Descrizione
DOSSARIO | LA STRATEGIA STATUNITENSE E IL RIARMO EUROPEO
Nel novembre 2025 gli Stati Uniti hanno pubblicato un documento ufficiale intitolato “National Security Strategy of the United States of America”, che fissa le linee della loro nuova strategia geopolitica mondiale. Almeno sulla carta, l’amministrazione Trump rompe con l’amministrazione Biden e, più in generale, con la strategia seguita dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra mondiale. L’amministrazione attuale fa una svolta di 180 gradi in rapporto alla Russia, vuole rafforzare il “contenimento” della Cina, disimpegnarsi dal Vicino Oriente e stabilire un dominio totale sull’America del Sud.
L’aggressione statunitense al Venezuela e le mire espansionistiche sulla Groenlandia (già protettorato USA) devono essere interpretate alla luce della nuova “strategia di sicurezza nazionale”. In essa appare chiaro come il reale obiettivo di lungo periodo di Washington sia imporre al resto del mondo (e soprattutto all’Europa) il costo della profonda crisi del capitalismo nordamericano, dei suoi scompensi strutturali e dello scontro fra i suoi gruppi di potere.
A partire dal 2022, il governo tedesco ha avviato un ambizioso programma di riarmo, presentato come una svolta epocale (Zeitenwende) nella politica di sicurezza della Repubblica Federale. Ma al di là della retorica, il riassetto militare tedesco si è rivelato funzionale alla piena integrazione dell’apparato bellico-industriale nella struttura euro-atlantica, più che all’affermazione di una nuova autonomia strategica. Attraverso l’analisi delle scelte operative, degli investimenti e dei vincoli strutturali, il presente contributo mostra come la Germania stia assumendo un ruolo di potenza militare «garante» — logisticamente indispensabile ma politicamente subordinata — all’interno dell’architettura di sicurezza dominata dalla NATO e dagli Stati Uniti.
Si riportano dati ed elementi fondamentali del Piano europeo di riarmo predisposto dalla Commissione Europea a marzo 2025, accompagnati da alcune note critiche miranti a sottolineare la continuità del ruolo geopolitico della UE nel fronte atlantista e le serie conseguenze di carattere economico e – conseguentemente – sociale introdotte dal Piano.
La questione di una difesa comune è da sempre strettamente legata al concetto stesso di unità europea e ha rappresentato uno dei principali temi di discussione che hanno segnato il cammino dell’integrazione. In effetti, senza una forza militare autonoma, l’Europa non può realmente aspirare alla sovranità. Si tratta quindi di un elemento cruciale per la nostra indipendenza strategica, ed è probabilmente proprio per questo che risulta così controverso e tuttora non attuato. Se l’Unione Europea vuole davvero perseguire la propria sovranità e tutelare i propri interessi, deve necessariamente rafforzare anche la cooperazione militare, così da rendere concreta e credibile la propria capacità di difesa e di deterrenza. La strategia “Rearm Europe” potrebbe rappresentare finalmente l’opportunità per svincolare la sicurezza dell’Europa dall’egemonia statunitense. È arrivato il momento di mettere da parte la NATO e pensare a una difesa europea davvero autonoma?
A un anno di distanza dalle prime iniziative dell’Unione Europea in materia di riarmo, la strada da percorrere pare tutt’altro che definita e numerosi sono gli interrogativi privi di risposta. Il presente saggio intende analizzare il piano di riarmo noto come ReArm Europe a partire dal suo contenuto e dalle implicazioni sul sistema di governo dell’Unione nonché sui rapporti tra gli Stati membri.
In una Germania sospesa tra l’imperativo geopolitico della Zeitenwende e un’astenia antropologica derivante dal trauma imposto del 1945 il riarmo federale viene decodificato come una delega statunitense volta a presidiare il quadrante eurasiatico, non come nuova volontà di potenza del Reich.
“Vince sempre chi più crede, chi più a lungo sa patir”, proclamava un canto militare italiano del secondo conflitto mondiale. Alle truppe dell’Asse non mancava certo la spinta ideologica, ma la storia diede torto a quei versi; né fu più clemente con chi, nell’altro campo, disponeva principalmente di grandi risorse coloniali e finanziarie poteva confidare anche in enormi masse umane sacrificabili. Se queste potenze avessero combattuto da sole contro l’Asse, avrebbero molto probabilmente perso la guerra – per la Francia, e per diverso tempo per il Regno Unito e l’URSS, fu in effetti così. Invece, la vittoria arrise a chi disponeva, oltre che di importanti risorse naturali e demografiche, di un formidabile apparato industriale, di risorse tecniche e logistiche, di efficacia ed efficienza produttiva. Parliamo degli Stati Uniti d’America. Com’è oggi la situazione europea, alla luce dei correnti programmi di riarmo?
