideale prosecuzione di un altro articolo, pubblicato sul sito informatico di “Eurasia” in data 18 marzo 2026, dal titolo L’ultima guerra dell’“impero” americano. La tesi di fondo era che il conflitto contro la Repubblica Islamica dell’Iran, essendo stato il prodotto di calcoli evidentemente errati (impossibile un “cambio di regime” a meno di una costosa e rischiosa operazione di terra e/o di un prolungamento ad oltranza del conflitto), avrebbe finito col trasformarsi in un clamoroso fallimento strategico. Un fallimento tale da “mitigare” la postura bellica aggressiva dell’amministrazione USA, almeno per ciò che concerne teatri esterni al suo emisfero. Di fatto, a fallire è stata in primo luogo la dottrina militare fondata sull’utilizzo delle navi portaerei come strumento di attacco, pressione ed egemonia. Utilizzando una terminologia intrinsecamente legata alla scienza geopolitica, si potrebbe infatti affermare che una potenza puramente tellurica (l’Iran, la cui marina è assai limitata) ha avuto la meglio (strategicamente più che militarmente) sulla più potente flotta al mondo (quella degli Stati Uniti d’America). In molti, a questo proposito, ricorderanno la “sfortunata” dichiarazione del Presidente USA Donald J. Trump in cui questi annunciava l’arrivo di una “invincible armada” in prossimità delle acque iraniane, facendo il paragone (rivelatosi veritiero, ma forse prodotto di semplice ignoranza storica) con la flotta spagnola di Filippo II, uscita distrutta dal confronto con l’Inghilterra di Elisabetta I.

Ad ogni modo, qui si cercherà di analizzare (punto per punto) il Memorandum d’Intesa che, in linea teorica, dovrebbe fare da preludio (o da ennesimo momento di tregua, se non ulteriore posticipazione del conflitto) ad un futuro accordo più articolato tra Stati Uniti ed Iran. Nello specifico, ci si concentrerà sulle ragioni di fondo che stanno spingendo Washington ad accettare delle condizioni che, a prima vista, sembrano del tutto favorevoli a Teheran. In questo senso, bisogna tener presente che: 1) la possibilità della ripresa delle attività belliche rimane dietro l’angolo (lo scetticismo è d’obbligo nei confronti di chi spesso ha tradito  gli accordi presi – l’Italia, per quanto concerne la Libia, dovrebbe saperlo bene); 2) non è da escludere – anzi, è del tutto probabile visto che quella era già l’idea dell’amministrazione Obama – che l’idea alla base dell’accordo (per Washington) sia quella di tentare di ridurre l’influenza cinese sull’Iran, dando a questo la possibilità di vendere ufficialmente il proprio petrolio in dollari (cosa che, tra l’altro, garantirebbe agli USA di mantenere inalterata l’egemonia della sua moneta nel commercio internazionale del bene). In altre parole, si tratterebbe di una sorta di “cavallo di Troia” rivolto a modificare progressivamente la postura iraniana dall’interno, scalfendo sia i pilastri del regime, sia il processo di interconnessione eurasiatico. 

Questi sono i primi due punti da considerare, soprattutto in base a quella che è la storia recente delle avventure belliche statunitensi, spesso rivolte più a creare il caos in determinate aree geografiche (Iraq e Afghanistan, ad esempio) che ad ottenere reali vittorie. Alcuni hanno sostenuto che, a queste condizioni, quella contro l’Iran si presenterebbe come una sconfitta strategica peggiore di quella subita in Vietnam. Un paragone è possibile. Sia per Vietnam che per Iran, il conflitto aveva natura esistenziale, per gli Stati Uniti no. Gli Stati Uniti, in base alla dottrina spykmaniana del rimland, hanno combattuto sia in Corea che in Vietnam soprattutto per contenere l’espansione comunista verso il sistema di isole che circonda l’Estremo Oriente eurasiatico: l’arcipelago nipponico nel caso della Guerra di Corea, Indonesia e Filippine nel caso del conflitto in Vietnam. Non a caso, ancora oggi, Alex Karp (amministratore delegato del colosso tecno-militare Palantir, con una profonda influenza sull’amministrazione USA) ha sostenuto la necessità di riarmare il Giappone in chiave anticinese e la Germania in chiave antirussa[1].

