Introduzione

Negli ultimi anni la crescente attenzione rivolta da Israele ai Balcani occidentali ha assunto contorni sempre più definiti, evidenziando una dinamica che va oltre la semplice intensificazione dei rapporti bilaterali. L’incontro svoltosi a Gerusalemme tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e Željka Cvijanović, membro serbo della Presidenza collegiale della Bosnia-Erzegovina, rappresenta soltanto l’episodio più recente di un progressivo avvicinamento tra lo Stato ebraico, la Serbia e la Republika Srpska. La presenza della bandiera della Republika Srpska accanto a quella israeliana, in assenza di quella ufficiale della Bosnia-Erzegovina, e la conseguente protesta diplomatica di Sarajevo hanno mostrato come tali relazioni possiedano una rilevanza che trascende il piano protocollare e investa direttamente gli equilibri politici della regione.[1]

Questo sviluppo si colloca in una fase di profonda trasformazione sia del Vicino Oriente sia dell’Europa sud-orientale. Da un lato, la guerra nella Striscia di Gaza, il conflitto con Hezbollah in Libano e il confronto con l’Iran hanno modificato sensibilmente la posizione internazionale di Israele; dall’altro, la Bosnia-Erzegovina continua a presentare fragilità istituzionali e divisioni interne che, a trent’anni dagli Accordi di Dayton, ne fanno uno degli spazi geopoliticamente più sensibili del continente europeo. In tale contesto, il riavvicinamento tra Israele, Belgrado e Banja Luka solleva interrogativi che vanno ben oltre la cronaca diplomatica.

Il presente contributo si propone di analizzare il significato geopolitico di questo processo, collocandolo all’interno delle più ampie trasformazioni degli equilibri regionali. L’obiettivo non è limitarsi a descrivere l’evoluzione dei rapporti tra Israele, Serbia e Republika Srpska, bensì comprendere quali interessi strategici convergano in tale avvicinamento e in quale misura esso rifletta la progressiva internazionalizzazione delle persistenti fratture dell’ordine post-Dayton. L’analisi prenderà inoltre in considerazione il ruolo delle principali potenze attive nei Balcani, evidenziando come questa regione continui a rappresentare un punto d’incontro tra le dinamiche dell’Europa e quelle del Vicino Oriente.

 

Il sistema di Dayton e la fragilità strutturale della Bosnia-Erzegovina

Gli Accordi di Dayton, firmati a Parigi il 14 dicembre 1995, posero formalmente fine alla guerra di Bosnia-Erzegovina, conclusasi dopo oltre tre anni di conflitto e circa centomila vittime. Essi rappresentarono un compromesso tra l’esigenza di arrestare le ostilità e quella di preservare l’integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina, evitando al tempo stesso la vittoria completa di una delle parti in conflitto. Il risultato fu la costruzione di un assetto costituzionale estremamente complesso, concepito per garantire un equilibrio tra le tre principali comunità nazionali – bosgnacchi, serbi e croati – ma caratterizzato da una distribuzione del potere che avrebbe profondamente condizionato la successiva evoluzione politica del Paese.[2]

La Bosnia-Erzegovina venne così configurata come uno Stato internazionalmente riconosciuto ma articolato in due entità costitutive dotate di ampie competenze: la Federazione di Bosnia-Erzegovina, abitata prevalentemente da bosgnacchi e croati, e la Republika Srpska, a maggioranza serba. A queste si aggiunse successivamente il Distretto di Brčko, sottoposto a uno speciale regime di autonomia e amministrazione internazionale.[3]

Le istituzioni centrali riflettono la medesima logica di equilibrio etnico. La Presidenza dello Stato è composta da tre membri, uno bosgnacco, uno croato e uno serbo, eletti separatamente e chiamati ad alternarsi nella funzione di presidente di turno. Analogo principio ispira la composizione delle principali istituzioni legislative e amministrative, nelle quali il meccanismo della rappresentanza paritaria e del veto reciproco è stato concepito per impedire l’egemonia di una comunità sulle altre.[4]

