Introduzione

La guerra contro l’Iran e il successivo memorandum tra Washington e Teheran stanno alimentando un dibattito sul futuro equilibrio del Vicino Oriente e sui rapporti di forza destinati a caratterizzare la regione nei prossimi anni. In tale quadro, accanto alle tradizionali preoccupazioni legate all’Iran, a Hezbollah e alle organizzazioni palestinesi armate, una parte della classe dirigente israeliana ha iniziato a osservare con crescente attenzione la Turchia. La ragione non risiede nell’emergere di una minaccia militare diretta, bensì nella progressiva affermazione di Ankara come una delle principali potenze regionali del Vicino Oriente.

Negli ultimi mesi sono emersi numerosi segnali che suggeriscono un mutamento della percezione israeliana nei confronti della Repubblica di Turchia. Naftali Bennett, ex primo ministro israeliano e oggi principale sfidante di Benjamin Netanyahu nelle elezioni del 2026, ha descritto la Turchia come una “nuova minaccia strategica” per Israele, sostenendo la necessità di impedire la formazione di un’alleanza regionale guidata da Ankara e lasciando intendere che, dopo il confronto con l’Iran, la crescente influenza turca potrebbe rappresentare una delle principali sfide strategiche per lo Stato ebraico[1]. Analogamente, Jonathan Pollard[2], figura vicina agli ambienti della destra nazionalista israeliana, ha ipotizzato che le future guerre dello Stato ebraico potrebbero coinvolgere proprio la Turchia e l’Egitto. Più recentemente, il ministro israeliano per gli Affari della Diaspora Amichai Chikli, esponente del Likud, ha descritto Turchia, Qatar e Pakistan come il nucleo di un nuovo “asse sunnita radicale”, sostenendo che l’influenza esercitata da Ankara sulla Siria rappresenti una minaccia più preoccupante dello stesso Iran nel contesto successivo alla guerra del 2026[3]. Parallelamente, media e analisti israeliani hanno manifestato crescente attenzione per il ruolo turco in Siria, per i rapporti di Ankara con Qatar e Pakistan e per la sua capacità di mantenere canali di comunicazione aperti con attori che Israele considera ostili.

Naturalmente, tali dichiarazioni non devono essere interpretate come la prova dell’esistenza di un progetto israeliano volto a un confronto militare con la Turchia. Una guerra tra i due Paesi appare, allo stato attuale, uno scenario remoto. Esse risultano tuttavia significative perché riflettono l’emergere di una nuova sensibilità strategica all’interno di una parte della classe dirigente israeliana. La questione centrale non è quindi stabilire se Israele stia preparando un conflitto contro Ankara, bensì comprendere perché la Turchia venga sempre più spesso percepita come un potenziale concorrente regionale di lungo periodo.

Questo saggio si propone di analizzare le origini e le implicazioni di tale trasformazione. Attraverso l’esame dell’evoluzione dei rapporti turco-israeliani, del ruolo della Siria, delle nuove reti regionali costruite da Ankara e delle conseguenze della guerra contro l’Iran, si cercherà di comprendere se stia emergendo una forma di competizione geopolitica strutturale tra due potenze regionali portatrici di visioni differenti dell’ordine vicinorientale.

 

Dal partner problematico al potenziale rivale

Per comprendere perché una parte della classe dirigente israeliana abbia iniziato a guardare alla Turchia come a una possibile sfida strategica è necessario ricordare che, per gran parte della loro storia contemporanea, i rapporti tra Ankara e Tel Aviv sono stati caratterizzati più dalla cooperazione che dalla competizione.

La Turchia fu il primo Paese a maggioranza musulmana a riconoscere ufficialmente Israele nel 1949. Durante la Guerra fredda, pur attraversando fasi alterne, le relazioni tra i due Stati rimasero generalmente stabili grazie alla comune collocazione nel campo occidentale e alla convergenza di numerosi interessi strategici. Tale convergenza raggiunse il suo punto più elevato negli anni Novanta, quando i due Paesi svilupparono una stretta cooperazione militare e di intelligence. Israele divenne uno dei principali partner della modernizzazione delle forze armate turche, mentre Ankara rappresentava per Tel Aviv un interlocutore regionale di grande valore in un contesto caratterizzato dall’ostilità di numerosi Stati arabi.

