Al contrario della Storia, la politica quotidiana somiglia a un tribunale bizzarro. In essa, attraverso la grancassa della propaganda e la veemenza degli slogan, si invertono con sorprendente facilità i ruoli di vittima e carnefice. Il custode fidato e il difensore storico della sicurezza marittima vengono dipinti come minacce alla libertà di navigazione, mentre i veri pirati si travestono da timonieri preoccupati per la sorte di pescatori e marinai indifesi.
Tuttavia, la Storia rimane un tribunale giusto al quale non ci si può sottrarre. Si possono chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie per un breve momento, ma non si può rimanere sordi e ciechi per sempre. Lo Stretto di Hormuz è stato, e continua a essere, una delle vie d’acqua strategiche più cruciali del pianeta. Nessuna propaganda potrà mai alterare la sovranità e il controllo territoriale dell’Iran su di esso — un dato di fatto sancito dall’ineludibile forza della geografia.
Eppure, questa vitale via di comunicazione rappresenta prima di tutto una risorsa provvidenziale per il benessere, il commercio e lo sviluppo di tutte le nazioni, siano esse paesi d’origine o di destinazione delle merci. Sull’altra sponda dello stretto, caratterizzata da un passaggio più stretto e impervio (specie per le navi di grande tonnellaggio), sorge l’Oman, nazione fraterna e culturalmente a noi vicina.
L’eredità del colonialismo e la solidarietà regionale
Le tensioni e le sfide che gravano su questa via d’acqua, analogamente a molte altre criticità del Medio Oriente, hanno radici storiche profonde che risalgono all’epoca coloniale. I portoghesi furono i precursori di questa occupazione, violando sistematicamente la sovranità e la libertà delle popolazioni delle isole e delle coste del Golfo Persico. Nel 1622, l’isola di Hormuz fu liberata dal giogo portoghese grazie alle forze di Imam Quli Khan (generale dello Scià Abbas I) con l’ausilio di quattro navi della Compagnia britannica delle Indie Orientali.
L’ammiraglio portoghese Afonso de Albuquerque sosteneva che qualsiasi potenza in grado di controllare i tre nodi strategici di Malacca, Aden e Hormuz avrebbe dominato il commercio globale. L’importanza di Hormuz era tale da scatenare anche le brame degli imperialisti britannici. Rispondendo alle legittime rimostranze degli abitanti di Gombroon (l’odierna Bandar Abbas), l’esercito persiano decise di punire gli occupanti portoghesi nel Golfo Persico, liberando non solo Hormuz, ma costringendo i portoghesi a ripiegare fino a Mombasa, in Kenya. Questa clamorosa vittoria segnò l’inizio del definitivo declino portoghese nell’Africa orientale, dove, grazie al sostegno dello Scià di Persia, l’Imam di Mascate riuscì ad espugnare l’imponente fortezza di Mombasa.
Dall’altro lato dello stretto vi era e vi è l’Oman, abitato da tribù e clan che risiedono in quelle terre da secoli. Noi iraniani abbiamo costantemente cercato, nel corso della storia, di preservare e rispettare l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Oman, assicurandogli sempre il nostro sostegno. Quando i portoghesi occuparono parti del Golfo Persico, lo Scià Abbas il Grande li espulse dalla regione con fermezza. Per i Safavidi, quell’operazione di liberazione doveva includere anche Mascate (capitale dell’Oman); tuttavia, gli inglesi, fedeli alla loro tradizionale condotta ambigua, abbandonarono la seconda fase della campagna. Questo tradimento generò la ferma indignazione dello Scià Abbas, il cui sincero obiettivo era liberare Mascate per evitare il consolidamento della presenza portoghese.
In un’altra epoca, Nadir Shah, uno dei più grandi strateghi della storia persiana, di fronte all’invasione di Mascate da parte dei nomadi del Najd lanciò una fulminea controffensiva liberando l’area, espellendo gli aggressori e restituendo Mascate al legittimo sovrano dell’Oman.
La regolamentazione iraniana come garanzia di stabilità
La supervisione del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz da parte iraniana non persegue altro scopo se non quello di garantire una pace regionale duratura, la tutela ambientale e la libertà di navigazione. A testimonianza di ciò vi sono la storia stessa e i principi della Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran, fondata sul rifiuto di qualsiasi egemonia e sulla lotta intransigente al colonialismo.
Oggi, dopo un anno di aggressioni, assassinii mirati e massacri di civili perpetrati contro l’Iran con il supporto navale di forze d’invasione penetrate fino al cuore del Golfo Persico sotto scudi umani e terrestri, la regolamentazione e le disposizioni di sicurezza iraniane per il transito nello Stretto di Hormuz devono essere interpretate come lo sforzo di trasformare una minaccia regionale in un’opportunità di stabilità globale.