In entrambi i casi, Washington si pagò i costi bellici truffando sul Golden Exchange Standard. Nato a Bretton Woods, questo si presentava come un sistema aureo indiretto basato sulla convertibilità in oro del dollaro statunitense (nella misura di 35 dollari per oncia d’oro) e su rapporti di cambio fissi fra dollaro ed altre valute nazionali. La supremazia monetaria nordamericana, in questo modo, veniva garantita dal pesante indebitamento dei Paesi europei (il Regno Unito, ad esempio, aderì agli accordi solo dopo aver ottenuto un aiuto di oltre 4 miliardi di dollari) costretti a trasferire ingenti quantità d’oro negli Stati Uniti d’America. Non essendo previste adeguate clausole sulla quantità di dollari emessi, Washington poté giocare sporco stampando per lungo tempo denaro non garantito da un corrispondente quantitativo di riserva aurea. Ciò permise di finanziare la crescita interna e le dispendiose avventure belliche (Vietnam incluso) scaricandone i costi su altri Paesi.

Nel caso iraniano, invece, gli Stati Uniti hanno scommesso sulla guerra sostenendo la progettualità geopolitica e geoeconomica del “Grande Israele” che avrebbe dovuto garantire loro un controllo totale o quasi sul Vicino Oriente attraverso il loro più stretto “alleato”, ed una forte leva sulla Cina. Allo stesso tempo, tuttavia, la speranza di poter utilizzare i proventi del “successo” venezuelano per finanziare il conflitto si è rivelata illusoria. L’università di Harvard, infatti, ha previsto che i costi del conflitto contro l’Iran avrebbero superato presto i 1000 miliardi di dollari[2]. Cifra insostenibile per un Paese che ha un debito federale ed estero iperbolico e che ha forte necessità di fagocitare i risparmi mondiali (europei soprattutto) prima di lanciarsi in rischiose azioni e proiezioni militari verso l’estero lontano. In poche settimane di conflitto, inoltre, l’inflazione ha colpito le famiglie nordamericane per una cifra che si aggira intorno ai 40 miliardi di dollari[3]. L’auspicata riapertura dello Stretto di Hormuz, in questo senso, è funzionale ad un tentativo di raffreddare l’inflazione interna, evitando sia un aumento dei tassi di interesse che potrebbe avere effetti devastanti sull’economia USA, sia un palese insuccesso che potrebbe riflettersi sul destino politico dell’amministrazione repubblicana in vista delle prossime elezioni di medio termine.

In tutto questo, la nuova stretta verso l’Europa (Trump si è presentato all’incontro dei G7 come il “capo” tra gli scodinzolanti vertici politici europei) ed il nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina sono fondamentali per dare respiro al sistema statunitense messo in crisi da un conflitto da loro stessi iniziato. Ma ora è necessario procedere all’analisi dell’accordo, come si è detto sopra punto per punto.

 

I 14 punti

Il punto I dichiara: “La Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati coinvolti nell’attuale guerra, dichiarano, con la firma del presente Memorandum d’Intesa, la cessazione immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, e si impegnano a non intraprendere da questo momento alcuna azione ostile l’uno contro l’altro, né a minacciare o usare la forza reciproca. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo e dei restanti articoli”[4].

Qui bisogna soprattutto esaminare la parte in cui si dice “incluso il Libano”. Questo, di fatto, si presenta come la fonte della “discordia” (assai cosmetica) tra Washington e Tel Aviv. Israele non intende affatto porre fine alla sua campagna di espansione e pulizia etnica nel Paese dei Cedri; l’obiettivo è quello di porre sotto il proprio controllo tutta la fascia di terra che, da Gaza fino a Tripoli (nel Libano settentrionale), si affaccia sul Mediterraneo orientale, per poi proiettare la propria influenza sull’intero ex Mare Nostrum e, di conseguenza, sull’Europa meridionale e sulle rotte del gas verso essa (si pensi a quanto recentemente avvenuto in Albania o all’espansione sionista verso Cipro, Creta e penisola del Peloponneso). Hezbollah rappresenta un ostacolo a simile progetto e deve essere necessariamente eliminato. Curioso, in questo senso, il suggerimento di Donald Trump, che ha invitato Israele a lasciare che sia la Siria ad occuparsi del movimento di resistenza libanese[5].

