Netanyahu perde la maggioranza, ma nessuno vince
Le elezioni legislative israeliane del 27 ottobre 2026 hanno prodotto un risultato destinato a incidere sugli equilibri politici dello Stato ebraico, senza tuttavia indicare con chiarezza quale direzione esso prenderà. Benjamin Netanyahu, protagonista pressoché incontrastato della politica israeliana degli ultimi decenni, ha perso la maggioranza parlamentare sulla quale si reggeva il suo governo. Lo scrutinio ha assegnato 53 seggi alla coalizione uscente, 48 alle formazioni dell’opposizione sionista e 19 ai partiti rappresentativi della popolazione palestinese con cittadinanza israeliana. Questi ultimi hanno ottenuto un risultato senza precedenti, conquistando 11 seggi con la Lista Comune e otto con Ra’am. Nessuno dei due principali schieramenti dispone dunque dei 61 deputati necessari per assicurarsi la maggioranza nella Knesset, il Parlamento israeliano composto da 120 membri.[1]
A prima vista, la somma dei 48 seggi dell’opposizione sionista e dei 19 conquistati dalle formazioni palestinesi sembrerebbe delineare una solida maggioranza alternativa di 67 deputati. Si tratta, tuttavia, di una maggioranza aritmetica assai più che politica. L’opposizione a Netanyahu riunisce forze eterogenee, accomunate soprattutto dalla volontà di porre fine alla sua permanenza al governo, ma divise su questioni fondamentali, a cominciare dal rapporto con i cittadini palestinesi e i loro rappresentanti parlamentari.
È significativo, a questo proposito, che due dei principali esponenti dello schieramento contrario al primo ministro uscente, Naftali Bennett e Avigdor Lieberman, provengano dalla destra nazionalista israeliana. Le loro divergenze con Netanyahu, per quanto profonde sul piano personale e politico, non implicano necessariamente una diversa concezione del carattere nazionale dello Stato o una maggiore disponibilità a riconoscere le rivendicazioni palestinesi. Entrambi hanno manifestato contrarietà alla formazione di un governo dipendente dal sostegno dei partiti palestinesi, circostanza che rende particolarmente difficile tradurre i 67 seggi teoricamente disponibili in una maggioranza parlamentare effettiva.[2]
La situazione è resa ancora più complessa dalle posizioni di Gadi Eisenkot, già capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane e principale aspirante alla successione di Netanyahu. Eisenkot ha rivendicato l’esistenza di una maggioranza parlamentare contraria al governo uscente, sostenendo la necessità di dare vita a un nuovo esecutivo e di istituire una commissione statale d’inchiesta sugli avvenimenti del 7 ottobre 2023. Da parte palestinese, Ahmad Tibi, esponente della Lista Comune, ha manifestato la disponibilità a sostenere dall’esterno un governo alternativo, senza rivendicare incarichi ministeriali. Si tratterebbe di una soluzione che consentirebbe ai deputati palestinesi di contribuire alla sostituzione di Netanyahu senza entrare formalmente nella coalizione governativa.[3]
Le difficoltà, tuttavia, non riguardano soltanto la composizione della maggioranza. Eisenkot ha subordinato l’eventuale collaborazione parlamentare all’accettazione di alcuni principi, fra i quali il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e l’obbligo generalizzato di prestare servizio militare o civile. Quest’ultima condizione evidenzia una contraddizione che attraversa la stessa società ebraico-israeliana: i partiti ultraortodossi, potenzialmente decisivi per la formazione di una maggioranza alternativa, si oppongono infatti all’estensione della leva obbligatoria agli studenti delle scuole religiose. La questione dimostra come le divisioni interne allo schieramento contrario a Netanyahu non possano essere ricondotte esclusivamente al rapporto fra ebrei e palestinesi, ma investano anche differenti concezioni dell’identità nazionale, del ruolo della religione e degli obblighi dei cittadini nei confronti dello Stato.
