Introduzione
Il 31 luglio 2026 la città autonoma spagnola di Ceuta è stata teatro della più grave crisi migratoria della sua storia recente. Nel corso di poche ore, decine di migliaia di persone hanno attraversato la frontiera che separa il Marocco dall’enclave spagnola, prevalentemente via mare. Secondo le prime stime diffuse dalle autorità spagnole e riprese dalle principali testate internazionali, gli ingressi hanno raggiunto circa 60.000 persone, mentre almeno 57 migranti hanno perso la vita durante la traversata.[1]
L’eccezionalità dell’evento non risiede soltanto nelle sue dimensioni. Ceuta costituisce infatti una delle frontiere terrestri più controllate dell’Unione europea. La rapidità con cui migliaia di persone sono riuscite a superarla ha immediatamente trasformato una crisi migratoria locale in una questione di rilievo europeo e internazionale. Nelle ore successive, il premier spagnolo Pedro Sánchez si è recato personalmente a Ceuta; l’Italia ha reintrodotto controlli sui collegamenti con la Spagna, la Commissione europea ha espresso sostegno a Madrid e le principali testate internazionali hanno dedicato ampio spazio all’accaduto.[2]
Fin dalle prime ore successive alla crisi, l’accaduto ha dato origine a un intenso dibattito politico, giornalistico e accademico sulle cause dell’improvviso attraversamento della frontiera di Ceuta. Governi, osservatori, studiosi e organi di stampa hanno formulato interpretazioni differenti, talvolta convergenti e talvolta profondamente divergenti, contribuendo ad alimentare un confronto tuttora aperto.
Il presente studio si articola in quattro capitoli. Il primo ricostruisce gli eventi che hanno caratterizzato la crisi di Ceuta del 31 luglio 2026 sulla base delle principali fonti giornalistiche e delle testimonianze disponibili, distinguendo la ricostruzione fattuale dalle successive interpretazioni dell’accaduto. Il secondo capitolo esamina criticamente le principali spiegazioni formulate nel dibattito politico, giornalistico e accademico, ricostruendone gli argomenti e i rispettivi elementi di sostegno. Il terzo presenta il quadro teorico elaborato dalla letteratura scientifica sull’impiego della migrazione come strumento di politica estera e di coercizione nelle relazioni internazionali, con particolare riferimento ai concetti di migration diplomacy e di coercive engineered migration. Il quarto capitolo applica tali categorie interpretative al caso di Ceuta, analizzando gli interessi dei principali attori coinvolti, il comportamento osservato lungo la frontiera marocchina e le analogie con altri casi di coercizione migratoria descritti dalla letteratura. Il saggio si conclude con una valutazione comparata delle diverse ipotesi formulate sulle cause della crisi, distinguendo costantemente tra fatti accertati, elementi indiziari e inferenze interpretative e precisando i limiti conoscitivi entro i quali tali ipotesi possono essere formulate.
La crisi di Ceuta
L’obiettivo di questo capitolo è ricostruire, sulla base delle fonti disponibili, gli eventi che hanno caratterizzato la crisi di Ceuta del 31 luglio 2026. In questa fase non verranno ancora esaminate le diverse spiegazioni proposte per interpretare l’accaduto, né saranno avanzate valutazioni sulle cause della crisi. Tali aspetti saranno affrontati nei capitoli successivi. Ciò che interessa, per il momento, è ricostruire con la maggiore precisione possibile la sequenza degli eventi e gli elementi fattuali documentati dalle autorità, dalle principali testate internazionali e dalle testimonianze raccolte sul terreno.