La Siria, ad oggi, non possiede neanche un vero e proprio esercito. Il governo di al-Sharaa, inoltre, non ha reale controllo sul territorio, dovendo confrontarsi giornalmente con milizie di varia natura. Confrontarsi con Hezbollah impone un riarmo della Siria e la rimozione di tutte le sanzioni. Nessuna di queste opzioni è gradita ad Israele, soprattutto alla luce del fatto che al-Sharaa è percepito come troppo vicino alla Turchia, potenziale nuova “minaccia esistenziale” per il cosiddetto “Stato ebraico” (come candidamente dichiarato dall’ex spia del Mossad Jonathan Pollard, a lungo in prigione negli Stati Uniti e graziato da Donald J. Trump)[6].

Il punto II e III dichiarano che Stati Uniti e Iran “si impegnano a rispettare reciprocamente la sovranità e l’integrità territoriale e ad astenersi da qualsiasi interferenza negli affari interni dell’altra parte […] Si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo finale entro un periodo massimo di 60 giorni, prorogabile previo consenso reciproco”[7].

Difficile pensare che gli Stati Uniti possano astenersi completamente da forme di guerra ibrida contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Lo stesso Segretario al tesoro USA Scott Bessent non ha avuto remore nel dichiarare di avere scientemente provocato in Iran la crisi inflazionistica e valutaria dalla quale sono scaturite le manifestazioni del dicembre 2025[8].

I punti IV e V sono legati alla ripresa del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz: “Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’Intesa, gli Stati Uniti revocano il blocco navale e impediscono qualsiasi interferenza o ostacolo nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran, ripristinando il traffico marittimo alla piena capacità entro un massimo di 30 giorni. Il traffico delle navi dovrà essere proporzionato ai volumi precedenti alla guerra per quanto riguarda l’Iran. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti entro 30 giorni dalla conclusione dell’accordo finale […] Con la firma del presente Memorandum d’Intesa, la Repubblica Islamica dell’Iran adotterà immediatamente misure per garantire che il traffico delle navi mercantili tra il Golfo Persico e il Mare di Oman, in entrambe le direzioni, torni entro 30 giorni ai livelli precedenti alla guerra, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e neutralizzare le mine”[9].

A questo proposito bisogna ricordare che lo Stretto di Hormuz era aperto prima del conflitto e non vi era nessuna restrizione alla navigazione. La sua chiusura da parte dell’Iran ha rappresentato una vera e propria umiliazione per una potenza talassocratica che ha costruito la sua egemonia globale sul controllo delle rotte commerciali e dei cosiddetti “colli di bottiglia”, da Panama allo Stretto di Malacca.

I punti VI e VII si concentrano sulla progressiva rimozione delle sanzioni alla Repubblica Islamica e sul pagamento dei danni di guerra: “Gli Stati Uniti, insieme ai loro partner regionali, si impegnano a elaborare un piano globale, concordato da entrambe le parti, per la riabilitazione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran, garantendo finanziamenti per almeno 300 miliardi di dollari. Il meccanismo di attuazione di tale piano sarà definito entro 60 giorni come parte dell’accordo finale […] Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine, secondo un calendario da concordare nell’ambito dell’accordo finale, a tutte le sanzioni attualmente imposte alla Repubblica Islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le decisioni del Consiglio dei Governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie sia secondarie”[10].