Se tale assetto ha contribuito a prevenire la ripresa del conflitto armato, esso ha al tempo stesso prodotto un sistema istituzionale intricato, caratterizzato dalla sovrapposizione di livelli decisionali e dalla frequente paralisi degli organi centrali. Numerosi studiosi hanno osservato come il modello elaborato a Dayton abbia privilegiato la stabilizzazione immediata rispetto alla costruzione di istituzioni pienamente funzionali, dando vita a uno Stato nel quale le dinamiche politiche continuano a essere fortemente influenzate dalle appartenenze nazionali e dalle prerogative riconosciute alle entità territoriali.[5]

A questa architettura si affianca una peculiare forma di tutela internazionale. Gli Accordi di Dayton istituirono infatti la figura dell’Alto rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, incaricato di vigilare sull’attuazione dell’accordo di pace. A partire dalla Conferenza di Bonn del 1997, tale incarico è stato progressivamente rafforzato mediante il conferimento dei cosiddetti Bonn Powers, che consentono all’Alto rappresentante di adottare decisioni vincolanti, promulgare leggi e rimuovere funzionari pubblici qualora ritenga compromessa l’attuazione del processo di pace.[6]

A oltre trent’anni dalla conclusione della guerra, la Bosnia-Erzegovina continua pertanto a presentare caratteristiche peculiari nel panorama europeo: uno Stato pienamente riconosciuto sul piano internazionale ma caratterizzato da una sovranità fortemente condizionata sia dall’assetto istituzionale interno sia dalla persistente presenza di meccanismi di supervisione internazionale. È all’interno di questo quadro politico-costituzionale che devono essere collocate le dinamiche sviluppatesi negli ultimi anni tra Sarajevo, Banja Luka e gli attori esterni interessati alla regione.

 

La strategia internazionale della Republika Srpska tra secessionismo e ricerca di legittimazione

La conclusione della guerra non pose fine alle tensioni politiche tra le due entità costitutive dello Stato. Al contrario, il sistema delineato dagli Accordi di Dayton lasciò aperte profonde divergenze circa la natura stessa della Bosnia-Erzegovina. Mentre le principali forze politiche bosgnacche hanno generalmente sostenuto un progressivo rafforzamento delle istituzioni centrali, la dirigenza della Republika Srpska ha costantemente rivendicato un’interpretazione degli Accordi fondata sulla massima autonomia delle entità e sulla rigorosa limitazione delle competenze dello Stato centrale.

Questa impostazione ha trovato la propria espressione più compiuta nella lunga stagione politica di Milorad Dodik, figura dominante della Republika Srpska dagli anni Duemila. Pur ricoprendo nel tempo incarichi differenti, Dodik ha mantenuto come costante della propria azione politica la difesa dell’autonomia dell’entità serbo-bosniaca, accompagnandola con frequenti richiami alla possibilità di una futura autodeterminazione qualora gli equilibri sanciti a Dayton dovessero essere alterati.

Parallelamente, Banja Luka ha progressivamente sviluppato una propria rete di relazioni internazionali, volta ad ampliare i margini di manovra della Republika Srpska nel quadro della politica bosniaca. In tale prospettiva assumono particolare rilievo i rapporti consolidati con la Federazione Russa e con l’Ungheria, i cui governi hanno espresso in più occasioni posizioni favorevoli alla tutela delle prerogative attribuite alla Republika Srpska dagli Accordi di Dayton.

La ricerca di interlocutori esterni risponde a una precisa esigenza politica. Pur non disponendo della soggettività internazionale propria di uno Stato sovrano, la Republika Srpska tende infatti a costruire una rete di rapporti diretti con governi ed esponenti politici stranieri, nella convinzione che tali relazioni possano rafforzarne il peso negoziale sia nei confronti delle istituzioni di Sarajevo sia nel più ampio contesto internazionale. In questa prospettiva, la dimensione diplomatica assume un valore che trascende la semplice cooperazione bilaterale, divenendo uno strumento di legittimazione politica.