Nei giorni precedenti al 31 luglio la pressione migratoria lungo la frontiera tra il Marocco e la città autonoma di Ceuta era progressivamente aumentata. Secondo il Financial Times, circa 1.800 persone avevano raggiunto Ceuta nel corso della settimana precedente attraversando a nuoto il tratto di mare che separa il Marocco dall’enclave spagnola, sfruttando il frangiflutti del Tarajal e altri punti della costa ritenuti più accessibili. Parallelamente, sui social network e in numerosi gruppi Facebook frequentati da aspiranti migranti avevano iniziato a circolare mappe, indicazioni sulle correnti marine, fotografie del percorso e annunci per la vendita di pinne, mute e custodie impermeabili per telefoni cellulari. Un istruttore di nuoto marocchino ha inoltre raccontato al quotidiano britannico che diversi giovani si erano iscritti alle sue lezioni con l’obiettivo dichiarato di prepararsi alla traversata verso Ceuta.[3]
Fino alla sera del 30 luglio, tuttavia, nulla lasciava prevedere un attraversamento di massa delle dimensioni che si sarebbe verificato il giorno seguente. Come avrebbe successivamente riferito El País, anche il governo spagnolo è stato colto di sorpresa dalla rapidità con cui la situazione è precipitata.[4]
Nelle prime ore del 31 luglio migliaia di persone hanno iniziato a convergere verso la frontiera provenendo da diverse località del Marocco settentrionale. Secondo il Financial Times, molti hanno raggiunto la zona a piedi, altri in bicicletta, altri ancora a bordo di automobili, autobus e mezzi pesanti. Uno dei filmati raccolti dal quotidiano britannico mostra decine di persone scendere dal cassone di un camion a poca distanza dal confine mentre due gendarmi marocchini regolano il traffico senza intervenire nei loro confronti.[5]
Anziché dirigersi verso il posto di controllo del Tarajal, migliaia di persone si sono spostate lungo il litorale fino a raggiungere i punti da cui era possibile aggirare il frangiflutti o tuffarsi direttamente in mare. La traversata, sebbene relativamente breve in linea d’aria, è risultata particolarmente difficile a causa delle correnti e dell’elevatissimo numero di persone contemporaneamente in acqua. Molti migranti hanno utilizzato pinne e mute acquistate nei giorni precedenti, mentre altri hanno affrontato il mare senza alcuna attrezzatura.[6]
Parallelamente hanno iniziato a emergere le prime testimonianze sul comportamento delle forze di sicurezza marocchine. Diversi migranti intervistati dal New York Times hanno dichiarato che agenti della gendarmeria li avevano lasciati passare senza ostacolarli; alcuni hanno riferito di essere stati addirittura invitati a proseguire verso la frontiera. Altri hanno semplicemente raccontato di non aver incontrato alcun blocco significativo lungo il percorso verso il mare.[7]
Con il passare delle ore, tuttavia, la situazione è mutata. Reuters ha documentato il progressivo ripristino del dispositivo di sicurezza marocchino, con il dispiegamento di blindati, cannoni ad acqua e rinforzi della gendarmeria destinati a impedire nuovi attraversamenti e a disperdere le persone ancora concentrate nell’area di confine.[8] Nel frattempo, le autorità spagnole hanno iniziato a gestire l’afflusso straordinario di migranti, mentre il numero delle vittime della traversata continuava ad aumentare.
La sequenza degli eventi descritta dalle principali fonti internazionali costituisce il punto di partenza dell’analisi sviluppata nel presente studio. La temporanea permeabilità di una delle frontiere più controllate dell’Unione europea, il comportamento delle forze di sicurezza marocchine nelle diverse fasi della crisi e il rapido ripristino dei controlli rappresentano infatti gli elementi fattuali dai quali prende avvio il dibattito sulle cause dell’accaduto. Le principali spiegazioni formulate nelle ore successive saranno esaminate nel capitolo seguente.
Le principali interpretazioni della crisi
La ricostruzione degli eventi svolta nel capitolo precedente mette in evidenza una sequenza di fatti che ha dato luogo, fin dall’inizio, a interpretazioni profondamente differenti. Governi, forze politiche, studiosi, giornalisti e osservatori internazionali hanno proposto spiegazioni talvolta convergenti, talvolta radicalmente incompatibili tra loro. In alcuni casi l’attenzione si è concentrata sui fattori giuridici e migratori; in altri, sul comportamento delle autorità marocchine o sul più ampio contesto geopolitico nel quale la crisi si è sviluppata.
Lo scopo del presente capitolo è presentare le principali interpretazioni formulate nel dibattito politico, giornalistico e accademico sulle cause della crisi di Ceuta. Nei paragrafi che seguono verranno pertanto ricostruite le diverse spiegazioni avanzate per interpretare l’accaduto.
