Introduzione

Il conflitto tra Stati Uniti-Israele e Iran ha rapidamente superato i confini di una crisi regionale per assumere una dimensione più ampia, in cui la competizione militare si intreccia con la sicurezza energetica globale, la stabilità delle rotte commerciali e gli equilibri dell’ordine internazionale. In questo contesto, la guerra non può essere letta esclusivamente in termini di confronto tra capacità militari, ma deve essere interpretata come un processo che coinvolge l’intero sistema economico e geopolitico.

Il punto centrale che emerge è la crescente difficoltà di tradurre la superiorità militare in un risultato strategico stabile. Gli Stati Uniti e i loro alleati mantengono una netta capacità di proiezione della forza, ma incontrano limiti sempre più evidenti nel trasformare il successo tattico in un esito politico duraturo. Questo scarto tra capacità di colpire e capacità di stabilizzare rappresenta uno degli elementi distintivi della fase attuale del conflitto.

Una conferma significativa di questa dinamica è rappresentata dal dibattito interno all’amministrazione americana sulla possibilità di concludere la guerra senza ottenere la piena riapertura delle principali rotte energetiche del Golfo[1]. Una simile ipotesi indica come il problema non sia soltanto militare, ma strutturale: anche in presenza di superiorità operativa, il costo necessario per ristabilire condizioni di sicurezza stabile può risultare sproporzionato rispetto agli obiettivi politici perseguiti.

In questo quadro, il conflitto assume i tratti di una guerra di logoramento sistemico. L’Iran non dispone degli strumenti per competere simmetricamente sul piano convenzionale, ma è in grado di influenzare dinamiche più ampie, incidendo sui flussi energetici, sui costi economici e sulle percezioni di rischio che regolano il comportamento degli attori internazionali. La guerra si sposta così dal campo di battaglia al funzionamento complessivo del sistema globale.

Allo stesso tempo, il conflitto tende a inserirsi in una competizione più ampia tra potenze, in cui attori come Russia e Cina svolgono un ruolo rilevante, pur senza un coinvolgimento diretto. Il loro contributo non si misura tanto in termini di partecipazione militare, quanto nella capacità di influenzare la sostenibilità del conflitto e di trarre vantaggio dalle sue conseguenze economiche e strategiche.

Infine, la prosecuzione della guerra non può essere compresa unicamente attraverso categorie operative. Essa risponde anche a vincoli politici interni, legati alla necessità di evitare una percezione di sconfitta e di costruire un’uscita compatibile con il consenso domestico[2]. Questo elemento contribuisce a rendere il conflitto non solo difficile da vincere, ma anche difficile da chiudere.

Alla luce di questi fattori, la guerra contro l’Iran appare meno come un confronto destinato a produrre una vittoria decisiva e più come un processo capace di mettere in discussione alcuni presupposti fondamentali dell’ordine internazionale contemporaneo. La questione centrale non è soltanto se gli Stati Uniti possano colpire l’Iran, ma se siano ancora in grado di determinare le condizioni di stabilità dopo averlo fatto.

 

Da punto di transito a leva geopolitica: il controllo selettivo dei flussi energetici

Il conflitto in corso ha evidenziato una trasformazione rilevante nella funzione strategica dei principali nodi marittimi del sistema energetico globale. Quello che tradizionalmente veniva considerato un semplice punto di passaggio — la cui rilevanza dipendeva dal volume di traffico che lo attraversava — tende oggi a operare come uno strumento attivo di potere.

Nel caso dello Stretto di Hormuz, questa trasformazione appare particolarmente evidente. Il controllo non si manifesta necessariamente attraverso una chiusura totale del traffico, opzione che comporterebbe costi elevati anche per l’attore che la attua, ma attraverso una gestione selettiva del rischio. In questo senso, il potere non consiste nel bloccare completamente il passaggio, bensì nel renderlo incerto, condizionato e differenziato.

Una simile dinamica produce effetti che vanno oltre la dimensione strettamente militare. Il traffico energetico non è regolato esclusivamente dalla possibilità fisica di transitare, ma anche dalle valutazioni di rischio operate da compagnie di navigazione, assicuratori e Stati. In presenza di una minaccia credibile — anche se non costantemente attiva — il comportamento degli operatori tende a modificarsi: aumento dei premi assicurativi, deviazione delle rotte, riduzione dei volumi. In altre parole, la percezione del rischio diventa essa stessa uno strumento di controllo.

