Il Patto della Mecca: qualcosa di più di un accordo militare

Il 7 agosto 2026, a Mecca, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif hanno firmato un accordo di mutua difesa destinato, almeno nelle intenzioni dichiarate dai firmatari, a rafforzare la deterrenza collettiva in una regione sconvolta dalla guerra. Il principio posto alla base dell’intesa è tanto semplice nella formulazione quanto rilevante nelle sue possibili conseguenze: un attacco armato contro uno dei tre Stati sarà considerato un attacco contro tutti. Il comunicato diffuso al momento della firma non ha tuttavia precisato quali obblighi militari concreti derivino da questa clausola, né fino a che punto essa comporti l’automatica partecipazione degli altri firmatari a un eventuale conflitto.[1]

È proprio questa combinazione tra l’ampiezza dell’impegno politico assunto e l’indeterminatezza dei suoi meccanismi operativi a rendere prematuro qualsiasi paragone troppo rigido con l’Alleanza Atlantica. Al momento della firma non sono stati resi pubblici un comando militare integrato, procedure comuni per l’attivazione della difesa collettiva o disposizioni che stabiliscano quali forze ciascun Paese debba mettere a disposizione degli altri. Ciò non riduce però la portata politica dell’accordo. La formula scelta dai tre governi supera infatti quella di una generica cooperazione nel settore della difesa e introduce esplicitamente il principio secondo cui la sicurezza di ciascun membro diventa una questione comune agli altri due. Secondo la dichiarazione pakistana riportata dall’Associated Press, l’obiettivo dell’accordo è precisamente quello di «rafforzare la deterrenza collettiva contro qualsiasi atto di aggressione».[2]

La sua importanza risiede anche nella natura dei tre Stati che hanno deciso di sottoscriverlo. L’Arabia Saudita possiede un peso economico, energetico e finanziario difficilmente sostituibile nel Golfo e nel mondo arabo. La Turchia dispone di uno dei maggiori eserciti della NATO, di una significativa esperienza operativa maturata in diversi teatri e di un’industria della difesa che negli ultimi anni ha conosciuto una rapida espansione. Il Pakistan aggiunge a questa combinazione un grande esercito permanente e, soprattutto, una caratteristica che nessun altro Paese musulmano possiede: è una potenza nucleare. La convergenza tra Riyadh, Ankara e Islamabad riunisce dunque risorse finanziarie, capacità industriali, profondità strategica e potenza militare in una configurazione che non ha precedenti recenti nel mondo islamico.

La presenza pakistana non nasce, peraltro, dal nulla. I rapporti militari tra Islamabad e Riyadh hanno una storia molto più lunga del nuovo accordo. Militari pakistani hanno prestato servizio nel regno saudita per decenni e la cooperazione bilaterale è stata ulteriormente rafforzata durante la guerra contro l’Iran. Al momento della firma del Patto della Mecca erano presenti in Arabia Saudita circa ottomila militari pakistani, insieme a velivoli da combattimento, droni e sistemi di difesa aerea.[3] Il nuovo accordo deve quindi essere letto anche come la trasformazione di relazioni bilaterali già consolidate in una cornice più ampia, nella quale entra a pieno titolo la Turchia.

Neppure la cooperazione tra Ankara e Riyadh costituisce una novità assoluta. Ciò che cambia è il tentativo di collegare rapporti fino a quel momento prevalentemente bilaterali all’interno di un meccanismo comune di deterrenza. Non siamo ancora di fronte a una struttura militare sovranazionale e non sappiamo quale grado di integrazione i tre governi intendano effettivamente raggiungere. Ma sarebbe altrettanto riduttivo considerare quanto avvenuto alla Mecca come la semplice firma di un ulteriore accordo di cooperazione militare. La clausola di mutua difesa introduce un elemento qualitativamente diverso: afferma che una minaccia alla sicurezza di uno dei tre Paesi riguarda direttamente anche gli altri.

La scelta del momento è altrettanto significativa. L’accordo nasce mentre l’intero sistema di sicurezza del Vicino Oriente è sottoposto a una pressione che non si registrava da decenni. La guerra iniziata il 28 febbraio con l’attacco statunitense-israeliano contro l’Iran ha investito direttamente il Golfo, mentre la rappresaglia iraniana ha colpito anche Stati che ospitano installazioni militari americane. Contemporaneamente, la ripresa delle ostilità nello Yemen ha riportato gli attacchi degli Houthi contro obiettivi sauditi e forze sostenute da Riyadh. Proprio in questo contesto l’Arabia Saudita ha intensificato la ricerca di una diversificazione delle proprie relazioni nel settore della difesa.

È tuttavia necessario evitare di confondere il contesto nel quale l’accordo è stato concluso con la spiegazione della sua natura. Che il Patto della Mecca sia stato firmato durante la guerra contro l’Iran non significa automaticamente che esso debba essere interpretato come un’alleanza costruita contro Teheran. Allo stesso modo, la presenza di tre Paesi a maggioranza sunnita non è sufficiente per definirlo una «NATO sunnita». Le dichiarazioni dei firmatari, la composizione dell’accordo e soprattutto la storia dei rapporti tra i tre Stati impongono un’analisi più attenta.

Il primo interrogativo riguarda quindi precisamente ciò che il Patto della Mecca non dice. Non identifica formalmente un nemico, non stabilisce pubblicamente contro quale Stato debba essere esercitata la deterrenza collettiva e non definisce ancora una struttura istituzionale paragonabile a quella della NATO. Stabilisce però qualcosa che, nel contesto attuale, può risultare persino più significativo: Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno deciso che la propria sicurezza non debba più essere considerata esclusivamente attraverso rapporti bilaterali o attraverso le tradizionali garanzie fornite da potenze esterne, ma possa essere organizzata anche mediante un impegno reciproco tra grandi Stati musulmani.

È da qui che occorre partire per comprendere la natura dell’accordo. La domanda non è soltanto contro chi sia stato costruito il Patto della Mecca, ma perché proprio adesso Riyadh, Ankara e Islamabad abbiano ritenuto necessario trasformare una rete di cooperazioni già esistenti in un impegno formale di difesa collettiva. Ed è proprio questa seconda domanda a rendere insufficiente la spiegazione apparentemente più immediata: quella di una nuova alleanza sunnita costituita essenzialmente per contenere l’Iran.

 

Una NATO sunnita contro l’Iran?

La prima interpretazione del Patto della Mecca è anche la più intuitiva. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan sono tre grandi Paesi a maggioranza sunnita; l’Iran è la principale potenza sciita della regione e per decenni è stato uno dei maggiori concorrenti strategici di Riyadh. La conclusione sembrerebbe quasi automatica: alla Mecca sarebbe nato l’embrione di una «NATO sunnita» destinata innanzitutto a contenere Teheran.

L’ipotesi non è priva di fondamento. La rivalità tra Arabia Saudita e Iran ha costituito uno degli assi fondamentali della politica del Vicino Oriente dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e si è accentuata dopo il 2003, quando la caduta di Saddam Hussein ha modificato profondamente gli equilibri regionali. Riyadh e Teheran si sono trovate su fronti opposti in Libano, Siria e Yemen e hanno sostenuto governi, partiti e movimenti concorrenti. La rottura delle relazioni diplomatiche nel 2016, seguita all’esecuzione in Arabia Saudita del religioso sciita Nimr al-Nimr e all’assalto contro le rappresentanze diplomatiche saudite in Iran, rappresentò il momento più evidente di uno scontro che aveva assunto una dimensione regionale.[4]

Anche il rapporto tra Ankara e Teheran è sempre stato caratterizzato da una combinazione di cooperazione e competizione. Turchia e Iran hanno mantenuto relazioni diplomatiche ed economiche anche nei periodi di maggiore tensione, evitando generalmente di trasformare la loro rivalità in uno scontro diretto. Ciò non impedì però ai due Paesi di trovarsi su fronti opposti durante la guerra siriana: Ankara sostenne per anni l’opposizione armata al governo di Bashar al-Assad, mentre l’Iran, insieme a Hezbollah e successivamente alla Russia, intervenne in sostegno di Damasco. La Siria divenne così uno dei principali terreni sui quali si confrontarono due differenti progetti regionali.[5]

Se tuttavia il contenimento dell’Iran costituisse una spiegazione sufficiente del Patto della Mecca, rimarrebbe una domanda difficilmente eludibile: perché soltanto adesso?

