Nel corso degli ultimi anni il sistema internazionale è entrato in una fase di trasformazione accelerata, caratterizzata dal ritorno della guerra su larga scala, dall’erosione degli equilibri emersi dopo la fine della Guerra fredda e dall’emergere di nuove forme di competizione geopolitica, economica e militare. Dalla guerra in Ucraina alle tensioni nel Vicino Oriente, fino al confronto strategico tra Stati Uniti e Cina, il quadro globale appare sempre più segnato da instabilità, logoramento e ridefinizione dei rapporti di forza.

In questo contesto, “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici” ha intervistato Gianandrea Gaiani, direttore di “Analisi Difesa” e tra i più noti analisti italiani in ambito strategico-militare, per approfondire le principali dinamiche che stanno ridefinendo gli equilibri internazionali.

Dalla crisi della NATO al ruolo crescente della Cina, dal confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran alle conseguenze economiche e industriali della guerra in Ucraina, fino alla trasformazione tecnologica dei conflitti contemporanei, l’intervista affronta alcuni dei nodi centrali del nuovo scenario globale: il ritorno del logoramento come fattore strategico, la vulnerabilità industriale dell’Occidente, la crisi dell’autonomia europea e l’emergere di un sistema internazionale sempre più multipolare e competitivo.

 

Negli ultimi anni il sistema internazionale sembra aver conosciuto una crescente accelerazione delle crisi: dalla guerra tra Russia e Ucraina alle tensioni nel Vicino Oriente fino alla competizione strategica nell’Indo-Pacifico. A suo avviso stiamo entrando in una fase di instabilità sistemica dell’ordine internazionale?

Più che di instabilità sistemica, io credo che siamo entrati in una fase in cui vengono ridefiniti — o si cercherà di ridefinire — molti equilibri strategici che non sono più quelli di un tempo. Il multipolarismo non è più una valutazione politica, non è più un programma politico: è una realtà di fatto.

L’Europa non è più una potenza economica, o comunque sta smettendo di esserlo, sta diventando marginale. In geopolitica i vuoti non esistono, quindi qualcuno cercherà di occupare gli spazi lasciati liberi. Gli Stati Uniti non sono più in grado di fare i gendarmi del mondo, anche se continuano a provarci, pur avendo negato di volerlo fare. Penso all’amministrazione Trump. C’è una necessità finanziaria ed economica statunitense di mantenere delle rendite di posizione che fino a ieri erano scontate e oggi non lo sono più. Penso all’utilizzo del dollaro nei commerci internazionali e soprattutto nei commerci energetici. E questo crea scontri, crea conflittualità.

In più mettiamoci anche il fatto che, negli ultimi tempi, c’è stata un’accelerazione dei processi. Se una strategia applicata da una grande potenza si rivelava vincente o meno nell’arco di un decennio o di un ventennio, oggi i processi sono molto più veloci. Faccio un esempio: Trump recepisce il fallimento della strategia dei suoi predecessori, in particolare Biden e prima ancora Obama, di isolare la Russia, di mettere in difficoltà la Russia, di destabilizzarla. Dall’operazione Maidan del 2014 — il golpe del Maidan del 2014, perché Victoria Nuland, sottosegretario agli Esteri, al Congresso ha detto che “abbiamo investito 5 miliardi di dollari nel cambio di governo a Kiev”, quindi potremmo chiamarlo un colpo di Stato — c’era l’obiettivo di tagliare fuori la Russia dall’Europa, di indebolirla, di trasformarla, di renderla instabile anche internamente.

Ma si è rivelato un boomerang. Perché? Perché ha portato la Russia — che intanto non è crollata — ad avvicinarsi alla Cina. E oggi Trump sta facendo di tutto per evitare un abbraccio tra Russia e Cina che certo non è nell’interesse della Russia, probabilmente, ma non è neanche nell’interesse degli Stati Uniti o anche dell’Europa, ammesso che l’Europa pensi ogni tanto a difendere i propri interessi.

Per cui vedo dei cambiamenti anche di strategie molto rapidi, molto veloci, e questo crea un senso di confusione. Soprattutto è difficile pensare a quali possano essere gli sviluppi di questa situazione. Oggi siamo sul fronte iraniano: possiamo essere certi che fra due mesi non ce ne sarà un altro? Trump minaccia già Cuba, dopo il Venezuela.

Forse è anche vero che gli imperi, quando sono in fase decadente, cercano di combattere la decadenza tentando di reagire, a volte anche in maniera caotica.

 

La guerra in Ucraina si è trasformata in un conflitto di logoramento ad alta intensità: come valuta l’evoluzione militare e strategica e, in questo quadro, quanto è stata efficace la strategia occidentale nei confronti di Mosca?

La guerra in Ucraina si è fondata su due presupposti errati, su due errori fondamentali.

Il primo lo hanno commesso i russi, che hanno pensato di entrare in Ucraina e fare una scampagnata militare. Infatti sono entrati con 190.000 soldati, di cui 50.000 della Rosgvardija, cioè della Guardia Nazionale, forze antisommossa per l’ordine pubblico, su un fronte di 2.000 chilometri, aspettandosi che gli ucraini sbandassero e che a Kiev si potesse mettere Oleg Tsarov, l’uomo che Putin voleva mettere al posto di Zelensky. Un errore di calcolo importante, perché gli ucraini erano pronti a combattere e gli angloamericani li sostenevano.

Il secondo errore lo hanno invece commesso, alla fine del mese di marzo del 2022, gli angloamericani. Diciamo l’Occidente, perché anche noi lo abbiamo commesso, senza opporci a queste valutazioni angloamericane. Quando c’è l’accordo già messo nero su bianco a Istanbul per chiudere la guerra dopo un mese, gli angloamericani convincono Zelensky che la guerra deve continuare perché avrebbe logorato la Russia.

Ma è una scelta che ha logorato tutti. Ha logorato gli Stati Uniti perché, durante l’amministrazione Biden, Washington ha inviato enormi quantità di denaro e armamenti all’Ucraina e oggi si ritrova con carenze di armi. Quando poi va a fare la guerra all’Iran, l’America scopre di avere poche riserve di missili, di missili antiaerei e di sistemi antimissile. In questi anni, inoltre, gli Stati Uniti hanno sostenuto militarmente anche Israele.