La prima interpretazione è quella sostenuta dal governo spagnolo. Secondo l’esecutivo guidato da Pedro Sánchez, la crisi sarebbe stata determinata principalmente dalla diffusione di informazioni ingannevoli da parte delle reti di trafficanti di esseri umani. Tali organizzazioni avrebbero sfruttato una recente decisione della Corte Suprema spagnola relativa ai respingimenti dei migranti giunti via mare, diffondendo la convinzione che l’ingresso a Ceuta avrebbe impedito il rimpatrio immediato e favorito il successivo trasferimento nella penisola iberica. Secondo questa ricostruzione, il rapido aumento degli attraversamenti sarebbe stato determinato principalmente dall’effetto combinato della disinformazione e delle aspettative generate tra i potenziali migranti.[9]
Una seconda interpretazione, sostenuta da esponenti dell’opposizione spagnola e da diversi leader della destra europea, ha invece attribuito la crisi alle politiche migratorie del governo Sánchez. Secondo questa lettura, la decisione di consentire la regolarizzazione di oltre un milione di immigrati irregolari avrebbe rafforzato la capacità attrattiva della Spagna nei confronti dei potenziali migranti. In questa prospettiva, la crisi di Ceuta costituirebbe soprattutto il risultato delle aspettative suscitate dalle politiche migratorie dell’esecutivo spagnolo piuttosto che dell’azione di attori esterni.[10]
Una terza interpretazione si è sviluppata a partire dalla lettura del comportamento tenuto dalle autorità marocchine durante la crisi. Muovendo dagli elementi fattuali ricostruiti nel capitolo precedente, alcuni osservatori hanno sostenuto che il temporaneo allentamento dei controlli alla frontiera non fosse riconducibile a una semplice disfunzione operativa, ma potesse rappresentare una forma di pressione politica nei confronti della Spagna. In questa prospettiva sono stati richiamati il precedente della crisi del 2021, le tensioni diplomatiche tra Madrid e Rabat e il più ampio contesto geopolitico del Mediterraneo occidentale.[11]
Tra i principali sostenitori di questa interpretazione figura Lorenzo Gabrielli, ricercatore della Universitat Pompeu Fabra di Barcellona, secondo il quale sarebbe «impossibile» che decine di migliaia di persone abbiano potuto attraversare in poche ore una delle frontiere più sorvegliate del Mediterraneo senza un qualche livello di coinvolgimento delle autorità marocchine.[12]
A partire dal 1° agosto il dibattito si è ulteriormente ampliato con l’emergere di una quarta interpretazione, secondo la quale la crisi di Ceuta si sarebbe inserita in un più ampio contesto di tensioni geopolitiche tra la Spagna, gli Stati Uniti e Israele. Tale ipotesi ha preso forza dopo un messaggio pubblicato su X dall’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, che, replicando alle critiche rivolte dal governo spagnolo nei confronti della politica israeliana, ha invitato Madrid a «spiegare al mondo perché continui a mantenere enclavi coloniali in Africa», facendo esplicito riferimento a Ceuta e Melilla. Il ministro spagnolo dei Trasporti, Óscar Puente, ha condiviso il messaggio commentando: «Comincia a essere tutto piuttosto chiaro», frase interpretata da numerosi osservatori come un’allusione a possibili pressioni politiche coordinate nei confronti della Spagna.[13]
Su questa linea si sono collocate anche le dichiarazioni del portavoce parlamentare di Esquerra Republicana de Catalunya, Gabriel Rufián, secondo il quale la crisi avrebbe finito per favorire gli interessi strategici di Stati Uniti e Israele. Analoghe considerazioni sono state espresse dal giornalista José Vizner, dall’attore Javier Bardem e dall’ex ministro portoghese Bruno Maçães, il quale ha sostenuto che, indipendentemente da un eventuale coinvolgimento nella fase preparatoria della crisi, Washington e Tel Aviv avrebbero cercato di sfruttarne politicamente le conseguenze contro il governo guidato da Pedro Sánchez.[14]
Altri studiosi e osservatori hanno tuttavia invitato alla prudenza. Intervistati dal New York Times, alcuni analisti marocchini hanno escluso che, sulla base delle informazioni disponibili, fosse possibile attribuire con certezza al governo di Rabat una responsabilità diretta nell’accaduto, richiamando piuttosto il contesto economico e sociale nel quale la crisi si è sviluppata. Analogamente, l’Associated Press ha osservato che le prove disponibili non consentivano, allo stato delle conoscenze, di confermare le numerose ricostruzioni circolate sui social network e nel dibattito politico internazionale.[15]
Le interpretazioni fin qui esaminate riflettono prospettive profondamente differenti e attribuiscono un peso diverso ai fattori giuridici, politici, economici e geopolitici. Per valutarne criticamente la capacità esplicativa è tuttavia necessario richiamare il quadro teorico elaborato dalla letteratura scientifica sul rapporto tra migrazione e coercizione nelle relazioni internazionali. A tale tema è dedicato il capitolo successivo.
