Béla Hamvas, Nessun compromesso, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2026, pp. 80, € 15,00.

In un opuscolo dall’emblematico titolo The children of the light and the children of darkness, infarcito della teologia politico-apocalittica propria dell’evangelismo nordamericano, il teologo riformato Reinhold Niebuhr (1892-1971) stabiliva una netta distinzione tra la “civiltà democratica moderna”, fondata sul credo liberale e rappresentata dai “figli della luce”, e l’idea antidemocratica europea dei “figli delle tenebre”, ispirata da una sorta di “cinismo morale”. Questo carattere “cinico”, secondo Niebuhr, accomunerebbe il pensiero e l’azione di molte personalità europee a cavallo tra il XIX e il XX secolo, tra le quali spiccano Benito Mussolini, Adolf Hitler ed il loro asserito “ispiratore”, Giuseppe Mazzini. Il teologo statunitense, tra l’altro, non riconosceva nell’Antichità greca il fondamento delle forme democratiche moderne, delle quali egli individuava la matrice nella società borghese e nel capitalismo (in quello nordamericano in particolare). Nel complesso, il lavoro di Niebuhr si presentava come l’ennesima operazione culturale per distanziare il Nordamerica, con la sua specifica “civiltà”, dalla vecchia Europa e dalle sue “oscure” ideologie novecentesche.

Le posizioni di Reinhold Niebuhr si presentano completamente ribaltate in Non esiste compromesso del pensatore ungherese Béla Hamvas, raccolta di articoli pubblicati nei primi anni ’40 del secolo scorso sulla rivista “Magyarság”. Lungi dall’essere bollate come fenomeno “maligno”, le idee delle personalità politiche sopracitate venivano valutate come espressioni di un’azione di rinascita dell’Europa che avrebbe dovuto condurre all’affermazione di un mondo e di un uomo nuovi.

Hamvas critica ferocemente la democrazia borghese e liberale, costruita su una tendenza al ribasso e produttrice di demagoghi e non di capi. Una critica, questa, che si ritrova già nel pensiero e di tanti esponenti della cultura greca. Nelle commedie di Aristofane Le vespe e I cavalieri, ad esempio, il campione della democrazia viene descritto come un tipo umano in cui trionfano tutte le caratteristiche più abiette: è avido, perverso, arrogante, crudele, adulatore e dissimulatore. E può essere sconfitto solo da chi possiede, ma in misura maggiore, le stesse orrende qualità, le quali coincidono poi con quelle che nell’uomo democratico vengono riscontrate dallo Pseudo-Senofonte. I tratti essenziali della democrazia ateniese sarebbero infatti lo strapotere della canaglia, l’immoralità, la miseria culturale e l’irresponsabilità erette a sistema, l’eccessiva libertà, la politica di rapina a danno delle città alleate. Tutti aspetti ripugnanti che vengono considerati caratteristiche imprescindibili di un sistema fondato sull’egemonia marittima (sulla quale, guarda caso, si è basato il potere egemonico globale prima britannico e successivamente nordamericano).

A Mazzini, in particolare, Hamvas dedica ampio spazio. “L’illuminismo francese – egli scrive – afferma che al centro del mondo politico e storico bisogna collocare l’uomo, l’uomo generico, l’uomo di sempre. Invece la concezione specificamente italiana, che inizia con Dante, continua con Vico e si sviluppa con Mazzini, dice che al centro della politica e della storia non sta l’uomo astratto ma una data e viva realtà: il popolo”. Dopo tutto, il filosofo inglese Thomas Hobbes, anch’egli profondamente criticato da Niebuhr per le sue idee antidemocratiche e per non aver mai mascherato il potere, immaginava lo Stato come una moltitudine di individui all’interno di un corpo politico più grande e quasi onnipotente. “Gli Stati – prosegue Hamvas – non sono creati dalla ragione astratta, non dalla costruttività intenzionale, non da un ordine messo sulla carta, ma sempre da una realtà vivente, sia pure irrazionale: il popolo”. E ancora, sottolineando come Mazzini avesse rigettato tutto il mondo di idee della Rivoluzione francese: “Il rinnovamento non deve cominciare con l’escogitazione di una dottrina dello Stato, ma con un particolare risveglio dell’autocoscienza, con un’esperienza comunitaria irriflessa, in seguito alla quale, quasi da un giorno all’altro, tutti i membri dell’intero Paese improvvisamente si sentono e si riconoscono cresciuti insieme in profondità insondabili”.