È stata fallimentare per l’Europa, perché l’Europa, rinunciando al gas russo — e lo ha fatto per sua iniziativa suicida, ma anche dietro a un suggerimento ben poco pacifico, che è stata l’esplosione del Nord Stream, che certo non è stata fatta né dai russi né da pornostar ucraine, checché se ne legga sui giornali — si è suicidata. Perché il primato economico europeo si basava su prodotti di qualità realizzati con energia a costo contenuto, in quantità infinita, che solo la Russia poteva e può garantirci.

Certo, la guerra ha logorato anche la Russia, ma la Russia oggi ha rilanciato la sua produzione militare. Nel 2023-2024 la Russia ha quasi cessato l’export militare, perché la sua industria, ripotenziata e con i vecchi stabilimenti sovietici riaperti, produceva per le esigenze belliche, per la patria. Nel 2025 l’industria della difesa russa ha ricominciato a esportare: i suoi prodotti sono eccedenti rispetto alle esigenze belliche.

E quindi la Russia oggi rischia di trovarsi a essere non solo una grande potenza militare anche convenzionale, ma, alla fine di questa guerra, sarà l’unica nazione al mondo ad avere un grande esercito. Perché la Russia oggi impiega in Ucraina 750.000 soldati fra i territori ucraini occupati — che sono circa il 20% della superficie ucraina — e i territori di confine fra Ucraina e Russia, le regioni di Belgorod e Kursk, che sono comunque regioni di prima linea. E rischia di avere l’unico esercito al mondo che abbia un’esperienza diretta, maturata sul campo di battaglia, di una guerra moderna, di come si combattono le guerre oggi. Qualcuno dice: anche gli ucraini hanno veterani. Certo. Ma l’Ucraina si sta dissanguando.

Le sue forze armate, nella guerra di logoramento, non stanno riuscendo a riconquistare i territori perduti, mentre stanno permettendo ai russi di conquistare lentamente quei pochi territori che ancora mancano al completamento degli obiettivi russi. La Russia ha detto chiaramente che l’obiettivo è un’Ucraina neutrale: nella UE forse, ma non nella NATO; che non ospiti truppe della NATO e non abbia armi per colpire la Russia; e che abbia ceduto alla Russia cinque regioni. Di queste regioni due sono già in mano russa, una lo è per l’85% e le altre due per il 75%.

Quindi le capacità russe di progredire lentamente, ma di progredire nelle aree più fortificate del mondo, sono evidenti. E quest’estate, adesso che è finito il fango primaverile e arriva la bella stagione, forse vedremo nuove offensive russe.

I russi non hanno fretta, a mio parere, di chiudere la guerra perché, in questo momento, la guerra in Ucraina sta logorando soprattutto i suoi avversari. L’Ucraina, che ormai è devastata perché non riceve più i missili da difesa aerea: quindi i russi bombardano dove vogliono, di notte, con droni e missili.

Solo il 25% dell’Ucraina ha una struttura ancora in grado di opporsi ai missili balistici russi e non a caso Zelensky sta cercando di trasferire buona parte della produzione bellica nei paesi europei, con qualche rischio anche di cobelligeranza per i paesi europei.

Un’ultima notazione: questa guerra sta mettendo in difficoltà gli europei e Putin conta su questo. Anche solo il fatto che la crisi in Iran abbia accentuato una crisi energetica che da noi era già molto forte e molto grave. Oggi, in molti paesi europei, la necessità di sostenere famiglie e imprese sul fronte energetico sta mettendo in crisi tutti i programmi di riarmo, peraltro fuori di testa, perché a prezzi spaventosi non produciamo acciaio e abbiamo energia costosissima.

Quindi io credo che Putin non abbia fretta perché è consapevole che, con la situazione attuale in Europa, nel giro di due o tre anni non ci sarà più in sella, in nessun paese europeo, nessuno dei governi che hanno cercato e voluto il braccio di ferro con Mosca.

 

Il confronto con l’Iran, inizialmente presentato come un’operazione di poche settimane, si protrae ormai da oltre due mesi, a partire dagli attacchi del 28 febbraio 2026: Stati Uniti e Israele si stanno avvicinando a un’impasse strategica o esistono le condizioni per una svolta?

Partiamo da un concetto: la guerra dei 40 giorni combattuta da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran è stata vinta dall’Iran. Poi è chiaro che, per comprendere chi vince e chi perde, non dobbiamo guardare semplicemente agli obiettivi dichiarati. L’obiettivo dell’Iran non era conquistare Washington o Tel Aviv: per vincere, all’Iran bastava resistere.

Gli obiettivi delineati — anche se in maniera un po’ confusa — sia dagli Stati Uniti sia da Israele riguardavano invece la demolizione del programma nucleare iraniano, che peraltro potrebbe anche non esistere; almeno per molti organismi internazionali non esiste. Trump ha detto di averlo distrutto almeno tre volte, anche pensando ai bombardamenti del giugno 2025, quando la guerra contro l’Iran venne condotta da Israele da sola, nei 12 giorni di guerra. Però il programma nucleare iraniano, per gli americani, continua a essere una minaccia. Quindi non lo hanno distrutto, anche se Trump dice di aver vinto la guerra.

Il terzo obiettivo era la distruzione del programma balistico iraniano, cioè dei missili balistici iraniani. L’intelligence americana dice che l’Iran possiede ancora il 70% della sua flotta di 2.500 missili balistici, di cui disponeva all’inizio della guerra. Quindi, se Israele e Stati Uniti, dopo aver consumato una quantità enorme di munizioni pregiate — parliamo di missili offensivi da crociera e di missili da difesa — non hanno raggiunto nessuno dei loro obiettivi e alla fine hanno cessato il fuoco, la guerra combattuta l’ha vinta l’Iran. Ed è un’impressione che emerge anche dal fatto che l’Iran non sta negoziando in ginocchio con gli Stati Uniti.