Migrazione, diplomazia e coercizione nelle relazioni internazionali
Le interpretazioni ricostruite nel capitolo precedente riflettono prospettive politiche, giornalistiche e accademiche differenti. Per valutarne criticamente la capacità esplicativa non è tuttavia sufficiente confrontare le dichiarazioni dei diversi attori coinvolti o la successione cronologica degli eventi. È necessario disporre di un quadro teorico che consenta di analizzare il rapporto tra migrazione e politica internazionale attraverso categorie concettuali elaborate dalla letteratura scientifica.
Per lungo tempo gli studi sulle migrazioni hanno interpretato i movimenti di popolazione quasi esclusivamente come fenomeni di natura economica, sociale o umanitaria. Solo negli ultimi decenni, parallelamente alla crescente attenzione riservata ai temi della sicurezza internazionale, numerosi studiosi hanno iniziato ad analizzare la migrazione anche come possibile strumento di politica estera, di negoziazione diplomatica e, in alcuni casi, di coercizione nei confronti di altri Stati.[16]
In tale prospettiva la migrazione non viene più considerata soltanto come una conseguenza di guerre, persecuzioni o disuguaglianze economiche, ma anche come una variabile suscettibile di essere influenzata, indirizzata o sfruttata dagli attori politici per perseguire obiettivi di carattere strategico. Ciò non significa che tutti i movimenti migratori siano il risultato di una pianificazione statale né che ogni crisi migratoria debba essere interpretata come un’operazione deliberata. Significa piuttosto riconoscere che, in determinate circostanze, i flussi migratori possono assumere una funzione ulteriore rispetto alle loro cause originarie, trasformandosi in strumenti di pressione nelle relazioni internazionali.
Uno dei principali contributi teorici in questa direzione è rappresentato dal concetto di migration diplomacy, elaborato da Fiona B. Adamson e Gerasimos Tsourapas. Secondo questi autori, la gestione dei flussi migratori costituisce ormai una componente stabile della politica estera contemporanea. Gli Stati possono utilizzare la cooperazione migratoria, il controllo delle frontiere, la riammissione dei migranti, i programmi di protezione internazionale e la regolazione della mobilità umana come strumenti di negoziazione con altri governi. La migrazione diviene così parte integrante della diplomazia internazionale, al pari delle relazioni economiche, energetiche o militari.[17]
In questa prospettiva, la migrazione può costituire tanto un terreno di cooperazione quanto uno strumento di competizione tra Stati. Gli accordi sulla riammissione dei migranti, la gestione congiunta delle frontiere, la concessione di visti o, al contrario, la sospensione della cooperazione migratoria possono essere utilizzati per ottenere vantaggi negoziali in ambiti apparentemente estranei alla gestione dei flussi migratori.
All’interno di questo più ampio quadro teorico si colloca il contributo di Kelly M. Greenhill, che ha approfondito una particolare forma di utilizzo strategico dei movimenti di popolazione, definita coercive engineered migration. Nel volume Weapons of Mass Migration, Greenhill sostiene che, in determinate circostanze, governi e attori non statali possano deliberatamente creare, favorire o manipolare movimenti migratori con l’obiettivo di esercitare pressioni su uno Stato bersaglio affinché modifichi il proprio comportamento politico, economico o militare.[18]
La tesi di Greenhill non consiste nell’affermare che tutti i flussi migratori siano artificialmente prodotti o controllati. Al contrario, l’autrice sottolinea come la maggior parte delle migrazioni internazionali continui a dipendere da fattori economici, sociali, politici o ambientali. Il suo contributo riguarda piuttosto quei casi nei quali un attore politico individua nella gestione dei flussi migratori un’opportunità per esercitare pressione su un altro Stato, sfruttandone le vulnerabilità politiche, economiche o sociali.
Secondo Greenhill, la coercizione migratoria costituisce una particolare forma di coercizione internazionale nella quale la mobilità umana sostituisce, almeno in parte, strumenti tradizionali quali la minaccia militare, le sanzioni economiche o la pressione diplomatica. L’obiettivo non è necessariamente provocare una crisi umanitaria, bensì aumentare i costi politici che lo Stato destinatario è chiamato a sostenere, inducendolo ad adottare decisioni favorevoli all’attore coercitivo.
L’analisi di Greenhill si fonda su numerosi casi storici verificatisi nel secondo dopoguerra. Tra essi figurano il ponte di Mariel organizzato da Cuba nel 1980, diversi episodi verificatisi durante le guerre balcaniche, l’utilizzo della questione migratoria da parte della Libia di Mu’ammar Gheddafi nei confronti dell’Europa e altri casi nei quali governi o gruppi armati hanno cercato di sfruttare la mobilità delle popolazioni come leva negoziale. L’autrice mostra come tali episodi presentino caratteristiche differenti ma condividano alcuni elementi ricorrenti, riconducibili a un medesimo meccanismo coercitivo.
