Introduzione

L’offensiva israeliana in Libano del 2026 ha riportato il Paese dei Cedri al centro delle tensioni regionali. Dall’inizio della nuova fase del conflitto, le Forze di Difesa Israeliane hanno intensificato i bombardamenti contro obiettivi riconducibili a Hezbollah, estendendo progressivamente il raggio delle operazioni ben oltre le immediate aree di confine. Alle incursioni aeree nel Libano meridionale si sono aggiunti ordini di evacuazione che hanno interessato vaste porzioni del territorio e persino quartieri di Tiro che fino a quel momento erano stati relativamente risparmiati dalle ostilità[1]. Nel frattempo, Hezbollah ha continuato a rivendicare la propria capacità di resistenza, respingendo le ipotesi di disarmo alle condizioni attualmente proposte e mantenendo un ruolo politico e sociale significativo all’interno della comunità sciita libanese[2].

Al di là delle inevitabili polemiche giuridiche e morali suscitate dalla distruzione di infrastrutture civili e dall’elevato numero di sfollati, tali eventi ripropongono una questione eminentemente strategica: una campagna fondata sull’impiego di una forza schiacciante e sull’inflizione di costi crescenti all’ambiente sociale dell’avversario è realmente in grado di produrre il risultato politico desiderato?

È in questo contesto che torna al centro del dibattito la cosiddetta Dottrina Dahiya. Associata alle riflessioni dell’ex capo di stato maggiore israeliano Gadi Eizenkot e alle elaborazioni di alcuni ambienti strategici israeliani successive alla guerra del Libano del 2006, essa viene generalmente interpretata come una concezione dell’uso della forza fondata sulla deterrenza attraverso la sproporzione: infliggere danni tali alle infrastrutture e all’ambiente che ospita o sostiene l’avversario da rendere insostenibile la prosecuzione del conflitto.

La Dottrina Dahiya è stata ampiamente criticata sul piano del diritto internazionale umanitario. Molto meno frequente è stata, invece, una riflessione sulla sua efficacia strategica. La domanda che questo saggio si propone di affrontare non è pertanto se tale approccio sia giusto o sbagliato dal punto di vista normativo, bensì se esso funzioni realmente nelle guerre asimmetriche contemporanee.

La tesi sostenuta in queste pagine è che la Dottrina Dahiya rappresenti la riproposizione, in forme tecnologicamente più sofisticate, di un paradigma coercitivo già sperimentato in numerose campagne di controinsurrezione del XX secolo. Tale paradigma si fonda sull’assunto secondo cui la distruzione dell’apparato insurrezionale e l’inflizione di costi elevati alla popolazione conducano automaticamente alla delegittimazione del gruppo armato e alla pacificazione politica. La storia delle guerre asimmetriche suggerisce tuttavia che tale relazione causale sia tutt’altro che automatica.

Dalla Battaglia di Algeri alla guerra d’attrito statunitense in Vietnam, fino all’intervento occidentale in Afghanistan, diverse potenze hanno ottenuto successi tattici significativi senza riuscire a tradurli in risultati strategici duraturi. Riprendendo l’intuizione clausewitziana secondo cui la guerra costituisce la prosecuzione della politica con altri mezzi, il presente saggio intende interrogarsi proprio su questo nodo: se la coercizione della popolazione possa realmente sradicare movimenti armati profondamente radicati nel tessuto sociale oppure se rischi, al contrario, di alimentare le dinamiche che intende reprimere.

 

La Dottrina Dahiya: origine e logica strategica

L’espressione “Dottrina Dahiya” trae origine dagli eventi della seconda guerra del Libano del 2006 e, in particolare, dalla distruzione del quartiere di Dahiya, nella periferia meridionale di Beirut, considerato una delle principali roccaforti di Hezbollah. Sebbene non esista un documento ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane che definisca in maniera sistematica tale dottrina, il termine è entrato nel lessico degli studi strategici per indicare un approccio fondato sull’impiego di una forza schiacciante e sproporzionata nei confronti delle aree dalle quali operano attori armati non statali.[3]

L’idea sottostante è che la superiorità militare debba essere utilizzata non soltanto per degradare le capacità operative dell’avversario, ma anche per ristabilire la deterrenza attraverso l’inflizione di costi estremamente elevati all’ambiente politico e sociale nel quale il nemico è radicato. In questa prospettiva, la distruzione di infrastrutture considerate essenziali al funzionamento delle organizzazioni ostili assume una funzione che trascende il mero obiettivo tattico: essa diviene uno strumento volto a modificare il calcolo costi-benefici dell’avversario e della popolazione che lo sostiene.

