Introduzione
La guerra tra Stati Uniti e Iran sta progressivamente trasformandosi da campagna di pressione militare ad alta intensità in un problema di sostenibilità strategica. La superiorità convenzionale americana rimane ampia sul piano aeronavale, tecnologico e logistico, e Washington conserva la capacità di colpire obiettivi iraniani su larga scala. Tuttavia, con il prolungarsi delle operazioni, il problema centrale non riguarda più soltanto la capacità di infliggere danni all’apparato militare iraniano, bensì il costo cumulativo necessario a mantenere nel tempo tale pressione senza compromettere simultaneamente altri teatri strategici.
La guerra ha infatti evidenziato alcune dinamiche tipiche dei conflitti industriali contemporanei: elevato consumo di munizioni di precisione, forte usura delle piattaforme ISR e di supporto, crescente dipendenza dalla capacità di rigenerazione industriale e competizione tra teatri differenti per l’accesso a risorse strategiche limitate. In questo contesto, anche una potenza militarmente inferiore può riuscire a imporre costi significativi a un avversario più forte attraverso il logoramento progressivo delle sue capacità operative, industriali e finanziarie.
Parallelamente, l’Iran ha mostrato una capacità di adattamento e ricostituzione più rapida del previsto. La dispersione delle infrastrutture, l’utilizzo di sistemi relativamente economici, la profondità territoriale e il possibile supporto tecnologico esterno hanno ridotto l’efficacia di una strategia basata esclusivamente sulla degradazione ciclica delle capacità militari iraniane. In altri termini, il problema non consiste più soltanto nel colpire l’Iran, ma nell’impedirne la rigenerazione a un costo sostenibile per gli Stati Uniti.
Il conflitto produce inoltre effetti che vanno ben oltre il Vicino Oriente. Il consumo di missili da crociera, intercettori e piattaforme avanzate incide direttamente sulla postura strategica americana nell’Indo-Pacifico, proprio mentre Washington tenta di mantenere simultaneamente la deterrenza nei confronti della Cina, sostenere gli alleati asiatici e preservare la propria credibilità globale. La guerra contro l’Iran tende così a trasformarsi in un caso emblematico della difficoltà crescente per una grande potenza di sostenere operazioni prolungate su più teatri ad alta intensità contemporaneamente.
In questo quadro, la questione centrale non è se gli Stati Uniti siano militarmente in grado di colpire l’Iran. La questione è per quanto tempo possano sostenere il costo industriale, operativo e geopolitico necessario a impedirne la ricostituzione senza produrre effetti cumulativi sulla propria postura strategica globale.
Guerra industriale e consumo di munizioni
La guerra contro l’Iran ha riportato al centro un problema che, per gran parte del periodo post-Guerra Fredda, era stato parzialmente rimosso dalla pianificazione strategica occidentale: il rapporto tra intensità operativa e capacità industriale. Le campagne militari contemporanee non dipendono soltanto dalla superiorità tecnologica o dalla capacità di condurre attacchi di precisione, ma dalla possibilità di sostenere nel tempo il consumo di munizioni avanzate, piattaforme e sistemi di intercettazione senza compromettere la capacità di operare su altri teatri.
Nel caso di Operation Epic Fury, il ritmo di consumo osservato nei primi mesi del conflitto appare particolarmente elevato. Secondo diverse stime, gli Stati Uniti avrebbero impiegato oltre 1.000 missili Tomahawk su uno stock prebellico stimato attorno alle 3.100 unità.[1] Anche assumendo margini di incertezza nelle valutazioni disponibili, il dato suggerisce un livello di consumo eccezionalmente alto per una campagna che, almeno formalmente, non prevede operazioni terrestri su larga scala.
Il problema non riguarda soltanto il numero assoluto di missili utilizzati, ma soprattutto il ritmo di rigenerazione industriale necessario a sostituirli. Secondo analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS), la produzione di Tomahawk richiede tempi pluriennali tra approvazione dei fondi, acquisizione dei componenti, assemblaggio e consegna operativa.[2] La guerra contro l’Iran sta quindi trasformando il problema delle munizioni da questione tattica a questione industriale e strategica.
Le conseguenze sono già visibili sul piano geopolitico. Washington ha avvertito il Giappone che le consegne di Tomahawk previste per il rafforzamento della deterrenza contro la Cina potrebbero subire ritardi fino a due anni.[3] Parallelamente, diverse fonti riportano pause o rallentamenti nelle forniture destinate a Taiwan, motivate dalla necessità di preservare stock sufficienti per le operazioni nel Vicino Oriente.[4] In questo senso, la guerra contro l’Iran produce effetti sistemici ben oltre il teatro regionale poiché compete direttamente per munizioni, capacità industriali e priorità strategiche con l’Indo-Pacifico.