L’approccio teorico delineato da Adamson e Tsourapas e successivamente approfondito da Kelly M. Greenhill non è tuttavia rimasto privo di critiche. Diversi studiosi hanno osservato come risulti spesso difficile distinguere una crisi migratoria deliberatamente provocata da una crisi originata da fattori spontanei successivamente sfruttati a fini politici. In molti casi, inoltre, le prove documentali necessarie per dimostrare un coinvolgimento diretto delle autorità statali non sono immediatamente disponibili, rendendo necessario un approccio metodologicamente prudente fondato sulla convergenza di molteplici elementi indiziari piuttosto che sull’esistenza di una singola prova decisiva.
Proprio per questa ragione, la letteratura scientifica invita a evitare sia conclusioni affrettate sia atteggiamenti aprioristicamente scettici. La valutazione di un possibile caso di coercizione migratoria richiede infatti un’analisi complessiva del contesto politico, delle capacità operative degli attori coinvolti, della cronologia degli eventi, degli interessi strategici in gioco e della compatibilità delle diverse spiegazioni formulate.
Il quadro teorico delineato nei paragrafi precedenti non consente, di per sé, di stabilire se la crisi di Ceuta del 31 luglio 2026 costituisca un caso di coercizione migratoria. Esso fornisce tuttavia una serie di categorie analitiche e di criteri interpretativi che permettono di valutare criticamente le ipotesi ricostruite nel capitolo precedente. Nel capitolo seguente tali strumenti saranno applicati sistematicamente al caso di Ceuta, verificando se gli elementi individuati dalla letteratura risultino effettivamente riscontrabili nella crisi oggetto del presente studio.
Il caso di Ceuta alla luce della teoria della coercizione migratoria
Il quadro teorico delineato nel capitolo precedente consente ora di affrontare il caso di Ceuta attraverso due interrogativi distinti ma strettamente collegati. Il primo riguarda gli interessi politici in gioco: quali attori avrebbero potuto trarre vantaggio dall’indebolimento del governo spagnolo o dall’apertura di una crisi nei rapporti tra Madrid e i suoi partner europei? Il secondo concerne le modalità operative dell’accaduto: il comportamento tenuto dalle autorità marocchine presenta caratteristiche analoghe a quelle individuate dalla letteratura nei casi di coercizione migratoria?
Porre tali domande non significa presupporre l’esistenza di una regia concordata né attribuire automaticamente agli attori interessati alla destabilizzazione della Spagna un coinvolgimento negli eventi del 31 luglio. L’esistenza di un interesse politico costituisce un possibile movente, non una prova. Allo stesso modo, la somiglianza tra il comportamento osservato a Ceuta e quello riscontrato in altri casi di coercizione migratoria può accrescere la plausibilità di un’interpretazione, ma non è sufficiente, da sola, a dimostrarne la correttezza. Il problema consiste pertanto nel verificare se gli interessi degli attori coinvolti, la sequenza degli eventi e le modalità di controllo della frontiera convergano in un quadro dotato di maggiore capacità esplicativa rispetto alle ipotesi alternative.