Tale impostazione emerse con particolare chiarezza nelle dichiarazioni rilasciate nel 2008 dal generale Gadi Eizenkot, all’epoca comandante del Comando Settentrionale israeliano, secondo cui ciò che era avvenuto nel quartiere di Dahiya nel 2006 sarebbe stato replicato in ogni località dalla quale fossero stati lanciati attacchi contro Israele. Secondo Eizenkot, l’impiego di una forza sproporzionata e la produzione di ingenti danni materiali avrebbero dovuto essere intesi non come una deviazione dalle modalità operative convenzionali, bensì come una componente integrante della strategia di deterrenza israeliana.[4]

Considerazioni analoghe furono sviluppate da Gabi Siboni, ricercatore dell’Institute for National Security Studies, il quale sostenne che, nei confronti di attori come Hezbollah, Israele avrebbe dovuto rispondere in maniera immediata, decisiva e sproporzionata, colpendo non soltanto gli elementi direttamente coinvolti nelle ostilità ma anche le infrastrutture che ne consentivano il funzionamento.[5] In tale prospettiva, la distinzione tra ambiente civile e ambiente militare tende progressivamente ad attenuarsi, nella misura in cui il territorio dal quale opera l’avversario viene interpretato come parte integrante del problema strategico.

È importante sottolineare che la Dottrina Dahiya non si limita a descrivere una particolare modalità d’impiego della forza. Essa implica, piuttosto, una specifica teoria della vittoria nelle guerre asimmetriche. Il suo presupposto fondamentale consiste nell’idea che l’aumento dei costi sopportati dalla popolazione conduca, prima o poi, alla delegittimazione dell’attore armato e alla cessazione delle ostilità. La coercizione esercitata sull’ambiente sociale dell’insurrezione assumerebbe pertanto una funzione eminentemente politica: indurre la comunità coinvolta a considerare il sostegno al gruppo armato come un prezzo eccessivamente oneroso.

È proprio su questo punto che emerge la questione centrale del presente saggio. La Dottrina Dahiya ha dimostrato, almeno in determinate circostanze, di poter produrre effetti rilevanti sul piano tattico, degradando le capacità operative dell’avversario e ristabilendo temporaneamente la deterrenza. Rimane tuttavia aperto il problema della sua efficacia strategica di lungo periodo. La storia delle guerre asimmetriche suggerisce infatti che la relazione tra coercizione della popolazione e pacificazione politica sia assai meno lineare di quanto tale impostazione sembri presupporre. Prima di affrontare il caso contemporaneo di Hezbollah, risulta pertanto opportuno interrogarsi su come problemi analoghi si siano manifestati in altri conflitti del XX e XXI secolo.

 

Clausewitz e il criterio politico della vittoria

La valutazione di una dottrina militare richiede innanzitutto la definizione di un criterio di giudizio. Una determinata strategia deve essere considerata efficace in ragione della quantità di danni inflitti all’avversario oppure in base alla sua capacità di conseguire gli obiettivi politici perseguiti?

L’opera di Carl von Clausewitz offre, a questo proposito, un punto di riferimento imprescindibile. Nel primo libro di Della guerra, il teorico prussiano definisce il conflitto armato come la «continuazione della politica con altri mezzi».[6] Tale formulazione, spesso citata ma non sempre compresa nella sua portata, implica che la guerra non costituisca un’attività autonoma, regolata esclusivamente da una logica militare interna. Al contrario, essa rimane subordinata ai fini politici che ne determinano l’avvio.[7]

Da questa prospettiva deriva una conseguenza fondamentale: la distruzione delle forze nemiche non rappresenta necessariamente un fine in sé. Essa costituisce piuttosto uno strumento, la cui utilità dipende dalla sua capacità di contribuire al raggiungimento dell’obiettivo politico prefissato. Una campagna militare può quindi ottenere risultati tattici rilevanti senza tradursi in un autentico successo strategico.