La competizione saudita con la Repubblica islamica non nasce nel 2026. Soprattutto, vi sono stati momenti nei quali la posizione regionale dell’Iran appariva considerevolmente più favorevole di quella attuale. Durante gli anni di massima espansione del cosiddetto «Asse della Resistenza», Teheran poteva contare su una rete di alleati e organizzazioni armate che, con caratteristiche differenti, si estendeva dall’Iraq alla Siria, dal Libano allo Yemen. Hezbollah possedeva una capacità militare senza precedenti nella propria storia; il governo siriano era sopravvissuto alla guerra anche grazie al sostegno iraniano; le formazioni irachene vicine a Teheran avevano accresciuto il proprio peso politico e militare; gli Houthi si erano consolidati nello Yemen. Se la percezione della potenza iraniana fosse stata, da sola, sufficiente a produrre un’alleanza militare tra i maggiori Stati sunniti, proprio quegli anni avrebbero costituito un contesto particolarmente favorevole alla sua nascita.

Eppure un accordo paragonabile a quello della Mecca non venne concluso. Riyadh e Ankara furono entrambe avversarie dell’Iran sul dossier siriano e l’Arabia Saudita combatté direttamente contro gli Houthi nello Yemen, ma questa convergenza non si tradusse in un sistema tripartito di difesa collettiva. La constatazione non dimostra che il fattore iraniano sia irrilevante. Suggerisce però che esso non sia sufficiente a spiegare né la forma né, soprattutto, il momento scelto per la costituzione del nuovo Patto.

Il caso pakistano rende ancora più problematica una lettura rigidamente settaria. Il Pakistan è certamente uno Stato a maggioranza sunnita e, come già ricordato, mantiene da lungo tempo una relazione strategica con l’Arabia Saudita. Ma Islamabad non ha interesse a trasformare il proprio rapporto con Teheran in un confronto permanente. I due Paesi condividono un confine di circa novecento chilometri, devono affrontare problemi comuni legati alla sicurezza delle rispettive aree di frontiera e hanno mantenuto canali politici e diplomatici anche nei momenti di tensione. Durante la guerra del 2026, inoltre, il Pakistan ha cercato di svolgere un ruolo di mediazione anziché presentarsi come parte di un fronte militare anti-iraniano.

Le dichiarazioni successive alla firma sono, sotto questo profilo, difficili da ignorare. Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha definito l’accordo «puramente difensivo», precisando che non è diretto contro alcun Paese e che rimane aperto alla partecipazione di altri Stati della regione.[6] Anche Ankara ha respinto esplicitamente l’interpretazione del Patto come strumento rivolto contro l’Iran. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha sostenuto che l’intesa non debba essere letta come la costruzione di un blocco ostile a Teheran.[7] La stessa Arabia Saudita, secondo quanto riferito da Reuters, ha insistito sul fatto che l’accordo non costituisce né un nuovo «asse militare» né un blocco settario.[8]

Naturalmente, le dichiarazioni ufficiali non possono essere assunte come una descrizione esaustiva degli interessi strategici dei firmatari. Le alleanze raramente vengono presentate pubblicamente come strumenti aggressivi e l’assenza di un nemico formalmente identificato non significa che i governi non abbiano precise percezioni delle minacce. L’Arabia Saudita continua ad avere interessi in conflitto con quelli iraniani e la Turchia rimane una concorrente di Teheran in diversi teatri. Sarebbe quindi altrettanto semplicistico passare dalla tesi di un’alleanza interamente anti-iraniana a quella opposta di un accordo nel quale l’Iran non svolge alcun ruolo.

La questione è piuttosto stabilire quanto il fattore iraniano riesca effettivamente a spiegare.

Da questo punto di vista, la categoria di «NATO sunnita» rischia di nascondere più di quanto riveli. Trasforma una complessa convergenza strategica in una contrapposizione confessionale che non rende conto adeguatamente né delle relazioni tra i firmatari e Teheran né della trasformazione avvenuta nel sistema regionale. Soprattutto, presuppone che il principale problema di sicurezza percepito da Riyadh e Ankara sia sostanzialmente lo stesso di dieci o quindici anni fa, mentre gli avvenimenti degli ultimi anni hanno modificato profondamente il quadro.

Il riavvicinamento diplomatico tra Arabia Saudita e Iran avviato con l’accordo mediato dalla Cina nel marzo 2023 non ha cancellato la competizione tra le due potenze, ma ha mostrato la volontà di entrambe di limitarne i rischi. Riyadh ha progressivamente privilegiato una strategia nella quale il contenimento dell’Iran convive con la necessità di mantenere aperti i canali con Teheran e di impedire che la competizione regionale degeneri in una guerra diretta. È precisamente questa distinzione tra competizione e confronto militare che una lettura esclusivamente anti-iraniana del Patto tende a perdere.

Esiste poi un problema ancora più evidente. Se l’obiettivo fondamentale fosse stato semplicemente costruire un fronte contro l’Iran, il modello politico sviluppato negli anni precedenti era già disponibile: il progressivo avvicinamento tra Israele e alcuni Stati arabi promosso dagli Stati Uniti, culminato negli Accordi di Abramo. In quella configurazione, la superiorità militare israeliana e la presenza americana avrebbero dovuto contribuire alla formazione di un sistema regionale capace di contenere Teheran. Il Patto della Mecca segue invece una logica differente: tre Stati musulmani costruiscono tra loro un impegno di difesa collettiva nel momento in cui cresce l’incertezza sulla capacità del precedente sistema di garantire la loro sicurezza.

È qui che la spiegazione fondata esclusivamente sull’Iran comincia a mostrare i propri limiti. La domanda decisiva non è più soltanto se Riyadh e Ankara continuino a considerare Teheran un concorrente — evidentemente sì — ma che cosa sia cambiato nella loro percezione complessiva delle minacce.

Una parte della risposta si trova in un attore che per molti anni Washington aveva cercato di trasformare da avversario degli Stati arabi in componente essenziale di un nuovo ordine regionale: Israele.

 

Israele entra nel calcolo delle minacce

Se l’Iran non è sufficiente a spiegare la nascita del Patto della Mecca, occorre allargare lo sguardo alla trasformazione complessiva dell’ambiente strategico regionale. In questo quadro emerge un elemento che fino a pochi anni fa sarebbe apparso paradossale: Israele è entrato nel calcolo delle minacce anche di Stati che non prevedono necessariamente uno scontro militare diretto con esso.

Per comprendere la portata di questo cambiamento bisogna ricordare quale fosse la direzione perseguita dalla politica statunitense negli anni precedenti. Gli Accordi di Abramo avevano formalizzato la normalizzazione delle relazioni tra Israele e alcuni Paesi arabi, mentre Washington cercava di favorire una progressiva integrazione dello Stato ebraico nell’architettura politica e di sicurezza regionale. Una delle premesse strategiche di questo processo era l’esistenza di una convergenza tra Israele e diverse monarchie arabe nella percezione dell’Iran come principale minaccia alla stabilità del Vicino Oriente.

L’Arabia Saudita, pur senza aderire formalmente agli Accordi di Abramo, era divenuta il principale obiettivo di un possibile ulteriore allargamento della normalizzazione. Nella prospettiva americana, un’intesa israelo-saudita avrebbe rappresentato il completamento di una trasformazione strategica iniziata negli anni precedenti: Israele non più corpo estraneo al sistema regionale arabo, ma componente di un ordine sostenuto dagli Stati Uniti nel quale la comune necessità di contenere l’Iran avrebbe progressivamente ridimensionato il conflitto arabo-israeliano.