Nei mesi precedenti alla crisi, il governo di Pedro Sánchez si è trovato al centro di un crescente contrasto con gli Stati Uniti e Israele. Madrid aveva assunto una posizione particolarmente critica nei confronti della condotta israeliana a Gaza, riconosciuto lo Stato di Palestina e contestato la guerra condotta da Washington e Tel Aviv contro l’Iran. La Spagna aveva inoltre limitato l’impiego del proprio spazio aereo e delle basi utilizzate congiuntamente con gli Stati Uniti per le operazioni militari legate al conflitto iraniano. Nell’aprile 2026, il governo israeliano aveva motivato l’esclusione della Spagna da un centro di coordinamento civile-militare con la presunta «ossessione anti-israeliana» dell’esecutivo Sánchez e con il danno arrecato agli interessi israeliani e statunitensi.[19]
Questo deterioramento dei rapporti non è rimasto circoscritto alle controversie su Gaza e sull’Iran. Il 16 marzo 2026 Michael Rubin, ricercatore dell’American Enterprise Institute (AEI) ed ex funzionario del Dipartimento della Difesa statunitense, ha pubblicato un articolo significativamente intitolato Morocco Should Send a New Green March into Ceuta and Melilla. Richiamando esplicitamente la “Marcia Verde” del 1975, Rubin sosteneva che il Marocco avrebbe dovuto promuovere una nuova mobilitazione di massa verso le due enclave spagnole, affermando che Pedro Sánchez avrebbe dovuto dare seguito alla propria retorica anticoloniale rinunciando alla sovranità spagnola su Ceuta e Melilla. L’autore osservava inoltre che un’eventuale iniziativa marocchina non avrebbe comportato l’attivazione delle garanzie di difesa collettiva previste dalla NATO.[20]
L’interesse dell’articolo, ai fini della presente analisi, non risiede nel fatto che esso costituisca una prova di un piano operativo contro la Spagna, né nell’autorità istituzionale del suo autore, che scriveva a titolo personale. Il suo rilievo consiste piuttosto nel documentare come, diversi mesi prima della crisi di Ceuta, l’ipotesi di utilizzare la questione delle enclave spagnole come strumento di pressione politica fosse già stata formulata pubblicamente in un influente centro di analisi statunitense. L’articolo testimonia quindi l’esistenza di un dibattito strategico nel quale Ceuta e Melilla venivano considerate non soltanto come un contenzioso territoriale tra Spagna e Marocco, ma anche come una possibile leva di pressione nei confronti del governo guidato da Pedro Sánchez.
Una linea analoga è stata sviluppata il 26 aprile 2026 su Yedioth Ahronoth, nell’edizione inglese Ynetnews, da Amine Ayoub. L’articolo, significativamente intitolato Abraham Accords Reach the Strait: How Israel Can Help Morocco Reclaim Its North, sosteneva che le tensioni della Spagna con gli Stati Uniti sulla NATO e sulla guerra contro l’Iran avessero aperto uno spazio favorevole alle rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla. Secondo Ayoub, Israele avrebbe dovuto sostenere diplomaticamente Rabat nell’ambito dell’alleanza costruita attraverso gli Accordi di Abramo, approfittando dell’isolamento crescente del governo Sánchez rispetto a Washington e Tel Aviv.[21]
Anche in questo caso, si tratta di un articolo di analisi e non di un documento governativo. Il suo valore probatorio è quindi limitato. Esso assume tuttavia rilievo nella ricostruzione del contesto strategico perché mostra che l’ipotesi di utilizzare la vulnerabilità spagnola su Ceuta e Melilla per favorire le posizioni marocchine era stata formulata pubblicamente prima della crisi. Rubin e Ayoub non descrivevano necessariamente un’operazione migratoria; indicavano però un interesse convergente: trasformare le tensioni tra Sánchez, gli Stati Uniti e Israele in un’opportunità per accrescere la pressione sulla Spagna.
A questi elementi si aggiunge il rapporto tra Madrid, Rabat e Algeri. Nel luglio 2026 Sánchez ha cercato di rilanciare le relazioni con l’Algeria, principale rivale regionale del Marocco e sostenitrice del Fronte Polisario. Il riavvicinamento avveniva nonostante la Spagna avesse confermato il proprio sostegno al piano marocchino di autonomia per il Sahara Occidentale. La contemporanea apertura verso Algeri poteva tuttavia essere percepita da Rabat come il tentativo di recuperare un margine di equilibrio tra le due potenze nordafricane, soprattutto nei settori dell’energia, della sicurezza e della gestione dei flussi migratori.
Il Marocco possedeva quindi interessi propri, distinti da quelli statunitensi e israeliani: preservare l’allineamento spagnolo sulla questione del Sahara Occidentale, limitare il riavvicinamento tra Madrid e Algeri, mantenere la centralità della cooperazione marocchina nel controllo delle frontiere europee e ricordare alla Spagna la vulnerabilità delle sue città nordafricane. Stati Uniti e Israele, dal canto loro, avevano interesse a esercitare pressione su un governo che ostacolava le loro iniziative nel conflitto iraniano e conduceva una politica particolarmente critica verso Tel Aviv. L’esistenza di tali interessi non dimostra un coordinamento, ma individua un contesto nel quale l’indebolimento di Sánchez poteva produrre vantaggi per più attori.