Hamvas, di fatto, è affascinato dallo spirito comunitario: a suo modo di vedere, la Rivoluzione fascista in Italia è in primo luogo “una potente esperienza comunitaria che maturava lentamente da secoli”. A tale proposito, si potrebbe osservare che l’idea di comunità caratterizza anche altri movimenti di pensiero e d’azione più “orientali”, come ad esempio l’eurasiatismo  russo, nato anch’esso dopo la prima guerra mondiale e fautore di un grande spazio comunitario eurasiatico postrivoluzionario, e la Rivoluzione Islamica dell’Iran, nata da un’idea forgiata nel corso di un’esperienza condivisa nei secoli precedenti. D’altronde Roma e la Persia hanno un passato imperiale simile, con forme istituzionali legate ad un diritto intrinsecamente pervaso di spiritualità, religione e mito.

Anche per Hamvas l’“Oriente” è quello in cui “l’uomo non ha mai separato il pensiero dalla mitologia e la critica dalla religione”, cosa che invece è avvenuta in Europa con la Modernità; e a ciò occorre porre rimedio costruendo la via su cui deve avanzare il nuovo tipo umano: il mito. In questo senso, uno degli articoli contenuti nel volume mostra questo aspetto in relazione alla figura di Adolf Hitler quale essa è stata presa in considerazione dal poeta georgiano Grigol Robakidze. Questi fa notare come la fotografia non riesca mai a catturare il suo “sguardo interno”, ossia “il segno caratteristico dei volti su cui c’è qualcosa di soprannaturale, qualcosa di sovrumano”. La sua voce, ancora, è una di quelle che “risuona nella notte senza luna, nel bel mezzo della disperazione: insolita, strana, terrificante, eppure piena di un’invincibile volontà di vita”. È la voce di un uomo che ha rinunciato alla propria vita per ridare vita alla propria comunità. È lui l’uomo nuovo. È “colui che risveglia la razza come forza primordiale”. Egli “ha dato nuova forza al suo popolo e ha creato una nuova idea. Ha sottolineato il fatto che lingua, nazione, Stato, arte, cultura sono emanazione di questa unità razziale e provengono dall’immediata vita del sangue. E, onorando l’unità razziale, ha legato di nuovo alla Madrepatria, al focolare domestico, la cultura ormai sradicata”.

A questo proposito, scriveva Martin Heidegger nel saggio sull’introduzione alla filosofia: “Patria è la cerchia storicamente protetta e proteggente, infiammante i cuori e liberante le potenzialità a cui l’uomo appartiene e obbedisce nel senso essenziale dell’udire che presta ascolto a ciò che lo reclama. Il luogo di nascita e il territorio del Paese natio sono il focolare della patria solo se sono – e nella misura in cui sono – attraversati e dominati dall’essenza della patria libera e autentica. Solo allora la patria può dispensare quei doni che l’uomo odierno riconosce e custodisce scarsamente, raramente e troppo tardi”. Heidegger, dunque, riconosceva la necessità della Patria “libera” come unica via per riscoprire la sua autenticità e quella cultura che da più parti è minacciata, oggi ancor più di ieri, dallo sradicamento. Non a caso, dopo il conflitto mondiale Heidegger sostenne che le nuove forme democratiche imposte all’Europa occidentale sono ancor più perniciose, pervasive e sotto certi aspetti anche più totalitarie dei sistemi dittatoriali che le avevano precedute.

Ad ogni modo, secondo Hamvas, non può esserci compromesso tra due visioni del mondo completamente antitetiche: tra lo pseudoidealismo falso e bottegaio del mondo occidentale e chi, invece, cerca di creare unità contro la discordia e responsabilità contro la furia distruttiva dell’individualismo e degli istinti piccolo-borghesi.

Il disprezzo dello scrittore magiaro per la società borghese si manifesta anche nell’elogio dell’opera di Georges Sorel, da lui considerato come il reale maestro di Hitler, di Mussolini e, sia pure in misura minore, di Lenin. Di Sorel, Hamvas apprezza soprattutto l’idea che sia necessario dare un fondamento spirituale al socialismo per creare una forma comunitaria migliore allo Stato liberale; parimenti concorda sulla necessità della dittatura – del capo che decide schmittianamente – contro l’infiacchimento democratico e l’opportunismo pacifista borghese. Le grandi riforme devono essere preparate da grandi spiriti e grandi pensieri.

Chiude il volume un interessante saggio di Claudio Mutti sul rapporto tra Béla Hamvas e Julius Evola: il primo definiva il pensiero del secondo come “arcaico”, termine da intendersi non in senso spregiativo, ma come indicativo di quella “totalità” che è oggetto del pensiero di Evola e che lo accomuna a quello di Eraclito e di Empedocle.


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Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).