Un discorso analogo riguarda gli intercettori Patriot e THAAD. La guerra ha evidenziato ancora una volta la natura strutturalmente costosa della difesa antimissile contemporanea. Intercettare droni, missili balistici e cruise missile richiede sistemi il cui costo unitario risulta spesso enormemente superiore rispetto a quello degli strumenti offensivi utilizzati dall’avversario. Ne deriva un progressivo deterioramento del rapporto costi/consumo, soprattutto in conflitti prolungati caratterizzati da saturazione e usura continua delle difese.
Questo elemento assume particolare importanza nel caso iraniano. Teheran non necessita infatti di raggiungere la superiorità convenzionale statunitense né di eguagliarne la capacità tecnologica. È sufficiente che riesca a mantenere una pressione operativa tale da imporre un consumo costante di munizioni avanzate, intercettori e assetti di supporto a ritmi superiori rispetto alla loro rigenerazione industriale ordinaria.
La guerra industriale contemporanea tende così a trasformarsi progressivamente in una competizione tra capacità di consumo e capacità di ricostituzione. In tale quadro, la superiorità tecnologica non elimina necessariamente il problema del logoramento; al contrario, l’elevata sofisticazione dei sistemi può aumentare i tempi e i costi necessari alla loro sostituzione.
Il problema della simultaneità strategica
Per oltre un decennio la pianificazione strategica americana ha identificato l’Indo-Pacifico come teatro prioritario della competizione globale del XXI secolo. La progressiva concentrazione della potenza cinese, l’espansione navale di Pechino e la centralità delle rotte commerciali asiatiche avevano spinto Washington a ridefinire il proprio assetto strategico attorno alla necessità di contenere o dissuadere una potenziale espansione cinese nel Pacifico occidentale.
La guerra contro l’Iran interviene direttamente su questo equilibrio. Il problema non riguarda soltanto il trasferimento di risorse militari verso il Vicino Oriente, ma soprattutto la difficoltà di sostenere simultaneamente più teatri ad alta intensità mantenendo invariata la credibilità della deterrenza americana su scala globale.
Nel modello strategico statunitense contemporaneo, la deterrenza non dipende esclusivamente dalla superiorità militare teorica, bensì dalla percezione della disponibilità concreta delle capacità operative nel momento della crisi. In altri termini, la capacità americana di dissuadere la Cina nello Stretto di Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale dipende anche dalla convinzione, da parte di Pechino, che Washington disponga realmente delle risorse necessarie per intervenire rapidamente senza compromettere altri fronti strategici.
La guerra iraniana tende invece a introdurre un elemento di incertezza crescente. Il prolungarsi delle operazioni nel Golfo Persico obbliga infatti gli Stati Uniti a mantenere un elevato livello di presenza navale, consumo operativo e protezione delle linee logistiche in un teatro considerato, almeno teoricamente, secondario rispetto all’Indo-Pacifico. Ne deriva una tensione crescente tra priorità strategiche concorrenti.
Questa dinamica non implica automaticamente un indebolimento immediato della postura americana nel Pacifico. Tuttavia, aumenta progressivamente il rischio di dispersione strategica. La simultaneità di più crisi regionali costringe infatti Washington a distribuire risorse militari, industriali e finanziarie su più direttrici contemporaneamente, riducendo i margini di flessibilità disponibili in caso di ulteriore inasprimento del conflitto.
In questo senso, la guerra contro l’Iran rappresenta un caso emblematico del problema della simultaneità strategica, ossia della crescente difficoltà per gli Stati Uniti di sostenere contemporaneamente deterrenza globale, guerre regionali prolungate e competizione sistemica con una potenza pari grado come la Cina.[5]
Dal punto di vista cinese e russo, il conflitto iraniano produce quindi effetti strategici indiretti anche in assenza di un coinvolgimento militare diretto. È sufficiente che Washington consumi progressivamente attenzione politica, capacità industriali, risorse operative e capitale strategico in un teatro periferico perché aumentino i margini di manovra disponibili altrove.
La guerra contro l’Iran tende così a trasformarsi da crisi regionale a problema sistemico della postura globale americana. Non perché Teheran possa militarmente competere con gli Stati Uniti sul piano convenzionale, ma perché il conflitto contribuisce ad amplificare il problema strutturale della simultaneità strategica in un sistema internazionale sempre più multipolare e ad alta intensità competitiva.