Gli avvenimenti successivi hanno però reso questa costruzione molto più problematica. La guerra a Gaza, le operazioni israeliane in Libano e in Siria, il precedente rappresentato dall’attacco israeliano a Doha e, infine, la guerra contro l’Iran hanno progressivamente modificato la percezione del ruolo israeliano. Il problema, per gli Stati della regione, non consiste necessariamente nel considerare Israele un nemico contro il quale preparare una guerra. È più sottile e, per certi aspetti, più rilevante: le decisioni militari israeliane possono produrre conseguenze dirette sulla sicurezza di Paesi che non hanno partecipato alla loro elaborazione e che non desiderano essere coinvolti nei conflitti che ne derivano.

Il Patto della Mecca nasce precisamente all’interno di questo mutato contesto. Patrick Wintour, sul Guardian, ha osservato che l’accordo può essere letto non soltanto alla luce delle preoccupazioni nei confronti dell’Iran, ma anche delle crescenti incertezze sulla protezione americana e dell’inquietudine provocata dall’accresciuta assertività militare israeliana.[9] Non si tratta di sostenere che Riyadh, Ankara e Islamabad abbiano costituito un’alleanza militare contro Israele: né il testo dell’accordo né le dichiarazioni ufficiali dei tre governi consentono una simile conclusione. Il punto è piuttosto che Israele non può più essere considerato automaticamente, dal punto di vista degli altri attori regionali, una componente della soluzione ai loro problemi di sicurezza.

La distinzione è essenziale. Uno Stato non deve necessariamente aspettarsi di essere bombardato da Israele per considerare la condotta israeliana una variabile della propria sicurezza nazionale. È sufficiente che ritenga possibile essere coinvolto nelle conseguenze di decisioni militari prese a Tel Aviv o a Washington. Una guerra contro l’Iran, per esempio, non rimane confinata al territorio iraniano se Teheran reagisce contro installazioni, basi o infrastrutture presenti negli Stati vicini. In questo modo, anche governi che intendono mantenersi fuori dal conflitto possono essere esposti alle sue conseguenze.

Il precedente di Doha, già richiamato poc’anzi, assume sotto questo profilo un significato particolare. Il Qatar ospita una delle più importanti presenze militari statunitensi della regione e ha svolto per anni un ruolo di mediazione in numerose crisi. Il fatto che il suo territorio sia stato comunque raggiunto da un’operazione israeliana ha contribuito a indebolire l’idea che la vicinanza politica e militare agli Stati Uniti costituisca, da sola, una garanzia sufficiente contro azioni unilaterali di un alleato di Washington. Per le altre monarchie del Golfo, la questione non riguarda soltanto il Qatar: riguarda il valore concreto delle garanzie sulle quali per decenni è stata costruita la sicurezza regionale.

La guerra contro l’Iran ha reso ancora più evidente il problema. Per Arabia Saudita e altri Stati del Golfo la questione non è soltanto stabilire chi abbia iniziato il conflitto o quale delle parti costituisca la maggiore minaccia. Esiste una questione più immediata: come evitare che il proprio territorio diventi parte di una guerra che essi non hanno deciso di combattere?

È in questo contesto che acquistano particolare significato le dichiarazioni pronunciate dal ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif il giorno successivo alla firma dell’accordo. Asif ha definito Israele «una minaccia per l’intero mondo musulmano» e ha invocato la costituzione di un «fronte militare unito» tra i Paesi musulmani.[10] La durezza di queste parole non può essere automaticamente attribuita agli altri due firmatari: né Riyadh né Ankara hanno dichiarato che il Patto della Mecca sia diretto contro Israele, e sarebbe metodologicamente scorretto trasformare la posizione di un ministro pakistano nell’intenzione collettiva dell’alleanza.

Le dichiarazioni di Asif rimangono tuttavia difficilmente conciliabili con una rappresentazione del Patto come semplice coalizione sunnita costruita contro l’Iran. Sono state pronunciate da un ministro della Difesa di uno dei tre Stati firmatari, appena ventiquattr’ore dopo la sottoscrizione dell’accordo, e identificano esplicitamente Israele — non l’Iran — come minaccia comune rispetto alla quale il mondo musulmano dovrebbe sviluppare una maggiore cooperazione militare. Esse non dimostrano che questo sia lo scopo nascosto del Patto, ma mostrano quanto sia diventato più complesso il quadro delle percezioni strategiche all’interno del quale esso è nato.

La trasformazione è ancora più significativa se confrontata con l’architettura regionale immaginata dagli Stati Uniti negli anni degli Accordi di Abramo. In quella prospettiva, Israele avrebbe dovuto progressivamente integrarsi con gli Stati arabi amici di Washington, contribuendo alla costruzione di un sistema comune di deterrenza rivolto principalmente verso l’Iran. Nel 2026 ci troviamo invece davanti a una configurazione assai meno lineare: tre importanti Paesi musulmani, tutti legati in forme diverse agli Stati Uniti, creano un proprio meccanismo di difesa collettiva; uno dei loro ministri della Difesa identifica Israele come minaccia per il mondo musulmano; e contemporaneamente gli stessi firmatari rifiutano di definire l’Iran come nemico dell’accordo.

Non siamo di fronte a un semplice rovesciamento delle alleanze. Arabia Saudita e Iran non sono diventati alleati strategici; Ankara continua a competere con Teheran; Riyadh non ha trasformato Israele nel proprio principale avversario. La realtà emergente appare piuttosto caratterizzata dalla moltiplicazione delle minacce e dalla riduzione delle certezze. Gli Stati regionali sembrano sempre meno disposti a organizzare la propria sicurezza attorno a una contrapposizione binaria nella quale l’Iran rappresenta il nemico, Israele il partner e gli Stati Uniti il garante ultimo dell’ordine.

È precisamente quest’ultimo elemento a condurre al problema centrale. Per decenni Washington ha cercato di rassicurare i propri alleati attraverso basi militari, sistemi d’arma, difesa antimissile e presenza diretta di truppe. Ma la guerra ha fatto emergere una contraddizione: la stessa presenza americana che dovrebbe proteggere uno Stato può, in determinate circostanze, trasformarlo in un potenziale bersaglio.

 

Quando la protezione americana diventa vulnerabilità

Per decenni la sicurezza delle monarchie del Golfo è stata costruita attorno a una premessa fondamentale: la presenza militare degli Stati Uniti costituisce la principale garanzia contro una minaccia esterna capace di mettere in pericolo la sopravvivenza o gli interessi vitali di questi Stati. Basi militari, sistemi di difesa aerea e antimissile, forniture di armamenti, cooperazione d’intelligence e presenza diretta delle forze americane hanno costituito gli elementi di un’architettura nella quale Washington ha svolto il ruolo di garante ultimo degli equilibri regionali.

La guerra contro l’Iran ha però fatto emergere una contraddizione che era rimasta in larga misura teorica finché il confronto tra Washington e Teheran non si è trasformato in guerra aperta: la presenza militare americana può essere contemporaneamente una garanzia di sicurezza e una fonte di vulnerabilità.

Il problema è evidente soprattutto negli Stati che ospitano installazioni militari statunitensi. Il Bahrain accoglie il quartier generale della Quinta Flotta; il Qatar ospita ad al-Udeid una delle principali basi americane della regione; il Kuwait rappresenta da decenni un fondamentale centro logistico per le forze statunitensi; negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita sono presenti ulteriori infrastrutture e contingenti americani. Questa rete consente agli Stati Uniti di proiettare rapidamente la propria potenza nel Golfo, ma significa anche che un conflitto combattuto da Washington può estendersi al territorio degli Stati ospitanti.