È all’interno di questo processo di progressiva internazionalizzazione della strategia della Republika Srpska che si inseriscono i più recenti sviluppi delle relazioni con Israele, destinati ad assumere una rilevanza crescente nel quadro degli equilibri balcanici e che saranno oggetto del capitolo successivo.

 

Israele e la Republika Srpska: dall’avvicinamento politico alla cooperazione istituzionale

I rapporti sviluppati negli ultimi anni tra Israele e la Republika Srpska rappresentano una delle manifestazioni più significative della strategia di apertura internazionale perseguita da Banja Luka. Lungi dall’esaurirsi nella dimensione simbolica degli incontri politici, essi hanno progressivamente assunto un carattere più stabile e istituzionalizzato, estendendosi anche alla cooperazione economica, agli investimenti, al turismo e ai rapporti diretti tra le rispettive amministrazioni.

La visita compiuta da Željka Cvijanović in Israele nel giugno 2026 si inserisce in questo processo di consolidamento. Nel corso della missione, la componente serba della Presidenza della Bosnia-Erzegovina ha incontrato, oltre al primo ministro Benjamin Netanyahu e al ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, anche il presidente dello Stato d’Israele Isaac Herzog e il presidente della Knesset Amir Ohana. I colloqui hanno confermato la volontà di entrambe le parti di rafforzare ulteriormente i rapporti politici e istituzionali, individuando nella cooperazione economica uno dei principali ambiti di sviluppo delle relazioni bilaterali. In particolare, è stata prospettata una più stretta collaborazione tra i ministeri competenti della Republika Srpska e quelli israeliani, con l’obiettivo di favorire investimenti, scambi economici e iniziative congiunte in settori di comune interesse.[7]

La dirigenza della Republika Srpska interpreta tale cooperazione come uno strumento di accrescimento della propria visibilità internazionale. Al termine degli incontri, Cvijanović ha sottolineato come le relazioni con Israele non rappresentino un’iniziativa contingente, bensì il risultato di un percorso sviluppatosi nel corso di molti anni e fondato, a suo giudizio, su una reciproca comprensione delle rispettive esigenze politiche e istituzionali.[8]

Accanto agli aspetti economici e istituzionali, assume rilievo anche la dimensione simbolica del rapporto. In diverse dichiarazioni pubbliche, gli esponenti della Republika Srpska hanno richiamato le comuni esperienze storiche vissute dai popoli serbo ed ebraico, presentandole come un elemento capace di rafforzare il dialogo politico contemporaneo. Pur trattandosi di una narrazione elaborata principalmente dalla classe dirigente serbo-bosniaca, essa contribuisce a fornire una legittimazione identitaria alla crescente cooperazione tra le due parti.[9]

Sotto il profilo geopolitico, l’istituzionalizzazione dei rapporti tra Israele e la Republika Srpska riveste un’importanza che trascende la dimensione bilaterale. Per Banja Luka essa rappresenta un’ulteriore occasione per ampliare la propria rete di relazioni internazionali e consolidare la propria posizione negoziale; per Israele costituisce invece uno strumento attraverso il quale rafforzare la propria presenza nei Balcani occidentali mediante forme di cooperazione differenziate rispetto ai tradizionali rapporti tra Stati sovrani. Tale evoluzione conferma come le persistenti fragilità dell’ordine post-Dayton offrano agli attori esterni nuove opportunità di inserimento politico e diplomatico, contribuendo ad ampliare la competizione internazionale nella regione.

I rapporti tra Israele e la Republika Srpska si sviluppano all’interno di un contesto regionale nel quale la Serbia rappresenta il principale interlocutore di Tel Aviv nei Balcani occidentali. Comprendere l’evoluzione della cooperazione israelo-serba risulta pertanto indispensabile per valutare il significato e la portata del progressivo avvicinamento tra Israele e la dirigenza di Banja Luka. A questo tema sarà dedicato il capitolo successivo.