La progressiva ascesa del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) guidato da Recep Tayyip Erdoğan modificò tuttavia questo equilibrio. Pur senza interrompere i rapporti economici e commerciali con Israele, le autorità turche iniziarono a sviluppare una politica estera più autonoma e progressivamente più critica nei confronti dello Stato ebraico. La questione palestinese assunse un ruolo crescente nel discorso pubblico turco, mentre le divergenze tra i due Paesi divennero sempre più evidenti.

La crisi raggiunse un primo punto di svolta nel 2009 durante il Forum economico mondiale di Davos, quando Erdoğan abbandonò polemicamente un dibattito con il presidente israeliano Shimon Peres. L’anno successivo l’incidente della Mavi Marmara, culminato con l’uccisione di dieci attivisti da parte delle forze israeliane durante l’abbordaggio della nave diretta verso Gaza, provocò una grave rottura diplomatica e segnò simbolicamente la fine della fase di cooperazione privilegiata tra i due Paesi.

Nonostante ciò, sarebbe errato interpretare il successivo deterioramento dei rapporti esclusivamente attraverso la lente della questione palestinese. Nel corso degli anni successivi Ankara e Tel Aviv hanno infatti continuato a mantenere importanti relazioni economiche e commerciali, tentando più volte di normalizzare i rapporti diplomatici. Ancora nel settembre 2023 Recep Tayyip Erdoğan e Benjamin Netanyahu si incontravano pubblicamente a New York nel tentativo di rilanciare il dialogo bilaterale. Tale processo si sarebbe però rapidamente arrestato dopo gli eventi del 7 ottobre e la successiva guerra nella Striscia di Gaza.

La crescente tensione tra i due Paesi non deriva tuttavia soltanto dalle divergenze politiche. Parallelamente al deterioramento delle relazioni diplomatiche, la Turchia ha conosciuto una profonda trasformazione della propria proiezione strategica. Negli ultimi due decenni Ankara è emersa come una delle principali potenze regionali del Vicino Oriente e del Mediterraneo allargato. La presenza militare in Siria, Iraq, Libia e Qatar, il crescente ruolo nel Caucaso meridionale, lo sviluppo di un’importante industria della difesa e la capacità di influenzare simultaneamente diversi teatri regionali hanno profondamente modificato il peso geopolitico del Paese.

È soprattutto questo cambiamento ad aver alterato il modo in cui la Turchia viene percepita da una parte della classe dirigente israeliana. Se negli anni Novanta Ankara era considerata un prezioso partner regionale, oggi essa appare sempre più come un attore autonomo dotato di ambizioni proprie e capace di influenzare gli equilibri del Levante, della Siria e del mondo sunnita. La questione non riguarda quindi soltanto il deterioramento dei rapporti bilaterali, ma la trasformazione della Turchia in una potenza regionale il cui peso strategico viene ormai osservato con crescente attenzione anche a Tel Aviv.

 

Il dopo-Iran e la nascita di una nuova percezione

La guerra contro l’Iran e il successivo memorandum tra Washington e Teheran sembrano destinati ad avere conseguenze che vanno oltre il semplice rapporto tra i due Paesi. Sebbene sia ancora presto per valutare pienamente gli effetti di questo processo, il conflitto ha già contribuito ad aprire una riflessione più ampia sul futuro equilibrio del Vicino Oriente e sui possibili assetti del cosiddetto “dopo-Iran”.

Come già osservato, per oltre due decenni la minaccia iraniana ha occupato una posizione centrale nelle valutazioni strategiche israeliane. Il programma nucleare di Teheran, il sostegno a Hezbollah e alle organizzazioni palestinesi armate, nonché la presenza iraniana in Siria e in altri teatri regionali hanno rappresentato il principale punto di riferimento della politica di sicurezza dello Stato ebraico. La guerra del 2026 non ha eliminato tali fattori, ma ha contribuito a porre una questione differente: quale sarà il principale elemento di trasformazione degli equilibri vicinorientali nei prossimi anni?

