Il primo mandato di Donald Trump

Nove anni fa, agli inizi del 2017, allorché Donald Trump ricevette il suo primo mandato presidenziale, la stragrande maggioranza degli osservatori delle relazioni internazionali era convinta che il nuovo presidente degli Stati Uniti avrebbe adottato una politica isolazionista, coerente con una campagna elettorale che si era ispirata alla retorica nazionalista riassunta nella parola d’ordine “America First”.

La prospettiva dell’isolazionismo statunitense creò apprensione fra gli atlantisti, i quali già allora cominciarono a temere che la potenza egemone dell’Occidente avrebbe abbandonato l’Europa a sé stessa, lasciandola in preda ad un paventato espansionismo russo.

La medesima prospettiva ispirò ad altri sprovveduti l’illusione che gli Stati Uniti avrebbero spontaneamente rinunciato al loro dominio sull’Europa, restituendole la libertà di decidere del proprio destino.

Altri ancora, indotti da chimere d’ordine ideologico, si fecero alfieri entusiasti della “rivoluzione di Trump”[1], scorgendo nell’America “profonda” in lotta contro il “deep State” un’alternativa al globalismo di impronta liberale e giustificando il collaborazionismo occidentalista con l’adesione ad un immaginario fronte conservatore (o addirittura “tradizionalista”) guidato dalla Casa Bianca. Uno dei teorici più attivi di questa Internazionale conservatrice, dopo aver indicato per anni negli Stati Uniti il “nemico assoluto” e addirittura il “nemico metafisico” (sic), arrivò al punto di augurare al presidente Trump “altri quattro anni” di presidenza, e ciò nel giorno stesso in cui quest’ultimo rivendicava il merito di aver fatto assassinare a tradimento il generale iraniano Qasem Soleimani[2].

L’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump venne commentato da “Eurasia” con un titolo deciso e controcorrente: L’America non si isolerà.[3] Data la natura espansionistica degli Stati Uniti d’America, quella previsione non poteva non trovare riscontro nell’azione del nuovo presidente, come fu puntualmente confermato dagli atti più significativi della prima amministrazione trumpiana in materia di politica estera.

Nel maggio 2017 Donald Trump fu il primo presidente statunitense a recarsi al cosiddetto “Muro del Pianto”. Ribadito il “vincolo indissolubile” tra gli Stati Uniti e lo Stato ebraico, il neopresidente, oltre a riconoscere la sovranità israeliana sulle alture del Golan, annunciò che avrebbe trasferito l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, compiendo così una mossa che avrebbe rappresentato un riconoscimento unilaterale della Città come capitale dell’entità sionista. Nell’incontro con Netanyahu respinse l’ipotesi della “soluzione” dei due Stati e si dichiarò favorevole all’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Infine, annunciò che sarebbe stato suo genero, l’ebreo sionista Jared Kushner, a guidare le trattative per un accordo di pace coi Palestinesi.

Un paio di giorni prima, Trump si era recato in Arabia Saudita per rinsaldare l’alleanza tra Washington e Riyad in un impegno comune contro la Repubblica Islamica dell’Iran e i suoi alleati, e ciò a partire dalla Siria, dove americani e sauditi sostennero con armi e denaro i “ribelli moderati” e le bande dei terroristi[4]. L’8 maggio 2018, dietro richiesta di Israele, l’amministrazione statunitense annunciò l’uscita unilaterale dall’Accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), rilanciando le sanzioni economiche contro la Repubblica Islamica al fine di indurla a ritirare l’appoggio al governo di Damasco, a Hezbollah e all’opposizione yemenita.