Attrito asimmetrico e costo delle piattaforme
La questione centrale della guerra contro l’Iran non riguarda la possibilità per Teheran di neutralizzare la superiorità militare statunitense. Gli Stati Uniti mantengono un netto predominio sul piano aeronavale, satellitare, logistico e tecnologico. Il problema riguarda piuttosto la capacità iraniana di imporre un rapporto costi/consumo progressivamente sfavorevole attraverso una strategia di attrito asimmetrico fondata su saturazione, dispersione e pressione operativa continua.[6]
In questo contesto assumono particolare rilevanza le perdite subite dagli assetti ad alto valore operativo americani. Secondo diverse stime, l’Iran avrebbe distrutto o danneggiato fino al 20% della flotta prebellica di MQ-9 Reaper statunitensi, includendo sia velivoli abbattuti in volo sia assetti colpiti nelle basi del Golfo Persico.[7] Anche assumendo margini di incertezza nelle valutazioni disponibili, il dato evidenzia la vulnerabilità crescente delle piattaforme ISR contemporanee in ambienti caratterizzati da saturazione missilistica, droni e minacce diffuse a medio raggio.
Gli MQ-9 non costituiscono semplici droni tattici. Essi rappresentano nodi essenziali dell’architettura americana di guerra a distanza: sorveglianza persistente, acquisizione obiettivi, supporto agli attacchi di precisione, coordinamento operativo e gestione del campo di battaglia. La loro perdita produce quindi effetti che vanno oltre il valore economico della singola piattaforma, incidendo sulla capacità complessiva di mantenere pressione continua e superiorità informativa sul teatro operativo.
Questo elemento assume particolare importanza nel caso iraniano. Teheran non necessita infatti di raggiungere la superiorità convenzionale statunitense né di eguagliarne la capacità tecnologica. È sufficiente che riesca a mantenere una pressione operativa tale da imporre un consumo costante di munizioni avanzate, intercettori e assetti di supporto a ritmi superiori rispetto alla loro rigenerazione industriale ordinaria.
La distruzione ripetuta di capacità iraniane rischia quindi di produrre effetti soltanto temporanei qualora i tempi di ricostituzione risultino inferiori ai costi sostenuti per ottenerla. Una strategia fondata esclusivamente sul degrado ciclico delle infrastrutture militari iraniane rischia progressivamente di trasformarsi in un processo di consumo operativo permanente.
In tale quadro, anche perdite operative relativamente contenute possono assumere rilevanza strategica se inserite in un conflitto prolungato caratterizzato da elevato consumo industriale, pressione simultanea su più teatri e necessità di mantenere costantemente la superiorità tecnologica e informativa.
Hormuz e la trasformazione della guerra marittima
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dal conflitto riguarda la trasformazione del controllo marittimo contemporaneo. La crisi dello Stretto di Hormuz ha infatti mostrato come, nel contesto tecnologico attuale, una potenza regionale possa imporre costi economici e strategici significativi senza necessità di ottenere una superiorità navale convenzionale.
Storicamente, il controllo delle principali rotte marittime era associato alla superiorità delle grandi flotte oceaniche. Nel caso iraniano, invece, la capacità di pressione deriva da una combinazione di missili costieri, droni, mine navali, sorveglianza litoranea e minaccia permanente di interdizione parziale.[8] La questione centrale non consiste necessariamente nella chiusura totale dello stretto, bensì nella capacità credibile di aumentare il rischio operativo e finanziario del transito commerciale.
Questo elemento rappresenta probabilmente una delle principali innovazioni strategiche emerse dalla guerra. Il controllo effettivo di un passaggio marittimo strategico non richiede necessariamente l’interdizione assoluta del traffico commerciale. È sufficiente la possibilità concreta di colpire selettivamente infrastrutture energetiche, petroliere o navi commerciali per produrre effetti immediati su assicurazioni, premi di rischio, rotte commerciali e prezzi energetici globali.[9]
La crisi di Hormuz ha inoltre evidenziato la crescente vulnerabilità delle economie industriali contemporanee rispetto ai principali passaggi strategici del commercio energetico globale. Anche senza interrompere completamente il traffico, la sola militarizzazione dello stretto ha prodotto rialzi significativi dei costi energetici, tensioni sulle catene logistiche e pressione inflazionistica su numerosi settori industriali occidentali.[10]
Le implicazioni strategiche vanno ben oltre il Vicino Oriente. Diversi analisti americani hanno sottolineato come il precedente iraniano possa avere effetti diretti sull’Indo-Pacifico, in particolare rispetto agli stretti di Malacca, Taiwan e Luzon.[11] Il conflitto ha infatti dimostrato che tecnologie relativamente economiche possono permettere anche a potenze regionali inferiori di contestare parzialmente il controllo di rotte marittime fondamentali per il commercio globale.