Io ho l’impressione che la vera posta in gioco per Washington non sia tanto il programma nucleare iraniano, che forse è uno specchietto per le allodole, ma piuttosto la possibilità di assumere il controllo — come ha fatto con il Venezuela — dell’export petrolifero iraniano. Un accordo potrebbe manifestarsi nella abolizione delle sanzioni energetiche all’Iran; in cambio, Teheran esporterebbe almeno una parte della propria energia in dollari e non in yuan o in altre valute, cosa che invece sta facendo oggi.

È chiaro che colpire l’Iran, così come colpire il Venezuela, significava per gli Stati Uniti colpire anche due importanti fornitori di energia della Cina.

Non dimentichiamoci però che la Cina ha un ruolo importante nel Golfo Persico. A parte il fatto che, nel febbraio 2023, mediò una riappacificazione tra l’Iran e le monarchie sunnite del Golfo, Pechino compra energia sia dall’Iran sia dalle monarchie arabe sunnite del Golfo e vende tecnologia, e anche armamenti, a entrambi.

Quindi credo che da questa destabilizzazione, portata avanti da americani e israeliani, potrà emergere nel Golfo Persico un maggiore riferimento, da parte dei paesi della regione, a potenze stabilizzatrici come oggi sono la Russia e la Cina. E questo avrebbe un impatto importante anche sull’influenza americana e occidentale in quella regione.

 

Teheran sembra aver sviluppato negli ultimi anni una strategia basata su missili, droni e guerra indiretta attraverso alleati regionali. In che misura questo modello di guerra asimmetrica può mettere in difficoltà potenze militarmente superiori?

Beh, direi che hanno già dimostrato di poterlo fare. Dipende anche dalla posizione di queste milizie. Gli Houthi, controllando l’accesso al Mar Rosso, hanno determinato conseguenze economiche pesantissime per molte nazioni. Penso a quelle mediterranee, Italia compresa, ma penso anche all’Egitto, che ricava dai passaggi a pagamento nel Canale di Suez una buona parte della sua valuta straniera.

Ma soprattutto l’Iran ha dimostrato la propria capacità — e quella dei suoi alleati — di costruire armi con un grande impatto: non solo droni, ma anche missili da crociera e missili balistici, a prezzi estremamente competitivi rispetto a quelli occidentali.

Mi spiego meglio. Quando gli americani hanno voluto dotarsi di un reparto di droni kamikaze — un reparto che oggi hanno schierato in Medio Oriente — hanno di fatto realizzato il reverse engineering di uno Shahed 136 iraniano. Il problema è che uno Shahed 136 in Iran costa forse 3.000 dollari, mentre gli americani, per rifarlo, ne spendono 36.000.

Faccio un altro esempio. L’Iran ha un bilancio della difesa ufficiale di 7,5 miliardi di dollari spesi nel 2025: lo dice il SIPRI. Poi è chiaro che l’Iran può avere anche delle zone d’ombra, in cui spese militari vengono spalmate su altri ministeri e non rese pubbliche. Ma ammettiamo pure che siano il doppio: 15 miliardi di dollari.

Se pensiamo che gli Stati Uniti nel 2025 ne spendono quasi mille, Israele una cinquantina e l’Arabia Saudita 90, oggi abbiamo una capacità militare iraniana che riesce a tenere in scacco le maggiori potenze con una spesa infinitamente più bassa rispetto a quella sostenuta dai suoi avversari, compresi gli americani.

Ufficialmente, se prendiamo il bilancio della difesa, l’Iran nel 2025 ha speso 7,5 miliardi di dollari: meno del piccolo Kuwait, che spende più di 8 miliardi all’anno. Eppure le basi americane in Kuwait e nei paesi del Golfo sono state devastate dai missili e dai droni iraniani.

La capacità iraniana deriva anche, in buona parte, dalle intese strategiche con la Russia e dal supporto ricevuto anche dalla Cina in termini di rilevazioni satellitari. Diciamo che oggi gli avversari dell’Occidente riescono ad avere capacità militari formidabili con spese decisamente inferiori rispetto a quelle occidentali.

Se guardiamo tutto questo in prospettiva di una guerra destinata a durare molti anni, emerge chiaramente come l’Occidente non sia in grado di sostenere conflitti prolungati. Intanto non è in grado di sostenere conflitti terrestri, perché oggi non esiste nessun paese occidentale disposto a tollerare perdite militari considerevoli in termini di vite umane. Infatti si evitano gli scontri terrestri, ma senza scontri terrestri difficilmente si riesce a far cadere un regime o a conquistare un territorio.

In più c’è proprio una questione di costi. Pensiamo alla Russia: nel 2025 ha speso 190 miliardi di dollari per la difesa, un quarto di quanto spendono tutti i paesi europei messi insieme e un quinto degli Stati Uniti. Eppure ha espresso una capacità militare molto efficace, sia in termini di numero di armi prodotte sia sul piano operativo.

Oggi i droni sono anche un modo per risparmiare vite umane: si riesce a produrli a basso costo e rappresentano un modo economico di condurre azioni offensive. Non sono però un’arma risolutiva. Nessuna guerra verrà vinta soltanto con i droni, perché nel momento in cui devi entrare in un territorio hai comunque bisogno di truppe.

Il problema è che nessuna guerra combattuta oggi viene percepita come talmente decisiva per gli interessi superiori delle nazioni occidentali da consentire di accettare elevate perdite sul campo.

E questo è un altro limite. Gli israeliani hanno avuto perdite molto elevate in Libano: più di 100 mezzi corazzati e più di 100 soldati. Certo, Hezbollah ha subito perdite molto maggiori, ma è anche molto più in grado di sostenerle.

 

Le crisi che attraversano il Vicino Oriente continuano a incidere su equilibri regionali fragili e su rotte energetiche fondamentali per l’economia globale, come lo Stretto di Hormuz: quali dinamiche geopolitiche ritiene più rilevanti per comprendere l’evoluzione della regione?

Intanto il mondo arabo del Golfo non è più un monolite guidato dagli Stati Uniti. Ci sono tensioni fra Emirati Arabi e Arabia Saudita, che esistevano già ai tempi della guerra nello Yemen, dieci anni fa, e che sono culminate con l’uscita degli Emirati dall’OPEC.

