Descrizione
GEOPOLITICA E GEOSTRATEGIA
Il presente contributo esamina la trasformazione della guerra industriale nel XXI secolo, mostrando come i conflitti contemporanei hanno riportato al centro il problema del logoramento e della sostenibilità produttiva. Attraverso un confronto tra la guerra in Ucraina e il recente conflitto con l’Iran, si evidenzia come la crescente complessità tecnologica dei sistemi d’arma e la ridotta elasticità della base industriale rendono sempre più difficile sostituire rapidamente le perdite. Ne consegue che la superiorità tecnologica, pur rimanendo un elemento essenziale della potenza militare, risulta insufficiente se non è accompagnata dalla capacità di sostenere nel tempo il ritmo del consumo operativo e della produzione.
Il numero LXIII di “Eurasia” ha pubblicato un articolo in cui veniva delineato un quadro dell’industria europea alla vigilia dei più recenti programmi di riarmo. Ne usciva l’immagine a luci ed ombre di un apparato produttivo e tecnologico con punte di avanguardia ed eccellenza, ma sostenuto da filiere frammentate e deboli. È giunta l’ora di analizzare i più importanti programmi di riarmo e il lavoro svolto fino ad oggi dall’industria europea.
L’articolo si propone di leggere la crisi dell’ordine marittimo scaturita dai blocchi di Hormuz e Bab-al-Mandeb alla luce del pensiero di Carl Schmitt. Esaminato brevemente lo sviluppo dei precedenti ordini globali con particolare attenzione all’aspetto marittimo, si passa ad analizzare il funzionamento dell’ordine neoliberale a guida statunitense: come i rapporti di forza abbiano condizionato il principio della libera circolazione marittima, la catena di contenimento terrestre e le falle nel sistema. Esaminando i casi di Hormuz e Bab-al Mandeb, si mostra come le azioni dell’Iran e di Ansar Allah siano volte alla ridefinizione di un ordine marittimo diverso. Infine, si conclude con una prospettiva dal punto di vista italiano, tenendo conto della posizione geografica dell’Italia e dei suoi storici rapporti con l’Iran.
DOSSARIO | L’ESPANSIONISMO DI ISRAELE
Il presente saggio analizza la nascita e lo sviluppo del sionismo tra la fine del XIX secolo e la guerra del 1948 attraverso la categoria storiografica del colonialismo di insediamento. Dopo aver ricostruito il contesto europeo in cui maturò il movimento sionista, vengono esaminati il ruolo delle aliyot, l’acquisizione delle terre, la costruzione di istituzioni autonome, il rapporto con l’impero britannico e le trasformazioni politiche, demografiche e territoriali che interessarono la Palestina fino alla Nakba. Il lavoro si confronta con il dibattito storiografico contemporaneo, mettendo in dialogo interpretazioni differenti e analizzando criticamente il rapporto tra autodeterminazione nazionale, colonizzazione e popolazione indigena.
Ciò che accade a Gaza, in Cisgiordania e in Libano non è la risposta estrema e contingente agli eventi del 7 ottobre 2023, bensì l’espressione di un radicato impianto dottrinario. La disamina di tre snodi essenziali della narrazione vetero-testamentaria svela l’evoluzione ideologica del sionismo: dalla prima fase laica, che ha secolarizzato i testi biblici utilizzandoli come manuali di riscoperta nazionale e topografica, alla risacralizzazione messianica post-1967 guidata dal sionismo religioso radicale.
Di fronte al sostanziale fallimento dell’aggressione di Stati Uniti e Israele alla Repubblica Islamica dell’Iran ed agli evidenti ritardi e ambiguità nella realizzazione del progetto IMEC (il corridoio economico che dovrebbe collegare India ed Israele attraverso le monarchie del Golfo), Tel Aviv sta ricalibrando la sua ricerca di una profondità strategica verso il sistema di isole e penisole mediterranee anche in funzione di controllo dei flussi energetici e (di conseguenza) della politica europea. In questo contributo si cercherà di analizzare le modalità attraverso le quali l’entità sionista, in cooperazione con Washington, sta aumentando la sua presenza in questo spazio fondamentale per una reale sovranità del Continente, e come tali ambizioni si stiano evolvendo in uno scontro su più fronti con la Turchia.