È in questo passaggio che il punto di transito si trasforma in leva geopolitica. L’Iran non ha bisogno di interrompere stabilmente il flusso energetico per esercitare pressione; gli è sufficiente dimostrare di poterlo fare in modo selettivo e ripetuto. Questo gli consente di incidere indirettamente sui prezzi internazionali dell’energia, di influenzare le decisioni degli attori economici e di introdurre una forma di differenziazione politica nell’accesso alle rotte.

La conseguenza è una ridefinizione delle gerarchie all’interno del sistema energetico globale. Gli attori percepiti come meno ostili possono continuare a operare con un livello di rischio relativamente contenuto, mentre altri si trovano esposti a condizioni più incerte e costose. In questo modo, il controllo geografico si traduce in uno strumento di selezione politica, capace di premiare e penalizzare in funzione degli allineamenti strategici.

Questo tipo di leva presenta inoltre un vantaggio strutturale rispetto a forme più tradizionali di interdizione. Una chiusura totale dello stretto rappresenterebbe un evento facilmente identificabile e suscettibile di provocare una risposta militare diretta e coordinata. Una pressione intermittente e selettiva, al contrario, rimane al di sotto della soglia che giustificherebbe un’immediata intensificazione del conflitto, ma produce effetti cumulativi nel tempo. Il risultato è una forma di coercizione indiretta, difficilmente neutralizzabile con strumenti convenzionali.

In questo quadro, la questione centrale non è soltanto se il traffico possa essere fisicamente mantenuto aperto, ma se possa essere reso sufficientemente sicuro da garantire il normale funzionamento del sistema energetico globale. La distinzione tra apertura formale e operatività effettiva diventa così decisiva: uno stretto può risultare tecnicamente transitabile, ma al tempo stesso non pienamente utilizzabile in condizioni di rischio elevato.

La trasformazione del punto di transito in leva geopolitica attiva rappresenta quindi uno degli elementi più significativi del conflitto. Essa consente a un attore con capacità convenzionali inferiori di incidere su dinamiche globali, spostando il confronto da un piano puramente militare a uno sistemico, in cui energia, economia e percezione del rischio diventano strumenti centrali della competizione strategica.

 

La soluzione militare e i suoi limiti strutturali

L’ipotesi di risolvere la crisi attraverso un impiego più esteso della forza militare si scontra con una serie di limiti strutturali che emergono con crescente chiarezza nel corso del conflitto. La superiorità tecnologica e operativa degli Stati Uniti e dei loro alleati rimane indiscussa sul piano convenzionale, ma incontra difficoltà significative nel tradursi in un controllo stabile e duraturo delle rotte marittime.

Il primo limite riguarda la natura stessa della minaccia. L’Iran non opera secondo una logica di confronto simmetrico, ma attraverso una combinazione di strumenti a basso costo relativo — missili, droni, unità navali leggere — impiegati in modo coordinato per saturare le capacità difensive avversarie. In questo contesto, anche sistemi tecnologicamente avanzati risultano esposti a una pressione continua che ne mette alla prova la sostenibilità nel tempo.

La difesa delle rotte marittime non è infatti un problema puramente tecnico, ma una questione di equilibrio tra consumo e disponibilità di risorse. Ogni intercettazione comporta l’impiego di munizionamento costoso e non immediatamente sostituibile, mentre l’attaccante può ricorrere a vettori relativamente economici e facilmente riproducibili. Ne deriva una dinamica asimmetrica in cui il costo della difesa tende a superare sistematicamente quello dell’attacco, rendendo difficile sostenere a lungo un ritmo elevato di operazioni.

A questo si aggiunge il problema della protezione attiva delle navi. Garantire la sicurezza del traffico commerciale richiede la presenza continua di unità militari in grado di scortare le petroliere e intervenire contro minacce multiple e simultanee. Tuttavia, come evidenziato da diverse analisi, le navi da guerra non possono svolgere tutte le funzioni contemporaneamente: intercettare missili, contrastare sciami di droni, individuare e neutralizzare mine, gestire interferenze elettroniche e monitorare imbarcazioni sospette nello stesso momento rappresenta un compito estremamente complesso[3].