Nel corso della guerra questa possibilità si è trasformata in realtà. Le forze iraniane hanno colpito ripetutamente installazioni americane situate nei Paesi della regione. La base Prince Sultan, in Arabia Saudita, è stata attaccata più volte: alla fine di marzo un lancio iraniano di missili balistici e droni provocò il ferimento di almeno quindici militari statunitensi, dopo altri attacchi contro la stessa installazione nei giorni precedenti.[11] In luglio, durante una nuova fase di inasprimento del conflitto, l’Iran ha colpito obiettivi in Bahrain, Kuwait e Qatar in risposta a ulteriori bombardamenti americani sul proprio territorio.[12]

La distinzione tra ospitare una forza belligerante ed essere politicamente parte della guerra diventa così sempre più difficile da mantenere sul piano delle conseguenze materiali. Un governo del Golfo può decidere di non dichiarare guerra all’Iran e di non partecipare direttamente a un’operazione offensiva; ciò non impedisce che una base americana presente sul suo territorio venga utilizzata nel quadro delle operazioni statunitensi e che Teheran la consideri, di conseguenza, un obiettivo militare. Associated Press ha rilevato durante il conflitto che diversi Paesi del Golfo ospitavano basi e forze dalle quali gli Stati Uniti conducevano operazioni contro l’Iran pur senza avere essi stessi formalmente aderito alle offensive.[13]

È questo il punto nel quale il significato tradizionale della garanzia americana comincia a rovesciarsi. La presenza degli Stati Uniti continua a offrire capacità militari che nessun altro attore esterno è attualmente in grado di sostituire. Ma la stessa presenza può esporre il Paese ospitante alle conseguenze di decisioni prese a Washington. La protezione diventa anche esposizione.

Il problema non è puramente teorico, né riguarda soltanto la percezione iraniana. Nell’agosto 2026, quando Donald Trump valutò una nuova grande offensiva contro l’Iran, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti esercitarono pressioni sul presidente americano affinché rinunciasse all’attacco e concedesse ulteriore spazio alla diplomazia. Mohammed bin Salman avvertì Washington delle possibili conseguenze di una nuova intensificazione delle ostilità e del rischio che la rappresaglia iraniana investisse gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Trump riconobbe pubblicamente che le posizioni dei leader regionali avevano pesato sulla sua decisione di sospendere l’operazione.[14]

Pochi giorni dopo, Teheran rese ancora più esplicito il meccanismo. Secondo cinque fonti consultate da Reuters, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi comunicò ai governi regionali che un nuovo attacco statunitense contro le infrastrutture iraniane avrebbe provocato una risposta contro installazioni militari americane e infrastrutture strategiche nel Golfo. Il messaggio era rivolto precisamente agli alleati regionali di Washington affinché utilizzassero la propria influenza per impedire un ulteriore allargamento del conflitto.[15] Il risultato è un paradosso difficilmente ignorabile: Stati che ospitano le forze americane proprio per rafforzare la propria sicurezza sono incentivati a esercitare pressioni sul loro stesso garante affinché non intraprenda operazioni che potrebbero trasformare il loro territorio in un campo di battaglia.

La questione assume una dimensione ancora più profonda se alla vulnerabilità geografica si aggiunge quella delle risorse. Gli Stati Uniti rimangono, con enorme margine, la principale potenza militare mondiale. La difficoltà emersa nel 2026 non consiste quindi in una generica «debolezza americana», ma nella necessità di distribuire risorse militari finite tra impegni globali simultanei.

La difesa contro missili balistici e droni costituisce uno degli esempi più evidenti. Una guerra prolungata non consuma soltanto munizioni offensive: obbliga a impiegare grandi quantità di intercettori sofisticati e costosi, la cui produzione richiede tempi considerevoli. Alla fine di luglio, Reuters riferiva che funzionari statunitensi avevano espresso privatamente preoccupazione per l’impatto di una ripresa delle operazioni su scorte già sottoposte a forte pressione. Il Center for Strategic and International Studies stimava in quel momento che le forze armate statunitensi disponessero di meno di mille intercettori Patriot e meno di 250 intercettori THAAD.[16]

Questi numeri devono essere interpretati con cautela: le consistenze precise degli arsenali militari sono difficilmente verificabili dall’esterno e una stima non equivale a un inventario ufficiale del Pentagono. Il problema strategico che esse illustrano è però più ampio. Gli stessi sistemi che devono contribuire alla protezione delle forze americane e degli alleati nel Vicino Oriente sono parte di una capacità militare richiesta anche in altri teatri. Washington deve contemporaneamente considerare la sicurezza europea e la guerra in Ucraina, mantenere una postura di deterrenza nell’Indo-Pacifico e sostenere una presenza militare globale che nessun’altra potenza possiede.

La superiorità complessiva degli Stati Uniti non elimina quindi il problema dell’allocazione. Una garanzia di sicurezza non dipende soltanto dall’esistenza astratta di una potenza militare superiore, ma dalla disponibilità concreta delle risorse necessarie nel luogo e nel momento in cui esse vengono richieste. Per gli alleati regionali la domanda diventa inevitabilmente diversa da quella del passato: non se gli Stati Uniti siano abbastanza potenti da difenderli, ma quale quantità delle proprie risorse Washington sia disposta e materialmente in grado di destinare alla loro difesa durante una crisi prolungata e simultanea ad altre crisi globali.

È in questa prospettiva che la politica saudita di diversificazione acquista un significato più preciso. Il Patto della Mecca non implica necessariamente una rottura con gli Stati Uniti e sarebbe prematuro interpretarlo come il tentativo di sostituire immediatamente la protezione americana. Riyadh continua a intrattenere una relazione militare fondamentale con Washington e le capacità statunitensi rimangono difficilmente sostituibili. Ma diversificare significa precisamente evitare che la propria sicurezza dipenda da un solo garante esterno e da una sola architettura strategica.

La differenza non è secondaria. Un’Arabia Saudita che rafforza contemporaneamente la cooperazione militare con Pakistan e Turchia acquisisce strumenti aggiuntivi, amplia il numero dei propri partner e riduce almeno parzialmente il rischio derivante dalla dipendenza esclusiva da Washington. In questo senso il Patto della Mecca non deve necessariamente essere interpretato come un’alleanza antiamericana per rappresentare una conseguenza della crisi del sistema di sicurezza americano-centrico. Può nascere precisamente perché gli Stati regionali continuano ad avere bisogno degli Stati Uniti, ma non ritengono più prudente affidare esclusivamente a Washington la propria sicurezza.

Ed è proprio su questo punto che la reazione iraniana alla firma dell’accordo assume un significato sorprendente. Ci si sarebbe potuti attendere che Teheran denunciasse la nascita di un’alleanza militare tra tre grandi Paesi sunniti, due dei quali storicamente legati agli Stati Uniti e uno dei quali direttamente concorrente dell’Iran nel Golfo. La risposta ufficiale della Repubblica islamica è stata invece quasi opposta.

 

Teheran sorprende: «Non è un’alleanza contro di noi»

Se il Patto della Mecca fosse realmente interpretabile soltanto come la nascita di una «NATO sunnita» rivolta contro l’Iran, la reazione più prevedibile di Teheran sarebbe stata una condanna dell’accordo. Tre importanti Paesi a maggioranza sunnita, due dei quali legati da decenni agli Stati Uniti e uno — l’Arabia Saudita — storico concorrente della Repubblica islamica nel Golfo, hanno appena sottoscritto una clausola di difesa collettiva. Eppure, la risposta iraniana è stata di segno quasi opposto.