 

La cooperazione tra Israele e Serbia: dalla convergenza diplomatica al partenariato strategico

La cooperazione tra Israele e Serbia affonda le proprie radici in un processo di progressivo riavvicinamento sviluppatosi nel corso dell’ultimo quindicennio, ma ha conosciuto una significativa accelerazione negli anni più recenti. Pur mantenendo una politica estera tradizionalmente orientata a preservare rapporti equilibrati con una pluralità di attori internazionali, Belgrado ha progressivamente intensificato il dialogo politico con Israele, attribuendo crescente rilievo alla cooperazione bilaterale in numerosi settori.[10]

Una tappa significativa di tale evoluzione è rappresentata dalla firma, nel maggio 2026, di un partenariato strategico tra i due Paesi, annunciato durante la visita a Gerusalemme del ministro degli Esteri serbo Marko Đurić. L’intesa ha confermato la volontà di consolidare ulteriormente le relazioni politiche e diplomatiche, ampliando al tempo stesso la cooperazione economica, tecnologica e nel settore della sicurezza.[11]

Parallelamente, la dimensione militare ha assunto un’importanza crescente. Nell’aprile 2026 il presidente serbo Aleksandar Vučić ha annunciato l’avvio di un programma congiunto per la produzione di droni da combattimento, destinato a rafforzare la cooperazione industriale tra le rispettive industrie della difesa. Tale iniziativa si inserisce in un quadro più ampio di intensificazione dei rapporti nel settore militare, confermato anche dall’aumento delle esportazioni serbe di armamenti verso Israele registrato dopo l’inizio della guerra nella Striscia di Gaza.[12]

L’approfondimento delle relazioni tra Belgrado e Tel Aviv non appare riconducibile esclusivamente a interessi economici o militari. Esso riflette anche una crescente convergenza politica su alcune questioni internazionali e la comune volontà di rafforzare il dialogo bilaterale in una fase caratterizzata da profondi mutamenti degli equilibri regionali. In questo contesto, la Serbia ha assunto un ruolo sempre più rilevante nella strategia diplomatica israeliana nei Balcani occidentali, mentre Israele rappresenta per Belgrado un interlocutore di crescente importanza sul piano politico e strategico.[13]

Il progressivo rafforzamento della cooperazione tra Israele e Serbia rappresenta soltanto uno degli aspetti della più ampia trasformazione geopolitica in atto nei Balcani occidentali. La regione costituisce infatti uno spazio nel quale gli interessi di numerosi attori esterni tendono sempre più frequentemente a sovrapporsi e a competere. Comprendere tale contesto risulta indispensabile per valutare il significato del riavvicinamento tra Tel Aviv, Belgrado e Banja Luka, tema cui sarà dedicato il capitolo successivo.

 

Le grandi potenze nei Balcani occidentali: una nuova competizione geopolitica

La presenza israeliana nei Balcani occidentali deve essere collocata all’interno di una competizione più ampia, nella quale attori esterni differenti cercano di influenzare gli orientamenti politici, economici e strategici della regione. Negli ultimi anni, infatti, i Balcani occidentali sono divenuti uno spazio sempre più conteso tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, da un lato, e potenze quali Russia, Turchia e Cina, dall’altro. Tale pluralizzazione delle influenze ha progressivamente indebolito l’idea che l’integrazione euro-atlantica costituisca l’unico orizzonte possibile per gli Stati della regione.[14]

Gli Stati Uniti conservano un ruolo particolare, derivante dal contributo decisivo fornito alla conclusione della guerra di Bosnia e alla definizione dell’assetto di Dayton. La presenza statunitense ha continuato a fondarsi sulla difesa dell’integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina, sul sostegno alla cooperazione regionale e sul contenimento delle iniziative suscettibili di compromettere l’equilibrio raggiunto nel 1995. Tale influenza, pur meno visibile rispetto alla fase immediatamente successiva al conflitto, rimane una componente essenziale dell’ordine politico balcanico.[15]