Al momento, pertanto, non è possibile stabilire se le trattative condurranno alla formazione di un governo guidato da Eisenkot, a un accordo di unità nazionale, alla permanenza di Netanyahu attraverso una diversa maggioranza o a nuove elezioni. Qualunque sia l’esito, tuttavia, il risultato del 27 ottobre pone un interrogativo che trascende la sorte politica del primo ministro uscente. La perdita della maggioranza parlamentare da parte di Netanyahu rappresenta necessariamente una sconfitta degli orientamenti politici che hanno caratterizzato il suo governo, oppure testimonia soprattutto la crisi di una particolare coalizione all’interno di un sistema nel quale permangono profonde continuità?
La risposta richiede di guardare oltre i rapporti di forza fra i partiti e di considerare la posizione dei cittadini palestinesi di Israele. Proprio il loro successo elettorale, infatti, ha contribuito a privare Netanyahu della possibilità di ricostituire agevolmente una maggioranza, senza che ciò si sia tradotto, almeno per il momento, in un corrispondente riconoscimento della loro legittimità come interlocutori politici da parte di una componente significativa dell’opposizione sionista.
I palestinesi cittadini di Israele: una cittadinanza diseguale
Per comprendere il significato del risultato elettorale delle formazioni palestinesi è necessario risalire alle origini dello Stato israeliano e alla condizione della popolazione araba rimasta entro i suoi confini dopo la guerra del 1948. Circa 150.000 palestinesi rimasero nel territorio divenuto Israele, mentre centinaia di migliaia furono espulsi o costretti alla fuga durante la Nakba. La cittadinanza israeliana non garantì ai primi un’effettiva uguaglianza: fino al 1966, gran parte di essi fu sottoposta a un’amministrazione militare che ne limitava la libertà di movimento, mentre la legge sui beni degli assenti del 1950 consentì la confisca di proprietà appartenenti anche a palestinesi sfollati all’interno dei nuovi confini statali.[4]
Le conseguenze di quelle politiche sono tuttora visibili nella distribuzione della terra. Secondo un’indagine pubblicata da Human Rights Watch nel 2020, i cittadini palestinesi rappresentavano circa il 21% della popolazione israeliana, ma meno del 3% della superficie del paese ricadeva sotto la giurisdizione delle municipalità palestinesi. Dal 1948, le autorità israeliane hanno autorizzato la fondazione di oltre 900 località ebraiche, mentre le nuove località destinate alla popolazione araba sono state essenzialmente insediamenti pianificati per concentrare comunità beduine precedentemente disperse. Le restrizioni urbanistiche, la carenza di terreni edificabili e i criteri di ammissione adottati da numerose piccole comunità residenziali hanno ulteriormente limitato le possibilità di espansione dei centri palestinesi.[5]
Le disparità emergono anche dagli indicatori economici. Secondo il rapporto statistico del 2024 dell’Istituto israeliano per la democrazia, il 95% delle località arabe apparteneva ai quattro livelli socioeconomici più bassi della classificazione nazionale, contro il 17% di quelle ebraiche. Nel 2023 viveva sotto la soglia di povertà il 38,4% delle famiglie arabe, rispetto al 15,4% di quelle ebraiche; fra i bambini, le percentuali raggiungevano rispettivamente il 48,8% e il 21,3%. I dati relativi al 2024, pubblicati dall’Istituto nazionale delle assicurazioni nel gennaio 2026, indicano ancora un’incidenza della povertà del 37,6% fra le famiglie arabe. Non si tratta dunque di differenze marginali, ma di un divario che attraversa intere generazioni.[6]
Anche l’istruzione e il mercato del lavoro risentono di tali squilibri. L’Istituto israeliano per la democrazia, cui si è fatto riferimento poc’anzi, ha documentato la persistente disparità delle risorse destinate ai sistemi scolastici ebraico e arabo, particolarmente evidente nelle comunità beduine del Negev, dove numerosi villaggi non riconosciuti dallo Stato soffrono di gravi carenze infrastrutturali. L’OCSE ha inoltre rilevato l’esistenza di discriminazioni nei confronti dei cittadini arabi nell’accesso all’occupazione e agli alloggi. Nel 2026 il Fondo monetario internazionale segnalava che il tasso di occupazione delle donne arabe israeliane si attestava intorno al 45%, evidenziando il permanere di ostacoli strutturali alla partecipazione economica.[7]