La distinzione assume particolare importanza nelle guerre asimmetriche contemporanee. In tali conflitti, l’attore statale dispone frequentemente di una superiorità schiacciante in termini di mezzi, capacità tecnologiche e potenza di fuoco. Tuttavia, il possesso di tali vantaggi non garantisce automaticamente il conseguimento degli obiettivi politici perseguiti. La distruzione di infrastrutture, l’eliminazione di dirigenti o il controllo temporaneo di un territorio possono infatti coesistere con il permanere delle cause politiche, sociali e identitarie che alimentano il conflitto.

La riflessione clausewitziana invita pertanto a distinguere tra efficacia militare immediata ed efficacia strategica di lungo periodo. Una dottrina può dimostrarsi pienamente capace di degradare le capacità operative dell’avversario e, al tempo stesso, rivelarsi inadeguata rispetto al problema politico che intende risolvere. La questione decisiva non è dunque se una determinata strategia riesca a distruggere obiettivi materiali, bensì se tale distruzione contribuisca effettivamente alla realizzazione dello scopo politico perseguito.

È proprio alla luce di questo criterio che la Dottrina Dahiya deve essere analizzata. Il problema non consiste nello stabilire se essa sia in grado di infliggere danni considerevoli all’avversario, ma nel comprendere se tali danni contribuiscano effettivamente al conseguimento degli obiettivi strategici perseguiti dallo Stato che la impiega.

 

Algeria: vittoria tattica e sconfitta strategica

La guerra d’Algeria rappresenta uno dei casi più istruttivi per comprendere i limiti della coercizione nelle guerre asimmetriche. A differenza di quanto talvolta suggerito da una certa vulgata storiografica, gli ufficiali francesi impegnati nel conflitto non furono semplicemente incapaci di comprendere la natura della guerra rivoluzionaria. Uomini come Jacques Massu, Marcel Bigeard e Roger Trinquier svilupparono una notevole esperienza nella lotta contro le reti clandestine del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), elaborando metodi fondati sull’intelligence, sul controllo del territorio e sull’individuazione dei legami tra strutture politiche e apparati armati.[8]

La Battaglia di Algeri del 1957 costituisce probabilmente l’esempio più noto di tale approccio. Affidando pieni poteri alla 10ª Divisione Paracadutisti guidata da Massu, le autorità francesi riuscirono in pochi mesi a smantellare gran parte delle cellule urbane del FLN operanti nella capitale algerina. Attraverso una combinazione di infiltrazioni, arresti sistematici, interrogatori coercitivi e operazioni mirate contro i dirigenti dell’organizzazione, la campagna terroristica che aveva colpito Algeri venne sostanzialmente neutralizzata.[9]

Dal punto di vista strettamente operativo, il risultato ottenuto dai Francesi fu dunque significativo. Le reti clandestine furono disarticolate, numerosi comandanti vennero catturati o eliminati e la capacità del FLN di condurre attentati nella capitale subì una drastica riduzione.[10]

Il problema emerse tuttavia su un piano differente. Il successo tattico non si tradusse automaticamente nella pacificazione politica del Paese. La sconfitta delle strutture urbane del FLN non eliminò infatti le aspirazioni indipendentiste di una parte consistente della popolazione algerina né la crescente crisi di legittimità della presenza francese. In altri termini, i francesi riuscirono a colpire efficacemente il veicolo dell’insurrezione senza eliminarne il carburante politico.

Ciò non significa che gli ufficiali francesi ignorassero la dimensione politica del conflitto. Al contrario, autori come Trinquier erano perfettamente consapevoli del fatto che la guerra rivoluzionaria coinvolgesse la popolazione, la propaganda e il controllo delle reti sociali.[11] Tuttavia, essi tendevano a ritenere che la neutralizzazione dell’apparato insurrezionale avrebbe infine prodotto la pacificazione politica. L’esperienza algerina suggerì invece che il rapporto tra coercizione e stabilizzazione fosse assai meno lineare.