Esistono poi tensioni anche fra i paesi arabi e gli Stati Uniti sul piano politico. Sono tensioni che nascono già quando l’amministrazione Obama sostenne le primavere arabe, che cercarono — in alcuni casi con successo — di rovesciare regimi arabi che erano in realtà filoamericani e filooccidentali. Pensiamo all’Egitto di Mubarak o all’insurrezione nel Bahrain. Quindi c’è una diffidenza crescente verso gli Stati Uniti che questa guerra con l’Iran potrebbe accentuare.

Perché? Perché, come molti paesi europei, anche i paesi arabi del Golfo hanno accettato di ospitare importanti basi militari americane, nella convinzione che questa disponibilità garantisse di fatto la loro intoccabilità. “Io ospito le basi americane e nessuno mi attaccherà mai”.

Nel momento però in cui gli Stati Uniti sono diventati una potenza aggressiva — cioè sono diventati loro ad attaccare, in questo caso l’Iran insieme a Israele — gli arabi devono fare i conti con il fatto che gli iraniani hanno risposto e hanno dimostrato come gli Stati Uniti non siano in grado di difendere né le loro basi né i paesi che le ospitano.

E questo credo che, sul piano geopolitico oltre che militare, avrà un impatto molto importante su tutta la rete di alleanze e di basi militari che gli Stati Uniti hanno nel mondo. Perché la presenza militare americana è sempre stata percepita come una garanzia di protezione; oggi rischia di diventare una garanzia di vulnerabilità.

Ma questo è legato al cambio di postura degli Stati Uniti. Dal 2010 gli Stati Uniti sono diventati una potenza energetica: hanno raggiunto l’autosufficienza energetica e poi sono diventati grandi esportatori di energia, anche se a costi molto alti, perché non dispongono di gasdotti o oleodotti che attraversino gli oceani.

Nel loro obiettivo strategico, da potenza esportatrice di energia, c’era — ed evidentemente c’è stato già dal 2011, con l’attacco alla Libia e poi con la Siria e l’Ucraina — quello di destabilizzare le aree energetiche che servono ai competitor degli Stati Uniti: l’Europa e la Cina, ma non più gli Stati Uniti stessi.

Questa strategia destabilizzatrice, in quindici anni, è stata ben recepita da molti. E la guerra all’Iran credo che indurrà molte riflessioni nel mondo arabo su quanto convenga ospitare basi americane o quanto convenga invece liberarsene, nel momento in cui gli Stati Uniti non sono più l’alleato di riferimento né per gli europei né per i paesi arabi.

E credo che questo sia il cambiamento geopolitico più rilevante. Poi vedremo nel tempo come si manifesterà concretamente, ma penso che sia questo l’elemento più importante.

Di conseguenza, la Cina, aumentando la propria capacità di acquisizione di energia e quindi la necessità di mantenere stabili le aree energetiche, rischia progressivamente di poter rimpiazzare gli Stati Uniti — insieme alla Russia, ma probabilmente più della Russia, perché Mosca è già una potenza energetica mentre la Cina è un grande importatore di energia — come potenza stabilizzatrice delle aree energetiche.

E questo potremmo vederlo dal Medio Oriente fino al Mediterraneo e all’Africa settentrionale nei prossimi anni. Penso che questi siano gli elementi più interessanti da valutare da qui in avanti per comprendere i mutamenti geopolitici.

 

La Cina osserva questi conflitti mantenendo un profilo relativamente prudente sul piano militare, ma molto attivo su quello economico e diplomatico. In che modo Pechino sta cercando di rafforzare la propria posizione nel sistema internazionale?

Sul piano commerciale, aumentando la propria rete di commerci e di attività, la Cina sta rafforzando molto il tentativo di costruire un equilibrio alternativo, in contrasto con gli Stati Uniti. Sta cercando di consolidare le linee di rifornimento di materie prime ed energia necessarie alla sua economia, e lo sta facendo in Africa e in Medio Oriente, osteggiata ovviamente dagli Stati Uniti.

La Cina non è ancora una potenza militare globale, anche se sta aumentando le sue capacità militari e navali. In questo senso, la Cina che rimane una potenza continentale non preoccupa particolarmente né gli Stati Uniti né paesi europei come la Gran Bretagna, che hanno una valutazione strategica globale.

La Cina che si espande sui mari, invece, sì. Anche il tentativo di destabilizzare e mettere in difficoltà la Russia aveva, per gli angloamericani, l’obiettivo di creare un grosso problema alla Cina in Asia, in modo da distrarla dall’espansione marittima.

Però la Cina non è una potenza militare globale. Quante basi militari all’estero ha la Cina? Probabilmente un approdo privilegiato in un porto della Birmania, nell’Oceano Indiano, e una base a Gibuti, ma legata soprattutto al controllo del traffico e all’antipirateria. Del resto, Gibuti ospita basi francesi, americane, italiane e giapponesi: sopravvive anche grazie all’affitto di basi ai paesi che hanno interesse a controllare la sicurezza in quella zona strategica del mondo.

Quindi la Cina non ha una rete di basi militari all’estero e non ha una presenza militare globale. Se ha contingenti militari fuori dai propri confini, li ha soprattutto nell’ambito delle missioni ONU. Penso, ad esempio, ai caschi blu cinesi che ho visto anche in Libano.

Quando si parla di minaccia militare cinese, loro fanno presto a rispondere: “Quante basi abbiamo all’estero noi?”. Però oggi la Cina, al di là dell’economia e delle sue indubbie capacità finanziarie, sta acquisendo prestigio internazionale soprattutto per le sue capacità politico-diplomatiche. Perché la Cina, insieme alla Russia, si presenta come bandiera del multilateralismo e del multipolarismo, ma rispetto alla Russia ha un vantaggio: la Russia sta combattendo una guerra, mentre la Cina non ne combatte da decenni.