L’Unione Europea continua a rappresentare il principale riferimento economico e istituzionale per i Balcani occidentali. Tuttavia, il rallentamento del processo di allargamento e le differenti posizioni espresse dagli Stati membri hanno contribuito a ridurre la capacità di Bruxelles di esercitare un’influenza esclusiva sulla regione. Tale evoluzione ha favorito l’emergere di un contesto sempre più competitivo, nel quale gli attori balcanici hanno ampliato i propri rapporti con una pluralità di potenze esterne.[16]

La Federazione Russa ha sfruttato tali contraddizioni sviluppando una forma di influenza fondata meno sulla capacità economica che sulla prossimità politica, culturale e identitaria con alcuni settori delle società balcaniche. I rapporti con la Serbia e con la Republika Srpska rappresentano gli strumenti principali di questa presenza. Mosca sostiene una lettura rigorosamente autonomistica degli Accordi di Dayton, contesta la legittimità delle decisioni assunte dall’Alto rappresentante e presenta la propria azione come una difesa della sovranità contro l’ingerenza occidentale. L’influenza russa opera pertanto non soltanto attraverso i rapporti intergovernativi, ma anche mediante simboli, narrazioni storiche, mezzi di informazione e legami religiosi.[17]

La Turchia segue una strategia differente. La sua presenza combina diplomazia, investimenti, cooperazione economica, iniziative culturali e valorizzazione dell’eredità ottomana. Sebbene i rapporti con la componente bosgnacca occupino una posizione centrale, Ankara ha cercato di mantenere relazioni anche con Belgrado e con altri governi della regione, presentandosi come una potenza capace di dialogare con le diverse parti. Gli studi più recenti mostrano tuttavia come l’influenza turca in Bosnia-Erzegovina sia più articolata di quanto suggerisca la sola vicinanza religiosa e dipenda dall’interazione tra strumenti politici, economici, culturali e mediatici.[18]

Anche la Cina ha acquisito un peso crescente, soprattutto attraverso infrastrutture, finanziamenti e cooperazione industriale. La sua presenza non è direttamente connessa alle fratture identitarie della Bosnia-Erzegovina, ma contribuisce a offrire ai governi balcanici nuove possibilità di diversificazione economica e diplomatica. Ne deriva una maggiore capacità degli attori locali di muoversi tra più centri di potere, evitando un allineamento esclusivo e utilizzando la competizione esterna per accrescere il proprio margine negoziale.[19]

Israele si inserisce in questo quadro con strumenti e obiettivi differenti. Il suo peso economico e politico nei Balcani non è paragonabile a quello dell’Unione Europea, degli Stati Uniti o della Russia; tuttavia, la cooperazione con la Serbia e i rapporti con la Republika Srpska gli consentono di acquisire una presenza mirata in un’area attraversata da forti rivalità internazionali. L’importanza dell’iniziativa israeliana non risiede quindi nella capacità di sostituire le potenze già presenti, ma nella possibilità di inserirsi selettivamente nelle divisioni esistenti, rafforzando alcuni attori locali e ottenendo in cambio appoggi politici, cooperazione militare e nuovi canali diplomatici.

La moltiplicazione delle presenze esterne accentua il carattere policentrico dei Balcani occidentali. Gli attori regionali non si limitano a subire le pressioni delle potenze, ma cercano di utilizzarle per ampliare la propria autonomia, ottenere risorse e rafforzare la propria posizione interna. In tale prospettiva, il rapporto tra Israele, Serbia e Republika Srpska rappresenta una manifestazione particolare di un fenomeno più generale: la progressiva trasformazione delle fratture dell’ordine post-Dayton in strumenti di negoziazione all’interno della competizione internazionale. È quindi necessario interrogarsi sulle conseguenze di questa dinamica per la tenuta della Bosnia-Erzegovina e per la stabilità dell’assetto costruito nel 1995.