Nel primo anno del suo mandato, il 6 luglio 2017, Trump tenne a battesimo a Varsavia l’Iniziativa dei Tre Mari, che riuniva dodici paesi dell’Europa centrale, baltica e balcanica e si proponeva di colpire l’esportazione di gas russo in Europa per favorire l’invio di gas naturale liquefatto dall’America. La macroregione dei tre mari (Baltico, Mar Nero, Adriatico) era finalizzata a spezzare l’Unione Europea e, inglobando prima o poi anche l’Ucraina, a stringere un cordone sanitario atlantista lungo la linea di confine occidentale della Federazione Russa.[5]

Per quanto riguarda l’Ucraina, nel 2017 Trump rafforzò il sostegno militare a Kiev autorizzando la vendita di 210 missili anticarro Javelin. (Gli aiuti militari statunitensi all’Ucraina verranno sospesi il 4 marzo 2025, dopo un conflitto di rapporti fra Trump e Zelensky; tuttavia una settimana dopo, in seguito a un incontro ufficiale tra le due parti in Arabia Saudita, avrà luogo l’immediato ripristino degli aiuti militari e della condivisione delle informazioni riservate. L’evento sarà definito dal Cremlino “un superamento del limite”).

Quanto alla Cina, Trump archiviò il principio diplomatico che riconosce il governo di Pechino come suo unico governo legittimo; ciò avvenne nel 2017, con una telefonata di Trump al presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen. Inoltre, furono imposti dazi del 25% su 200 miliardi di dollari di merci cinesi nel 2019, in risposta a un disavanzo commerciale USA-Cina che nel 2018 superava i 350 miliardi di dollari. Trump accusò la Repubblica Popolare di compiere attività spionistiche, di rubare brevetti, di manipolare lo yuan. In particolare, accusò di spionaggio la società tecnologica Huawei, attiva nel settore dell’informatica e delle telecomunicazioni, e fece pressione sugli alleati degli Stati Uniti affinché la escludessero dai mercati nazionali. Attribuì la diffusione globale del Covid-19 alla Cina, dipingendola come responsabile della crisi sanitaria mondiale.

 

I bombardamenti in Nigeria

Nel novembre 2025 la Casa Bianca ha pubblicato un documento intitolato National Security Strategy of the United States of America, che secondo il presidente Donald Trump rappresenta “una tabella di marcia per garantire che l’America rimanga la nazione più grande e di maggior successo nella storia umana e la patria della libertà sulla terra [the greatest and most successful in human history, and the home of freedom on earth]”. Alle linee guida esposte nel documento (ampiamente analizzate e commentate nel presente numero di “Eurasia”) hanno dato puntuale e tempestivo riscontro le mosse più significative della seconda amministrazione Trump.

Nella notte tra il 25 e il 26 dicembre 2025 l’aviazione statunitense ha bombardato due campi militari nello Stato nigeriano di Sokoto, al confine col Niger; si sarebbe trattato di basi utilizzate da combattenti dell’ISIS in collaborazione con affiliati locali (noti come “Lakurawa”) per condurre attacchi su larga scala all’interno della Nigeria. L’operazione, eseguita dal Comando Africano degli Stati Uniti (Africom) con l’appoggio di droni da combattimento MQ-9 Reaper e con il lancio di una decina di missili da crociera Tomahawk da una nave ormeggiata nel Golfo di Guinea, ha causato la morte di circa duecento Lakurawa e di gran parte del bestiame della zona. Quattro testate inesplose sono cadute in due o tre centri abitati distruggendo alcune strutture e causando danni a terreni agricoli.

Trump ha definito l’attacco aereo un “regalo di Natale” per il “terrorismo islamico” massacratore di cristiani. “Sotto la mia guida – ha scritto su Truth Social – il nostro Paese non permetterà al terrorismo islamico radicale di prosperare. Che Dio benedica il nostro esercito e Buon Natale a tutti, compresi i terroristi morti, che saranno molti di più se il loro massacro di cristiani continuerà. (…) Avevo già avvertito questi terroristi che, se non avessero fermato il massacro dei cristiani, avrebbero conosciuto l’inferno. Il Dipartimento della Guerra ha eseguito numerosi attacchi perfetti, come solo gli USA sono in grado di fare”.

Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha confermato che l’operazione era stata pianificata per porre fine al massacro dei cristiani, ma il governo nigeriano guidato dal presidente Bola Ahmed Tinubu ha obiettato che la rappresentazione della Nigeria come paese religiosamente intollerante non corrisponde alla realtà e che le azioni criminali compiute nel nord-est del paese hanno fatto vittime tanto fra i cristiani quanto fra i musulmani. Anche il ministro degli Esteri Yusuf Tuggar ha negato categoricamente che gli attacchi aerei statunitensi fossero finalizzati a proteggere una specifica religione, confermando che la violenza dei settari colpisce cittadini di ogni confessione.

Se si considera che la Nigeria è il principale produttore di petrolio in Africa (attualmente produce 1.300.000 barili al giorno) e che la Repubblica Popolare Cinese acquista una quota crescente di greggio nigeriano, spesso in combinazione con accordi di investimento e infrastrutture, si potrà ricavare una spiegazione meno idealistica dell’intervento statunitense. Si tenga inoltre presente che la Nigeria, dopo aver saldato un debito di 3.400.000.000 dollari col Fondo Monetario Internazionale, per ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense sta proponendo di utilizzare la propria moneta, la Naira, per il commercio del petrolio; e questo in linea con la strategia di dedollarizzazione dei BRICS.

 

L’attacco al Venezuela

Il 2 gennaio 2026 Trump ha ordinato il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. L’operazione, denominata Absolute Resolve, si è svolta nella notte fra il 2 e il 3 gennaio: oltre 150 velivoli, tra cui F-22 Raptor, F-35 Lightning II, B-1 Lancer e droni stealth RQ-170 Sentinel, hanno attaccato basi militari e antenne nel nord del Venezuela, paralizzando le difese. Quindi operatori della Delta Force, appoggiati dalla CIA e dall’FBI, sono atterrati in elicottero a Caracas ed hanno fatto irruzione nel complesso residenziale, penetrando nella camera da letto del presidente. Questi è stato ammanettato e caricato su un elicottero Apache, mentre sua moglie è stata violentemente percossa sul volto; poi sono stati trasportati entrambi al largo del Venezuela, dove li attendeva la nave anfibia USS Iwo Jima. L’aereo su cui sono stati trasferiti è atterrato alla Stewart Air National Guard Base nello Stato di New York; portati in elicottero al Westside Heliport di Manhattan, i due coniugi sono stati rinchiusi nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn, carcere federale di massima sicurezza.

L’incursione statunitense, che è costata la morte di un’ottantina di persone tra militari e civili, è stata presentata da Trump come un’operazione di polizia internazionale in esecuzione di un mandato giudiziario motivato da accuse di narcotraffico e di corruzione, accuse formalizzate nel 2020 dal Dipartimento di Giustizia USA e poi rivelatesi infondate. Esperti e organismi internazionali hanno respinto la giustificazione addotta da Trump, sottolineando che un capo di Stato gode di immunità funzionale, che il diritto internazionale proibisce l’uso della forza in mancanza di autorizzazione dell’ONU o di legittima difesa, che l’operazione statunitense viola il paragrafo 4 dell’articolo 2 della Carta dell’ONU.

In effetti, il sequestro di persona ordinato da Trump è stato motivato dall’interesse strategico statunitense per le riserve petrolifere venezuelane. Il presidente stesso ha dichiarato che la cattura di Nicolás Maduro consentirà agli Stati Uniti di gestire le riserve petrolifere venezuelane (valutate in 300 miliardi di barili); quindi ha convocato alla Casa Bianca i rappresentanti delle compagnie petrolifere, annunciando che il governo degli USA deciderà quali aziende potranno operare in Venezuela e garantirà la loro sicurezza nel paese latinoamericano. Il presidente ha inoltre firmato un ordine esecutivo per custodire i proventi della vendita del petrolio venezuelano nel Tesoro degli USA, affermando che i ricavi saranno utilizzati per promuovere gli interessi strategici degli Stati Uniti.