È in questo contesto che devono essere lette le dichiarazioni di Naftali Bennett e Jonathan Pollard richiamate nell’introduzione. Più che annunciare un imminente confronto tra Israele e Turchia, esse sembrano riflettere una crescente attenzione verso l’espansione dell’influenza turca nella regione. Ciò che appare significativo non è tanto il contenuto delle singole affermazioni quanto il fatto che esse provengano da ambienti politici, mediatici e strategici differenti e convergano attorno a una medesima preoccupazione: la possibilità che Ankara stia emergendo come uno dei principali attori del nuovo ordine regionale.

A differenza dell’Iran, la Turchia non può essere facilmente collocata nella categoria degli avversari tradizionali di Israele. Membro della NATO, partner economico dell’Occidente e attore pienamente inserito nell’economia globale, Ankara dispone al tempo stesso di una crescente autonomia strategica e di una capacità di proiezione regionale che pochi altri Paesi del Vicino Oriente possono vantare. Proprio questa combinazione contribuisce a spiegare la crescente attenzione che Ankara suscita in una parte dei vertici politici e militari israeliani.

Da questo punto di vista, le preoccupazioni relative ai rapporti tra Ankara, Doha, Islamabad e le nuove autorità siriane non devono essere interpretate come il timore di una coalizione militare imminente, bensì come il riflesso di una più ampia inquietudine nei confronti della crescente capacità turca di costruire reti di influenza regionali. Esse riflettono piuttosto il timore che la Turchia possa consolidare una posizione di influenza politica, diplomatica ed economica capace di incidere sugli equilibri del Levante e, più in generale, del mondo sunnita.

Ciò non significa che la Turchia abbia sostituito l’Iran come principale minaccia percepita da Israele. Né vi sono elementi che suggeriscano l’esistenza di preparativi per un confronto militare diretto tra i due Paesi. Le dichiarazioni emerse negli ultimi mesi sembrano tuttavia indicare l’affermarsi di una nuova domanda strategica: se la questione iraniana dovesse entrare in una fase relativamente più gestibile, quale ruolo potrebbe assumere una Turchia sempre più influente negli equilibri vicinorientali?

La risposta a tale interrogativo conduce inevitabilmente al dossier che più di ogni altro sembra alimentare le preoccupazioni israeliane: la Siria. È infatti sul territorio siriano che l’espansione dell’influenza turca appare oggi più evidente e dove la competizione tra Ankara e Tel Aviv rischia di assumere contorni sempre più concreti.

 

La Siria come centro della competizione

Se la crescente attenzione israeliana verso la Turchia trova oggi un terreno concreto, esso va ricercato soprattutto in Siria. È qui che l’espansione dell’influenza turca appare più visibile ed è qui che gli interessi strategici di Ankara e Tel Aviv sembrano entrare sempre più frequentemente in contatto e, talvolta, in contraddizione.

Per oltre un decennio la Siria è stata il principale teatro della competizione indiretta tra Israele e Iran. La presenza di consiglieri militari iraniani, di milizie sciite sostenute da Teheran e il ruolo di Hezbollah hanno alimentato una campagna militare israeliana protrattasi per anni e volta a impedire il consolidamento di una presenza iraniana permanente ai confini dello Stato ebraico. In questa fase, la Turchia occupava una posizione differente. Pur sostenendo fazioni ostili al governo di Damasco e perseguendo obiettivi propri nel nord del Paese, Ankara non veniva generalmente considerata il principale problema strategico israeliano.

La situazione appare oggi diversa. La caduta di Bashar al-Assad e la conseguente trasformazione del quadro politico e strategico siriano hanno accresciuto il peso della Turchia nel Paese. L’influenza esercitata da Ankara sulle nuove autorità di Damasco, i rapporti sviluppati con numerose forze politiche e militari siriane e la capacità di incidere sugli sviluppi della Siria hanno reso il ruolo turco oggetto di crescente attenzione da parte della classe dirigente israeliana.