L’ultima invasione di un territorio fatta dai cinesi è forse quella del Tibet. Se escludiamo gli arcipelaghi contesi del Mar Cinese Meridionale, sui quali la Cina ha messo la propria bandiera — ma che vengono rivendicati anche da Taiwan, Vietnam, Brunei e Filippine — la Cina non ha invaso nessuna nazione, non ha mostrato atteggiamenti apertamente aggressivi e non ha mai fatto dichiarazioni che non fossero orientate a smorzare i toni. Non li ha mai alzati.

Questo approccio oggi appare quasi speculare a quello degli Stati Uniti, sia con l’amministrazione Biden sia, ancora di più, con quella Trump, che ha nell’alzare i toni e nel forzare le parole una delle proprie strategie di fondo. Poi possiamo discutere se sia davvero vantaggiosa oppure no.

Secondo me, quindi, il principale strumento di Pechino oggi non è soltanto quello economico, né soltanto la crescita della sua potenza militare: è soprattutto politico e diplomatico.

Teniamo conto di un’ultima considerazione. I cinesi non hanno mai invaso nessuno, a parte il Tibet. Hanno avuto tensioni sull’Himalaya con l’India, e le hanno tuttora, ma questo è anche il loro punto debole: non hanno esperienza di guerra. Quando si parla di una possibile invasione di Taiwan bisogna fare attenzione, perché la Cina non combatte una guerra da decenni. L’ultima fu contro il Vietnam nel 1977: una guerra breve, e oggi non esiste praticamente più nessun veterano di quel conflitto ancora in servizio. Inoltre era una guerra completamente diversa da quelle moderne.

Per questo, quando si dice “la Cina invaderà Taiwan”, bisogna andarci cauti. Operazioni complesse come sbarchi anfibi su vasta scala forse farebbero fatica a condurle perfino gli americani oggi. La Cina non le ha mai fatte. Quindi esiste anche un limite di esperienza militare, più che di capacità. Le capacità ci sono, gli investimenti militari continuano a crescere, ma in questo momento la credibilità cinese è soprattutto politica e diplomatica.

E questo avviene a fronte di un Occidente che non riesce più a esprimere nulla. Questo è il vero dramma, ed è ciò che esalta ancora di più il ruolo di paesi come la Cina, ma anche della Russia, del Pakistan — che oggi media tra americani e iraniani — o della Turchia di Erdoğan.

Quanti paesi europei hanno messo in campo un’iniziativa diplomatica per fermare la guerra in Ucraina? Nessuno. Papa Francesco si è preso del filorusso, Orbán del filorusso e del filo-Trump. Quante iniziative ci sono state da parte dell’Europa per fermare la guerra a Gaza? Nessuna. E per la guerra in Iran? Nessuna.

Quindi questo vuoto dell’Europa — perché io non considero l’Unione Europea un soggetto geopolitico, ma soltanto una organizzazione per i suoi stati membri — pesa enormemente. Le nazioni europee, anche quelle più rilevanti, cosa hanno messo in campo per risolvere queste crisi? Nulla.

Nel frattempo l’America diventa sempre più autoreferenziale e con Trump sembra incapace di fare una dichiarazione che non sia sopra le righe o aggressiva. Tutto questo ingigantisce il ruolo di paesi come la Cina, che si presentano invece come portatori di buon senso e diplomazia. Quindi una parte del successo cinese di oggi è dovuta anche agli errori dell’Occidente.

 

Di fronte a crisi sempre più complesse, l’Europa sembra avere un ruolo politico e militare limitato. È ancora realistico parlare di “autonomia strategica europea” oppure il continente resterà inevitabilmente legato alla NATO e agli Stati Uniti?

Io credo che si debba guardare in faccia la realtà: la NATO non esiste più. Quando Trump, da più di un anno, dice “noi diamo armi alla NATO”, “vendiamo armi alla NATO”, in realtà si riferisce agli europei come se l’America non ne facesse parte, come se gli Stati Uniti non fossero il principale azionista della NATO. Poi la NATO, se vuole, quelle armi le dà agli ucraini. Ma la NATO è morta.

Quando Trump dice: “Non mi avete seguito, vi ho chiesto di intervenire contro l’Iran e non lo avete fatto, quindi vi ritiro le truppe”, minacciando paesi come Germania, Italia e Spagna, allora bisogna prendere atto della situazione.

Gli americani non sono più nostri alleati. E non lo sono da quindici anni. La destabilizzazione della Libia, voluta da Obama insieme a britannici e francesi, ha destabilizzato tutto il Sahel e ha messo in difficoltà chi? L’Italia e il Mediterraneo. Sono questi i nostri alleati?

Aver scatenato il disastro in Siria — e non perché io sia un fan di Bashar al-Assad — destabilizzando un’intera regione, ha portato solo a un aumento dei flussi migratori e dell’instabilità verso l’Europa.

Poi c’è stato il sabotaggio del Nord Stream e, prima ancora, il colpo di Stato del Maidan in Ucraina, che ha destabilizzato l’unico Stato attraversato dai gasdotti che portavano il gas russo in Europa.

Gli americani non sono più i nostri alleati da almeno quindici anni. Ma non perché siano “cattivi”: perché, come diceva Kissinger, l’America non ha alleati permanenti né nemici permanenti, ma solo interessi. E gli interessi degli Stati Uniti non coincidono più con i nostri.

Anzi, oggi che noi siamo ancora una potenza manifatturiera — soprattutto Germania e Italia — mentre l’America non lo è più, cosa fanno gli americani? Con Biden hanno approvato l’Inflation Reduction Act, che offriva ponti d’oro alle aziende europee che si trasferivano a produrre negli Stati Uniti, con lo slogan: “Venite da noi, qui l’energia costa sei volte meno”. E ci credo, visto che noi non abbiamo più quella russa, perché gli americani ce l’hanno chiesto e noi abbiamo ubbidito.

Con Trump, poi, la von der Leyen ha firmato un accordo per cui compreremo 750 miliardi di dollari di energia americana, che costa cinque volte quella che arrivava via tubo dalla Russia. E spenderemo altri 600 miliardi di dollari in investimenti nell’industria americana, mentre la nostra affonda.