Questa parte è decisamente interessante. La propaganda che l’amministrazione Trump ha diffuso prima dell’attacco all’Iran era incentrata sul fatto che le precedenti amministrazioni democratiche (Obama e Biden) avessero “regalato” soldi al “regime terroristico degli ayatollah” (in realtà, si trattava comunque di fondi iraniani congelati). Qui, invece, si prospetta un’apertura economica ed un pacchetto di aiuti alla ricostruzione (che molto probabilmente verrà imposto agli alleati/sottoposti regionali arabi) che l’amministrazione Obama non ha neanche mai pensato. Da non dimenticare che lo stesso Obama fu il primo a non rispettare gli accordi previsti dal fu JCPOA.

Articoli VIII e IX: “La Repubblica Islamica dell’Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. Iran e Stati Uniti concordano che il destino del materiale arricchito e tutte le altre questioni nucleari concordate reciprocamente, comprese le esigenze nucleari iraniane, saranno adeguatamente affrontate nell’accordo finale, che confermerà le disposizioni del presente articolo […] Iran e Stati Uniti concordano che, in attesa dell’accordo finale, manterranno lo status quo: l’Iran manterrà invariato il proprio programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni né rafforzeranno la propria presenza militare nella regione”[11].

Donald J. Trump ha affermato di aver fatto più di Obama, costringendo l’Iran a rinunciare alla costruzione di armi nucleari. Ed ha considerato ciò come una “vittoria”. Ad onor del vero, già con il suddetto JCPOA l’Iran rinunciava alle armi nucleari. Ed a questo proposito esiste pure una fatwa della precedente Guida Suprema Ali Khamenei, martirizzato dalla bombe USA, che stabiliva l’assoluta contrarietà dei principi islamici alle armi di distruzione di massa.

I punti X e XI trattano lo scongelamento dei fondi iraniani e lo sblocco del commercio petrolifero iraniano: “Gli Stati Uniti si impegnano, immediatamente dopo la firma del Memorandum e fino alla revoca delle sanzioni, a far sì che il Dipartimento del Tesoro statunitense rilasci deroghe per l’esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e derivati, nonché per tutti i servizi connessi, inclusi quelli bancari, assicurativi e di trasporto […] Gli Stati Uniti si impegnano, alla luce dei progressi nei negoziati verso un accordo finale, a sbloccare e rendere pienamente disponibili i fondi e i beni della Repubblica Islamica dell’Iran attualmente congelati o soggetti a restrizioni. Tali fondi, detenuti in conti principali o trasferiti, saranno utilizzati per qualsiasi pagamento finale stabilito dalla Banca Centrale iraniana e saranno completamente disponibili. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a rilasciare tutte le autorizzazioni e licenze necessarie”[12].

I punti XII, XIII e XIV sono legati al rispetto dei termini da entrambe le parti ed alla realizzazione di un più complesso accordo di pace entro 60 giorni: “Iran e Stati Uniti concordano che sarà istituito un meccanismo di attuazione per supervisionare l’applicazione efficace e il rispetto futuro dell’accordo finale […] Dopo la firma del presente Memorandum d’Intesa e una volta ricevute garanzie sull’avvio dell’attuazione degli articoli 4, 5, 10 e 11, nonché sulla prosecuzione di tali misure, Iran e Stati Uniti avvieranno negoziati sull’accordo finale limitatamente agli articoli rimanenti […] L’accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”[13].

 

Conclusioni

Come sostenuto in precedenza, gli elementi di ambiguità e scetticismo non mancano. Difficile pensare che gli Stati Uniti possano presentare un simile accordo come una “vittoria”, in particolare se si considera che Washington, sul piano informativo e della propaganda, ha perso questo conflitto il primo giorno, con il crudele bombardamento della scuola femminile di Minab e la morte di 168 ragazze. L’intera macchina della propaganda USA è stata pesantemente messa in discussione a causa dell’incapacità (per non dire infantilismo) dei suoi vertici politici. Questi, infatti, pur ragionando in termini di diplomazia attraverso la forza o più semplicemente per cercare di influenzare l’andamento dei mercati, hanno prodotto tutta una serie di dichiarazioni disastrose: dalle reiterate proclamazioni di vittoria senza alcun fondamento, allo sminuire i gravi danni subiti (con relativo smascheramento da parte degli stessi mezzi di informazione statunitensi), fino alle aberranti minacce di cancellazione di una intera civiltà.