La vicenda algerina assume pertanto un significato che trascende il proprio contesto storico. Essa mostra come la superiorità militare e l’efficacia operativa possano coesistere con l’incapacità di raggiungere gli obiettivi politici perseguiti. Da questo punto di vista, la lezione di Algeri invita alla prudenza verso ogni concezione strategica che presupponga una relazione automatica tra distruzione dell’apparato insurrezionale e cessazione del conflitto.

 

Vietnam: i limiti della guerra d’attrito

L’esperienza statunitense in Vietnam costituisce un ulteriore esempio delle difficoltà incontrate dalle grandi potenze nel tradurre la superiorità militare in successo strategico nelle guerre asimmetriche. Pur trattandosi di un conflitto diverso dalla guerra d’Algeria, esso presenta alcune analogie significative rispetto al problema oggetto di questo studio: il rapporto tra la distruzione delle capacità avversarie e il conseguimento degli obiettivi politici perseguiti.

La strategia adottata dal generale William Westmoreland si fondava in larga misura su una logica di attrito. La convinzione di fondo era che gli Stati Uniti, grazie alla loro schiacciante superiorità in termini di uomini, mezzi e potenza di fuoco, sarebbero stati in grado di infliggere perdite superiori alla capacità nordvietnamita di sostituirle.[12] Da questa impostazione derivò la crescente enfasi attribuita agli indicatori quantitativi, primo fra tutti il numero di combattenti nemici eliminati.

Tale approccio si rivelò tuttavia problematico. I dirigenti nordvietnamiti non combattevano per ottenere un determinato rapporto di perdite favorevole, bensì per perseguire un obiettivo eminentemente politico: la riunificazione del Vietnam sotto il proprio controllo. Finché tale obiettivo fosse apparso raggiungibile, il sacrificio di risorse umane considerevoli poteva essere ritenuto accettabile.

L’offensiva del Têt del 1968 costituisce, sotto questo profilo, un episodio particolarmente significativo. Dal punto di vista strettamente militare, le forze comuniste subirono perdite estremamente elevate e non riuscirono a provocare l’insurrezione generale che avevano previsto.[13] Tuttavia, l’impatto politico e psicologico dell’operazione contribuì ad alimentare negli Stati Uniti la percezione che il conflitto non fosse suscettibile di una soluzione militare rapida e definitiva.

Il Vietnam evidenziò così un problema destinato a ripresentarsi in numerose guerre successive: la possibilità che un attore militarmente superiore ottenga risultati tattici rilevanti senza riuscire a piegare la volontà politica dell’avversario. La distruzione di uomini e mezzi, pur importante, non si tradusse automaticamente nel conseguimento dell’obiettivo strategico perseguito da Washington, ossia la sopravvivenza di un Vietnam del Sud stabile e autonomo[14].

L’esperienza vietnamita suggerisce pertanto che la misurazione quantitativa del successo militare possa risultare fuorviante quando viene dissociata dal contesto politico nel quale il conflitto si sviluppa. La domanda decisiva non riguarda esclusivamente quante perdite un avversario abbia subito, bensì se tali perdite siano sufficienti a modificare il suo calcolo politico e la sua volontà di continuare la lotta.

Ancora una volta, emerge la distinzione clausewitziana tra mezzi e fini. Una strategia può produrre risultati significativi sul piano operativo senza per questo avvicinare l’attore che la impiega al raggiungimento dei propri obiettivi politici. La superiorità militare, in altre parole, costituisce una condizione importante della vittoria, ma non necessariamente una condizione sufficiente.

 

Afghanistan: superiorità militare e ritorno dell’insurrezione

L’intervento occidentale in Afghanistan offre un ulteriore esempio delle difficoltà incontrate dagli attori statali nel tradurre la superiorità militare in risultati politici duraturi. Diversamente dall’Algeria e dal Vietnam, il contesto afghano si sviluppò in un’epoca caratterizzata da una schiacciante superiorità tecnologica delle forze intervenute, dall’impiego intensivo di sistemi di sorveglianza avanzati e da una crescente attenzione alle dottrine di controinsurrezione. Nonostante ciò, il problema fondamentale rimase sostanzialmente immutato.