Il precedente del Mar Rosso offre in questo senso un’indicazione empirica significativa. Nonostante un impegno prolungato e costoso da parte delle marine occidentali, le operazioni contro le milizie Houthi non sono riuscite a garantire una piena sicurezza delle rotte. Gli attacchi al traffico commerciale sono proseguiti, alcune navi sono state colpite e una parte consistente degli operatori ha preferito deviare le proprie rotte, accettando costi maggiori pur di ridurre il rischio[4]. Questo precedente assume un valore ancora più rilevante se si considera che lo scenario del Golfo presenta un livello di complessità superiore, sia per la capacità militare dell’Iran sia per le caratteristiche geografiche dell’area.

Un ulteriore elemento critico è rappresentato dalla dimensione subacquea del conflitto, in particolare dall’impiego di mine navali. A differenza di altre minacce più visibili, le mine costituiscono uno strumento di interdizione estremamente efficace proprio per la loro capacità di operare in modo invisibile e persistente. Anche una presenza limitata o semplicemente sospetta può essere sufficiente a modificare il comportamento degli operatori economici, inducendo cautela, rallentamenti o deviazioni delle rotte[5].

La bonifica di un’area marittima minata rappresenta inoltre un processo lungo, complesso e vulnerabile. Essa richiede mezzi specializzati, tempi prolungati e condizioni operative relativamente sicure, difficili da garantire in un contesto di conflitto attivo. Ne deriva una distinzione fondamentale tra riapertura politica di uno stretto e ripristino effettivo della sua navigabilità: anche in presenza di una decisione formale di apertura, il traffico può rimanere limitato finché non esiste una ragionevole certezza di sicurezza.

Nel loro insieme, questi elementi indicano che la soluzione militare, pur rimanendo teoricamente praticabile, presenta costi crescenti e risultati incerti. La capacità di mantenere aperte le rotte non dipende soltanto dalla superiorità delle forze impiegate, ma dalla possibilità di sostenere nel tempo uno sforzo operativo complesso, esposto a logiche di logoramento e a una continua pressione asimmetrica.

In questo senso, il problema non è tanto se le forze occidentali siano in grado di intervenire efficacemente, ma se possano garantire un livello di sicurezza sufficiente a ristabilire il normale funzionamento del sistema. È proprio su questo punto che emerge il limite della soluzione militare: la difficoltà di trasformare la capacità di colpire e difendere in un controllo stabile e duraturo dello spazio marittimo.

 

Kharg e la trappola operativa: il limite della soluzione tattica

L’ipotesi di colpire nodi strategici specifici per ristabilire il controllo delle rotte rappresenta una delle opzioni più discusse nel quadro operativo del conflitto. Tra queste, l’eventuale occupazione dell’isola di Kharg — principale terminale petrolifero iraniano — è stata spesso considerata come una possibile soluzione per interrompere i flussi energetici di Teheran e ridurne la capacità di pressione sul sistema globale.

Dal punto di vista strettamente militare, un’operazione di questo tipo non è irrealizzabile. Le forze statunitensi dispongono delle capacità necessarie per condurre uno sbarco anfibio, stabilire una testa di ponte e assumere il controllo dell’isola in tempi relativamente brevi. Tuttavia, il problema principale non risiede nella fase iniziale dell’operazione, bensì nella sua sostenibilità nel tempo.

Kharg presenta una caratteristica strutturale decisiva: l’assenza di profondità strategica. Si tratta di un territorio limitato, esposto e facilmente raggiungibile dalla costa iraniana, che dista poche decine di chilometri. Questo implica che qualsiasi forza dispiegata sull’isola si troverebbe sotto il fuoco costante di sistemi missilistici, droni e artiglieria provenienti dal territorio continentale, senza possibilità di ridislocazione o dispersione significativa.

In queste condizioni, l’occupazione si trasformerebbe rapidamente da operazione offensiva a posizione difensiva vulnerabile. Le truppe sarebbero costrette a proteggere infrastrutture critiche e linee logistiche in un ambiente ristretto, soggetto a una pressione continua e difficilmente neutralizzabile in modo definitivo. Anche in presenza di superiorità aerea e navale, eliminare completamente la capacità iraniana di colpire l’isola richiederebbe un impegno prolungato e una campagna di soppressione sistematica su larga scala.

