L’ex sindacalista resterà alla guida del Brasile per altri quattro anni. La sua vittoria frena il bolsonarismo (uscito vittorioso al primo turno e in grado di imporsi nelle concomitanti elezioni per il rinnovo di Camera e Senato), interrompendo la serie di trionfi dei candidati sostenuti da Donald Trump nel continente indio-latino dopo il suo reinsediamento alla Casa Bianca. Nel breve periodo decadono la possibilità di un’asse Washington-Brasilia-Tel Aviv (che avrebbe comportato l’uscita dai Brics di uno dei suoi storici “mattoni”) e la saldatura religiosa della politica cristiano-evangelica con quella sionista. Ma se la sinistra non farà tesoro dei propri errori, a partire dalla mancata formazione di una classe dirigente e dalla sua connessione con le aree più ricche, industrializzate e popolate del Paese, quella di Lula potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro.
L’esito del secondo turno delle elezioni presidenziali in Brasile presenta notevoli spunti di riflessione. In primis dal punto di vista statistico, dato che il presidente uscente ha ottenuto per la prima volta il successo ribaltando l’esito del primo turno[1], cosa mai accaduta finora nel Paese carioca. Rispetto agli altri Stati dell’America indio-latina, infatti, i Brasiliani avevano sempre confermato la preferenza del candidato giunto in testa al primo turno anche nelle occasioni in cui questo non era riuscito ad evitare il ballottaggio. Avvalora questo dato la componente residua dei voti che avevano accompagnato i candidati giunti ai margini della corsa lo scorso 4 ottobre. Degli altri dieci papabili alla massima carica istituzionale solo tre avevano ottenuto un bacino di voti determinante per l’esito del secondo turno: Augusto Cury, Renan Santos e Ronaldo Caiano. Se il primo aveva espresso pubblicamente il proprio appoggio a Flávio Bolsonaro e il terzo era espressione dello storico partito di destra della nazione verde-oro, il Partito Social Democratico soppiantato dal Partito Liberale bolsonarista nel corso degli ultimi otto anni, solo il secondo aveva mantenuto una posizione di equidistanza tra i due sfidanti.
Il bacino a cui attingere era, quindi, sicuramente favorevole al figlio di Jair Bolsonaro, giunto in testa all’inizio del mese con un vantaggio di oltre due milioni e trecentomila preferenze. Il dato definitivo ha consentito al figlio primogenito dell’ex presidente di superare il primato dei consensi conquistati dal padre, ma ha prodotto un incremento di tre milioni e settecentomila preferenze a fronte della possibilità di pescare almeno il doppio di consensi espressi agli altri candidati di destra al primo turno.
Dal proprio canto Lula, sorpreso dai risultati della prima tornata, ha corso il rischio di incentrare la difficilissima rimonta sullo stereotipo che accompagna da decenni la sinistra nel mondo: quello del pericolo per la democrazia qualora fosse stato lo sfidante di destra ad imporsi nella corsa per Palácio do Planalto. Storia e cronaca intervengono a convalidare questi timori, poiché in Brasile, a differenza di quanto avviene dall’altro lato dell’Oceano Atlantico, i militari si sono intromessi più volte nella sfera politica.[2] Senza scomodare il periodo della dittatura militare, basti pensare a ciò che avvenne nel gennaio 2023, quando un’ala dell’esercito agì in combutta coi sostenitori di Bolsonaro per impedire il reinsediamento di Lula.
La sconfitta di Bolsonaro frena l’effetto domino innescato da Trump
Se tutti i sondaggi avevano posto Lula sempre in testa, alla luce dell’esclusione forzata dalla ricandidatura del leader di riferimento della destra liberale, il vantaggio inatteso con cui il figlio dell’ex presidente si era imposto solamente venti giorni fa aveva fatto correre i principali analisti nella stessa direzione impressa agli esiti delle elezioni in Centro e Sudamerica nel corso degli ultimi dodici mesi. Proprio come nel famoso gioco del domino, il tycoon della Casa Bianca aveva incassato una sequela di vittorie: quella di Javier Milei nelle elezioni di medio termine in Argentina, la riconferma di Daniel Noboa alla massima carica istituzionale in Ecuador, la storica vittoria di Rodrigo Paz in Bolivia che ha posto fine a venti anni di governo socialista nella nazione andina[3], quella di Keiko Fujimori in Perù e, ultima in ordine cronologico, quella di Abelardo de la Espriella in Colombia.
Questa volta il meccanismo si è inceppato; benché non si potesse contare su un lasso di tempo notevole per preparare la sfida tra i due avversari (come ad esempio in Perù, dove avviene due mesi dopo la prima tornata), Lula è stato in grado di attingere al serbatoio dei non votanti al primo turno. La decisione dei giudici di estendere di due ore l’apertura dei seggi per permettere a tutti i cittadini in fila alle urne di esprimere la propria preferenza ha sicuramente favorito il nativo di Caetés. L’incremento pari a quasi cinque milioni di votanti tra il primo e il secondo turno spiega la vittoria del presidente uscente, che potrà iniziare in gennaio il quarto mandato della sua lunghissima carriera politica, alla veneranda età di ottantuno anni. Questo dato anagrafico, però, pone il solito problema che fin dal secondo decennio del nuovo millennio ostacola le sinistre di natura populista in Centro e Sudamerica, ovvero la formazione di una classe dirigente adeguata e il ricambio generazionale all’interno dei movimenti socialisti. In particolare, il Brasile ha già vissuto questa difficoltà quando Dilma Rousseff sostituì Lula dopo i primi due mandati consecutivi alla guida del Paese. Oggi il problema risulta ancor più acuito dai contemporanei risultati giunti dalle elezioni per il rinnovo dei due rami del Parlamento. Né alla Camera né al Senato Lula potrà contare su una maggioranza a lui fedele e la maggioranza relativa apparterrà proprio al Partito Liberale bolsonariano. A questo quadro si aggiunge una spaccatura geografica della nazione verde-oro che vede consolidarsi il sostegno ai programmi neoliberali degli Stati del Sud, quelli più popolosi (tra cui San Paolo e Rio de Janeiro). Benché lontani da un’improbabile spinta secessionista, gli Stati del Sud rappresentano un laboratorio della destra nella zona più ricca e industrializzata della nazione, che fa da contraltare al nord e al nordest storicamente agricoli e da sempre roccaforti del Partito dei Lavoratori.
Mentre l’Europa si congratula senza riserve con Lula per la sua rielezione, viene meno lo scenario di un indebolimento dei BRICS, di cui il Brasile è stato tra i fondatori. Viene meno anche la prospettiva di un allineamento di Brasilia a Washington e Tel Aviv, che sarebbe stato agevolato dalla parentela ideologica tra il settarismo evangelicale, di cui è espressione Flávio Bolsonaro, e il sionismo incarnato dalla coppia Trump-Netanyahu.
NOTE
[1] Marcello Campo, Lula trionfa in Brasile, battuto il trumpiano Bolsonaro, Ansa, 26 ottobre 2026.
[2] Cfr. Luca Tadolini, Brasil potencia. I governi militari del Brasile fra volontà di potenza ed egemonia USA (1964-1985), Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2020.
[3] Luca Lezzi, Il Cile si allinea alla National strategy di Trump, Eurasia, 23 ottobre 2025.
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