Sottoposto ad un controllo strategico, economico e politico che impone limiti decisivi alla sua sovranità, il Venezuela è entrato nell’orbita di influenza statunitense. Così il primo carico di petrolio greggio venezuelano è stato inviato in Israele, sebbene le relazioni diplomatiche tra Caracas e Tel Aviv fossero state interrotte nel 2009.

 

Le mire sulla Groenlandia

Dopo l’aggressione al Venezuela, la “strategia di sicurezza nazionale” degli Stati Uniti prevede l’appropriazione di un territorio appartenente a uno Stato europeo: la Groenlandia. Donald Trump ha infatti ribadito l’interesse statunitense per la più grande isola del mondo, sostenendo che gli Stati Uniti ne hanno bisogno per motivi di sicurezza nazionale ed affermando testualmente: “Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia. Deve stare in mano nostra; qualcosa di meno è inaccettabile”. Washington vuole un “accesso totale”, non un semplice contratto d’affitto.

Gli Stati Uniti ambiscono ad esercitare il loro controllo sulle rotte marittime che – grazie alla fusione dei ghiacci – attraversano il Mar Glaciale Artico e sono più brevi e sicure di quanto non lo siano il canale di Suez, il canale di Panama o lo stretto di Magellano. L’Artico, che comprende una serie di mari periferici, occupa un bacino approssimativamente circolare in un’area di oltre 14 milioni di kmq ed è racchiuso fra le estreme regioni settentrionali di due continenti: l’Eurasia e l’America. Ovviamente l’interesse degli Stati Uniti si riguarda anche le risorse minerarie della regione, fondamentali per la tecnologia avanzata e per la transizione energetica, quali in particolare le terre rare, il litio, la grafite, l’uranio; per non parlare di oro, diamanti, rubini, rame, zinco, piombo, nickel, cobalto ecc.

Perciò il 21 gennaio 2026, durante il Forum Economico Mondiale di Davos, il presidente statunitense ha dichiarato di volere avviare negoziati immediati per l’acquisizione della Groenlandia, definendola un “grosso pezzo di ghiaccio” essenziale per il controllo dell’Artico e fondamentale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, sottolineando l’importanza strategica della sua posizione tra il Nordamerica e l’Europa. Trump ha inoltre espresso preoccupazione per la crescente presenza di navi russe e cinesi intorno alla Groenlandia, ravvisandovi una minaccia; a suo parere, dunque, rafforzare il controllo statunitense sull’isola servirebbe a contrastare l’influenza geopolitica e militare di Mosca e Pechino nell’Artico. Trump ha negato di voler usare la forza per impadronirsi dell’isola, ma ha aggiunto che, se l’Europa si opporrà, gli Stati Uniti se la legheranno al dito; inoltre ha annunciato di aver raggiunto con il segretario generale della NATO, Mark Rutte, un accordo quadro “a lungo termine” e “infinito” per la Groenlandia e l’intera regione artica. Ha anche affermato che, grazie a questo accordo, non saranno più imposti dazi alle nazioni europee che attualmente si oppongono alle richieste degli USA. Ha ripetuto spesso che la Groenlandia è parte del Nordamerica e che la Danimarca è stata ingrata verso gli USA, poiché non ha mantenuto con loro un rapporto più stretto dopo la Seconda guerra mondiale. Anzi, tutti gli Europei sono ingrati e dimenticano di essere debitori della loro libertà agli Stati Uniti. “Se non fosse per noi, – ha detto – oggi parlerebbero tedesco”. Hanno ricevuto troppo da Washington e non vogliono dare nulla in cambio.