A ciò si aggiunge il problema logistico. Il mantenimento di una forza significativa su Kharg richiederebbe un flusso continuo di rifornimenti, munizioni e supporto tecnico, esposto a sua volta a minacce costanti. Ogni linea di comunicazione marittima o aerea diventerebbe un potenziale punto di vulnerabilità, amplificando il rischio complessivo dell’operazione.

L’asimmetria tra attacco e difesa risulta in questo contesto particolarmente evidente. L’Iran potrebbe colpire l’isola con mezzi relativamente economici e facilmente rimpiazzabili, mentre gli Stati Uniti sarebbero costretti a impiegare risorse significativamente più costose per garantire la protezione delle proprie forze. Ne deriva una dinamica di logoramento in cui il costo della permanenza tende ad aumentare progressivamente, senza offrire garanzie di stabilizzazione.

Un ulteriore elemento critico riguarda il valore strategico dell’obiettivo. Anche nel caso in cui Kharg venisse occupata con successo, ciò non garantirebbe automaticamente la riapertura sicura delle rotte marittime né la neutralizzazione della leva esercitata dall’Iran sul traffico energetico. La capacità di Teheran di operare lungo l’intero arco costiero del Golfo, utilizzando una combinazione di missili, droni e mine, resterebbe in larga parte intatta.

In questo senso, l’operazione rischierebbe di produrre un effetto paradossale: ottenere un successo tattico iniziale senza risolvere il problema strategico, trasformando al contempo l’isola in un punto di attrito permanente. Kharg cesserebbe di essere un obiettivo da conquistare e diventerebbe uno spazio da difendere, esposto a una pressione continua e difficilmente sostenibile nel lungo periodo.

Il risultato è quello che, in termini analitici, può essere definito una trappola operativa. L’ingresso nell’area non garantisce una via d’uscita proporzionata, mentre il mantenimento della posizione richiede un impegno crescente e potenzialmente indefinito. In queste condizioni, la soluzione tattica rischia di aggravare il problema strategico, anziché risolverlo.

 

La guerra sulle rotte: Bab el-Mandeb e la moltiplicazione dei punti di strozzatura

L’evoluzione del conflitto mostra con crescente evidenza come la competizione tra Stati Uniti e Iran non si limiti al Golfo Persico, ma tenda a estendersi lungo l’intero sistema delle principali rotte marittime. In questo quadro, l’attivazione del fronte yemenita e il coinvolgimento delle milizie Houthi rappresentano un passaggio strategico rilevante, perché introducono una pressione simultanea su più nodi critici del commercio globale.

Il Mar Rosso, e in particolare lo stretto di Bab el-Mandeb, costituisce uno dei principali punti di passaggio tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo. La sua vulnerabilità non è un dato teorico, ma è stata già dimostrata negli anni recenti, quando attacchi ripetuti contro il traffico commerciale hanno costretto numerosi operatori a deviare le proprie rotte, con un impatto significativo sui costi e sui tempi del commercio internazionale.

L’apertura di questo secondo fronte introduce un elemento qualitativamente nuovo: la moltiplicazione dei punti di pressione. Se il Golfo rappresenta il cuore del sistema energetico, il Mar Rosso ne costituisce uno dei principali corridoi di distribuzione. Colpire entrambi significa non solo interrompere un flusso, ma destabilizzare l’intera architettura delle rotte globali.

La strategia che emerge è quella di una intensificazione del conflitto distribuita. L’Iran non agisce esclusivamente attraverso le proprie forze dirette, ma attiva progressivamente una rete di attori regionali in grado di operare su teatri differenti. In questo modo, il conflitto non si concentra in un singolo spazio, ma si estende lungo più direttrici, aumentando la complessità operativa per gli avversari.

Dal punto di vista militare, questo comporta un problema di dispersione delle risorse. Le forze occidentali non sono chiamate a gestire una singola area di crisi, ma a garantire la sicurezza di più corridoi marittimi simultaneamente, ciascuno con caratteristiche geografiche e operative differenti. Questo richiede una presenza navale continua, capacità di sorveglianza estesa e un impegno logistico significativo.