Da questa prospettiva assumono particolare rilievo le preoccupazioni espresse da diversi commentatori e ambienti politici israeliani circa la possibilità che il nuovo assetto siriano possa progressivamente avvicinarsi all’orbita turca. Non si tratta semplicemente di una questione diplomatica. Per Israele, la presenza di un governo siriano fortemente influenzato da Ankara potrebbe tradursi nell’emergere di un interlocutore regionale dotato di maggiori capacità politiche, economiche e militari rispetto a quelle possedute dall’Iran nel teatro levantino.

Le dichiarazioni richiamate nei mesi successivi alla guerra contro l’Iran riflettono in parte questa preoccupazione. In particolare, il timore espresso da alcuni ambienti israeliani non riguarda tanto un’improbabile offensiva militare turca contro Israele quanto la prospettiva di vedere consolidarsi, lungo il fronte settentrionale, un sistema di relazioni politiche e strategiche nel quale la Turchia eserciti un’influenza crescente.

La questione assume una rilevanza ancora maggiore se si considera la presenza israeliana nelle aree siriane occupate dopo il crollo del precedente equilibrio regionale. In prospettiva, un eventuale rafforzamento dello Stato siriano sotto l’ombrello politico e diplomatico turco potrebbe tradursi in una crescente pressione internazionale e regionale affinché tali territori tornino sotto la sovranità di Damasco. È in questo contesto che devono essere lette le preoccupazioni espresse da quanti temono di ritrovarsi, direttamente o indirettamente, con «i turchi al confine».

Naturalmente, ciò non implica l’esistenza di uno scontro inevitabile tra Ankara e Tel Aviv. La Turchia continua a mantenere relazioni economiche significative con Israele e nessuno dei due Paesi sembra interessato ad aprire un confronto diretto. Tuttavia, la Siria rappresenta oggi il principale spazio geografico nel quale le rispettive ambizioni regionali tendono a sovrapporsi.

Per Ankara, la stabilizzazione della Siria costituisce una priorità strategica legata alla sicurezza dei confini, alla questione curda, ai flussi migratori e alla proiezione della propria influenza nel Levante. Per Israele, invece, la Siria continua a rappresentare una fondamentale profondità strategica e un elemento centrale della propria sicurezza nazionale. È proprio l’intersezione tra queste due visioni che contribuisce a spiegare perché il dossier siriano occupi una posizione sempre più importante nelle riflessioni israeliane sulla Turchia.

Non sorprende quindi che gran parte delle preoccupazioni emerse negli ultimi mesi riguardino non tanto il Mediterraneo orientale, il Golfo o il Caucaso, quanto gli sviluppi del teatro siriano. È qui, più che altrove, che la crescente influenza turca viene osservata con attenzione da Israele. Ed è sempre qui che potrebbe prendere forma la dimensione più concreta della competizione geopolitica tra i due Paesi.

 

La rete regionale di Ankara

Se la Siria rappresenta il principale terreno sul quale si manifesta la crescente influenza turca nel Levante, essa costituisce soltanto uno degli elementi di una proiezione regionale molto più ampia. Una parte delle preoccupazioni emerse negli ambienti politici e strategici israeliani deriva infatti dalla capacità di Ankara di costruire e mantenere relazioni con una pluralità di attori che operano in spazi geografici differenti ma sempre più interconnessi.

Negli ultimi due decenni la politica estera turca ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione ben oltre i confini tradizionali della Repubblica. Dalla penisola arabica al Caucaso, dall’Africa orientale all’Asia centrale, la Turchia ha sviluppato una rete di relazioni politiche, economiche e militari che le consente oggi di esercitare un’influenza difficilmente paragonabile a quella posseduta all’inizio del XXI secolo.

Particolarmente significativa appare la profondità dei rapporti costruiti con il Qatar, divenuto uno dei principali partner regionali di Ankara. La cooperazione economica, politica e militare tra i due Paesi si è consolidata nel corso degli anni fino a trasformarsi in uno dei pilastri della presenza turca nel Golfo. Allo stesso tempo, la Turchia ha rafforzato la propria cooperazione con il Pakistan, interlocutore di crescente importanza sia sul piano militare sia su quello diplomatico.