Allora gli americani non sono più i nostri alleati. Questa è la realtà. Possiamo fare come quando hai una moglie che ti tradisce ripetutamente: puoi fingere di non vederlo, ma non hai una moglie fedele. Se fai finta di non vedere, resti comunque con una moglie infedele.

Noi possiamo continuare, come dicono molti in Europa, a restare fedeli al patto transatlantico, ma è un’intesa che non esiste più. Dall’America prendiamo solo calci nel sedere. La gran parte dei nostri problemi deriva dal fatto che abbiamo seguito gli Stati Uniti.

Cosa abbiamo guadagnato dalla guerra in Ucraina? Nulla. Cosa abbiamo guadagnato dal disastro provocato da un altro nostro alleato importante, Israele, a Gaza, destabilizzando il Mediterraneo orientale? Abbiamo guadagnato qualcosa? E dalla guerra contro l’Iran, scatenata arbitrariamente da Israele e Stati Uniti, abbiamo ottenuto qualcosa che non fosse negativo per i nostri interessi?

Da tutto questo dovremmo capire che oggi gli Stati Uniti rappresentano la principale minaccia agli interessi europei. Prima ce ne rendiamo conto, prima potremo cercare di elaborare alleanze e processi alternativi. Certo, bisognerà fare in fretta, e non ci sono molte basi per riuscirci, anche perché l’Unione Europea è parte del problema.

L’Europa federale non esiste e non esisterà mai. Non esisterà mai un esercito europeo, perché non esiste un’unione politica, e non può esistere. Se vogliamo mettere insieme baltici e scandinavi — che non vedono l’ora di fare a botte con i russi, salvo poi accorgersi magari di aver esagerato quando l’orso reagisce — con i paesi mediterranei, che non hanno alcun interesse a una guerra con la Russia, capiamo quanto sia difficile parlare di una strategia comune.

È curioso che tutta l’Europa sia terrorizzata dai russi che combattono a meno di cento chilometri dai loro confini, in territori che Mosca considera russi, a torto o a ragione, mentre nessuno si preoccupa dei russi in Libia, che sono di fronte alle nostre coste.

Gli interessi in Europa sono troppo diversi per pensare che l’Unione Europea possa trasformarsi in una vera unione politica. Anche perché francesi e tedeschi, che dovrebbero esserne il motore, non riescono nemmeno a produrre insieme un aereo da guerra o un carro armato. In questi anni hanno buttato miliardi in progetti comuni senza riuscire a portarli avanti.

Noi oggi dobbiamo pensare a una ridefinizione dell’interesse nazionale italiano, a un ruolo strategico autonomo sia dagli Stati Uniti — che considero ormai nostri nemici, pericolosissimi — sia dall’idea di dover essere subordinati a qualche aspirante egemone europeo, come la Germania o la Francia. La Francia perché è una potenza nucleare, la Germania perché pensa ancora di avere un primato economico che però appare sempre più indebolito, mentre sul piano politico esprime ben poco.

Questo è il momento di aprire un dibattito serio sulla postura strategica dell’Italia. Lo dico da tempo: serve una riflessione politica e mediatica per capire quale ruolo dovrà avere il nostro paese in futuro.

L’Unione Europea è un disastro: le due amministrazioni von der Leyen hanno distrutto l’economia e anche la società europea. E la NATO non esiste più. Quindi bisogna immaginare qualcosa di diverso.

Quando sento parlare di esercito europeo, sinceramente, mi sembrano sciocchezze. Non è nemmeno previsto dai trattati, e poi chi lo comanderebbe? Non esiste una struttura politica che possa sostenerlo.

Forse avrebbe più senso pensare a intese regionali tra paesi con interessi comuni. Penso, ad esempio, a Italia, Spagna e Grecia nel Mediterraneo. Oppure a modelli di cooperazione sulla sicurezza come la Shanghai Cooperation Organization asiatica, che mette insieme Russia, Cina, India, Iran, oggi anche la Turchia: paesi che si addestrano insieme e cooperano sul piano della sicurezza senza essere vincolati da un’alleanza rigida come la NATO. Perché oggi la NATO non ha più senso. E non ha più senso perché è il suo principale azionista ad averla mandata a carte quarantotto. Per stare insieme bisogna volerlo tutti; per smettere basta che uno dica basta.

Concludo: per elaborare rapidamente una nuova postura strategica dell’Italia, fuori da alleanze che si stanno sgretolando, servirebbe un grande dibattito pubblico, aperto e privo di preconcetti. Purtroppo oggi vedo solo persone che ragionano più da stadio che da analisti politici: i russi cattivi, gli americani buoni, anche quando sono gli americani a danneggiarci; gli iraniani cattivi, gli israeliani buoni. Vedo una semplificazione estrema di problemi che invece sono enormemente complessi. Ed è questo che mi rende pessimista sulla capacità dell’Italia di elaborare, nei prossimi dieci anni, una vera strategia geopolitica.

 

Negli ultimi anni molti Paesi occidentali hanno avviato programmi di riarmo e di espansione dell’industria militare, spesso giustificati dalla necessità di sostenere conflitti ad alta intensità come quello in Ucraina. Ritiene che l’Occidente sia realmente preparato, dal punto di vista industriale e logistico, a sostenere guerre prolungate tra Stati?

L’Occidente — l’Europa ma anche gli Stati Uniti — non è socialmente e politicamente preparato a sostenere guerre prolungate nel tempo, soprattutto guerre ad alta intensità, cioè guerre combattute sui campi di battaglia come quella in Ucraina, perché comportano perdite umane. Quanti paesi europei oggi potrebbero tollerare perdite significative sul campo prima che scoppi una rivolta sociale o cadano i governi? Io credo nessuno.

Tra l’altro, i paesi europei, così come gli Stati Uniti, vivono ormai da almeno dieci anni una fuga dalle forze armate: i professionisti, appena possono, lasciano l’esercito e non si riescono ad arruolare abbastanza volontari per sostituire chi va in pensione o chi se ne va. In alcuni paesi europei si valuta il ritorno alla leva obbligatoria, ma mi sembra una soluzione ridicola per molte ragioni. Innanzitutto perché non saranno sei mesi di leva a trasformare un giovane in un soldato in grado di stare in trincea sotto i droni. Ma soprattutto perché qualunque partito riproponga il servizio militare obbligatorio dovrà fare i conti, in campagna elettorale, con il voto contrario di molti giovani e delle loro famiglie. Quindi mi pare più aria fritta che altro.