A queste disuguaglianze materiali si aggiunge una distinzione giuridica fondamentale. La Legge fondamentale del 2018, che definisce Israele lo Stato nazionale del popolo ebraico, stabilisce che il diritto all’autodeterminazione nazionale al suo interno appartiene esclusivamente al popolo ebraico. I cittadini palestinesi possono quindi partecipare alle elezioni, eleggere propri rappresentanti e concorrere alla formazione delle maggioranze parlamentari, ma non godono di un riconoscimento equivalente della propria identità nazionale. È questa contraddizione fra cittadinanza politica e disuguaglianza nazionale a conferire al risultato elettorale del 27 ottobre un significato che va ben oltre la semplice redistribuzione dei seggi alla Knesset.[8]
Il significato dell’affluenza palestinese alle urne
Se la sconfitta parlamentare di Netanyahu costituisce il dato politico più evidente delle elezioni del 27 ottobre, il risultato ottenuto dalle formazioni palestinesi ne rappresenta uno degli aspetti più significativi. La Lista Comune ha conquistato undici seggi e Ra’am altri otto, portando complessivamente a diciannove i deputati palestinesi nella Knesset. Un risultato favorito da una mobilitazione elettorale particolarmente intensa, che ha invertito la tendenza all’astensionismo registrata in precedenti consultazioni. A Umm al-Fahm l’affluenza sarebbe passata dal 38,3% del 2022 al 75,7%, a Rahat dal 60,6% all’82% e a Nazareth dal 48,3% al 72,2%. Si tratta di percentuali che testimoniano una partecipazione politica considerevole, soprattutto alla luce della crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni israeliane manifestata da ampi settori della popolazione palestinese negli ultimi anni.[9]
Sarebbe tuttavia errato interpretare tale mobilitazione come un’improvvisa adesione al sistema politico israeliano. Il voto palestinese ha assunto anche una funzione difensiva, esprimendo la volontà di contrastare una coalizione governativa che aveva fatto dell’inasprimento delle politiche securitarie e del rafforzamento del carattere etnonazionale dello Stato alcuni dei propri tratti distintivi. Come ha osservato Ghada Majadli, il successo elettorale delle formazioni palestinesi non elimina le disuguaglianze istituzionali, né modifica automaticamente i rapporti di potere fra la maggioranza ebraica e la minoranza palestinese. La partecipazione alle elezioni può dunque costituire uno strumento di tutela degli interessi collettivi, ma senza implicare l’accettazione delle condizioni politiche e giuridiche entro le quali essa si svolge.[10]
Questa distinzione permette anche di comprendere le differenti strategie perseguite dalle formazioni palestinesi. Ra’am, guidata da Mansour Abbas, ha privilegiato negli ultimi anni una linea pragmatica, fondata sulla possibilità di ottenere risorse, investimenti e provvedimenti concreti attraverso la partecipazione alle maggioranze parlamentari, come già avvenuto durante il governo Bennett-Lapid del 2021. Altre componenti, in particolare quelle riunite nella Lista Comune, hanno invece insistito maggiormente sulla necessità di coniugare la rappresentanza parlamentare con la rivendicazione dell’uguaglianza nazionale e con l’opposizione alle politiche israeliane nei territori palestinesi occupati. Le differenze non cancellano, tuttavia, un elemento condiviso: la consapevolezza che l’accesso alle istituzioni possa offrire strumenti di intervento, senza necessariamente consentire di trasformarne i presupposti fondamentali.
La centralità assunta dall’elettorato palestinese è emersa anche dalle reazioni del Likud, che ha denunciato presunte irregolarità nelle località arabe, arrivando a mettere in discussione la regolarità del risultato. Le autorità di polizia hanno tuttavia dichiarato di non disporre di elementi a sostegno delle accuse di una manipolazione sistematica del voto. La controversia ha assunto un significato politico che trascende la verifica delle singole irregolarità: proprio mentre il voto palestinese diventava potenzialmente decisivo per gli equilibri parlamentari, la sua legittimità veniva pubblicamente contestata da esponenti dello schieramento sconfitto.[11]
Il risultato del 27 ottobre mette quindi in evidenza una contraddizione: i cittadini palestinesi possono contribuire in misura determinante alla sconfitta di un governo, ma incontrano ancora forti resistenze quando si tratta di partecipare alla formazione di quello successivo. La loro rappresentanza parlamentare si rivela indispensabile sul piano numerico e, al tempo stesso, politicamente controversa agli occhi di una parte considerevole delle forze sioniste. È precisamente in questa distanza fra peso elettorale e riconoscimento politico che si manifestano i limiti del cambiamento prodotto dalle urne.