In seguito all’intervento del 2001, il regime talebano venne rapidamente rovesciato e le sue principali strutture organizzative subirono un grave ridimensionamento. Nel corso degli anni successivi, le forze della coalizione internazionale condussero numerose operazioni mirate contro comandanti insurrezionali, depositi di armi e reti logistiche, infliggendo perdite significative agli avversari.[15]

Tuttavia, la degradazione delle capacità operative talebane non si tradusse automaticamente nella costruzione di un ordine politico stabile e largamente percepito come legittimo. La persistenza di problemi quali la corruzione, la debolezza delle istituzioni statali e la limitata capacità del governo di Kabul di estendere la propria autorità al di fuori dei principali centri urbani contribuì a preservare gli spazi entro i quali l’insurrezione poté progressivamente riorganizzarsi.[16]

Il ritorno al potere dei Talebani nel 2021 evidenziò in maniera particolarmente chiara la distinzione tra successo operativo e successo strategico. Dopo due decenni di presenza militare internazionale, migliaia di combattenti nemici eliminati e ingenti risorse economiche investite nella ricostruzione del Paese, gli obiettivi politici originariamente perseguiti dalla coalizione occidentale non risultarono consolidati in modo duraturo.

L’esperienza afghana non implica che l’uso della forza sia irrilevante nelle guerre asimmetriche. Essa suggerisce piuttosto che la neutralizzazione di singoli dirigenti, la distruzione di infrastrutture o il controllo temporaneo del territorio non siano, di per sé, condizioni sufficienti a garantire la stabilizzazione politica. La capacità di rigenerazione dei movimenti insurrezionali dipende infatti anche dalla persistenza di fattori politici, sociali e culturali che l’azione militare, da sola, può difficilmente eliminare.

Ancora una volta, emerge il rischio di attribuire ai mezzi militari obiettivi che essi non sono in grado di conseguire autonomamente. Una campagna può ottenere risultati significativi sul piano tattico senza risolvere il problema politico dal quale il conflitto trae origine. In questo senso, l’Afghanistan conferma una dinamica già osservabile in Algeria e in Vietnam: la superiorità militare costituisce uno strumento importante, ma non sostituisce la necessità di una soluzione politica percepita come legittima da una parte sufficientemente ampia della popolazione interessata.

 

Galula contro Dahiya: due concezioni della controinsurrezione

Le esperienze di Algeria, Vietnam e Afghanistan suggeriscono che il rapporto tra coercizione e pacificazione politica sia assai meno lineare di quanto spesso si presuma. A questo proposito, la riflessione di David Galula offre un utile termine di confronto per comprendere la specificità della logica sottesa alla Dottrina Dahiya.

Ufficiale francese con esperienza diretta nei conflitti coloniali, Galula elaborò una delle più influenti teorie della controinsurrezione del XX secolo. A differenza di approcci prevalentemente orientati alla distruzione delle capacità militari dell’avversario, egli attribuì un’importanza centrale al rapporto tra insorti, controinsorti e popolazione civile.[17]

Secondo Galula, il sostegno della popolazione costituisce la posta in gioco fondamentale della guerra rivoluzionaria. Gli insorti traggono infatti la propria forza non soltanto dalle armi di cui dispongono, ma dalla possibilità di reperire reclute, ottenere informazioni, ricevere protezione e presentarsi come rappresentanti legittimi di determinate aspirazioni politiche. Ne consegue che il successo della controinsurrezione dipende, in misura considerevole, dalla capacità di erodere tale sostegno offrendo un’alternativa percepita come più credibile e legittima.[18]

Sotto questo profilo emerge una differenza significativa rispetto alla logica coercitiva associata alla Dottrina Dahiya. Quest’ultima sembra infatti fondarsi sull’ipotesi che l’aumento dei costi sopportati dalla popolazione induca progressivamente quest’ultima a prendere le distanze dall’organizzazione armata operante nel proprio territorio. La coercizione esercitata sull’ambiente sociale del nemico viene quindi interpretata come uno strumento di pressione politica.