Inoltre, tornare a un esercito di massa, di popolo — penso all’esercito italiano di leva che aveva più di 300.000 soldati, mentre oggi ne ha circa 85.000 — richiederebbe enormi investimenti per ricostruire caserme, ospedali militari, infrastrutture, sistemi logistici, armamenti, equipaggiamenti, servizi e tutta la struttura necessaria. Ogni capoluogo di provincia aveva un ospedale militare. E immaginare tutto questo oggi, in un momento in cui già il riarmo dichiarato si sta rivelando un flop perché costa troppo, è irrealistico.

L’Europa è l’area industrializzata del mondo che paga il prezzo più alto per l’energia. Un carro armato prodotto oggi in Europa costa cifre enormi. Lo diceva anche un centro studi tedesco: un Leopard 2A8, cioè l’ultimo modello europeo, costa quasi 30 milioni di euro. Un T-90 russo ne costa circa 4, un carro cinese di ultima generazione circa 2, mentre un Abrams americano ne costa 17. Però gli Stati Uniti hanno 2.500 Abrams nei depositi: possono tirarli fuori, aggiornarli e venderli.

Allora come fai a pensare a un riarmo europeo se un carro armato europeo costa quanto sette carri armati russi? E tra l’altro questa guerra ha dimostrato che tutti i carri armati bruciano allo stesso modo: non esiste il carro armato invulnerabile.

In Russia, invece, la produzione industriale su larga scala ha ridotto in maniera significativa il costo del singolo armamento. Le aziende — anche quelle private — ruotano attorno al gruppo statale Rostec e hanno ridotto al minimo i profitti, perché si produce per la patria. È interessante leggere le relazioni annuali che l’amministratore delegato di Rostec, Sergej Čemezov, presenta a Putin: parla dell’aumento della produzione, del numero di operai, degli stipendi e dei benefit per chi lavora nell’industria della difesa. Chi lavora nell’industria militare russa, oltre ad avere stipendi elevati e benefici importanti, ha anche la garanzia di non essere richiamato al fronte. E per un trentenne russo, magari laureato e con figli, è una garanzia molto importante da dare anche alla propria famiglia: “Anche se c’è la guerra, io non andrò al fronte perché svolgo un lavoro strategico”. In più, hanno ridotto i profitti per produrre per la patria.

In Europa e in Occidente, invece, succede il contrario: più aumentano le commesse militari, più aumentano i prezzi dei prodotti e salgono le quotazioni delle aziende che li producono. Potremmo dire che mentre in Russia si produce per la patria, in Occidente si produce per gli azionisti.

Poi però non dobbiamo stupirci se, dal 2022, il prezzo di molti sistemi militari in Europa è aumentato anche di sette o otto volte. Questo tipo di riarmo non è sostenibile. Può anche essere un espediente di una Commissione Europea strettamente legata agli interessi tedeschi, che cerca di salvare l’industria tedesca dopo che la stessa Commissione — guidata dalla stessa leadership tedesca — ha contribuito a distruggerla con le scelte precedenti.

Se non usciamo da questo loop demenziale, che dimostra tutta la pochezza della classe dirigente che guida oggi l’Europa, rischiamo seriamente di andare a fondo. Basta ascoltare le dichiarazioni di Kaja Kallas o di altri commissari baltici, provenienti da paesi irrilevanti rispetto alle grandi potenze europee, e che oggi esprimono la linea politica dell’Unione Europea senza avere, a mio avviso, alcuna reale qualificazione strategica per farlo.

Per questo oggi l’unica possibilità che hanno i paesi europei di sopravvivere è affrontare la situazione con realismo. Anche perché i fatti ci dicono che il riarmo europeo non ha alcun senso. Presto tutti i governi europei dovranno sostenere famiglie e imprese con bonus energetici, altrimenti rischiamo chiusure di massa. In Italia il CNA parla di 300.000 piccole e medie imprese a rischio chiusura. E infatti già oggi si comincia a parlare di ridurre le spese aggiuntive previste per la difesa. Il problema è sempre lo stesso: il burro o i cannoni? Ci siamo messi in una situazione in cui non possiamo sostenere un riarmo costosissimo e privo di senso mentre affrontiamo bollette energetiche fuori controllo.

Chiudo con un’ultima considerazione. Quando nella storia si indica un nemico per giustificare campagne di riarmo e sacrifici economici, di solito si cerca un nemico credibile. Io non credo che in Europa occidentale ci sia molta gente che va a dormire temendo di trovare un carro armato russo in giardino il mattino dopo. Forse nei paesi baltici sì, ma non nel resto d’Europa. La minaccia russa non è percepita dall’opinione pubblica. Lo dimostra anche l’ultimo rapporto Censis in Italia: quasi il 70% degli italiani ritiene che la guerra in Ucraina sia responsabilità soprattutto dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti, e solo il 16% degli italiani tra i 18 e i 40 anni sarebbe disposto ad arruolarsi per difendere la patria.

Quindi bisogna fare una valutazione seria. È inutile che l’Unione Europea e i governi continuino a lanciare allarmi sull’invasione russa imminente se poi non riescono a convincere l’opinione pubblica, perché questo domani si pagherà alle elezioni. Sempre che in Europa non prevalga la “linea rumena”, cioè che se le elezioni non vanno come devono andare allora vengono annullate. Ma questo è un problema molto grave, che non riguarda soltanto la strategia: riguarda anche la credibilità dei sistemi politici europei, dei governi e del loro rapporto con l’elettorato e con l’opinione pubblica.

 

I conflitti recenti — dall’Ucraina al Vicino Oriente — sembrano caratterizzati da un uso crescente di droni, missili di precisione e sistemi di difesa avanzati. Stiamo assistendo a una trasformazione strutturale del modo di fare la guerra oppure molti elementi della guerra “tradizionale”, come l’artiglieria e il controllo territoriale, restano centrali?