Una prima interpretazione particolarmente significativa è stata offerta dal giornalista e analista iraniano Davood Abbasi, già corrispondente dell’AGI a Teheran. Interpellato da Farian Sabahi, Abbasi ha definito il Patto della Mecca «una vittoria per l’Iran e una sconfitta per gli Stati Uniti». Il significato dell’affermazione deve essere precisato. Abbasi non sosteneva che Arabia Saudita, Turchia e Pakistan fossero improvvisamente diventati alleati di Teheran, né che fossero venute meno le rivalità regionali. Il punto era differente: secondo la sua lettura, Ankara e Islamabad difficilmente avrebbero partecipato a una guerra contro l’Iran, mentre Riyadh stava diversificando le proprie garanzie di sicurezza proprio perché i limiti della protezione statunitense erano divenuti più evidenti.[17]

L’interpretazione avrebbe potuto essere liquidata come l’opinione, certamente interessante ma individuale, di un osservatore iraniano. Poche ore dopo, tuttavia, il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha adottato pubblicamente una posizione che, pur con il linguaggio più prudente della diplomazia, si muoveva nella stessa direzione.

Durante la conferenza stampa settimanale del 10 agosto, il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha interpretato la nascita del Patto come il risultato di un «cambiamento nella percezione» degli Stati della regione. Secondo Baghaei, gli avvenimenti degli ultimi mesi avrebbero dimostrato che la sicurezza non è una merce acquistabile dall’esterno e che i Paesi regionali non possono più fare affidamento, come in passato, sulle promesse degli Stati Uniti di garantirla. La Repubblica islamica, ha ricordato il portavoce, sostiene da tempo la necessità di una sicurezza «endogena» — amniyat-e darun-zā — fondata principalmente sulle capacità e sulla cooperazione degli stessi attori regionali.[18]

Il passaggio è importante perché sposta il centro dell’interpretazione iraniana. Teheran non presenta il nuovo accordo innanzitutto come una minaccia, ma come un possibile sintomo della crisi dell’architettura di sicurezza fondata sulla dipendenza dagli Stati Uniti. Baghaei collega esplicitamente questo mutamento alla guerra a Gaza, agli attacchi israeliani contro il Libano e la Siria, alle minacce rivolte da Israele ad altri Stati regionali e al sostegno assicurato da Washington alla politica israeliana. Nella sua ricostruzione, gli Stati Uniti non sarebbero più soltanto incapaci di garantire pienamente la sicurezza dei propri alleati: sarebbero diventati essi stessi «parte dell’insicurezza» regionale.[19]

È naturalmente necessario mantenere distinti due livelli. Questa è l’interpretazione ufficiale iraniana del Patto della Mecca; non costituisce una prova delle intenzioni segrete di Riyadh, Ankara o Islamabad. Teheran ha un evidente interesse politico a rappresentare qualsiasi riduzione della dipendenza regionale da Washington come una conferma della propria strategia. Ma proprio per questo la posizione iraniana è significativa: permette di comprendere come il nuovo accordo venga inserito dalla Repubblica islamica in una concezione della sicurezza regionale elaborata da molto prima della sua firma.

Baghaei è stato ancora più esplicito quando gli è stato chiesto se Teheran considerasse l’intesa diretta contro l’Iran. La risposta è stata negativa. Non vi sarebbe, secondo il portavoce, alcuna ragione per ritenere che un accordo tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan debba essere rivolto contro la Repubblica islamica. Iran, Pakistan e Turchia sono legati, ha ricordato, da profonde relazioni religiose, culturali e civili, oltre che da una lunga storia di rapporti politici. Alla domanda se Teheran fosse stata precedentemente informata delle trattative, Baghaei ha inoltre risposto: «Sì, più o meno ne eravamo a conoscenza».[20]

Quest’ultimo elemento merita attenzione. Essere genericamente informati dell’esistenza delle discussioni non significa naturalmente aver partecipato alla negoziazione dell’accordo o averne approvato i contenuti. La dichiarazione suggerisce però che il Patto non sia stato percepito a Teheran come una coalizione ostile costruita improvvisamente e alle sue spalle. Anche questo rende meno convincente una lettura puramente anti-iraniana della sua nascita.

Un riscontro indipendente dell’importanza attribuita da Teheran al mutamento della percezione regionale è venuto anche dalla stampa israeliana. The Times of Israel, riportando le dichiarazioni del ministero degli Esteri iraniano, ha sintetizzato la posizione di Baghaei proprio come l’affermazione che l’accordo saudita-pakistano-turco mostrerebbe un «cambiamento nella percezione» nei confronti degli Stati Uniti.[21] Il punto centrale della reazione iraniana non era dunque la composizione confessionale dell’alleanza, ma il significato attribuito alla progressiva ricerca di strumenti di sicurezza non dipendenti esclusivamente da Washington.

La formulazione più interessante utilizzata da Baghaei è forse un’altra: «la sicurezza nella regione è indivisibile».[22] È un principio che permette di comprendere la logica con cui Teheran cerca di leggere la trasformazione in corso. Se la sicurezza è indivisibile, nessuno Stato può costruire stabilmente la propria protezione rendendo insicuri i propri vicini o mettendo il proprio territorio a disposizione di una potenza esterna per condurre operazioni contro di essi. Da qui deriva anche l’aspettativa iraniana, espressa dal portavoce, che gli Stati regionali non consentano che il proprio territorio venga utilizzato dal «nemico» contro altri Paesi della regione.[23]

La posizione si collega direttamente al paradosso analizzato nel capitolo precedente. Dal punto di vista iraniano, una base americana nel Golfo non è soltanto uno strumento destinato a proteggere lo Stato che la ospita: nel momento in cui viene utilizzata per operazioni contro l’Iran diventa parte dell’apparato militare del belligerante e, di conseguenza, un potenziale obiettivo della risposta iraniana. È precisamente questa dinamica che rende compatibile, nella lettura di Teheran, il rafforzamento della cooperazione militare tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan con una diminuzione della dipendenza strategica dagli Stati Uniti.

Ancora più interessante è stata la risposta di Baghaei alla possibilità che il meccanismo possa, in futuro, estendersi ad altri Stati. Il portavoce non ha affermato che l’Iran intenda aderire al Patto della Mecca, né ha annunciato negoziati in questa direzione. Sarebbe quindi improprio parlare di una candidatura iraniana. Ha però ricordato che la Repubblica islamica propone da anni meccanismi di sicurezza cooperativa regionale, ha osservato che tali proposte possono essere aggiornate alla luce delle nuove circostanze e ha aggiunto che Teheran mantiene contatti con gli altri Stati dell’area per individuare la strada migliore verso una sicurezza collettiva regionale.[24]

La distinzione è decisiva. Teheran non sta chiedendo di entrare nel Patto, ma non considera incompatibile la sua nascita con il proprio progetto di un sistema di sicurezza regionale maggiormente autonomo dalle potenze esterne. Da questo punto di vista si produce una convergenza parziale e certamente non priva di contraddizioni: Arabia Saudita, Turchia e Pakistan costruiscono il nuovo accordo per ragioni proprie, che non coincidono necessariamente con quelle iraniane; il risultato, tuttavia, va almeno in parte nella direzione che la diplomazia iraniana sostiene da anni, cioè una maggiore responsabilità degli attori regionali nella costruzione della propria sicurezza.

È questo il senso più plausibile della provocatoria formula di Abbasi. Parlare di una «vittoria dell’Iran» non significa sostenere che Teheran controlli il processo o che il Patto rappresenti un successo geopolitico iraniano in senso stretto. Significa osservare che tre Stati tradizionalmente inseriti, con modalità differenti, nell’ordine di sicurezza americano stanno costruendo un meccanismo autonomo di deterrenza reciproca proprio nel momento in cui la credibilità dell’esclusiva dipendenza dalla protezione statunitense viene messa in discussione.

Il paradosso è evidente. Per decenni Washington ha cercato di organizzare la sicurezza del Vicino Oriente attraverso una rete di alleanze bilaterali, basi militari e rapporti di cooperazione imperniata sugli Stati Uniti. Teheran ha invece sostenuto — anche per evidenti ragioni di interesse nazionale — che la sicurezza regionale dovesse essere prodotta dagli Stati della regione e non importata dall’esterno. Il Patto della Mecca non realizza il progetto iraniano e non elimina le rivalità con la Repubblica islamica. Ma il fatto stesso che Teheran possa accoglierlo senza denunciarlo come una minaccia mostra quanto profondamente siano cambiate le coordinate del sistema regionale.