Galula giungeva invece a conclusioni differenti. Pur senza escludere il ricorso alla forza, egli riteneva che l’impiego indiscriminato della coercizione rischiasse di compromettere il rapporto tra autorità statale e popolazione, rafforzando indirettamente la narrazione proposta dagli insorti. La questione decisiva non consisteva pertanto nel semplice annientamento dell’avversario, bensì nella capacità di costruire un ordine politico considerato preferibile rispetto a quello offerto dall’insurrezione.

Da questo punto di vista, le due impostazioni sembrano riflettere differenti teorie della vittoria. La prima tende a privilegiare la deterrenza attraverso l’inflizione di costi elevati; la seconda attribuisce maggiore importanza alla conquista del consenso e alla costruzione della legittimità politica. In entrambi i casi, la popolazione occupa una posizione centrale. Ciò che muta è il modo in cui se ne interpreta il comportamento.

Naturalmente, la riflessione di Galula non deve essere idealizzata. Egli scriveva nel contesto delle guerre di decolonizzazione e il suo approccio presentava limiti e ambiguità proprie del periodo storico nel quale venne elaborato. Tuttavia, la sua opera conserva un valore analitico significativo nella misura in cui richiama l’attenzione sul carattere eminentemente politico delle guerre asimmetriche.

Alla luce di tali considerazioni, la domanda fondamentale diviene la seguente: una strategia fondata principalmente sulla coercizione della popolazione è realmente in grado di produrre il risultato politico desiderato? Oppure rischia di rafforzare proprio quelle dinamiche identitarie e sociali che consentono all’insurrezione di rigenerarsi nel tempo? È interrogandosi su questo problema che diviene possibile tornare al caso contemporaneo del Libano e valutare la Dottrina Dahiya non soltanto in termini di efficacia militare immediata, ma anche alla luce dei suoi effetti politici di lungo periodo.

 

Hezbollah e il Libano: i limiti della soluzione esclusivamente militare

Il caso di Hezbollah costituisce probabilmente il banco di prova più attuale per valutare la validità delle ipotesi sottese alla Dottrina Dahiya. Fin dalla sua nascita negli anni Ottanta, il movimento sciita libanese ha progressivamente assunto caratteristiche che rendono problematica una sua interpretazione in termini esclusivamente militari.[19]

Hezbollah dispone certamente di una componente armata dotata di una significativa capacità operativa, come dimostrato dai ripetuti confronti con Israele nel corso degli ultimi decenni. Al tempo stesso, tuttavia, esso rappresenta anche un attore politico istituzionalizzato, partecipe della vita parlamentare libanese e inserito nelle complesse dinamiche confessionali del Paese.[20] A ciò si aggiunge l’esistenza di una rete assistenziale comprendente strutture educative, sanitarie e caritative che hanno contribuito a consolidarne il radicamento all’interno di una parte significativa della comunità sciita libanese.[21]

Questa duplice natura solleva interrogativi rilevanti sul piano strategico. Se Hezbollah fosse semplicemente un apparato militare, la distruzione dei suoi arsenali, l’eliminazione dei suoi dirigenti e la neutralizzazione delle sue infrastrutture potrebbero essere considerate condizioni sufficienti per il conseguimento della vittoria. Tuttavia, se il movimento costituisce anche un punto di riferimento politico, sociale e identitario per una parte della popolazione, la sua degradazione militare non implica necessariamente l’eliminazione delle condizioni che ne rendono possibile la persistenza o la ricostituzione.