Cambiare governo non significa cambiare sistema
Il risultato delle elezioni del 27 ottobre ha aperto la possibilità di una fase politica senza Benjamin Netanyahu, ma sarebbe prematuro interpretarlo come il preludio a un mutamento sostanziale della politica israeliana nei confronti dei palestinesi. Le divergenze fra il primo ministro uscente e i suoi principali avversari riguardano la gestione del potere, il funzionamento delle istituzioni, le responsabilità per il 7 ottobre 2023 e i rapporti fra le componenti della società israeliana. Molto meno marcate appaiono, invece, le differenze relative ai presupposti fondamentali della politica di sicurezza e al mantenimento del carattere ebraico dello Stato. Come ha osservato Steven A. Cook su Foreign Policy, l’eventuale uscita di scena di Netanyahu non comporterebbe necessariamente una revisione degli orientamenti strategici israeliani, soprattutto per quanto riguarda la questione palestinese.[12]
La stessa figura di Gadi Eisenkot è indicativa di questa continuità. Il suo passato ai vertici delle Forze di difesa israeliane e il ruolo svolto nell’elaborazione della Dottrina Dahiya, che teorizza l’impiego di una forza militare deliberatamente sproporzionata e la distruzione su vasta scala delle infrastrutture civili per ristabilire la deterrenza,[13] rendono difficile considerarlo espressione di una rottura con i principi fondamentali del sistema politico sionista. Del resto, lo stesso Eisenkot ha dichiarato di opporsi alla costituzione di uno Stato palestinese indipendente, sostenendo il mantenimento del controllo militare israeliano sui territori compresi fra il fiume Giordano e il Mediterraneo.[14] Ciò non significa che un governo guidato da Eisenkot sarebbe identico a quello di Netanyahu: potrebbero emergere differenze significative nella gestione delle istituzioni, nei rapporti con gli alleati occidentali e nelle politiche rivolte ai cittadini palestinesi. Tuttavia, un cambiamento nei metodi di governo non coincide necessariamente con una trasformazione degli obiettivi strategici perseguiti dallo Stato.
Il nodo centrale rimane pertanto la posizione dei palestinesi all’interno dell’ordinamento israeliano e, più in generale, il rapporto fra lo Stato e il popolo palestinese. Il successo elettorale delle formazioni arabe ha dimostrato che la loro partecipazione può modificare gli equilibri parlamentari e contribuire alla sconfitta di una coalizione particolarmente ostile alle loro rivendicazioni. Non ha però eliminato le condizioni di disuguaglianza illustrate in precedenza, né ha prodotto un consenso maggioritario tra le forze politiche ebraico-israeliane intorno al riconoscimento di una piena uguaglianza nazionale. Come sottolineato, da prospettive differenti, da David Hearst e Ghada Majadli, la sostituzione del governo non comporta di per sé il superamento delle strutture istituzionali che regolano i rapporti fra la maggioranza ebraica e la minoranza palestinese.[15]
Sarebbe altrettanto sbagliato, tuttavia, concludere che il voto sia privo di conseguenze. La possibilità di condizionare la formazione di un governo, impedire l’approvazione di determinati provvedimenti o ottenere risorse per le comunità palestinesi costituisce un risultato politico concreto, soprattutto in un contesto segnato da profonde disparità economiche e sociali. La distinzione fondamentale è dunque quella fra la capacità di incidere sulle decisioni parlamentari e la possibilità di modificare i principi sui quali si fonda l’ordinamento statale.
