Tra il 28 e il 29 maggio, nella città della Russia settentrionale di Petrozavodsk, si è svolto il forum “Arktika – naš obščij dom (Artico – La nostra casa comune). L’evento, organizzato dall’Università di Petrozavodsk e dalla rivista “The Arctic Century”, è giunto alla sua seconda edizione e si è rivelato un grande successo, con la presenza di ben 38 relatori russi e internazionali e un vivace interesse da parte dei media, a riprova della crescente attenzione per l’Artico da parte del mondo, della Russia e ovviamente della Carelia, la Repubblica subartica di cui Petrozavodsk è la capitale.

Nella geopolitica mondiale, l’Artico sta assumendo un’importanza inedita. L’adesione alla NATO di Svezia e Finlandia ha portato alla militarizzazione di una regione tradizionalmente tra le più pacifiche di quelle a cavallo tra Russia e Occidente. Le mire espansioniste di Trump verso la Groenlandia riflettono una visione a lungo termine, piuttosto che essere una mera boutade, mentre il surriscaldamento globale sta rendendo disponibili vie marittime e risorse minerarie inaccessibili fino a non molto tempo fa. Il nuovo Grande Gioco tra grandi potenze, in primis Stati Uniti, Russia e Cina ma non solo, si svolge anche nell’Artico, che a differenza di quanto avveniva durante la Guerra Fredda non è più semplicemente una rotta attraverso la quale far passare missili intercontinentali.

Per la Russia, invece, l’Artico è una componente essenziale del proprio territorio e della propria geostrategia. Il Passaggio a Nord-Est, quasi interamente sotto il controllo russo, è probabilmente la principale via marittima non controllata dagli Stati Uniti. Buona parte delle riserve nazionali di petrolio, gas – tra cui quelle che riforniscono l’Europa occidentale – e terre rare si trovano nella regione artica. Il porto di Murmansk, come già accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale, costituisce un’importante ancora di salvezza in un contesto in cui i principali porti della Russia europea si trovano pericolosamente vicini all’Ucraina o vincolati da stretti controllati dall’Occidente. E tanto i cambiamenti climatici quanto i progressi nella navigazione attraverso i ghiacci stanno contribuendo a spostare verso nord (oltre che verso est) il baricentro di un Paese, rompendo così quella gabbia continentale a cui la geografia sembrava averla destinata.

La Carelia, infine, è intrinsecamente legata all’Artico e al Nordeuropa. Situata ai confini con la Finlandia, la Repubblica condivide con quest’ultima le radici etniche ugrofinniche, il clima rigido e un territorio composto in gran parte da laghi e foreste di conifere. Circa il 40% del suo territorio si trova nella regione artica russa, mentre la restante parte è definibile come “subartica”. Attraverso la Carelia passa la ferrovia che collega il porto di Murmansk, il principale dell’Artico russo, con San Pietroburgo e quindi col resto della Russia. Infine, ma non in ultima analisi, la Repubblica è tutt’altro che immune alle tensioni geopolitiche che caratterizzano questa parte d’Europa, e quello che un tempo era uno dei confini più fluidi tra Russia e Unione Europea è oggi completamente chiuso.

La “Cortina d’Acciaio”, per citare Limes, e il totale azzeramento delle relazioni con un vicino che fino a non molti anni fa aveva avuto relazioni tali che, secondo un comune adagio, “Kurica ne ptica, Finlandija ne zagranica” (La gallina non è un uccello, la Finlandia non è all’estero), sono state delle tematiche spesso analizzate negli interventi dei relatori. Uno dei frutti avvelenati della guerra per procura tra la Russia e il cosiddetto “Occidente Collettivo” è stato dopotutto il quasi totale azzeramento delle relazioni tra queste realtà nell’Artico. Un caso emblematico è quello delle euroregioni, ossia delle strutture di cooperazione transfrontaliera che uniscono enti locali appartenenti a due o più Paesi europei: l’Euroregione “Carelia”, che univa la Carelia con le province finlandesi della Carelia settentrionale e dell’Ostrobotnia settentrionale, ha di fatto perso di senso, mentre le altre euroregioni artiche e subartiche hanno circoscritto il loro raggio d’azione (e spesso cambiato nome) dopo la perdita dei membri russi.

Ma il Forum non è stato un’elegia per un mondo ormai scomparso e che forse non tornerà, almeno a breve. La maggior parte delle tematiche trattate implicava anzi prospettive di sviluppo e di cooperazione internazionale per una regione che sta assumendo un’importanza sempre maggiore non solo nella geopolitica, ma anche nell’economia mondiale. Non pochi interventi sono stati in qualche modo incentrati sulla nuova rotta attraverso il Passaggio a Nord-Est (Rotta dei Mari del Nord), con una particolare attenzione all’interconnessione tra trasporti terrestri e marittimi e ad un ancor più ambizioso collegamento tra la Rotta dei Mari del Nord e il Corridoio Nord-Sud, che collegando Russia e India via terra (e via mare attraverso il porto iraniano di Bandar Abbas) consentirà a quest’ultima di bypassare completamente le sanzioni occidentali.