 

Conclusioni

L’analisi sviluppata nel presente contributo consente di formulare alcune considerazioni di carattere generale sull’evoluzione degli equilibri nei Balcani occidentali. Il progressivo rafforzamento dei rapporti tra Israele, Serbia e Republika Srpska evidenzia come le persistenti fragilità dell’assetto delineato dagli Accordi di Dayton continuino a offrire spazi di intervento e di influenza a una pluralità di attori esterni, confermando il carattere aperto e dinamico della competizione geopolitica nella regione.

L’analisi condotta ha evidenziato come la Republika Srpska persegua da tempo una strategia volta ad ampliare il proprio spazio di manovra internazionale attraverso la costruzione di rapporti diretti con governi stranieri, mentre Israele, nel quadro della propria politica estera, ha individuato nei Balcani occidentali un’area nella quale consolidare relazioni politiche e strategiche con interlocutori disponibili a sviluppare forme di cooperazione sempre più articolate. La Serbia rappresenta il principale punto d’incontro di queste due dinamiche, costituendo il fulcro del progressivo avvicinamento tra Tel Aviv e il mondo politico serbo.

Tale evoluzione non modifica di per sé gli equilibri fondamentali della Bosnia-Erzegovina né mette in discussione l’assetto giuridico definito a Dayton. Essa testimonia tuttavia la crescente internazionalizzazione delle tensioni che continuano ad attraversare il Paese e conferma come le dinamiche interne bosniache siano sempre più influenzate dalla competizione tra potenze esterne.

In questo senso, il caso dei rapporti tra Israele, Serbia e Republika Srpska assume un significato che trascende il contesto balcanico. Esso mostra come, nell’attuale fase del sistema internazionale, anche aree considerate periferiche possano tornare a occupare una posizione rilevante nelle strategie di attori regionali e globali. I Balcani occidentali si confermano così uno spazio nel quale interessi locali e competizione geopolitica internazionale tendono a sovrapporsi, rendendo sempre più difficile distinguere le dinamiche interne da quelle esterne.

Più che segnare la nascita di un nuovo equilibrio regionale, il rafforzamento dei rapporti tra Israele, Serbia e Republika Srpska rappresenta quindi un ulteriore indicatore della progressiva trasformazione dell’ordine post-Dayton. A quasi trent’anni dalla conclusione della guerra di Bosnia-Erzegovina, la stabilità della regione continua infatti a dipendere non soltanto dai rapporti tra gli attori locali, ma anche dall’evoluzione della competizione internazionale che si sviluppa intorno ad essi.


NOTE

[1] Mersiha Gadzo, Israel finds new breakaway allies in Bosnia’s Serbs, Middle East Eye, 29 giugno 2026.

[2] General Framework Agreement for Peace in Bosnia and Herzegovina, Parigi, 14 dicembre 1995.

[3] Constitution of Bosnia and Herzegovina, Allegato IV del General Framework Agreement for Peace in Bosnia and Herzegovina, 14 dicembre 1995.

[4] Ivi.

[5] Florian Bieber, Post-War Bosnia. Ethnicity, Inequality and Public Sector Governance, Palgrave Macmillan, Basingstoke, 2006.

[6] Peace Implementation Council, Bonn Conclusions, Bonn, 9-10 dicembre 1997.

[7] Presidenza della Bosnia-Erzegovina, Serb member of the Presidency of Bosnia and Herzegovina Željka Cvijanović met with the Prime Minister of the State of Israel Benjamin Netanyahu, 22 giugno 2026.

[8] Presidenza della Bosnia-Erzegovina, Serb member of the Presidency of Bosnia and Herzegovina Željka Cvijanović met with President Isaac Herzog, 21 giugno 2026; Presidenza della Bosnia-Erzegovina, Željka Cvijanović met with Knesset Speaker Amir Ohana, 22 giugno 2026.