Tuttavia, l’esperienza recente suggerisce che anche un impegno consistente non garantisce risultati risolutivi. Le operazioni nel Mar Rosso hanno dimostrato come, nonostante l’impiego di mezzi avanzati e un elevato numero di intercettazioni, non sia stato possibile eliminare completamente la minaccia al traffico commerciale. Gli attacchi sono proseguiti, alcune unità sono state colpite e una parte degli operatori ha scelto di evitare l’area, accettando percorsi più lunghi e costosi pur di ridurre il rischio[6].

Questo precedente assume un valore ancora più rilevante se si considera la possibilità di una pressione simultanea su più punti di transito. La gestione di un singolo corridoio si è rivelata complessa; la necessità di controllarne due o più contemporaneamente introduce un livello ulteriore di difficoltà. Il problema non è soltanto quantitativo, ma qualitativo: ogni nuovo teatro aumenta il rischio di saturazione delle capacità operative.

Dal punto di vista strategico, la moltiplicazione dei punti di strozzatura consente all’Iran di amplificare l’effetto della propria azione senza dover concentrare le forze in un unico spazio. La pressione esercitata diventa distribuita, continua e difficilmente neutralizzabile con una risposta puntuale. In questo modo, il conflitto si trasforma in una guerra sulle rotte, in cui il controllo non si misura in termini territoriali, ma nella capacità di influenzare il funzionamento complessivo del sistema.

Le implicazioni di questa dinamica sono significative. La sicurezza del commercio globale dipende dalla continuità di un numero limitato di passaggi obbligati. Quando più di uno di questi viene messo sotto pressione, anche senza una chiusura totale, il sistema tende a reagire aumentando i costi, riducendo l’efficienza e introducendo margini di incertezza.

In questo senso, l’apertura del fronte del Mar Rosso non rappresenta un semplice allargamento geografico del conflitto, ma un cambiamento di scala. La guerra smette di essere confinata a un’area specifica e diventa un fattore di instabilità per l’intero sistema delle rotte globali, incidendo su energia, commercio e logistica in modo diffuso e cumulativo.

 

Chiudere la guerra senza risolvere il problema: il vincolo strategico americano

L’evoluzione del conflitto mostra come la difficoltà degli Stati Uniti non risieda soltanto nella gestione militare della crisi, ma nella possibilità stessa di definirne una conclusione coerente con gli obiettivi iniziali. In questo senso, la guerra tende a trasformarsi in un processo difficile da chiudere tanto sul piano operativo quanto su quello politico.

Un elemento particolarmente significativo è rappresentato dalla crescente disponibilità, all’interno dell’amministrazione americana, a considerare la possibilità di concludere la campagna militare senza ottenere la piena riapertura delle principali rotte energetiche del Golfo. Una simile ipotesi implica il riconoscimento implicito di un vincolo: la capacità di colpire l’avversario non coincide necessariamente con la capacità di neutralizzarne la leva strategica.

Questa dinamica introduce una distinzione fondamentale tra successo tattico e risultato strategico. Gli Stati Uniti possono infliggere danni rilevanti alle infrastrutture e alle capacità militari iraniane, ma incontrano difficoltà crescenti nel tradurre tali risultati in un controllo stabile del contesto. La prosecuzione delle operazioni rischia quindi di produrre un accumulo di costi senza garantire un esito risolutivo.

A questo limite operativo si affianca una dimensione politica interna che contribuisce a condizionare le scelte strategiche. La guerra non è soltanto un confronto con un avversario esterno, ma anche un processo che deve essere gestito in funzione del consenso domestico e della percezione pubblica. In questo quadro, la necessità di evitare un esito percepito come sconfitta può spingere a prolungare le operazioni anche in assenza di obiettivi chiaramente raggiungibili.

Ne deriva una tensione tra due esigenze difficilmente conciliabili. Da un lato, la prosecuzione del conflitto appare sempre più costosa e priva di una chiara via d’uscita. Dall’altro, una conclusione rapida senza risultati tangibili rischia di essere interpretata come un cedimento strategico. In questa situazione, la guerra tende a prolungarsi non tanto per una necessità operativa, quanto per la difficoltà di definire le condizioni della sua chiusura.

