Descrizione
GEOPOLITICA E GEOSTRATEGIA
Il contributo propone una rilettura del concetto di forza nei conflitti, mostrando come la superiorità materiale non costituisca una garanzia di vittoria. Dall’esperienza originaria dell’uomo paleolitico alle dinamiche della guerra asimmetrica, la strategia emerge come gestione dei vincoli più che espressione di potenza materiale. Il tempo, i costi e la sostenibilità del confronto assumono un ruolo centrale, trasformando la vittoria in un esito relativo e situato. Il problema strategico non consiste nel distruggere l’avversario, ma nell’orientarne il comportamento rendendo irrazionale la prosecuzione dello scontro.
I robot antropomorfi sono ormai usciti dalla letteratura fantascientifica per entrare nella realtà dell’attività economica. Dopo aver analizzato in due precedenti studi il ruolo dei veicoli a pilotaggio remoto (i “droni”) e dell’Intelligenza Artificiale sui cambi di battaglia, è giunto il momento di concentrarsi sul passaggio successivo: l’ingresso in guerra di automi completi, il prossimo, drammatico passaggio di tecnologie belliche già in preparazione.
DOSSARIO | LA COALIZIONE EPSTEIN CONTRO L’IRAN
Il presente contributo si propone di analizzare l’attuale scenario geopolitico attraverso la lente comparativa delle dinamiche della Guerra del Peloponneso (431-404 a. C.). Nello specifico, l’indagine istituisce un’analogia strutturale fra la spedizione ateniese in Sicilia e la recente aggressione statunitense all’Iran, evidenziando i rischi di una logica politica basata sulla hybris. Viene inoltre esaminata l’evoluzione dei rapporti fra l’amministrazione statunitense e l’Unione Europea, rintracciando parallelismi con l’instabilità interna di Atene durante il colpo di Stato oligarchico del 411. In ultima analisi, lo studio delinea i possibili scenari futuri del sistema internazionale, riflettendo sul ruolo di Cina e Russia quali sfidanti dell’ordine egemonico occidentale e sulla riconfigurazione multipolare degli equilibri di potere globali.
L’aggressione israelo-americana contro l’Iran è sul punto di innescare un inesorabile cambio di paradigma negli equilibri politici e di sicurezza del Golfo Persico, in cui gli Stati Uniti rischiano di perdere il loro primato. Le regioni del Golfo e dell’Asia occidentale sono da sempre teatro del confronto egemonico tra le principali potenze internazionali; in questo quadro, il contenimento statunitense dell’Iran, vero heartland eurasiatico, costituisce per Washington l’obiettivo primario ai fini del controllo strategico dell’Eurasia. Il presente saggio intende approfondire la centralità geopolitica del Golfo Persico nella politica estera statunitense, nonché esaminare l’evoluzione della strategia del contenimento verso l’Iran, sin dall’epoca di Carter. A tal proposito, uno spazio considerevole è riservato al tema del nucleare iraniano, filo conduttore della politica americana nei confronti di Teheran.
Tra tentativi di insabbiamento e nuove rivelazioni ad orologeria, i documenti rilasciati sul “caso Epstein” continuano a perseguitare l’amministrazione USA e più in generale larga parte delle élite occidentali coinvolte (dalla politica al mondo dello spettacolo, fino ad arrivare a quello della cultura). Tuttavia, a prescindere dall’evidente degrado morale che da essi emerge, ciò che viene scientemente evitato di prendere in considerazione è la precisa progettualità geopolitica che si cela tra le righe degli scambi epistolari elettronici del finanziere e trafficante di minori. Nello specifico, colpisce la costruzione di un voluminoso sistema di inganni e ricatti per trasformare l’egemone occidentale (gli USA) in una sorta di golem agli ordini di Israele, che agisce nel suo interesse e per portare a compimento le sue aspirazioni messianiche.