A prescindere dal Memorandum d’Intesa, inoltre, l’azione statunitense ha trasformato l’Iran nella vera potenza egemone di quello che in altre occasioni è stato definito come l’heartland mediorientale: il più ampio spazio che include il Golfo Persico ed il suo arco settentrionale, regione ricca di risorse in cui larga parte della popolazione è musulmana sciita. Il conflitto ha infatti dimostrato che nessun attore regionale può competere con l’Iran in quella che si prospetta come un’area in cui la presenza USA sarà in futuro progressivamente ridotta. Tra l’altro, l’accordo non sembra fare menzione del programma missilistico iraniano, che gli Stati Uniti avrebbero più volte annichilito, ma che continua puntualmente a colpire obiettivi nella regione.

L’Iran, dunque, esce dal conflitto come vero e proprio “polo” geopolitico, con una nuova consapevolezza e con la capacità di sfruttare il prestigio acquisito per potere riproiettare la propria influenza nella regione.

Si può pensare che questo evento rappresenti la fine dell’unipolarismo statunitense? Donald J. Trump ha già affermato che l’accordo potrebbe saltare in qualsiasi momento e che si potrebbe tornare ad una fase armata del confronto. Come sempre, le sue dichiarazioni vanno “prese con le pinze”, come ebbe modo di affermare Sua Eccellenza Mohammad Reza Sabouri, ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia, ad un incontro in cui chi scrive ebbe modo di partecipare. E gli Stati Uniti hanno una certa abitudine di disattendere gli accordi presi. Che questo “passo” rappresenti solo una fase di un conflitto di logoramento a fasi alternate contro l’Iran è del tutto possibile, se non facilmente prevedibile. Questa amministrazione statunitense è troppo intrinsecamente legata al progetto sionista per lasciare che l’Iran continui a rappresentare una minaccia per Israele. Allo stesso tempo, il tentativo di inglobare la Repubblica Islamica, anche sfruttando alcune correnti interne “filooccidentali”, rimane un disegno piuttosto complesso. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha perso i suoi famigliari più stretti in questo conflitto, ed i rappresentanti della “linea dura” così come i fautori di una maggior cooperazione con Cina, Russia e Pakistan (forse il reale vincitore diplomatico di questo confronto), continuano ad avere la meglio a Teheran. In futuro, invece, si potrà e si dovrà comunque valutare meglio il portato di quello che sarà l’accordo finale.

Più probabile che questo “istante storico” rappresenti un evento di passaggio nel declino della potenza globale statunitense e della sua pratica di imporre il proprio volere (sempre e comunque) attraverso la forza. Questo non significa che ciò non continuerà ad avvenire in scenari più vicini. Cuba potrebbe essere il prossimo obiettivo (relativamente facile). Senza considerare il fatto che laddove è presente la tecnologia Palantir, dal Libano all’Ucraina, gli Stati Uniti rimangono parte attiva del conflitto.


NOTE

[1]A. Karp – N. W. Zamiska, The technological republic, Random House, New York 2015, pp. 130-133.

[2]Why is the war in Iran so expensive?, 7 aprile 2026, www.hks.harvard.edu

[3]US inflation jmps to 3,8% as energy costs surge from Iran war, 12 maggio 2026, www.bbc.com.

[4]Ecco il testo integrale in 14 punti del memorandum Iran-USA, 16 giugno 2026, www.ansa.it.

[5]Trump suggests Syria could take on Hezbollah, 16 giugno 2026, www.middleeasteye.net.

[6]Israeli spy Pollard says Turkey and Egypt could be Israel’s next targets as Ankara is cast as new Iran, 29 maggio 2026, www.middleeastmonitor.com

[7]Ecco il testo integrale in 14 punti del memorandum Iran-USA, ivi cit.

[8]US says it caused dollar shortage to trigger Iran protests: what that means, 13 febbraio 2026, www.aljazeera.com.

[9]Ecco il testo integrale in 14 punti del memorandum Iran-USA, ivi cit.

[10]Ibidem.

[11]Ibidem.

[12]Ibidem.

[13]Ibidem.


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Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).