 

Il sigillo di Trump sul genocidio palestinese

Due settimane dopo il Forum di Davos, Trump ha incontrato a Washington Benjamin Netanyahu per discutere degli sviluppi relativi all’Iran. Un altro incontro fra i due era avvenuto il 29 dicembre 2025 a Mar-a-Lago, mentre un altro importante colloquio si era svolto il 29 settembre alla Casa Bianca. Un ulteriore incontro alla Casa Bianca, avvenuto l’11 febbraio 2026, è stato definito “molto buono” da Trump, il quale ha scritto su Truth Social: “Non c’è stato niente di definitivo, se non che ho insistito che i negoziati con l’Iran continuino, per vedere se si può trovare un accordo”. Altrimenti, ha proseguito, “faremo qualcosa di duro”, lasciando intendere che l’opzione militare resta sul tavolo.

Durante il suo secondo mandato, Trump ha rafforzato l’allineamento strategico con Israele stabilito durante il primo mandato, garantendo al regime sionista il totale sostegno degli USA sui temi fondamentali e rafforzandone la superiorità aerea con la fornitura di 25 nuovi F-15EX Eagle II.

Innanzitutto, il presidente nordamericano ha espresso in più occasioni la sua approvazione per le operazioni genocide nella Striscia di Gaza. A completamento di esse, nel settembre 2025 ha presentato un “piano di pace” che prevede che la Striscia sia governata da un comitato “tecnocratico”, sotto la supervisione di un “Consiglio per la Pace” (Board of Peace) con sede a Davos, presieduto dallo stesso Trump e con la partecipazione di Tony Blair. Questo organismo internazionale richiede un contributo di un miliardo di dollari ad ogni paese che voglia avere un seggio permanente, mentre le decisioni saranno prese a maggioranza e l’ultima parola sarà riservata a Trump. Quanto ai militanti di Hamas, dovranno consegnare le armi e lasciare che le loro gallerie vengano distrutte, se vogliono godere di un’amnistia e avere un passaggio sicuro verso paesi disposti ad accoglierli; altrimenti, promette Trump, “se non abbandonano presto le armi, si aprirà l’inferno”.

La “ricostruzione” di Gaza concepita da Trump dovrebbe avvenire secondo un progetto di sviluppo incentrato sulla creazione di una nuova enclave finanziaria e immobiliare. Il piano, coordinato da Jared Kushner, prevede la costruzione di aggregati urbani (?) avveniristici, con grattacieli simili a quelli di Dubai o di Doha, aree residenziali, centri di elaborazione di dati, impianti industriali, un nuovo porto, un aeroporto e un’ampia zona turistica costiera con 180 torri a uso misto. Si tratta, in definitiva, di un’operazione intesa a cancellare l’identità del luogo per ridurlo ad un’area di profitto e di controllo, secondo una logica di mercificazione totale. I residui abitanti diventerebbero “stakeholders globali” e Gaza sarebbe trasformata in un punto logistico strategico tra Israele, l’Arabia Saudita e il Mediterraneo.

 

Gli USA e l’Europa: tutti i salmi finiscono in gloria

Parlando alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, il segretario di Stato USA Marco Rubio ha chiarito definitivamente il particolare significato che il termine “isolazionismo” ha nel vocabolario statunitense. “Siamo parte di una sola civiltà, quella occidentale. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più forti, da una storia comune [?], dalla religione [?], dalla lingua [?], dagli antenati [?] e dai sacrifici che hanno compiuti [?]. (…) Vogliamo un’Europa forte, i nostri equilibri sono collegati”.

I collaborazionisti europei hanno “tirato un sospiro di sollievo”: lo ha dichiarato alla TV tedesca l’“Alta rappresentante” dell’UE per la politica estera e la sicurezza, Kaja Kallas.


NOTE

[1] Alexander Dugin, The Trump Revolution. A New Order of Great Powers, Arktos, London, 2025.

[2] “Four more years. Keep America great. Happy New Year! This will be EPIC!” (Alexander Dugin, Facebook, 3 gennaio 2020).

[3] “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, 1/2017.

[4] C. Mutti, La danza delle spade, “Eurasia”, 1/2018.

[5] Cfr. C. Mutti, Il cordone sanitario atlantico, “Eurasia”, 4/2017.


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Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).