La questione decisiva diventa allora stabilire se il comportamento delle autorità marocchine sia compatibile con una crisi spontanea sfuggita al controllo oppure presenti analogie con i meccanismi descritti dalla letteratura sulla coercizione migratoria. In questi casi, infatti, lo Stato che esercita la pressione non deve necessariamente creare le ragioni che spingono le persone a partire. Può limitarsi a sfruttare una popolazione già disposta a muoversi, riducendo temporaneamente i controlli, lasciando circolare l’informazione che il passaggio sia possibile e ripristinando successivamente il dispositivo di sicurezza una volta prodotto l’effetto politico desiderato.
Nel caso di Ceuta, il dato centrale non è soltanto che decine di migliaia di persone abbiano deciso di dirigersi verso il territorio spagnolo. Le condizioni economiche, la disinformazione e le aspettative generate dalla sentenza della Corte Suprema possono contribuire a spiegare la disponibilità dei migranti a partire. Esse non spiegano però, da sole, come una delle frontiere più sorvegliate del Mediterraneo sia divenuta attraversabile da circa sessantamila persone e perché il dispositivo marocchino sia stato ripristinato con efficacia soltanto dopo il passaggio o la concentrazione di gran parte della folla.
La sequenza ricostruita nel primo capitolo — riduzione o assenza dei controlli in punti decisivi, passività di alcuni gendarmi, attraversamento di massa e successivo dispiegamento di blindati, cannoni ad acqua e rinforzi — coincide, sul piano formale, con uno dei meccanismi ricorrenti descritti negli studi sulla coercizione migratoria: la modulazione selettiva della capacità di controllo da parte dello Stato di transito. Ciò che deve essere verificato non è dunque se il Marocco fosse capace di fermare i passaggi. Il successivo ripristino dei controlli indica che tale capacità esisteva. Il problema è stabilire perché non sia stata esercitata nelle ore in cui il flusso ha raggiunto le sue dimensioni eccezionali.
Conclusioni
Il presente studio ha ricostruito gli eventi che hanno caratterizzato la crisi di Ceuta del 31 luglio 2026, esaminando le principali interpretazioni formulate nel dibattito politico, giornalistico e accademico e confrontandole con il quadro teorico elaborato dalla letteratura sull’impiego della migrazione come strumento di pressione nelle relazioni internazionali. L’analisi ha mostrato come nessuna delle spiegazioni proposte sia, allo stato delle conoscenze, suscettibile di essere considerata definitivamente dimostrata o definitivamente esclusa.
L’assenza di prove documentarie dirette – quali ordini operativi, comunicazioni interne, testimonianze dei decisori coinvolti o altri documenti ufficiali – impedisce infatti di affermare con certezza che la crisi sia stata il risultato di un’operazione deliberatamente pianificata o coordinata da uno o più attori statali. Tale limite documentario impone cautela nell’interpretazione dei fatti e rende necessario distinguere costantemente tra evidenze accertate, elementi indiziari e inferenze interpretative.
Ciò non significa, tuttavia, che le ipotesi formulate nel corso dell’analisi debbano essere considerate prive di valore scientifico. Al contrario, la formulazione di ipotesi rappresenta una componente essenziale del metodo di ricerca nelle scienze storiche, politiche e sociali. Numerose ricostruzioni oggi ampiamente condivise sono state inizialmente elaborate sulla base della convergenza di indizi, per essere successivamente confermate, corrette o smentite dall’emersione di nuove fonti documentarie. La ricerca scientifica non si limita infatti a descrivere fatti già definitivamente accertati, ma procede attraverso l’elaborazione di spiegazioni suscettibili di verifica, revisione o falsificazione.
Sotto questo profilo, l’ipotesi secondo cui la crisi di Ceuta possa essere interpretata, almeno in parte, alla luce della teoria della coercizione migratoria non viene proposta come una verità dimostrata, bensì come un’ipotesi interpretativa la cui plausibilità deriva dalla convergenza di una pluralità di elementi: il comportamento osservato lungo la frontiera marocchina, il contesto geopolitico nel quale la crisi si è sviluppata, gli interessi strategici dei principali attori coinvolti e le analogie riscontrabili con altri casi analizzati dalla letteratura scientifica. Tali elementi, considerati singolarmente, non sono sufficienti a dimostrare una regia politica dell’accaduto; considerati nel loro insieme, essi giustificano tuttavia l’esame di questa ipotesi accanto alle spiegazioni alternative.
L’analisi svolta suggerisce inoltre una riflessione di carattere più generale. In un contesto internazionale caratterizzato da crescente competizione strategica, la gestione dei flussi migratori assume una rilevanza che va ben oltre le tradizionali politiche di controllo delle frontiere. La letteratura degli ultimi anni mostra come la mobilità umana possa essere impiegata non soltanto come fenomeno da governare, ma anche come strumento di pressione diplomatica e politica. Ciò rende necessario affrontare le crisi migratorie non esclusivamente come questioni umanitarie o di sicurezza interna, ma anche come possibili episodi inseriti nelle dinamiche delle relazioni internazionali.