È proprio questa rete di rapporti ad aver attirato l’attenzione di alcuni esponenti della classe dirigente israeliana. Negli ultimi mesi, infatti, diversi osservatori hanno manifestato preoccupazione per la possibilità che Ankara riesca a coordinare, anche informalmente, una serie di attori regionali accomunati da una crescente insoddisfazione nei confronti dell’ordine vicinorientale emerso negli ultimi anni. In questo contesto si inseriscono le frequenti allusioni a un possibile asse tra Turchia, Qatar e Pakistan, formula che non descrive l’esistenza di un’alleanza formale ma che riflette il timore di una crescente convergenza politica tra questi Paesi su alcune delle principali questioni regionali.

A differenza di quanto avvenuto durante la Guerra fredda o nei primi anni successivi alla fine del bipolarismo, la Turchia contemporanea non appare tuttavia interessata a costruire blocchi rigidamente contrapposti. La sua politica estera si caratterizza piuttosto per una notevole flessibilità e per la capacità di mantenere rapporti con attori spesso rivali tra loro. Ankara continua infatti a essere membro della NATO, mantiene relazioni economiche significative con l’Occidente, dialoga con la Russia, conserva canali aperti con l’Iran e coltiva rapporti con numerosi attori del mondo arabo.

Questa capacità di dialogare simultaneamente con soggetti differenti rappresenta uno degli elementi che maggiormente distinguono la Turchia da altre potenze regionali. Mentre l’Iran è tradizionalmente associato a una rete di alleanze relativamente definita e Israele si colloca stabilmente all’interno del sistema occidentale, Ankara tende a privilegiare un approccio più pragmatico e meno vincolato da appartenenze ideologiche rigide. Tale caratteristica le consente di esercitare una funzione di mediazione in alcune crisi regionali e, al tempo stesso, di preservare margini di manovra difficilmente accessibili ad altri attori.

Anche per questo motivo risulta riduttivo interpretare la crescente attenzione israeliana verso la Turchia come il semplice prodotto delle tensioni bilaterali generate dalla guerra di Gaza. Ciò che sembra suscitare inquietudine in una parte della classe dirigente israeliana è soprattutto la possibilità che Ankara diventi il principale punto di raccordo di una serie di dinamiche regionali che attraversano il Levante, il Golfo, il Caucaso e l’Asia meridionale.

Da questa prospettiva, il problema non consiste tanto nell’esistenza di una coalizione ostile a Israele quanto nella progressiva centralità acquisita dalla Turchia all’interno del sistema vicinorientale. Più aumenta il numero di dossier regionali nei quali Ankara svolge un ruolo significativo, maggiore diventa infatti la sua capacità di incidere sugli equilibri politici e strategici dell’area.

È proprio questa crescente centralità che contribuisce a spiegare perché la Turchia venga osservata con attenzione da una parte della classe dirigente israeliana. Una percezione destinata ad accentuarsi ulteriormente quando la proiezione regionale turca si intreccia con uno dei dossier più sensibili per la sicurezza israeliana: il Libano e il futuro di Hezbollah.

 

Hezbollah, Libano e la politica del bilanciamento turco

Se la Siria rappresenta il principale terreno della crescente competizione geopolitica tra Turchia e Israele, il Libano costituisce uno dei contesti nei quali tale dinamica appare con maggiore chiarezza. Negli ultimi mesi, infatti, una parte del dibattito israeliano sulla Turchia si è intrecciata con la questione del futuro di Hezbollah e con il ruolo che Ankara potrebbe svolgere negli equilibri politici libanesi.

La discussione ha acquisito particolare visibilità dopo alcune dichiarazioni di Ali Fayyad, deputato di Hezbollah al Parlamento libanese, secondo cui delegazioni del movimento avrebbero ricevuto rassicurazioni da parte turca circa il sostegno al mantenimento del ruolo di Hezbollah in Libano e l’assenza di intenzioni ostili da parte delle nuove autorità siriane.[4]

Tali affermazioni devono essere considerate con prudenza. Non esistono infatti elementi indipendenti che consentano di verificarne integralmente il contenuto e diversi osservatori hanno sottolineato come Hezbollah possa avere interesse a presentare la Turchia come più vicina alle proprie posizioni di quanto non sia realmente. In una fase caratterizzata da forti pressioni regionali, il movimento sciita ha evidenti incentivi a dimostrare di non essere isolato sul piano diplomatico.