Secondo Brzezinski, la posizione egemonica degli USA dipende dalla loro capacità di rimanere l’arbitro del Rimland, la fascia costiera che cinge l’Eurasia. Oggi, tale strategia non si limita all’uso della forza coercitiva, dalle portaerei alle armi autonome, ma opera attraverso una sofisticata fusione tra fondi d’investimento, immobiliarismo geopolitico e alleanze transregionali, volte a garantire il controllo sui flussi marittimi e commerciali. Il progetto turistico sull’isola di Sazan, in Albania, promosso dal fondo Affinity Partners di Jared Kushner, non è una semplice speculazione alberghiera. È l’asse Washington-Tel Aviv che, saldandosi coi capitali arabi, si muove verso nord per colonizzare economicamente i nodi strategici del Rimland europeo e contenere l’espansione della Cina, configurandosi come una vera e propria estensione geografica degli Accordi di Abramo.
Attraverso l’alleanza – forse potremmo dire: la manipolazione – con i gruppi armati curdi, Israele ha costituito nell’Iraq settentrionale una base importantissima per l’implementazione della politica aggressiva sionista e per il conseguimento dell’obiettivo generale della frantumazione del Vicino Oriente. La realizzazione della Regione autonoma del Kurdistan, riconosciuta internazionalmente e contraddistinta dall’indifferenza dei deboli richiami dello Stato iracheno, incarna tale progetto di balcanizzazione dopo svariati decenni di infiltrazioni e di presenza dominante sionista – manifestata attraverso esperti militari, agenti del Mossad, imprenditori e uomini d’affari, e certificata da incontri politici di massimo livello.
Dal 7 ottobre Israele ha allargato la propria influenza su diversi fronti. Dal Mediterraneo al Levante, al Golfo, fino al Corno d’Africa. Al centro dell’operazione vi sarebbe in particolare anche il Somaliland, entità secessionista dalla Somalia, geograficamente rilevante per la propria posizione dirimpetto allo Stretto di Bab el-Mandeb e all’Oceano indiano. Il rischio per lo Stato ebraico è di sovraestendersi e impantanarsi in quadranti esotici rischiando di implodere.
In Cina le comunità ebraiche non hanno mai chiesto il riconoscimento statale dell’ebraismo, che quindi è praticato in forma privata e gode delle libertà compatibili con i controlli di sicurezza statali. La presenza ebraica è rappresentata dalla storica comunità di Kaifeng, dai migranti e rifugiati del XIX-XX secolo a Harbin e Shanghai e dalle più recenti presenze di ebrei spesso legati a movimenti chassidici ortodossi, come l’organizzazione Chabad, dedita ad accoglienza, affari, turismo. Anche nel Sud-Est asiatico da anni è largamente presente Chabad.
In Thailandia si è costituita recentemente una consistente comunità israeliana, radicata soprattutto in alcune località turistiche. Il fatto che sia un gruppo chiuso ed autosufficiente, oltre alla mancanza di rispetto per la cultura e le abitudini locali, ha suscitato la protesta degli abitanti. Il primo ministro thailandese ha ordinato un’indagine a tappeto riguardante le proprietà gestite dagli israeliani tramite prestanome, che in poco tempo ha portato a scoprire diffuse illegalità. Nonostante i legami che uniscono la Thailandia a Israele, il governo non ha esitato a colpire questo gruppo, sentito come estranee al tessuto economico e sociale del Paese.
La presenza di Israele in America Latina si è ulteriormente intensificata: oltre alla consulenza israeliana in materia di sicurezza, repressione e controspionaggio, oltre al traffico e alla vendita di armi a governi e cartelli della droga, negli ultimi decenni si registra un attacco non solo diplomatico e propagandistico, ma – fatto ancora più grave – una presa di controllo degli spazi di potere nella maggior parte dei paesi del continente. La progressiva sottomissione continentale agli interessi sionisti avviene attraverso la cooptazione di governanti e alti gradi militari e politici, frutto dell’azione congiunta delle diverse consorterie ebraiche locali, delle ambasciate americane e delle élite creole sradicate, col beneplacito del Vaticano.
DOCUMENTI
Non fu nella propaganda di guerra degli anni Quaranta del secolo scorso che la fantasiosa cifra dei “sei milioni” fece la sua prima apparizione. Essa circolava, sempre a indicare lo sterminio ebraico, già da oltre mezzo secolo. Per i motivi più disparati – fame, pogrom, malattie, guerre – sei milioni di ebrei erano sempre sul punto di essere sterminati. I colpevoli, di volta in volta: i Russi, i Polacchi, gli Ungheresi, i Rumeni e, neanche a dirlo, i Tedeschi.
RECENSIONI E SCHEDE
Maurizio Rossi, Dalla geografia sacra alla geopolitica (Aldo Braccio)