Le operazioni israeliane condotte nel 2026 hanno certamente inflitto perdite rilevanti a Hezbollah. Diversi comandanti sono stati eliminati, numerose infrastrutture sono state distrutte e ampie porzioni del Libano meridionale hanno subito danni considerevoli.[22] Ciò nonostante, il movimento ha continuato a opporsi alle proposte di disarmo avanzate nel quadro delle iniziative diplomatiche in corso, mantenendo al contempo un ruolo significativo nel panorama politico sciita libanese.[23]

Ciò non consente di formulare giudizi definitivi sull’esito del conflitto ancora in corso. Sarebbe prematuro trarre conclusioni definitive sull’efficacia strategica delle operazioni in atto. Tuttavia, l’esperienza storica suggerisce prudenza nei confronti di ogni approccio fondato sull’idea che la coercizione esercitata sulla popolazione produca automaticamente la delegittimazione dell’attore armato.

In tale prospettiva, la questione fondamentale non riguarda la capacità di Israele di infliggere danni considerevoli al proprio avversario, capacità ampiamente dimostrata nel corso delle operazioni militari. Il problema consiste piuttosto nel comprendere se tali successi tattici contribuiscano effettivamente al raggiungimento dell’obiettivo politico perseguito: un Libano meno ostile e sottratto in modo duraturo all’influenza militare e politica di Hezbollah.

L’interrogativo rimane aperto. Tuttavia, le esperienze di Algeria, Vietnam e Afghanistan invitano a considerare con cautela l’ipotesi secondo cui la distruzione delle capacità operative di un movimento armato equivalga automaticamente alla soluzione del conflitto che ne ha favorito l’emergere.

 

Conclusioni

La Dottrina Dahiya è stata frequentemente oggetto di critiche di natura giuridica e morale, in ragione del ricorso a una forza massiccia e della distruzione di infrastrutture civili associata alla sua applicazione. Il presente saggio ha scelto di affrontare una questione diversa: quella della sua efficacia strategica.

L’analisi dei casi di Algeria, Vietnam e Afghanistan suggerisce che la superiorità militare, pur rappresentando una condizione importante della vittoria, non sia necessariamente sufficiente a garantire il conseguimento degli obiettivi politici perseguiti. In tutti e tre i contesti esaminati, attori statali dotati di notevoli risorse materiali e di una significativa capacità di infliggere perdite all’avversario ottennero successi tattici rilevanti senza riuscire a tradurli automaticamente in risultati strategici duraturi.

La riflessione di David Galula ha consentito di mettere ulteriormente a fuoco tale problema, evidenziando come la popolazione non costituisca semplicemente lo sfondo del conflitto, bensì uno dei suoi elementi centrali. Da questa prospettiva, il successo della controinsurrezione dipende non soltanto dalla neutralizzazione delle capacità operative dell’avversario, ma anche dalla possibilità di costruire un ordine politico percepito come più legittimo rispetto a quello proposto dall’insurrezione stessa.

Il caso contemporaneo di Hezbollah ripropone interrogativi analoghi. Se il movimento sciita fosse esclusivamente un’organizzazione armata, la distruzione dei suoi arsenali e l’eliminazione dei suoi dirigenti potrebbero apparire condizioni sufficienti per la vittoria. Tuttavia, la sua dimensione politica, sociale e identitaria suggerisce una realtà più complessa. La degradazione delle capacità militari non coincide necessariamente con l’eliminazione delle dinamiche che ne hanno favorito il radicamento all’interno di una parte della società libanese.

È proprio qui che la riflessione di Clausewitz conserva tutta la sua attualità. Se la guerra rappresenta la continuazione della politica con altri mezzi, il criterio ultimo di valutazione di una dottrina militare non può risiedere esclusivamente nella quantità di danni inflitti all’avversario. La questione decisiva consiste nello stabilire se tali danni contribuiscano effettivamente al raggiungimento dell’obiettivo politico prefissato.

La storia delle guerre asimmetriche del XX e XXI secolo suggerisce prudenza nei confronti di ogni approccio che presupponga una relazione diretta tra coercizione della popolazione e cessazione del conflitto. È possibile distruggere infrastrutture, eliminare comandanti e occupare territori senza per questo risolvere il problema politico dal quale l’insurrezione trae alimento. In tali circostanze, il rischio è quello di ottenere vittorie tattiche indiscutibili senza riuscire a conseguire un autentico successo strategico.