Rimane allora da comprendere fin dove possa arrivare questa trasformazione. Il Patto resterà un accordo tripartito oppure potrebbe costituire il nucleo di un sistema più ampio? Su questo punto le dichiarazioni dei suoi stessi firmatari, e in particolare quelle del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, aprono una prospettiva che va ben oltre i tre Paesi riuniti alla Mecca.

 

Dalla Mecca a una nuova architettura regionale?

Se la reazione iraniana suggerisce che il Patto della Mecca non possa essere ridotto alla formazione di un fronte anti-Teheran, resta da stabilire quale possa essere la sua evoluzione. Su questo punto le dichiarazioni provenienti da Ankara sono particolarmente significative. La Turchia sembra infatti considerare l’accordo non necessariamente come un’intesa destinata a rimanere circoscritta ai tre firmatari, ma come il possibile nucleo di un meccanismo regionale più ampio.

In un’intervista concessa ad Asharq Al-Awsat, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha affermato che la prospettiva di Ankara non si limita ad Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. L’auspicio turco è che possano crearsi le condizioni affinché, in futuro, tutti i Paesi della regione possano riunirsi sotto l’ombrello dell’accordo. Erdoğan ha inoltre precisato che il Patto rimane aperto ai Paesi «fratelli e amici» interessati alla pace e alla stabilità regionale.[25]

La dichiarazione amplia considerevolmente l’orizzonte politico dell’intesa. Una clausola di difesa collettiva fra tre Stati può essere interpretata come un’alleanza tradizionale; la possibilità dichiarata di estenderla progressivamente ad altri membri introduce invece l’idea, ancora embrionale, di un’architettura regionale di sicurezza. Ciò non significa che esista già un progetto definito di organizzazione sovranazionale, né che Ankara, Riyadh e Islamabad condividano necessariamente la stessa concezione della sua futura estensione. Significa però che almeno uno dei tre firmatari considera pubblicamente possibile trasformare il formato tripartito in qualcosa di più ampio.

Proprio il caso dell’Egitto mostra, tuttavia, quanto sia necessario distinguere questa vocazione potenzialmente inclusiva dalle condizioni politiche concrete necessarie per realizzarla. Le ricostruzioni emerse dopo la firma indicano infatti che il Cairo non sarebbe stato semplicemente un osservatore estraneo alle discussioni. Secondo tre fonti saudite a conoscenza dei colloqui citate da Middle East Eye, la Turchia avrebbe compiuto notevoli sforzi per coinvolgere l’Egitto e ne avrebbe formalmente proposto l’ingresso, incontrando però l’opposizione dell’Arabia Saudita, almeno nella fase attuale.[26]

La ricostruzione è rilevante anche perché contraddice l’interpretazione iniziale secondo cui sarebbe stato il governo egiziano a rifiutare di aderire. Va però trattata con cautela: le fonti citate sono anonime e le motivazioni loro attribuite non rappresentano una posizione ufficiale del governo saudita. Secondo queste fonti, Riyadh nutrirebbe una crescente insoddisfazione nei confronti del governo di Abdel Fattah al-Sisi, considerato eccessivamente dipendente dal sostegno finanziario esterno e poco affidabile nel ricambiare l’appoggio ricevuto. Tra i motivi di attrito sarebbero stati indicati il contributo giudicato insufficiente dell’Egitto durante la guerra saudita nello Yemen, la posizione assunta dal Cairo durante la guerra israelo-statunitense contro l’Iran e il suo avvicinamento agli Emirati Arabi Uniti in una fase di crescente divergenza tra Abu Dhabi e Riyadh.[27]

Alle divergenze politiche si aggiungerebbero considerazioni più propriamente militari. Sempre secondo le fonti saudite citate da Middle East Eye, Riyadh avrebbe valutato con maggiore favore il contributo che Turchia e Pakistan possono apportare in termini di capacità operative e industria della difesa, mentre esisterebbero dubbi sull’effettivo valore aggiunto che le forze armate egiziane potrebbero offrire al nuovo meccanismo.[28] È un elemento significativo perché suggerisce che l’eventuale allargamento non dipenderà soltanto dall’appartenenza al mondo arabo o islamico, ma anche dalla valutazione dell’affidabilità politica e del contributo militare concreto dei possibili membri.

La posizione turca sull’Egitto non è peraltro fondata esclusivamente sulle fonti anonime. Hakan Fidan ha confermato pubblicamente che Ankara considera il Cairo un possibile candidato all’adesione e ha richiamato il meccanismo di consultazione quadrilaterale che coinvolge Turchia, Pakistan, Arabia Saudita ed Egitto. Il ministro degli Esteri turco ha contemporaneamente ribadito che l’alleanza è aperta a un futuro allargamento.[29] La divergenza che emerge non riguarda quindi necessariamente il principio dell’espansione, quanto i tempi e le condizioni politiche attraverso cui essa dovrebbe avvenire.

Il caso egiziano consente così di precisare il significato delle parole di Erdoğan. Un accordo «aperto» non è necessariamente un accordo al quale qualsiasi Stato possa aderire automaticamente. Tra la vocazione inclusiva proclamata da Ankara e la costruzione di un’organizzazione regionale esiste lo spazio della politica: rivalità personali, divergenze strategiche, rapporti bilaterali, valutazioni sull’affidabilità degli alleati e considerazioni sulla loro effettiva utilità militare. L’eventuale nuova architettura regionale non nascerebbe al di sopra di queste contraddizioni, ma dovrebbe necessariamente attraversarle.

È proprio questa complessità a rendere poco soddisfacente l’etichetta di «NATO sunnita». Se il criterio fondamentale fosse semplicemente confessionale, l’Egitto costituirebbe un candidato quasi naturale. Se invece l’accesso dipende dalla convergenza strategica e dalla capacità di contribuire concretamente alla sicurezza collettiva, la composizione del Patto acquista un significato differente. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan non rappresentano soltanto tre grandi Paesi a maggioranza sunnita: mettono insieme risorse finanziarie ed energetiche, capacità industriali e tecnologiche, esperienza operativa e, nel caso pakistano, una potenza nucleare.

Ciò non elimina la possibilità di un futuro ampliamento. Al contrario, tanto le dichiarazioni di Erdoğan quanto quelle di Fidan mostrano che Ankara intende mantenere aperta questa prospettiva. Ma l’esclusione, almeno per il momento, di una potenza araba delle dimensioni dell’Egitto dimostra che l’estensione del Patto sarà probabilmente selettiva e politicamente negoziata. Le stesse fonti saudite citate da Middle East Eye non escludono un’adesione egiziana futura qualora mutassero le condizioni politiche e i rapporti con Riyadh.[30]

Si delinea così una possibilità più interessante della semplice moltiplicazione delle alleanze bilaterali. Il Patto potrebbe diventare uno dei luoghi attraverso i quali alcune potenze regionali cercano di coordinare autonomamente una parte crescente della propria sicurezza, senza che ciò implichi necessariamente l’espulsione degli Stati Uniti dalla regione o la rottura delle alleanze esistenti. Autonomia strategica e alleanza con Washington non sono, almeno nell’immediato, termini necessariamente incompatibili. Riyadh può continuare ad acquistare armamenti statunitensi e a cooperare militarmente con Washington mentre costruisce, contemporaneamente, garanzie aggiuntive con Ankara e Islamabad.