Credo che non si debbano confondere le cose. Noi abbiamo spesso la tendenza — anche perché, per fortuna, non abbiamo più esperienza diretta della guerra da ottant’anni, almeno noi europei, se non attraverso guerre combattute lontano e con piccoli contingenti — a confondere gli strumenti con la struttura della guerra.

Se fino a pochi anni fa gli attacchi dietro le linee nemiche venivano condotti con l’artiglieria, con gli elicotteri o con aerei che si infiltravano a bassa quota, oggi si utilizzano i droni su vastissima scala. Li si utilizza perché costano poco, perché non implicano la perdita di un pilota e perché non hanno equipaggio.

Diciamo che l’evoluzione tecnologica ha reso queste armi molto spendibili, facili ed economiche da produrre. Però, di fatto, la guerra in Ucraina ci dice che l’artiglieria è ancora la regina della battaglia. Nel senso che il fuoco pesante contro le linee nemiche continua a essere fatto con l’artiglieria. Con il drone puoi colpire il singolo mezzo o la pattuglia che si muove.

Sono strumenti nuovi che si aggiungono a quelli esistenti. Oggi, ad esempio, l’artiglieria utilizza in gran parte proiettili guidati: il drone individua il bersaglio e guida il proiettile d’artiglieria sul bersaglio stesso. C’è quindi una sinergia tra i vecchi sistemi d’arma tradizionali — aggiornati — e i nuovi sistemi, utilizzati non solo per colpire ma anche per fare ricognizione e dirigere le azioni offensive.

L’obiettivo, per tutti, è quello di risparmiare vite umane. Se un tempo la ricognizione la facevi con un soldato infiltrato dietro le linee o con un aereo da ricognizione che poteva individuare il bersaglio ma anche essere intercettato, oggi la fai con questi strumenti.

Un discorso diverso riguarda invece la diffusione su larga scala di missili balistici e dei sistemi di difesa adottati contro di essi. Perché qui la questione cambia.

Oggi paesi come l’Iran, ma anche la Cina e la Russia, hanno dimostrato di poter produrre quantità enormi di droni, missili da crociera e missili balistici. La capacità russa di produrre queste armi ha stupito tutti durante la guerra in Ucraina, soprattutto se confrontata con la capacità occidentale molto più limitata di produrre sistemi per contrastarle.

Gli Stati Uniti riescono a produrre circa 620 missili Patriot all’anno, ma devono mantenere le proprie riserve, devono fornirli a Israele, all’Ucraina e a diversi paesi europei. Non bastano.

Infatti, nella guerra contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno lanciato circa 2.000 missili e antimissili — tra Patriot, Standard Missile e intercettori del sistema THAAD — e molti analisti sottolineano come le riserve americane fossero già ridotte dopo anni di forniture a Israele e all’Ucraina.

In questo momento gli Stati Uniti rischiano di non essere in grado, nei prossimi anni, di sostenere neppure un conflitto breve ad alta intensità, perché non avranno abbastanza munizioni. Sparare un Patriot richiede pochi secondi; costruirlo richiede un anno.

I costi aumentano, i tempi di produzione si allungano, le riserve si assottigliano. E questo, secondo me, sarà un grande problema nei prossimi cinque o sei anni. Se gli americani non entreranno in altre guerre, forse potranno tornare, in quel periodo e spendendo enormi quantità di denaro, ai livelli di munizionamento di precisione e di difesa antimissile precedenti alla guerra con l’Iran.

Ma in cinque o sei anni possono succedere molte cose. Molti paesi potrebbero cercare di approfittare di questa vulnerabilità americana, di questa incapacità.

C’è chi sostiene che la Cina potrebbe approfittarne per invadere Taiwan, perché gli Stati Uniti non sarebbero in grado di difenderla. Io non credo che Pechino abbia davvero interesse a invadere Taiwan, ma questo lo vedremo.

Il punto è che, mentre in molte nazioni queste nuove tipologie di armamento vengono prodotte su larga scala a costi sempre più accessibili, in Occidente i prezzi continuano a crescere. Gli investimenti richiesti sono enormi e i tempi di produzione molto lunghi. Tutto questo crea una grande vulnerabilità.

Soprattutto perché, in questi anni, gli Stati Uniti hanno chiesto agli alleati — Trump pretendeva che spendessero il 5% del PIL nella difesa, acquistando perlopiù armi americane — di dipendere sempre di più dall’industria bellica statunitense.

Il problema è che oggi gli americani stanno informando gli alleati che le armi ordinate arriveranno sì, ma con forti ritardi. Perché l’America è rimasta senza scorte: deve produrre per sé stessa, per Israele e forse ancora per l’Ucraina, mettendosi ulteriormente in difficoltà.

Da questo punto di vista vedo un vero cul-de-sac in cui tutto l’Occidente si è infilato seguendo supinamente le indicazioni provenienti dagli Stati Uniti.

Il Giappone non riceverà nei tempi previsti i missili Tomahawk che aveva ordinato. La Svizzera non sa quando riceverà i Patriot acquistati dagli Stati Uniti. E lo stesso vale per moltissimi altri alleati americani.

Quindi vedo un rischio di cortocircuito economico, finanziario, tecnologico e industriale nella capacità stessa di produrre armamenti.


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Gabriele Repaci collabora a partire dal 2009 con Eurasia. Rivista di Studi geopolitici. Giornalista pubblicista, analista e studioso del Vicino Oriente e del mondo musulmano, concentra le proprie analisi sulle dinamiche politiche, strategiche e culturali dell’area. Ha studiato la lingua araba e la lingua turca, affiancando alla formazione teorica una significativa esperienza sul campo. Nel corso degli anni ha collaborato con numerose riviste e piattaforme culturali e politiche, tra cui Diorama Letterario, Marxismo Oggi, Das Andere, il blog de Il Giornale, L’Intellettuale Dissidente, La Città Futura, Contropiano, InsideOver e La Luce News. Nel 2025 ha pubblicato il volume Siria, crocevia della storia per le Edizioni All’Insegna del Veltro, dedicato all’analisi storica e geopolitica del conflitto siriano nel più ampio contesto regionale.