Questa interpretazione è stata sostenuta anche dall’analista turco Burak Can Çelik, secondo il quale la politica estera di Ankara continua a essere caratterizzata dal mantenimento di canali di comunicazione aperti con una pluralità di attori regionali, inclusi soggetti con i quali non esiste alcuna convergenza strategica. Secondo tale lettura, il dialogo con Hezbollah non costituirebbe il segnale di un allineamento politico, bensì l’espressione di una più ampia strategia volta a preservare margini di mediazione e influenza all’interno del sistema vicinorientale.[5]

Proprio questa capacità di dialogo rappresenta uno degli aspetti che suscitano maggiore attenzione in Israele. Per alcuni settori politici e strategici israeliani, infatti, il problema non risiede tanto nell’esistenza di rapporti diretti tra Ankara e Hezbollah quanto nella possibilità che la Turchia si opponga a un progetto di marginalizzazione o neutralizzazione completa del movimento sciita all’interno del sistema politico libanese.

In questo senso, le dichiarazioni attribuite a esponenti di Hezbollah e le reazioni suscitate nella stampa israeliana assumono un significato che va oltre il caso specifico. Esse riflettono due narrazioni differenti ma in parte convergenti. Da un lato Hezbollah ha interesse a mostrare di disporre ancora di interlocutori regionali influenti; dall’altro alcuni ambienti israeliani tendono a interpretare ogni apertura turca verso attori ostili a Israele come un’ulteriore prova dell’ascesa geopolitica di Ankara.

Ciò non significa che stia emergendo un asse tra Turchia e Hezbollah. Una simile interpretazione appare eccessiva e non trova riscontri sufficienti nei comportamenti concreti della politica estera turca. Più plausibilmente, ci si trova di fronte alla prosecuzione della tradizionale strategia di bilanciamento perseguita da Ankara, fondata sulla ricerca di rapporti con una pluralità di soggetti e sulla volontà di evitare un allineamento rigido a uno specifico blocco regionale.

Paradossalmente, è proprio questa autonomia a contribuire all’accresciuta attenzione israeliana verso la Turchia. Quanto più Ankara dimostra di poter dialogare simultaneamente con attori diversi e talvolta contrapposti, tanto più essa appare come un centro autonomo di influenza all’interno del Vicino Oriente. Una dinamica che ha trovato ulteriore conferma durante la guerra contro l’Iran, dalla quale la Turchia sembra essere uscita in una posizione relativamente favorevole.

 

La Turchia esce rafforzata dalla guerra

Se il ruolo regionale della Turchia viene osservato con crescente attenzione in Israele, ciò dipende anche dagli effetti che la guerra contro l’Iran sembra aver prodotto sugli equilibri regionali. Mentre il conflitto ha imposto costi significativi a numerosi attori del Vicino Oriente, Ankara è riuscita nel complesso ad attraversare la crisi senza subire danni strategici rilevanti, consolidando anzi alcuni aspetti della propria posizione regionale.[6]

All’inizio della guerra, le principali preoccupazioni turche riguardavano soprattutto il rischio di una destabilizzazione dell’Iran. Le autorità di Ankara temevano sia un possibile afflusso di rifugiati lungo il confine orientale sia l’eventualità che gruppi curdi iraniani potessero essere utilizzati come strumento di pressione contro Teheran, con possibili ripercussioni anche sulla questione curda in Turchia. Tali timori non si sono tuttavia concretizzati. Lo Stato iraniano, pur sottoposto a forti pressioni militari ed economiche, ha mantenuto la propria capacità di controllo del territorio e non si è verificato alcun processo di frammentazione paragonabile a quelli osservati in altri teatri regionali.