Benché si parli spesso di “divisione del mondo in zone di influenza” in riferimento alla Strategia di sicurezza nazionale statunitense, nei circoli vicini al presidente Trump è opinione diffusa che “l’uso della forza in Venezuela e Iran, così come le minacce rivolte alla Groenlandia e a Cuba, abbiano lo scopo di contenere il potere della Cina e garantire agli Stati Uniti un vantaggio geopolitico”. In un recente rapporto, l’esperto di strategia militare J. Michael Waller sostiene che “la mossa dell’amministrazione di prendere Maduro ora permette a Trump di esercitare un’influenza inaspettata sia su Xi Jinping che su Vladimir Putin”, ponendo fine agli “sforzi di Cina e Russia per distruggere il petrodollaro, attraverso i BRICS”. Secondo Waller, la strategia di sicurezza di Trump consiste fondamentalmente nel “contenere il dominio mondiale della Cina comunista”. “L’Iran e il Venezuela – conclude il rapporto – hanno contribuito ad alimentare l’ordine dominato dalla Cina comunista. Aiutando a rimuovere i regimi ostili in entrambi i paesi, Trump sta eliminando i perni fondamentali senza ricorrere alla guerra”.
L’elezione di un Pontefice devoto di Sant’Agostino richiama alla mente il contesto in cui il Vescovo di Ippona si trovò ad operare: quello del declino dell’Impero romano. Simili modo Leone XIV dovrà affrontare il declino dell’Occidente collettivo e la decadenza dell’Europa come soggetto geopolitico autonomo, affinché la Chiesa non si faccia trovare impreparata di fronte a mutati equilibri tra potenze.
L’Italia: nazione sovrana o colonia strategica degli Stati Uniti? Dalle clausole segrete degli armistizi del 1943 fino all’attuale gestione dei vettori nucleari F-35, emerge l’esistenza di un ordinamento de facto che scavalca costantemente la pretesa trasparenza democratica. Tra operazioni coperte della CIA, controllo dell’industria cinematografica e basi militari extraterritoriali, affiora l’ossatura di una democrazia al servizio dell’egemonia atlantica, a scapito degli interessi nazionali.
CONTINENTI
In un contesto in cui la pace in Ucraina sembra possibile, quanto meno nel medio termine, si riapre il dibattito sul futuro del Paese tra Russia e Occidente. Secondo un’analisi pubblicata alcuni mesi fa da JP Morgan, l’esito più probabile è la trasformazione dell’Ucraina in una sorta di seconda Georgia, destinata ad un lento ma inesorabile allontanamento dall’Occidente e ad un riavvicinamento verso la Grande Madre. E numerosi sono i fattori che spingono verso una “georgianizzazione” dell’Ucraina, tra cui i non pochi legami personali e familiari tra i due lati del confine. Ma sul futuro dei rapporti tra Russia e Ucraina pesano ancora numerose incognite.
Se c’è un indice dell’ipocrisia del globalismo (pensiero unico del mercato unico ed economicismo come determinante della politica degli Stati, considerati solo come “parti” di transazioni commerciali) e della necessità di “esportare la democrazia”, questo è rappresentato dall’attuale valore del Diritto bellico internazionale e dalle c.d. missioni di pace. L’accaduto nelle carceri di Abu Ghraib e il genocidio palestinese costituiscono gli esempi più lampanti.
A due anni dal bicentenario della dichiarazione della Dottrina Monroe, il governo di Donald Trump pubblica il commentatissimo documento “Strategia per la sicurezza nazionale”, battezzato dallo stesso presidente come “Corollario Trump”, in cui il potere esecutivo nordamericano definisce i suoi obiettivi prioritari in materia di sicurezza nazionale e varie geostrategie per raggiungerli; stavolta però differisce da quello pubblicato durante la prima presidenza di Trump (2017) o, più precisamente, dai precedenti documenti strategici che focalizzavano l’attenzione sul Vicino Oriente, sul Sud-est asiatico, sull’Europa, ecc., mentre ora l’attenzione si concentra sulla vitale area di influenza degli Stati Uniti: il continente americano e le sue coste, che le élite yankee chiamano “Emisfero occidentale”.
INTERVISTE
Eurasia” ha posto una serie di domande a Bilal al-Lakkis, ricercatore in politica e relazioni internazionali, già membro del consiglio politico di Hezbollah, che ha partecipato a numerose conferenze politiche e intellettuali in Libano e all’estero. Autore di numerosi articoli e libri, al-Lakkis collabora regolarmente con importanti quotidiani del mondo arabo, tra cui “Rai Al-Youm”, “Al-Shorouk” (Egitto), “Al-Akhbar”, “Al-Gomhuria”, “Al-Liwaa” e “Arabi21”, oltre ad altre testate libanesi e arabe.
RECENSIONI E SCHEDE
Nicola Guerra, From neo-eurasianism to trumpism: Aleksandr Dugin and the making of conservative Internationalism (Alceo Torreggiani)
Claudio Saporetti, Il volo di Alessandro (Filippo Mercuri)
Bergman – M. Mazzetti, L’impunità dei coloni (Alessandra Colla)
Youssef Hindi, La guerra degli Stati Uniti contro l’Europa (Luca Tadolini)
Andrea Biondo, La croce celtica e la mezzaluna (Adelaide Seminara)
Ferruccio Pinotti, La lobby ebraica (Adelaide Seminara)