Il risultato è una forma di vincolo strategico. Gli Stati Uniti non si trovano di fronte a un’impossibilità di agire, ma a una crescente difficoltà nel determinare un esito che sia al tempo stesso sostenibile sul piano militare e accettabile su quello politico. Anche ipotesi di diminuzione dell’intensità del conflitto o di transizione verso una fase negoziale risultano condizionate da questo equilibrio instabile.

In questo contesto, la possibilità di concludere la guerra senza risolvere il nodo centrale del controllo delle rotte energetiche non rappresenta un’anomalia, ma l’espressione di un limite più profondo. La capacità di proiezione della forza rimane elevata, ma non si traduce automaticamente nella possibilità di imporre un ordine stabile.

Il conflitto tende così a configurarsi come un processo aperto, in cui la difficoltà non è soltanto vincere, ma soprattutto uscire senza subire una perdita di posizione. È proprio in questa tensione tra capacità e risultato che si manifesta il limite della potenza americana nel contesto attuale.

 

Il negoziato sotto coercizione: l’asimmetria a favore di Teheran

Alla luce dei limiti operativi e politici emersi nel corso del conflitto, l’ipotesi negoziale tende a configurarsi non come una scelta tra opzioni equivalenti, ma come una necessità crescente. Tuttavia, la prospettiva di un negoziato non implica automaticamente una soluzione equilibrata. Al contrario, le condizioni in cui esso potrebbe svilupparsi risultano profondamente asimmetriche.

Il punto centrale è che la posizione dell’Iran, pur indebolita sul piano militare, non è stata neutralizzata sul piano strategico. Teheran ha subito perdite significative in termini di infrastrutture e capacità operative, ma ha dimostrato di poter continuare a esercitare una forma di pressione indiretta sul sistema globale, incidendo sui flussi energetici e sui costi economici del conflitto. In questo senso, la guerra non ha eliminato la sua leva principale, ma ne ha confermato l’efficacia[7].

Questa dinamica produce un effetto rilevante sul piano negoziale. Se nella fase iniziale del conflitto l’obiettivo iraniano era evitare un attacco su larga scala, nella fase attuale il quadro appare diverso. Il danno principale è già stato assorbito, mentre la capacità di infliggere costi agli avversari rimane attiva. Ciò riduce gli incentivi a concessioni rapide e aumenta la disponibilità a sostenere una posizione più rigida.

Dal lato americano, la situazione si presenta in termini opposti. La prosecuzione del conflitto comporta costi crescenti, sia sul piano economico sia su quello politico, mentre i benefici marginali delle operazioni tendono a ridursi nel tempo. In queste condizioni, la ricerca di una soluzione negoziale risponde più a un’esigenza di contenimento dei costi che a una posizione di forza.

Ne deriva una configurazione in cui il negoziato si svolge sotto pressione. Gli Stati Uniti non si trovano nella condizione di imporre unilateralmente i termini dell’accordo, ma devono confrontarsi con un avversario che, pur colpito, mantiene strumenti efficaci di coercizione indiretta. La trattativa tende quindi a riflettere questa asimmetria[8].

Un ulteriore elemento di complessità riguarda la credibilità degli impegni. Anche nel caso in cui si raggiungesse un’intesa formale, la sua attuazione dipenderebbe dalla capacità di ristabilire condizioni di sicurezza effettiva nelle rotte marittime e nel sistema energetico. Come già evidenziato, questo non è un risultato immediato né garantito, e può richiedere tempi lunghi e un impegno continuativo.

In questo quadro, il negoziato non rappresenta una soluzione definitiva, ma una fase del conflitto caratterizzata da una diversa modalità di gestione della pressione. La leva iraniana non verrebbe necessariamente eliminata, ma integrata in un nuovo equilibrio, in cui il suo ruolo continuerebbe a influenzare le dinamiche regionali e globali.

Il risultato è una situazione in cui la diplomazia non segue la guerra come momento di chiusura, ma si inserisce in un processo ancora aperto. Più che risolvere il conflitto, il negoziato rischia di formalizzarne gli effetti, sancendo un equilibrio in cui la capacità di coercizione indiretta rimane un elemento centrale.