Dal punto di vista strategico, Hormuz rappresenta quindi non soltanto una crisi regionale ma un laboratorio operativo della guerra marittima contemporanea. La combinazione tra saturazione missilistica, droni, mine e pressione economica tende infatti a ridurre progressivamente il vantaggio tradizionale delle grandi potenze navali nei confronti di attori regionali dotati di capacità asimmetriche sufficientemente diffuse.
Questo non implica la fine della superiorità navale americana. Gli Stati Uniti mantengono capacità aeronavali immensamente superiori rispetto all’Iran. Tuttavia, la crisi di Hormuz mostra come anche una potenza dominante possa incontrare crescenti difficoltà nel garantire simultaneamente sicurezza delle rotte, libertà di navigazione e sostenibilità economica di una presenza militare permanente in ambienti ad alta saturazione missilistica.
La ricostituzione iraniana
Uno degli aspetti più significativi emersi nel corso del conflitto riguarda la capacità iraniana di ricostituire rapidamente parte delle proprie capacità militari nonostante l’intensità della campagna aerea statunitense e israeliana. Le valutazioni iniziali formulate nelle prime settimane della guerra tendevano infatti ad assumere che il degrado delle infrastrutture missilistiche, dei lanciatori e della base industriale avrebbe richiesto tempi lunghi per essere compensato. Le successive stime dell’intelligence americana hanno invece indicato un quadro più complesso.[12]
Secondo fonti vicine alle valutazioni dell’intelligence statunitense, l’Iran avrebbe riavviato parte della produzione di droni già durante il cessate il fuoco della primavera 2026, mentre numerosi lanciatori mobili e assetti missilistici sarebbero rimasti operativi o recuperabili.[13] Anche una parte consistente delle capacità costiere e antinave iraniane sarebbe sopravvissuta alla campagna iniziale, preservando la possibilità di continuare a minacciare il traffico nello Stretto di Hormuz.[14]
Questo elemento modifica significativamente la valutazione della sostenibilità strategica della guerra. La questione centrale non riguarda infatti soltanto la capacità americana di colpire infrastrutture e sistemi iraniani, ma il rapporto tra tempi di distruzione e tempi di ricostituzione. Se il degrado delle capacità iraniane richiede settimane di operazioni ad alta intensità mentre la loro ricostituzione può avvenire nell’arco di pochi mesi, il conflitto tende progressivamente a trasformarsi in una dinamica di logoramento permanente.
Il problema assume particolare rilevanza nel caso delle capacità missilistiche e dei droni. La guerra in Ucraina aveva già mostrato come sistemi relativamente economici e producibili in grandi quantità possano mantenere elevata efficacia operativa anche contro avversari tecnologicamente superiori. Nel caso iraniano, tale dinamica si combina con una struttura industriale dispersa, parzialmente sotterranea e sostenuta da reti esterne di approvvigionamento tecnologico.
Secondo diverse fonti occidentali, Cina e Russia starebbero inoltre contribuendo indirettamente alla ricostituzione iraniana attraverso forniture tecnologiche, componenti industriali, intelligence e supporto logistico limitato.[15] Nessuno di questi attori necessita di entrare direttamente nel conflitto per produrre effetti strategici significativi. È sufficiente che Teheran mantenga capacità operative sufficienti a prolungare il consumo di munizioni, intercettori e piattaforme americane nel tempo.
In questo senso, la guerra contro l’Iran mostra alcune caratteristiche tipiche della guerra industriale contemporanea: la superiorità tecnologica non garantisce necessariamente risultati strategici definitivi qualora l’avversario conservi capacità di dispersione, adattamento e ricostituzione sufficientemente rapide. La distruzione di infrastrutture militari può produrre degradi temporanei anche molto significativi, ma la loro efficacia strategica dipende dalla capacità di impedire che tali sistemi vengano rigenerati entro tempi compatibili con la prosecuzione del conflitto.