Parallelamente, Ankara è riuscita a mantenere aperti i canali di comunicazione sia con Washington sia con Teheran. Secondo diverse ricostruzioni, la diplomazia turca ha svolto un ruolo non trascurabile nel contesto delle iniziative che hanno portato al memorandum tra Stati Uniti e Iran e alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Pur non essendo stata protagonista dei negoziati, la Turchia ha confermato la propria capacità di dialogare contemporaneamente con attori che si trovavano su fronti opposti del conflitto.

Un altro effetto inatteso della guerra ha riguardato la posizione della Turchia all’interno della NATO. Gli attacchi missilistici iraniani contro installazioni utilizzate dalle forze statunitensi sul territorio turco avrebbero potuto provocare una grave crisi tra Ankara e Teheran. In realtà, la limitata intensità degli attacchi e l’assenza di vittime civili hanno impedito un inasprimento della crisi tra Ankara e Teheran. Al tempo stesso, Stati Uniti, Germania e Italia hanno rafforzato la cooperazione con la Turchia attraverso il dispiegamento di ulteriori sistemi di difesa antimissile, contribuendo indirettamente a rafforzarne la posizione all’interno dell’Alleanza Atlantica.

Anche sul piano economico e militare la crisi ha prodotto effetti favorevoli ad Ankara. La vulnerabilità mostrata da diversi Paesi del Golfo durante il conflitto ha aumentato l’interesse verso l’industria della difesa turca, che negli ultimi anni ha conosciuto una notevole espansione. Qatar, Kuwait e Arabia Saudita hanno rafforzato la cooperazione con Ankara nel settore della sicurezza, consolidando ulteriormente la presenza turca in una regione che tradizionalmente rappresentava uno spazio d’influenza di altre potenze.

La guerra ha inoltre offerto alla Turchia l’opportunità di rilanciare la propria ambizione di diventare uno dei principali nodi energetici e logistici del Vicino Oriente. Progetti come il potenziamento dei collegamenti tra il Golfo e il Mediterraneo, l’estensione dell’oleodotto Iraq-Turchia fino a Bassora e la prospettiva di nuove infrastrutture energetiche hanno acquisito nuova rilevanza nel contesto di un sistema regionale alla ricerca di rotte alternative e maggiore sicurezza nelle forniture.

Naturalmente, il conflitto non è stato privo di costi. L’aumento dei prezzi dell’energia ha pesato sull’economia turca e ha complicato gli sforzi del governo per contenere l’inflazione. Tuttavia, nel bilancio complessivo della crisi, i vantaggi strategici ottenuti da Ankara sembrano aver superato gli effetti negativi.

È proprio questo elemento che merita attenzione. Mentre la guerra era stata concepita da molti osservatori come un confronto destinato a ridefinire soprattutto il rapporto tra Stati Uniti, Israele e Iran, uno dei suoi effetti indiretti potrebbe essere stato il rafforzamento della posizione turca nel sistema vicinorientale. Non sorprende quindi che, parallelamente alla riflessione israeliana sul “dopo-Iran”, sia cresciuta anche l’attenzione verso un attore che dalla crisi sembra essere uscito con una maggiore capacità di influenza regionale.

In questo senso, la questione turca non riguarda soltanto le dichiarazioni di alcuni esponenti politici israeliani. Essa riflette una trasformazione più ampia degli equilibri del Vicino Oriente, all’interno della quale Ankara appare sempre più come uno dei principali centri di potere della regione. Proprio per questo motivo, il dibattito sulla Turchia non può essere ridotto alla dimensione bilaterale dei rapporti con Israele, ma deve essere inserito nel quadro più ampio della competizione per la definizione del futuro ordine vicinorientale.

 

Una nuova guerra fredda regionale?

Le dinamiche analizzate nelle pagine precedenti suggeriscono l’emergere di una trasformazione più profonda degli equilibri del Vicino Oriente. La questione non riguarda soltanto il deterioramento dei rapporti tra Israele e Turchia né può essere ridotta alle polemiche suscitate dalla guerra di Gaza o alle tensioni legate alla crisi siriana. Ciò che sembra delinearsi è piuttosto una crescente competizione tra due attori che aspirano, in forme diverse, a influenzare il futuro assetto della regione.