Le elezioni israeliane hanno dimostrato che Netanyahu può perdere la maggioranza e che i cittadini palestinesi possono svolgere un ruolo decisivo nel determinarne la sconfitta. Resta però irrisolta la questione che attraversa la storia dello Stato dalla sua fondazione: quanto può cambiare Israele attraverso le elezioni, se il riconoscimento dell’uguaglianza nazionale fra ebrei e palestinesi continua a rimanere estraneo al programma della maggioranza delle sue forze politiche?
NOTE
[1] Michele Giorgio, «Netanyahu ha perso ma Israele è lo stesso», il manifesto, 1° novembre 2026; Redazione, «With all votes counted, Netanyahu’s bloc has 53 seats, Eisenkot’s 48, Arab parties 19», The Times of Israel, 30 ottobre 2026.
[2] Steven A. Cook, «Dramatic Changes Are Unlikely in Israel, Even if Netanyahu Is Ousted», Foreign Policy, 27 ottobre 2026; David Horovitz, «Election leaves Israel’s political future uncertain, but Netanyahu still clearly controls its present», The Times of Israel, 28 ottobre 2026.
[3] Riccardo Antoniucci, «Eisenkot: “La maggioranza contro Bibi esiste. Inchiesta sul 7 ottobre”», Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2026.
[4] Redazione, «Who are the Palestinian citizens of Israel?», Middle East Eye, 28 ottobre 2026; Human Rights Watch, A Threshold Crossed: Israeli Authorities and the Crimes of Apartheid and Persecution, 27 aprile 2021.
[5] Human Rights Watch, «Israel: Discriminatory Land Policies Hem in Palestinians», 12 maggio 2020.
[6] Muhammed Khalaily, Ahmad Badran e Arik Rudnitzky, Arab Society Statistical Report 2024, Israel Democracy Institute, 2024; Istituto nazionale israeliano delle assicurazioni, Rapporto sulla povertà 2024, dati pubblicati il 30 gennaio 2026.
[7] Israel Democracy Institute, Statistical Report on Arab Society in Israel 2021, 2021; OCSE, OECD Economic Surveys: Israel 2023, 2023; Fondo monetario internazionale, Israel: 2026 Article IV Consultation, 2026.
[8] Ghada Majadli, «Why Palestinian electoral gains in Israel cannot alter the racist structure of the state», Middle East Eye, 30 ottobre 2026; Knesset, Basic Law: Israel – The Nation State of the Jewish People, 19 luglio 2018, art. 1, comma c.
[9] Michele Giorgio, «La festa per un risultato incredibile si scontra con l’esclusione razzista», il manifesto, 29 ottobre 2026; Noam Lehmann, Shira Silkoff e redazione, «Arab parties revel as exit polls project historic gains, but kingmaker role still in doubt», The Times of Israel, 28 ottobre 2026.
[10] Ghada Majadli, «Why Palestinian electoral gains in Israel cannot alter the racist structure of the state», Middle East Eye, 30 ottobre 2026.
[11] «Police dismiss Likud’s claim that election was ‘stolen’ by Arab parties: ‘No supporting evidence’», The Times of Israel, 29 ottobre 2026; Redazione ANSA, «Polizia Israele respinge accuse del Likud ai partiti arabi, nessuna prova di frode nel voto», ANSAmed, 29 ottobre 2026.
[12] Steven A. Cook, «Dramatic Changes Are Unlikely in Israel, Even if Netanyahu Is Ousted», Foreign Policy, 27 ottobre 2026; Michele Giorgio, «Netanyahu ha perso ma Israele è lo stesso», il manifesto, 1° novembre 2026.
[13] Gabriele Repaci, «Dalla Dottrina Dahiya ad Algeri», Eurasia. Rivista di studi geopolitici, 15 giugno 2026.
[14] Lina Obeid e Tamar Uriel-Beeri, «How would a Netanyahu election loss change Israel’s policies toward the Palestinians?», Reuters, 22 ottobre 2026.
[15] David Hearst, «Eisenkot or Netanyahu: No matter who forms government, democracy is dead», Middle East Eye, 28 ottobre 2026; Ghada Majadli, «Why Palestinian electoral gains in Israel cannot alter the racist structure of the state», Middle East Eye, 30 ottobre 2026.
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