La vera questione, pertanto, non è se una determinata dottrina sia in grado di infliggere danni considerevoli all’avversario. La domanda decisiva è se tali danni favoriscano realmente il conseguimento degli obiettivi politici perseguiti. Ed è proprio alla luce di questo interrogativo che la Dottrina Dahiya dovrebbe essere analizzata.


NOTE

[1] Reuters, How Israel has emptied southern Lebanon far beyond the front lines, 28 maggio 2026.

[2] Reuters, Hezbollah rejects US-backed ceasefire proposal requiring disarmament, 6 giugno 2026.

[3] Cfr. E. Inbar, Israel’s National Security: Issues and Challenges Since the Yom Kippur War, Routledge, London-New York 2008, pp. 119-121.

[4] A. Harel, “Analysis / Israel’s strategy: harsher blows than in Lebanon war”, Haaretz, 3 ottobre 2008.

[5] G. Siboni, Disproportionate Force: Israel’s Concept of Response in Light of the Second Lebanon War, Institute for National Security Studies, Memorandum n. 74, Tel Aviv 2008.

[6] C. von Clausewitz, Della guerra, trad. di G. Bollati ed E. Canevari, introduzione di C. Jean, Mondadori, Milano, 1997

[7] H. Strachan, Clausewitz’s On War: A Biography, Atlantic Books, London, 2007.

[8] R. Trinquier, Modern Warfare: A French View of Counterinsurgency, Pall Mall Press, London, 1964.

[9] A. Horne, A Savage War of Peace: Algeria 1954-1962, Macmillan, London, 1977.

[10] J. Massu, La vraie bataille d’Alger, Plon, Paris, 1971.

[11] R. Trinquier, Modern Warfare: A French View of Counterinsurgency, cit.

[12] W. C. Westmoreland, A Soldier Reports, Doubleday, Garden City (NY), 1976.

[13] H. G. Summers Jr., On Strategy: A Critical Analysis of the Vietnam War, Presidio Press, Novato (CA), 1982.

[14] A. F. Krepinevich Jr., The Army and Vietnam, Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1986.

[15] C. Malkasian, The American War in Afghanistan: A History, Oxford University Press, New York, 2021.

[16] Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR), What We Need to Learn: Lessons from Twenty Years of Afghanistan Reconstruction, Arlington, 2021.

[17] D. Galula, Counterinsurgency Warfare: Theory and Practice, Praeger, New York, 1964.

[18] D. Galula, Pacification in Algeria, 1956-1958, RAND Corporation, Santa Monica, 2006 (ed. orig. 1963).

[19] A. R. Norton, Hezbollah: A Short History, Princeton University Press, Princeton, 2007.

[20] A. Saad-Ghorayeb, Hizbu’llah: Politics and Religion, Pluto Press, London, 2002.

[21] J. Daher, Hezbollah: The Political Economy of Lebanon’s Party of God, Pluto Press, London, 2016.

[22] Reuters, How Israel has emptied southern Lebanon far beyond the front lines, 28 maggio 2026; Reuters, Israel launched deadly strike on Lebanon’s Tyre before warning, 9 giugno 2026.

[23] Reuters, Hezbollah rejects US-backed ceasefire proposal requiring disarmament, 6 giugno 2026.


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Gabriele Repaci collabora a partire dal 2009 con Eurasia. Rivista di Studi geopolitici. Giornalista pubblicista, analista e studioso del Vicino Oriente e del mondo musulmano, concentra le proprie analisi sulle dinamiche politiche, strategiche e culturali dell’area. Ha studiato la lingua araba e la lingua turca, affiancando alla formazione teorica una significativa esperienza sul campo. Nel corso degli anni ha collaborato con numerose riviste e piattaforme culturali e politiche, tra cui Diorama Letterario, Marxismo Oggi, Das Andere, il blog de Il Giornale, L’Intellettuale Dissidente, La Città Futura, Contropiano, InsideOver e La Luce News. Nel 2025 ha pubblicato il volume Siria, crocevia della storia per le Edizioni All’Insegna del Veltro, dedicato all’analisi storica e geopolitica del conflitto siriano nel più ampio contesto regionale.