Nel breve periodo gli Stati Uniti mantengono la capacità di infliggere danni enormemente superiori rispetto a quelli subiti. Nel medio-lungo periodo, tuttavia, la rapidità della ricostituzione iraniana rischia di ridurre progressivamente l’efficacia di una strategia basata esclusivamente sul degrado ciclico delle capacità militari avversarie.
Il “fattore Vietnam” nel dibattito strategico americano
Uno degli sviluppi più significativi del dibattito strategico americano emerso durante il conflitto riguarda il ritorno dell’analogia vietnamita all’interno di settori dell’apparato strategico statunitense. Il riferimento non implica necessariamente un paragone diretto tra i due conflitti sul piano militare o geografico, ma segnala crescenti interrogativi riguardo al rapporto tra obiettivi politici, sostenibilità operativa e durata della guerra.[16]
Nel caso vietnamita, il problema centrale per Washington non fu l’assenza di superiorità convenzionale. Gli Stati Uniti mantennero per tutta la durata del conflitto una superiorità schiacciante sul piano tecnologico, aeronavale e industriale. La questione riguardò piuttosto la difficoltà di trasformare tale superiorità in risultati politici stabili e sostenibili nel tempo. L’analogia proposta da alcuni analisti americani rispetto all’Iran si colloca precisamente su questo terreno.[17]
Secondo questa interpretazione, la guerra contro Teheran rischia progressivamente di trasformarsi in un conflitto caratterizzato da costi cumulativi crescenti, obiettivi strategici ambigui e necessità di mantenere pressione militare continua per impedire la ricostituzione delle capacità avversarie. In tale quadro, la superiorità americana non elimina automaticamente il problema del logoramento strategico.
Il ritorno del riferimento vietnamita assume particolare rilevanza perché emerge non in ambienti marginali o apertamente antinterventisti, ma all’interno di riviste centrali del dibattito strategico americano come Foreign Affairs e Foreign Policy.[18] In questo senso, il paragone costituisce meno una previsione di “sconfitta” e più un indicatore delle crescenti preoccupazioni relative alla sostenibilità di lungo periodo della campagna.
L’analogia riguarda inoltre la relazione tra guerra regionale e tensioni interne americane. Il Vietnam produsse negli Stati Uniti effetti politici, economici e sociali che andarono ben oltre il piano strettamente militare: polarizzazione interna, crisi di fiducia nelle istituzioni, pressione inflazionistica e deterioramento del consenso politico attorno alla guerra. Pur in un contesto storico profondamente diverso, il conflitto iraniano sta già mostrando alcuni elementi di pressione sistemica sull’economia americana e sull’apparato politico-strategico di Washington.[19]
Ciò non implica necessariamente un declino irreversibile della potenza americana. Diversi analisti hanno ricordato come gli Stati Uniti, dopo il Vietnam, siano riusciti nel giro di pochi anni a ricostruire la propria posizione internazionale e a mantenere una superiorità globale duratura.[20] Tuttavia, proprio il fatto che l’analogia vietnamita sia tornata a circolare apertamente all’interno del dibattito strategico americano rappresenta di per sé un elemento significativo. Nel lessico politico statunitense, il Vietnam non indica semplicemente una guerra difficile: indica il rischio che la superiorità militare non riesca più a tradursi automaticamente in controllo politico e sostenibilità strategica.
Conclusioni
Nel breve periodo gli Stati Uniti mantengono una superiorità convenzionale schiacciante rispetto all’Iran. Washington conserva capacità aeronavali, satellitari, logistiche e industriali enormemente superiori a quelle di Teheran, oltre a una capacità di proiezione offensiva largamente dominante sul piano tecnologico e operativo. La questione centrale non riguarda dunque la possibilità americana di colpire l’Iran o degradarne le infrastrutture militari.
Il problema riguarda piuttosto la sostenibilità strategica del mantenimento indefinito della pressione necessaria a impedirne la ricostituzione. La guerra ha infatti evidenziato una serie di vincoli crescenti: consumo accelerato di munizioni avanzate, tempi lunghi di rigenerazione industriale, logoramento delle piattaforme ISR, riallocazione di risorse dal teatro indo-pacifico e vulnerabilità crescente delle rotte energetiche e commerciali globali.
Parallelamente, l’Iran ha dimostrato di conservare capacità sufficienti a prolungare il conflitto attraverso strumenti relativamente economici ma strategicamente efficaci: droni, missili, saturazione delle difese, minaccia ai passaggi marittimi strategici e rapida ricostituzione di parte della propria infrastruttura militare. In questo quadro, Teheran non necessita di raggiungere la parità convenzionale con gli Stati Uniti. È sufficiente che riesca a mantenere un livello di pressione operativo tale da imporre costi cumulativi crescenti nel tempo.