Israele e Turchia occupano infatti posizioni peculiari all’interno del sistema vicinorientale. Entrambi dispongono di forze armate moderne, di economie relativamente sviluppate rispetto al contesto regionale e di una significativa capacità di proiezione politica e diplomatica. Al tempo stesso, i due Paesi tendono sempre più spesso a formulare letture differenti delle principali questioni regionali e a sostenere interlocutori diversi nei vari teatri di crisi.

In tale contesto, la crescente attenzione riservata alla Turchia da una parte della classe dirigente israeliana appare meno sorprendente. Non perché Ankara rappresenti una minaccia militare immediata, ma perché il suo peso politico, economico e diplomatico continua ad aumentare in numerosi dossier considerati rilevanti per la sicurezza israeliana.

Sarebbe tuttavia prematuro interpretare questa dinamica come il preludio di un confronto diretto. Le relazioni economiche tra i due Paesi continuano a esistere, entrambi mantengono importanti legami con l’Occidente e nessuno dei due governi sembra avere interesse ad aprire un conflitto che produrrebbe costi enormi e benefici incerti.

Più plausibilmente, il rapporto tra Israele e Turchia potrebbe assumere caratteristiche simili a quelle di una competizione geopolitica di lungo periodo. Una competizione combattuta attraverso l’influenza diplomatica, il sostegno a differenti assetti regionali, la costruzione di reti di cooperazione e la capacità di attrarre partner e interlocutori. In altre parole, una forma di rivalità che si manifesta soprattutto sul terreno politico e strategico piuttosto che su quello militare.

Alla domanda posta dal titolo di questo articolo occorre quindi rispondere con prudenza. Allo stato attuale non vi sono elementi sufficienti per affermare che la Turchia sia realmente «nel mirino» di Israele nel senso militare del termine. Vi sono però numerosi indizi che suggeriscono come Ankara sia entrata stabilmente nel radar strategico di una parte significativa della classe dirigente israeliana. Non come nemico immediato, ma come possibile concorrente regionale nel processo di ridefinizione dell’ordine vicinorientale successivo alla guerra contro l’Iran.


NOTE

[1] Former Israeli PM Bennett issues veiled threats toward Türkiye: ‘After Iran, we won’t stay idle'”, Yeni Şafak, 11 marzo 2026.

[2] Israeli spy Jonathan Pollard suggests Egypt and Turkey are next targets for war”, Middle East Eye, 28 maggio 2026.

[3] Nadav Rapaport, Israel “will be at war with Syria sooner or later”, says Likud minister, Middle East Eye, 18 giugno 2026.

[4] Danielle Greyman-Kennard, Hezbollah MP claims delegations to Turkey promised to “support the resistance” in Lebanon, Jerusalem Post, 17 giugno 2026.

[5] Ibid.

[6] Ragıp Soylu, Turkey emerges unscathed from the Iran war, Middle East Eye, 17 giugno 2026.


Questo articolo è coperto da ©Copyright, per cui ne è vietata la riproduzione parziale o integrale. Per maggiori informazioni sull'informativa in relazione al diritto d'autore del sito visita Questa pagina.


 

Avatar photo
Gabriele Repaci collabora a partire dal 2009 con Eurasia. Rivista di Studi geopolitici. Giornalista pubblicista, analista e studioso del Vicino Oriente e del mondo musulmano, concentra le proprie analisi sulle dinamiche politiche, strategiche e culturali dell’area. Ha studiato la lingua araba e la lingua turca, affiancando alla formazione teorica una significativa esperienza sul campo. Nel corso degli anni ha collaborato con numerose riviste e piattaforme culturali e politiche, tra cui Diorama Letterario, Marxismo Oggi, Das Andere, il blog de Il Giornale, L’Intellettuale Dissidente, La Città Futura, Contropiano, InsideOver e La Luce News. Nel 2025 ha pubblicato il volume Siria, crocevia della storia per le Edizioni All’Insegna del Veltro, dedicato all’analisi storica e geopolitica del conflitto siriano nel più ampio contesto regionale.