Il caso Epstein è qui interpretato come punto di visibilità di una rete di potere stratificata e transnazionale. Attraverso una ricostruzione genealogica, il contributo ne indaga le continuità tra Guerra fredda, finanza e dinamiche geopolitiche contemporanee, in un contesto che si intreccia principalmente con interessi strategici dello Stato di Israele e degli Stati Uniti d’America. “It’s a big club, and you ain’t in it” (George Carlin).
L’aggressione contro la Repubblica Islamica dell’Iran è palesemente uno scontro geopolitico di natura egemonica determinato dalla natura imperialistica degli Stati Uniti d’America e del loro avamposto israeliano. Ma in tale scontro agiscono anche potenti dinamiche radicate in quel fanatismo messianico e millenaristico che ispira il progetto della costruzione di un “terzo Tempio” giudaico a Gerusalemme. Tra le forze in cui tale fanatismo si esprime, la più influente è il movimento chassidico Chabad-Lubavitch.
La Turchia ha condannato senza mezzi termini la gravissima aggressione compiuta da Israele e dagli Stati Uniti ai danni della Repubblica Islamica dell’Iran. Tuttavia, al di là delle dure condanne espresse dal presidente Erdoğan e dai politici, resta il fatto che la Turchia, in quanto membro della NATO, ha una ridotta capacità di manovra. È esemplare in questo senso il caso del radar di Kürecik, di proprietà statunitense e gestito proprio dall’Alleanza Atlantica: il governo turco assicura che i dati forniti dal radar non sono a disposizione di Israele, ma vi sono forti dubbi che lo stesso attento riserbo nei confronti di Tel Aviv sia mantenuto dagli Stati Uniti.
Fin dal suo primo viaggio apostolico Leone XIV sembra avere indirizzato una particolare sollecitudine verso il popolo libanese e la Chiesa che resiste in quella martoriata terra. La sua presa di posizione a tutela delle popolazioni civili, vittime della proditoria aggressione israelo-americana, ha provocato una crisi senza precedenti nei rapporti tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America.
Gli eventi seguiti al 7 ottobre 2023 hanno fatto da spartiacque su molti fronti. Uno di questi, per esempio, riguarda l’importanza geopolitica dell’Italia: lentamente ma inesorabilmente, dopo quella data i riflettori mediatici si sono accesi sul ruolo che la Penisola riveste nello scacchiere internazionale, facendo emergere i lati più oscuri dei suoi legami con gli attori principali della crisi mediorientale – Israele e Stati Uniti.
L’Iran, terra degli Ariani, saliente nevralgico fra Mesopotamia e altopiano centroasiatico, plasma la storia degli uomini da quasi tre millenni. Oggi, stretto nella morsa israelo-statunitense e nel disegno di balcanizzazione, resiste nel proprio mosaico etnico-antropologico, che ne costituisce insieme la forza e la vulnerabilità.
La Repubblica Islamica va compresa come il prodotto di una Rivoluzione che ha rinnovato le strutture religiose sciite nel rapporto con la dimensione politica, sperimentando la Vilayat-i faqih come forma nuova di governo islamico. In conformità con l’antica consuetudine musulmana del rispetto per le religioni nate dall’insegnamento di un profeta, la Costituzione iraniana riconosce e tutela le comunità zoroastriane, ebraiche e cristiane, che rappresentano le più consistenti minoranze religiose.
DOCUMENTI
Lectio magistralis tenuta l’11 dicembre 2006 alla Conferenza internazionale “Discutere l’Olocausto: prospettiva internazionale” presso il Ministero degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran.
RECENSIONI E SCHEDE
Daniele Perra, Dalla geografia sacra alla geopolitica (Adelaide Seminara)
Roger Coudroy, La mia vita per la Palestina (Adelaide Seminara)
Daniele Ceccarini, Ziya Gökalp, il sociologo dei diritti nella nuova Turchia (Aldo Braccio)
Bruce Barton, L’uomo che nessuno conosce (Roberto Pecchioli)
Mohammad Mokri, Sapienza celeste. Luce e fuoco dall’Iran antico all’Islam (Filippo Mercuri)