È precisamente questa sovrapposizione di sistemi di sicurezza a costituire una delle caratteristiche più interessanti della fase attuale. La Turchia rimane membro della NATO; l’Arabia Saudita conserva una relazione strategica fondamentale con gli Stati Uniti; il Pakistan mantiene rapporti propri tanto con Washington quanto con Pechino. Nessuno dei tre deve necessariamente scegliere un unico sistema di alleanze. Il Patto della Mecca può quindi essere interpretato come uno strumento di diversificazione strategica: non sostituisce immediatamente le relazioni esistenti, ma riduce il rischio che la sicurezza dei firmatari dipenda esclusivamente dalle decisioni di una potenza esterna.

La sua eventuale trasformazione in un’architettura più vasta dipenderà tuttavia da qualcosa di più delle dichiarazioni politiche. Un sistema di sicurezza collettiva richiede strutture permanenti, meccanismi decisionali, pianificazione militare, esercitazioni congiunte e capacità di tradurre una clausola di solidarietà in una risposta operativa. È proprio su questo terreno che, nei giorni successivi alla firma, sono cominciati a emergere elementi più concreti. Il ministero della Difesa turco ha annunciato la prevista creazione di meccanismi strategici politici e militari che coinvolgeranno ministri della Difesa, ministri degli Esteri e capi di Stato maggiore dei tre Paesi. Sono inoltre previste esercitazioni congiunte terrestri, navali e aeree, cooperazione nella difesa antiaerea e nei sistemi senza pilota e un approfondimento della collaborazione industriale e tecnologica.

Questo sviluppo impone anche una precisazione rispetto alle prime valutazioni formulate immediatamente dopo la firma. Il 7 agosto non erano ancora pubblicamente noti i dettagli dell’architettura operativa dell’accordo; ciò non significa che il Patto sia destinato a rimanere una semplice dichiarazione politica. Gli annunci successivi indicano, al contrario, la volontà di dotarlo progressivamente di strumenti permanenti di consultazione e cooperazione militare. Resta da vedere quale sarà il loro grado effettivo di integrazione.

È qui che il paragone contenuto nel titolo di questo articolo diventa inevitabile. Parlare di una «NATO islamica» resta prematuro se l’espressione viene intesa in senso istituzionale. Ma non è più sufficiente neppure descrivere il Patto della Mecca come una generica dichiarazione di solidarietà tra tre governi. La questione decisiva diventa allora stabilire quanto il nuovo meccanismo assomigli realmente a un’alleanza di difesa collettiva strutturata e quanto, invece, la somiglianza con la NATO si arresti alla clausola secondo cui l’attacco contro uno dei membri riguarda tutti gli altri.

 

Verso una NATO islamica?

Il paragone con la NATO non è soltanto una suggestione giornalistica. Lo stesso ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha affermato che, dal punto di vista della clausola di difesa collettiva, il Patto della Mecca è «tecnicamente» analogo all’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico.[31] L’accostamento ha dunque un fondamento preciso: in entrambi i casi un attacco armato contro uno dei membri viene considerato un attacco contro tutti. Ma proprio il riferimento alla NATO impone di distinguere la clausola giuridico-politica di mutua difesa dall’apparato istituzionale e militare costruito intorno ad essa.

L’articolo 5, infatti, non prevede che l’attacco contro un membro provochi automaticamente un’identica risposta militare da parte di tutti gli altri. Ciascun alleato è tenuto ad assistere lo Stato attaccato, ma conserva la facoltà di determinare quale azione ritenga necessaria; questa può comprendere l’impiego della forza armata, senza che esso sia necessariamente automatico. Sotto questo aspetto, quindi, anche la formula «un attacco contro uno è un attacco contro tutti» non deve essere confusa con un automatismo bellico.

La forza della NATO deriva piuttosto dal fatto che questa garanzia politica è sostenuta da un’organizzazione sviluppatasi nel corso di oltre settant’anni. L’Alleanza dispone di organismi politici permanenti, di un Comitato militare, di uno Stato maggiore militare internazionale e di una struttura di comando integrata, articolata principalmente nell’Allied Command Operations e nell’Allied Command Transformation. A ciò si aggiungono pianificazione comune, criteri di prontezza, procedure per il trasferimento delle forze ai comandi alleati ed esercitazioni destinate a rendere concretamente praticabile la difesa collettiva.

È precisamente su questo terreno che il paragone con il Patto della Mecca deve essere utilizzato con cautela. Come si è visto, l’accordo non è rimasto una semplice dichiarazione di solidarietà. Nei giorni successivi alla firma Ankara ha annunciato la costituzione di meccanismi politici e militari di coordinamento, esercitazioni congiunte e una cooperazione più profonda nell’industria della difesa.[32] Si tratta di sviluppi sostanziali, che indicano la volontà di costruire una capacità operativa comune e impediscono di liquidare l’accordo come un gesto prevalentemente simbolico.

Ciò che ancora manca, almeno sulla base delle informazioni rese pubbliche, è però un livello di integrazione paragonabile a quello raggiunto dalla NATO. Non è stata annunciata una struttura di comando militare integrato equivalente a quella atlantica, né sono ancora note procedure comuni sufficientemente sviluppate per stabilire in anticipo come le forze dei tre Paesi opererebbero in caso di attivazione della clausola di difesa collettiva. Il Patto della Mecca dispone quindi di una clausola assimilabile, nel principio, all’articolo 5, ma non ancora dell’apparato politico-militare che rende quella clausola particolarmente credibile nel caso della NATO.

La differenza è anche storica. La stessa NATO del 1949 non possedeva immediatamente l’apparato militare integrato che conosciamo oggi. Nei primi anni dell’Alleanza esistevano comitati e gruppi regionali di pianificazione, ma mancava una struttura unificata capace di dirigere la difesa complessiva dell’Europa occidentale. Fu soprattutto dopo lo scoppio della guerra di Corea, nel 1950, che gli alleati accelerarono la costruzione di un comando militare integrato.

Il precedente è utile non perché autorizzi a prevedere che il Patto della Mecca seguirà necessariamente lo stesso percorso, ma perché mostra che un’alleanza può nascere prima delle strutture necessarie a renderne pienamente operativa la garanzia di difesa collettiva. La questione decisiva sarà dunque osservare ciò che accadrà dopo la firma: se i meccanismi annunciati rimarranno prevalentemente consultivi oppure se produrranno pianificazione comune, procedure operative, interoperabilità, esercitazioni regolari e strutture permanenti di comando e coordinamento.

Anche l’espressione «NATO islamica» richiede una seconda precisazione. Il carattere islamico dell’accordo deriva, per ora, dalla composizione dei suoi membri e dal linguaggio politico utilizzato dai loro governi, non dall’esistenza di un’istituzione militare dell’intero mondo musulmano. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan rappresentano tre grandi potenze musulmane, ma il Patto non coincide con l’Organizzazione della cooperazione islamica né pretende, allo stato attuale, di rappresentarne militarmente i membri. La possibile apertura ad altri Paesi evocata da Erdoğan e Fidan rende questa dimensione politicamente interessante, ma non consente ancora di parlare di un sistema islamico di sicurezza collettiva.

D’altra parte, proprio la combinazione dei tre membri iniziali conferisce all’accordo un peso difficilmente riducibile a quello di una normale intesa militare. Riyadh apporta risorse finanziarie, centralità energetica e un ruolo determinante negli equilibri del Golfo; Ankara dispone di una delle maggiori forze armate della NATO, di una crescente industria militare e di un’esperienza operativa maturata su diversi teatri; Islamabad possiede uno dei più grandi eserciti del mondo musulmano ed è l’unica potenza nucleare tra i tre firmatari. Nessuno di questi elementi produce automaticamente un sistema militare integrato, ma la loro combinazione attribuisce alla clausola di difesa reciproca un potenziale strategico considerevole.