Le campagne di disinformazione e demonizzazione orchestrate contro questa attività di monitoraggio e scorta marittima da parte di governi storicamente colonialisti, tuttora desiderosi di depredare le risorse dei popoli oppressi, non sorprendono. Tuttavia, i media indipendenti hanno il dovere etico di guardare alla storia e alla geografia dello Stretto di Hormuz per fornire un’informazione onesta e non ipocrita. Non possiamo permettere che la propaganda di un aggressore macchiato del sangue di migliaia di civili innocenti, in particolare nella sponda settentrionale dello stretto (nella regione di Minab), riesca a legittimare un sistema ormai fallimentare.
L’architettura politica internazionale emersa nel secondo dopoguerra, che governava le vie d’acqua internazionali in nome di “regolamenti multilaterali”, è giunta irrevocabilmente al capolinea con le recenti aggressioni contro Gaza, il Libano e lo stesso Iran. Quando si parla di “regolamentazione iraniana” dello Stretto di Hormuz, si fa riferimento alla gestione attiva della transizione da un’era di anarchia e disordine globale a una nuova fase di cooperazione internazionale, basata sulla sovranità delle nazioni indipendenti e sul superamento dei governi fantoccio.
Il ruolo dell’Iran e l’ingerenza degli Stati Uniti
Come si è giunti a questa situazione? A seguito del secondo palese atto di aggressione statunitense contro il territorio iraniano avvenuto nel mese di marzo (Esfand), le forze armate di Teheran hanno legittimamente esercitato il controllo sullo Stretto. Durante i successivi negoziati internazionali, la fermezza della nostra diplomazia ha portato al consolidamento delle disposizioni iraniane sullo Stretto di Hormuz all’interno del punto 5 del memorandum d’intesa.
Ciononostante, la controparte statunitense, applicando un’interpretazione unilaterale e pretestuosa di tale clausola, non solo ha minacciato la sicurezza oggettiva e soggettiva della rotta principale dello stretto, ma ha surrettiziamente introdotto e imposto alle imbarcazioni una rotta alternativa priva di requisiti tecnici adeguati[1], violando palesemente la lettera e lo spirito dell’accordo.
L’Iran considera lo Stretto di Hormuz parte integrante delle proprie acque territoriali e di quelle dell’Oman. In conformità con il diritto internazionale consuetudinario, la gestione della navigazione e della sicurezza dello Stretto deve avvenire in pieno coordinamento tra i paesi costieri. Il tentativo unilaterale statunitense di imporre rotte alternative rappresenta una palese ingerenza nella nostra sovranità nazionale.
Con o senza accordi formali, l’Iran continuerà a opporsi all’egemonia degli Stati Uniti nel Golfo Persico. Oggi, quest’area rappresenta il fulcro della resistenza globale all’imperialismo. E sebbene il costo di questa resistenza ricada sulle generose popolazioni del sud dell’Iran, il mondo deve comprendere, una volta per tutte, che l’era del neocolonialismo è tramontata.
Perché una rotta marittima che garantisce all’Occidente materie prime a basso costo e immense ricchezze dovrebbe tradursi, per l’Iran e per i popoli della regione, esclusivamente in sanzioni, pressioni e insicurezza?
Un nuovo assetto di sicurezza regionale e iraniano sullo Stretto di Hormuz si imporrà inevitabilmente, sostenuto dalle spinte delle nazioni libere del mondo e dall’affermazione del primo autentico paradigma di un ordine postimperialista, decretando il definitivo tramonto del mondo unipolare.
NOTE
[1] Questa rotta alternativa è geograficamente assai più angusta rispetto al corridoio settentrionale (che transita a sud dell’isola di Qeshm). L’elevata densità di navi colossali (come petroliere e navi gasiere GNL) in uno spazio così ristretto aumenta drasticamente il rischio di collisioni e sinistri marittimi. L’Organizzazione dei Porti e della Navigazione dell’Iran ha dichiarato formalmente che, in assenza di un coordinamento tecnico e militare preventivo, il transito al di fuori dei canali stabiliti dall’Iran non potrà godere di garanzie di sicurezza né di copertura assicurativa standard (rendendo di fatto il transito commercialmente impraticabile per i grandi armatori). Inoltre, secondo il Memorandum di Islamabad, spetta all’Iran la bonifica bellica e lo sminamento dello Stretto di Hormuz. L’apertura di rotte non concordate con le forze armate iraniane espone le imbarcazioni al grave pericolo di collisione con residuati bellici dei recenti conflitti.
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