Il Forum si è caratterizzato inoltre per la presenza di numerosi ospiti internazionali. L’inizio del forum è stato accompagnato dall’intervento di Zhao Wei, Consulente per la Scienza e la Tecnologia presso il Consolato Generale della Repubblica Popolare Cinese di San Pietroburgo. L’indiano Raj Kumar Sharma, docente di relazioni internazionali, ha discusso delle prospettive di cooperazione tra Russia e India nella regione artica. Il russo-americano Pavel Devyatkin, collaboratore di The Arctic Institute, ha discusso di Rotta dei Mari del Nord e di Corridoi Transartici. Infine si è avuta la presenza di ben due ospiti italiani: il collaboratore di Osservatorio Artico Tommaso Bontempi, che ha presentato la prospettiva della UE delle tensioni in corso, e lo scrivente.

La presenza di ben due ospiti italiani non ha mancato di destare interesse negli organizzatori, anche in virtù di quella relazione speciale che da sempre unisce la Russia con il nostro Paese e delle non poche difficoltà logistiche che comporta il raggiungere il Paese in questo periodo. La speranza, da entrambe le parti, è chiaramente rivolta ad un ripristino di questi rapporti in tempi quanto più rapidi possibile, ma in risposta ad una domanda sulle relazioni italo-russe nell’Artico lo scrivente non ha potuto non constatare il sostanziale congelamento delle stesse a causa della situazione geopolitica. Tuttavia, anche in virtù di un’opinione pubblica di gran lunga meno ostile alla Russia rispetto a quella di altri Paesi occidentali, lo scrivente ha espresso la ferma convinzione secondo cui “l’Italia sarà uno dei primi Paesi a ripristinare queste relazioni” qualora i ben noti motivi di tensione dovessero essere sanati.

Proprio l’attenzione dei media italiani per l’Artico, peraltro, è stato il tema della relazione dello scrivente, dal titolo “Obraz Arktiki v ital’janskich SMI” (La rappresentazione dell’Artico nei media italiani). Nel corso dell’analisi, focalizzata sul contenuto degli articoli di tre tra le maggiori testate italiane e di due riviste di geopolitica, si è potuto constatare come l’interesse dei giornali italiane per l’Artico, un tempo focalizzato sulla ricerca scientifica e sul surriscaldamento globale, si è progressivamente spostato sulla geopolitica a seguito dei due principali eventi storici del decennio in corso (l’intensificazione del conflitto in Ucraina, non più circoscritto a guerra civile a bassa intensità, e la rielezione di Trump nel 2024). Ed è stato il secondo, più ancora del primo, a causare l’incremento di quest’attenzione: mentre nel conflitto in Ucraina l’Artico è un attore non protagonista, che in qualche modo rispecchia le tensioni in corso e il perenne desiderio russo di un accesso diretto ai mari caldi, nella crisi groenlandese il focus è chiaramente l’Artico, desiderato in quanto strumento per consentire agli Stati Uniti di fortificare il Nordamerica e di avere un accesso diretto alle riserve di terre rare della regione.

Il forum, nel complesso, si è rivelato un successo, sia mediatico sia di pubblico, ed è molto probabile che allo stesso seguiranno ancora molte edizioni, anche in virtù del crescente interesse russo per l’Artico precedentemente menzionato. Le preoccupazioni non mancano, complice una guerra che si ostina a non finire anche in virtù della riottosità di una delle parti. Ma non manca neppure l’ottimismo, anche in virtù delle crescenti opportunità offerte da una regione che fino a non molti anni fa era dominio incontrastato di orsi polari, esploratori e scienziati. E la Carelia, malgrado le tensioni col vicino finnico, è senza dubbio tra le regioni maggiormente attrezzate a cogliere queste opportunità.


Questo articolo è coperto da ©Copyright, per cui ne è vietata la riproduzione parziale o integrale. Per maggiori informazioni sull'informativa in relazione al diritto d'autore del sito visita Questa pagina.


 

Avatar photo
Giuseppe Cappelluti, nato a Monopoli (Bari) nel 1989, vive e lavora in Turchia. Laureato magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale presso l’Università degli Studi di Bergamo, ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Mediazione Interculturale presso l’Università degli Studi di Bari. Dopo aver trascorso periodi di studio presso l’Università di Tartu (Estonia) e a Petrozavodsk (Russia), nel 2016 ha conseguito un Master in Relazioni Internazionali d’Impresa Italia-Russia presso l’Università di Bologna. Dal 2013 ha pubblicato numerosi articoli su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e nel relativo sito informatico. Suoi contributi sono apparsi anche su “Fond Gorčakova” (Russia), “Planet360.info” (Italia), “Geopolityka” (Polonia) e “IRIB” (oggi “Parstoday”, Iran).