L’obiettivo del presente studio non è stato quello di dimostrare una tesi precostituita, bensì di verificare quale tra le diverse interpretazioni formulate risultasse maggiormente compatibile con i fatti accertati e con il quadro teorico disponibile. Eventuali documenti, testimonianze o informazioni che dovessero emergere in futuro potranno confermare, modificare o smentire le conclusioni qui proposte. È proprio questa disponibilità a sottoporre continuamente le proprie ipotesi al vaglio di nuove evidenze che distingue l’indagine scientifica dall’affermazione dogmatica e costituisce il presupposto fondamentale di ogni ricerca storica e politica rigorosa.
NOTE
[1] Jonathan Wolfe, What Caused the Surge in Ceuta?, The New York Times, 31 luglio 2026; Barney Jopson, Malaika Kanaaneh Tapper e David Hindley, How 60,000 People Swam to Spanish Territory, Financial Times, 31 luglio 2026.
[2] Reuters, Italy Suspends EU Schengen Free Travel Pact with Spain over Ceuta Crisis, 31 luglio 2026; Financial Times, How 60,000 People Swam to Spanish Territory, cit.
[3] Barney Jopson, Malaika Kanaaneh Tapper e David Hindley, How 60,000 People Swam to Spanish Territory, Financial Times, 31 luglio 2026.
[4] El País, El Gobierno admite que no vio venir la crisi di Ceuta, 1 agosto 2026.
[5] Barney Jopson, Malaika Kanaaneh Tapper e David Hindley, How 60,000 People Swam to Spanish Territory, Financial Times, 31 luglio 2026.
[6] Ivi.
[7] Jonathan Wolfe, What Caused the Surge in Ceuta?, The New York Times, 31 luglio 2026.
[8] Reuters, Social Media Rumours, Economic Hardship Fuel Migrant Surge into Ceuta, 31 luglio 2026.
[9] Reuters, Social Media Rumours, Economic Hardship Fuel Migrant Surge into Ceuta, 31 luglio 2026; Jonathan Wolfe, What Caused the Surge in Ceuta?, The New York Times, 31 luglio 2026.
[10] Jonathan Wolfe, What Caused the Surge in Ceuta?, The New York Times, 31 luglio 2026.
[11] Jonathan Wolfe, What Caused the Surge in Ceuta?, The New York Times, 31 luglio 2026; Barney Jopson, Malaika Kanaaneh Tapper e David Hindley, How 60,000 People Swam to Spanish Territory, Financial Times, 31 luglio 2026.
[12] Jonathan Wolfe, What Caused the Surge in Ceuta?, The New York Times, 31 luglio 2026.
[13] Imran Mulla, Spanish Commentators Accuse Israel and US of Involvement in Ceuta Crisis, Middle East Eye, 1 agosto 2026.
[14] Ivi.
[15] Jonathan Wolfe, What Caused the Surge in Ceuta?, The New York Times, 31 luglio 2026; Associated Press, Fact Focus: No Evidence Supports Claims About Ceuta Crisis, 1 agosto 2026.
[16] Fiona B. Adamson, “Crossing Borders: International Migration and National Security”, International Security, vol. 31, n. 1, 2006; Didier Bigo, “Security and Immigration: Toward a Critique of the Governmentality of Unease”, Alternatives, vol. 27, Supplement 1, 2002; Jef Huysmans, The Politics of Insecurity. Fear, Migration and Asylum in the EU, Routledge, 2006.
[17] Fiona B. Adamson, Gerasimos Tsourapas, “Migration Diplomacy in World Politics”, International Studies Perspectives, vol. 20, n. 2, 2019.
[18] Kelly M. Greenhill, Weapons of Mass Migration. Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy, Cornell University Press, 2010.
[19] Itamar Eichner, Israel Removes Spain from Kiryat Gat HQ, Citing “Anti-Israel Obsession”, Ynetnews, 10 aprile 2026.
[20] Michael Rubin, Morocco Should Send a New Green March into Ceuta and Melilla, American Enterprise Institute (AEI), 16 marzo 2026.
[21] Amine Ayoub, Abraham Accords Reach the Strait: How Israel Can Help Morocco Reclaim Its North, Ynetnews, 26 aprile 2026.
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