 

Russia e Cina: sostegno indiretto e sostenibilità del conflitto

Se i capitoli precedenti hanno mostrato i limiti della risposta militare e le difficoltà di una soluzione negoziale, l’evoluzione del conflitto acquista una dimensione ulteriore quando viene collocata all’interno della competizione tra grandi potenze. In questo quadro, il ruolo di Russia e Cina non si manifesta attraverso un intervento diretto, ma attraverso forme differenziate di sostegno che contribuiscono a determinare la sostenibilità del conflitto nel tempo.

Nel caso della Russia, il coinvolgimento assume la forma di un supporto operativo indiretto. Mosca non partecipa direttamente alle operazioni, ma contribuisce ad aumentare la capacità iraniana di imporre costi agli Stati Uniti attraverso trasferimenti di know-how, cooperazione tecnica e, secondo alcune valutazioni, condivisione di informazioni sensibili[9]. Questo tipo di sostegno si colloca al di sotto della soglia di un coinvolgimento diretto, ma produce effetti concreti sull’efficacia delle operazioni iraniane e sulla pressione esercitata sul sistema occidentale.

Allo stesso tempo, la Russia trae benefici significativi dal conflitto. L’aumento dei prezzi energetici rafforza le sue entrate, mentre la necessità americana di concentrare risorse nel Golfo contribuisce a ridurre la pressione su altri teatri, in particolare quello ucraino[10]. In questo senso, il conflitto vicinorientale si inserisce in una dinamica più ampia, in cui Mosca può influenzare indirettamente l’equilibrio strategico senza esporsi a un confronto diretto.

Accanto alla dimensione operativa, emerge anche un livello informativo. La circolazione di notizie relative a un possibile coinvolgimento di unità cecene in Iran, pur in assenza di conferme indipendenti, rappresenta un esempio significativo di questa dinamica. Più che indicare un’immediata realtà operativa, tali narrazioni contribuiscono ad alimentare la percezione di un possibile allargamento del conflitto, aumentando l’incertezza e la pressione sugli avversari[11].

La posizione della Cina si colloca su un piano diverso, ma complementare. Pechino non fornisce supporto militare e mantiene una postura ufficialmente neutrale, ma svolge un ruolo centrale nella sostenibilità economica dell’Iran. Continuando ad assorbire una quota significativa del petrolio iraniano e mantenendo attivi canali commerciali alternativi, la Cina contribuisce a evitare il collasso economico di Teheran e a rendere praticabile una strategia di resistenza prolungata[12].

Questo ruolo conferisce alla Cina una posizione peculiare. Da un lato, beneficia indirettamente della crisi, sia in termini di accesso a risorse energetiche sia per l’indebolimento relativo della posizione americana. Dall’altro, ha interesse a evitare un’intensificazione incontrollata del conflitto che potrebbe compromettere la stabilità dei flussi commerciali da cui dipende la propria economia. Ne deriva una strategia di equilibrio, in cui Pechino rimane esterna al conflitto sul piano militare, ma interna al sistema che ne garantisce la sostenibilità.

L’interazione tra questi due attori produce un effetto cumulativo. La Russia contribuisce ad aumentare la pressione sul piano operativo e strategico, mentre la Cina ne assicura la sostenibilità economica. Insieme, pur senza coordinamento formale, creano un contesto in cui il conflitto diventa più difficile da risolvere per gli Stati Uniti.

Le implicazioni si estendono anche alla dimensione monetaria. La combinazione tra instabilità delle rotte energetiche, crescente cooperazione tra attori non occidentali e utilizzo di valute alternative nelle transazioni internazionali contribuisce a mettere sotto pressione il sistema del petrodollaro[13]. Se la sicurezza dei flussi non può più essere garantita in modo stabile, il presupposto stesso su cui si fonda il ruolo centrale del dollaro nel commercio energetico globale tende a indebolirsi.

In questo senso, il conflitto non si limita a modificare equilibri regionali, ma si inserisce in un processo più ampio di trasformazione dell’ordine internazionale. La guerra contro l’Iran diventa così uno dei luoghi in cui si manifesta, in forma concreta, la transizione da un sistema centrato su un’unica potenza dominante a una configurazione più complessa e articolata.