[9] Presidenza della Bosnia-Erzegovina, Serb member of the Presidency of Bosnia and Herzegovina Željka Cvijanović met with the Prime Minister of the State of Israel Benjamin Netanyahu, cit.; RTRS, Cvijanović nakon sastanka sa Netanijahuom: Političko razumijevanje na visokom nivou, nastavljamo redovne konsultacije, 22 giugno 2026.

[10] Vuk Vuksanović, dichiarazioni riportate in Gadzo, Israel finds new breakaway allies, cit.

[11] Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Serbia, Strategic Partnership between the Republic of Serbia and the State of Israel, maggio 2026.

[12] Reuters, Serbia and Israel to jointly manufacture combat drones, Vucic says, 14 aprile 2026.

[13] Mersiha Gadzo, Israel finds new breakaway allies, cit.

[14] Davor Jaćimović et al., The Western Balkans and Geopolitics: Leveraging the European Union and China, Journal of Balkan and Near Eastern Studies, vol. 25, n. 4, 2023, pp. 626-643.

[15] Ivo H. Daalder, Michael E. O’Hanlon, The United States in the Balkans: There to Stay, The Washington Quarterly, vol. 23, n. 4, 2000, pp. 157-170; Ivo H. Daalder, Getting to Dayton: The Making of America’s Bosnia Policy, Brookings Institution Press, Washington, 2000.

[16] Florian Bieber, The Stabilitocracy Trap: How the EU Enables Autocratization in Its Neighborhood, European Politics and Society, 2026; Nicole Scicluna, Pushing the EU’s Boundaries: Enlargement and Foreign Policy Actorness in a Geopolitical Age, Journal of Common Market Studies, vol. 61, n. 6, 2023, pp. 1479-1496.

[17] Alessandro Cuppuleri, The Multidimensional Soft Power of Illiberal States: Russia in the Western Balkans, Nationalities Papers, vol. 52, n. 5, 2024, pp. 1095-1115.

[18] Senem Aydın-Düzgit, Turkish Foreign Policy in the Western Balkans, in İbrahim Kalın, Ali Resul Usul (a cura di), Turkey–West Relations: The Politics of Intra-Alliance Opposition, Cambridge University Press, Cambridge, 2019, pp. 31-55; Adnan Huskić, Measuring Turkey’s Contemporary Influence in Bosnia and Herzegovina, Southeast European and Black Sea Studies, vol. 22, n. 2, 2022, pp. 261-281; Başak Alpan, Turkish Foreign Policy in the Balkans amidst “Soft Power” and “De-Europeanisation”, Southeast European and Black Sea Studies, vol. 22, n. 2, 2022, pp. 181-202.

[19] Tena Prelec, The Vicious Circle of Corrosive Capital, Authoritarian Tendencies and State Capture in the Western Balkans, Journal of Regional Security, vol. 15, n. 2, 2020, pp. 167-198; Marilena E. Koppa, Turkey, Gulf States and Iran in the Western Balkans: More than the Islamic Factor?, Journal of Contemporary European Studies, vol. 29, n. 2, 2021, pp. 251-264.


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Gabriele Repaci collabora a partire dal 2009 con Eurasia. Rivista di Studi geopolitici. Giornalista pubblicista, analista e studioso del Vicino Oriente e del mondo musulmano, concentra le proprie analisi sulle dinamiche politiche, strategiche e culturali dell’area. Ha studiato la lingua araba e la lingua turca, affiancando alla formazione teorica una significativa esperienza sul campo. Nel corso degli anni ha collaborato con numerose riviste e piattaforme culturali e politiche, tra cui Diorama Letterario, Marxismo Oggi, Das Andere, il blog de Il Giornale, L’Intellettuale Dissidente, La Città Futura, Contropiano, InsideOver e La Luce News. Nel 2025 ha pubblicato il volume Siria, crocevia della storia per le Edizioni All’Insegna del Veltro, dedicato all’analisi storica e geopolitica del conflitto siriano nel più ampio contesto regionale.