La guerra contro l’Iran mostra inoltre come la superiorità tecnologica contemporanea non elimini automaticamente il problema del logoramento. Al contrario, l’elevata sofisticazione delle piattaforme e dei sistemi d’arma tende ad aumentare i costi industriali, i tempi di sostituzione e la vulnerabilità strategica derivante dal consumo prolungato di assetti ad alto valore operativo.
Il conflitto ha infine riportato al centro una questione più ampia relativa alla postura globale americana. La difficoltà di sostenere simultaneamente guerra regionale, deterrenza indo-pacifica e competizione strategica multilivello suggerisce che il problema centrale della potenza statunitense contemporanea non sia tanto la capacità di colpire, quanto la gestione nel tempo della pressione operativa su scala globale.
In questo senso, la guerra contro l’Iran rappresenta meno una crisi regionale isolata che un indicatore delle trasformazioni della guerra industriale contemporanea: ritorno del consumo massiccio di munizioni, vulnerabilità dei sistemi logistici globali, centralità della capacità industriale e crescente difficoltà di convertire superiorità militare in risultati strategici stabili e definitivi.
NOTE
[1] Julian E. Barnes, “Iran War Exposes Shortcomings in U.S. Military Industrial Base”, The New York Times, 19 maggio 2026; Demetri Sevastopulo, “US warns Japan of severe delays in Tomahawk deliveries due to Iran war”, Financial Times, 23 maggio 2026.
[2] Center for Strategic and International Studies (CSIS), stime sugli stock e sui tempi di produzione dei Tomahawk riportate dal Financial Times, 23 maggio 2026.
[3] Demetri Sevastopulo, “US warns Japan of severe delays in Tomahawk deliveries due to Iran war”, Financial Times, 23 maggio 2026.
[4] “US pauses $14bn Taiwan arms sale amid Iran war, navy says”, Middle East Eye, 23 maggio 2026.
[5] Lynn Kuok, “Hormuz Is a Warning for the Indo-Pacific”, Foreign Affairs, 22 maggio 2026; Patrick Foulis, “America’s ‘simultaneity’ nightmare”, Financial Times, maggio 2026.
[6] Congressional Research Service, Operation Epic Fury: Airframe Losses and Industrial Implications, Washington D.C., maggio 2026.
[7] “Iran destroyed 20 percent of US’s MQ-9 Reaper drone fleet: Report”, Middle East Eye, 22 maggio 2026.
[8] Lynn Kuok, “Hormuz Is a Warning for the Indo-Pacific”, Foreign Affairs, 22 maggio 2026.
[9] Ibid.
[10] Keith Johnson, “Trump’s War Is Wrecking Trump’s Economy”, Foreign Policy, 20 maggio 2026.
[11] Lynn Kuok, “Hormuz Is a Warning for the Indo-Pacific”, Foreign Affairs, 22 maggio 2026.
[12] Zachary Cohen, Natasha Bertrand, “Iran rebuilding military industrial base faster than expected, already producing drones, according to US intel”, CNN, 21 maggio 2026.
[13] Ibid.
[14] Ibid.
[15] “Russia is providing Iran intelligence to target U.S. forces”, Reuters, 6 marzo 2026; “Russia is sharing satellite imagery and drone technology with Iran, WSJ reports”, Reuters, 17 marzo 2026; Zachary Cohen, Natasha Bertrand, “Iran rebuilding military industrial base faster than expected, already producing drones, according to US intel”, CNN, 21 maggio 2026.
[16] Gideon Rose, “Iran as Vietnam, Ukraine as Korea”, Foreign Affairs, 20 maggio 2026.
[17] Ibid.
[18] Gideon Rose, “Iran as Vietnam, Ukraine as Korea”, Foreign Affairs, 20 maggio 2026; Ravi Agrawal, “Iran Could Be Trump’s Greatest Failure”, Foreign Policy, maggio 2026.
[19] Keith Johnson, “Trump’s War Is Wrecking Trump’s Economy”, Foreign Policy, 20 maggio 2026; Warren P. Strobel, John Hudson, Ellen Nakashima, “Tulsi Gabbard resigns as director of national intelligence”, The Washington Post, 22 maggio 2026.
[20] Gideon Rose, “Iran as Vietnam, Ukraine as Korea”, Foreign Affairs, 20 maggio 2026.
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