Particolarmente delicata è la componente nucleare. Il possesso pakistano dell’arma atomica introduce inevitabilmente una dimensione nucleare nei calcoli di qualsiasi potenziale avversario dell’alleanza. Sarebbe però scorretto dedurne l’esistenza di un «ombrello nucleare» pakistano sull’Arabia Saudita o sulla Turchia. Una garanzia di questo genere richiederebbe dottrine, impegni e procedure che non risultano essere stati pubblicamente stabiliti. Il fattore nucleare esiste quindi come elemento della deterrenza complessiva e dell’incertezza strategica, non come garanzia formalizzata.

Il confronto con la NATO permette allora di cogliere contemporaneamente la portata e i limiti dell’accordo. Il Patto della Mecca non è oggi una NATO islamica, se con questa espressione intendiamo un’organizzazione dotata di un livello comparabile di integrazione politica, pianificazione militare, comando e capacità operative comuni. Ma non è neppure soltanto un’espressione retorica di solidarietà. Possiede una clausola di difesa collettiva, prevede organismi di coordinamento politico e militare, prepara esercitazioni congiunte e punta a sviluppare ulteriormente la cooperazione industriale e tecnologica.

La domanda contenuta nel titolo deve quindi rimanere, almeno per ora, accompagnata dal punto interrogativo. Il significato storico del Patto non dipenderà soltanto dal testo firmato alla Mecca, ma dalla capacità dei tre governi di trasformarlo in una struttura durevole. Se alle dichiarazioni seguiranno pianificazione militare comune, interoperabilità crescente, strutture permanenti e un eventuale allargamento ad altre potenze regionali, il paragone con un’alleanza di sicurezza collettiva islamica acquisterà progressivamente maggiore consistenza. Se invece questi sviluppi resteranno limitati, la clausola di mutua difesa conserverà soprattutto il valore di un forte segnale politico di deterrenza.

In entrambi i casi, tuttavia, il dato geopolitico fondamentale rimane. Tre fra le principali potenze del mondo musulmano hanno deciso di vincolare formalmente la propria sicurezza reciproca senza collocare gli Stati Uniti al centro del nuovo meccanismo. È forse questo, più della somiglianza formale con l’articolo 5 della NATO, l’elemento destinato ad avere le conseguenze più profonde per l’ordine regionale.


NOTE

[1] T. Azhari, A. Shahid, T. Gumrukcu, «Saudi Arabia, Turkey, Pakistan pledge mutual defence as Middle East turmoil escalates», Reuters, 7 agosto 2026.

[2] Associated Press, «Turkey, Pakistan and Saudi Arabia sign a mutual defense deal, and other Middle East news», Associated Press, 7 agosto 2026.

[3] M. Giorgio, «Alla Mecca nasce l’asse sunnita che sfida Israele e Iran», il manifesto, 8 agosto 2026; cfr. anche T. Azhari, A. Shahid, T. Gumrukcu, «Saudi Arabia, Turkey, Pakistan pledge mutual defence…», cit.

[4] Per il quadro della rivalità saudita-iraniana e della sua dimensione regionale, cfr. F. Wehrey et al., Saudi-Iranian Relations Since the Fall of Saddam: Rivalry, Cooperation, and Implications for U.S. Policy, RAND Corporation, Santa Monica, 2009; International Crisis Group, The Iran Nuclear Deal at Six: Now or Never, Middle East Report, n. 230, 17 gennaio 2022, per il successivo contesto della competizione e dei tentativi di distensione.

[5] C. Phillips, The Battle for Syria: International Rivalry in the New Middle East, Yale University Press, New Haven-London, 2016, in particolare sull’intreccio tra guerra civile siriana e rivalità regionali; per il ruolo iraniano e delle forze alleate nel conflitto, cfr. anche A. Tabatabai, No Conquest, No Defeat: Iran’s National Security Strategy, Oxford University Press, New York, 2020.

[6] M. Ahmed, «Pakistan says new defense pact with Saudi and Turkey is “purely defensive” and open to others», Associated Press, 9 agosto 2026.

[7] T. Gumrukcu, «Turkey, Pakistan, Saudi Arabia defence pact technically same as NATO’s Article 5, Turkish minister says», Reuters, 8 agosto 2026, Reuters.

[8] T. Azhari, A. Shahid, T. Gumrukcu, «Saudi Arabia, Turkey, Pakistan pledge mutual defence as Middle East turmoil escalates», Reuters, 7 agosto 2026, aggiornato l’8 agosto 2026, cit.

[9] P. Wintour, «Saudi Arabia, Pakistan and Turkey sign Nato-style defence pact amid deadly Houthi strikes in Yemen», The Guardian, 7 agosto 2026.

[10][10] «Pakistan’s defense minister threatens “illegitimate” Israel after inking pact with Saudis, Turkey», The Times of Israel, 8 agosto 2026.

[11] Associated Press, «Iranian attack on Saudi base injures US troops. More American forces arrive in the Middle East», Associated Press, 28 marzo 2026.

[12] Associated Press, «US launches new airstrikes on Iran, with Tehran firing back at 3 Gulf Arab states», Associated Press, 8 luglio 2026.

[13] Associated Press, «Gulf allies privately make the case to Trump to keep fighting until Iran is decisively defeated», Associated Press, 30 marzo 2026.

[14] Associated Press, «Trump says Gulf leaders’ input weighed heavily in decision to hold off on ordering new Iran strikes», Associated Press, 2 agosto 2026.

[15] «Iran threatens to hit Gulf states if US launches new strikes», Reuters, 5 agosto 2026.

[16] «US strikes Iran as widening war engulfs more countries», Reuters, 29 luglio 2026.

[17] F. Sabahi, «Sventato golpe anti-Khamenei: lui detta condizioni su Hormuz», Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2026, Il Fatto Quotidiano.

[18] Esmail Baghaei, conferenza stampa settimanale del ministero degli Esteri della Repubblica islamica dell’Iran, 10 agosto 2026, riportata in «بقائی: کشورهای منطقه نمی‌توانند به تامین امنیت از سوی آمریکا متکی باشند» [«Baghaei: i Paesi della regione non possono fare affidamento sugli Stati Uniti per garantire la propria sicurezza»], Tasnim News Agency, 10 agosto 2026, Tasnim News Agency.

[19] «بقائی: کشورهای منطقه نمی‌توانند به تامین امنیت از سوی آمریکا متکی باشند», Tasnim News Agency, cit.

[20] Ibid.

[21] «Iran claims Saudi-Pakistan-Turkey deal shows “change in perception” towards US», The Times of Israel, 10 agosto 2026, The Times of Israel.

[22] «بقائی: کشورهای منطقه نمی‌توانند به تامین امنیت از سوی آمریکا متکی باشند», Tasnim News Agency, cit.

[23] Ibid.

[24] Ibid.

[25] G. Charbel, «Erdogan to Asharq Al-Awsat: Makkah Agreement Boosts Deterrence, Targets No Country», Asharq Al-Awsat, 11 agosto 2026, Asharq Al-Awsat.

[26] F. Edroos, «Saudi Arabia opposed Egypt’s inclusion in Mecca agreement, sources say», Middle East Eye, 11 agosto 2026, Middle East Eye.

[27] T. Gumrukcu, «Turkey, Pakistan, Saudi Arabia defence pact technically same as NATO’s Article 5, Turkish minister says», Reuters, 8 agosto 2026, Reuters.

[28] F. Edroos, «Saudi Arabia opposed Egypt’s inclusion in Mecca agreement, sources say», Middle East Eye, cit.

[29] «Turkey, Pakistan, Saudi Arabia will form political, military mechanisms to coordinate, Ankara says», Reuters, 13 agosto 2026, Reuters.

[30] F. Edroos, «Saudi Arabia opposed Egypt’s inclusion in Mecca agreement, sources say», Middle East Eye, cit.

[31] T. Gumrukcu, «Turkey, Pakistan, Saudi Arabia defence pact technically same as NATO’s Article 5, Turkish minister says», Reuters, cit.

[32] «Turkey, Pakistan, Saudi Arabia will form political, military mechanisms to coordinate, Ankara says», Reuters, cit.


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