 

Energia e moneta: il rischio sistemico per il petrodollaro

Il conflitto in corso non incide soltanto sugli equilibri militari e sulle rotte energetiche, ma si proietta anche su un livello più profondo, quello dell’ordine monetario internazionale. La stabilità del sistema del petrodollaro, costruito nel corso della seconda metà del Novecento, si fonda su un presupposto essenziale: la capacità degli Stati Uniti di garantire sicurezza e continuità ai flussi energetici globali.

Questo meccanismo ha prodotto effetti di lungo periodo. La denominazione in dollari delle transazioni petrolifere ha alimentato una domanda costante della valuta americana, mentre il reinvestimento dei proventi energetici in titoli del debito statunitense ha contribuito a sostenere il ruolo finanziario degli Stati Uniti su scala globale. In questo senso, la dimensione energetica e quella monetaria risultano strettamente interconnesse.

La crisi attuale mette in discussione proprio questo legame. La difficoltà nel garantire la sicurezza delle principali rotte di approvvigionamento introduce un elemento di incertezza che incide non solo sui prezzi dell’energia, ma anche sulla fiducia nel sistema che regola il suo commercio. Se la sicurezza dei flussi non può essere assicurata in modo stabile, il presupposto su cui si fonda la centralità del dollaro tende a indebolirsi.

In questo contesto, assumono rilievo crescente le dinamiche di diversificazione valutaria. La cooperazione energetica tra Iran, Russia e Cina, insieme all’utilizzo di circuiti finanziari alternativi, contribuisce a delineare uno scenario in cui una parte delle transazioni può progressivamente sottrarsi alla sfera del dollaro. Questo processo non implica necessariamente una sostituzione immediata, ma introduce elementi di erosione graduale.

Il ruolo della Cina appare particolarmente significativo. In quanto principale acquirente di energia del Golfo e attore centrale nelle catene commerciali globali, Pechino dispone della capacità di sostenere meccanismi alternativi di regolazione delle transazioni. L’eventuale ampliamento dell’uso di valute diverse dal dollaro nel commercio energetico rappresenterebbe un passaggio rilevante, in grado di ridurre, almeno in parte, il grado di dipendenza dal sistema monetario americano.

La guerra accelera queste dinamiche senza necessariamente determinarle in modo immediato. Le tensioni sulle rotte, l’aumento dei costi e la percezione di instabilità spingono gli attori economici a esplorare soluzioni alternative, anche in via sperimentale. In questo senso, il conflitto agisce come catalizzatore di processi già in atto, piuttosto che come causa unica di trasformazione.

Le implicazioni di lungo periodo restano incerte. Il sistema del petrodollaro mantiene ancora una posizione dominante, sostenuta dalla profondità dei mercati finanziari statunitensi e dalla centralità del dollaro nelle transazioni internazionali. Tuttavia, l’emergere di alternative, anche parziali, introduce un elemento di competizione che può modificarne progressivamente il funzionamento.

In questo quadro, la dimensione monetaria del conflitto non deve essere interpretata in termini di sostituzione immediata, ma come un processo di ridefinizione degli equilibri. La capacità degli Stati Uniti di garantire sicurezza e stabilità resta un fattore centrale, ma non più esclusivo. Altri attori iniziano a sviluppare strumenti e margini di autonomia che, nel tempo, possono contribuire a un assetto più frammentato e multipolare.

La guerra contro l’Iran si inserisce quindi in una dinamica più ampia, in cui energia, sicurezza e moneta si intrecciano. Non si tratta soltanto di controllare un flusso o difendere una rotta, ma di preservare un sistema. Ed è proprio su questo piano che il conflitto mostra alcune delle sue implicazioni più profonde.

 

Conclusione

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran non si presta a essere interpretato nei termini tradizionali di vittoria o sconfitta. Ciò che emerge, piuttosto, è una tensione crescente tra capacità di proiezione della forza e possibilità di tradurre tale capacità in un risultato politico stabile.

Gli Stati Uniti mantengono una superiorità militare significativa, ma incontrano difficoltà nel trasformarla in controllo duraturo delle rotte energetiche, in stabilizzazione del contesto regionale e in una conclusione coerente del conflitto. L’Iran, al contrario, pur subendo danni rilevanti, dimostra di poter continuare a operare come attore capace di incidere sul sistema globale, non attraverso il confronto diretto, ma mediante strumenti di pressione indiretta.

In questo scarto si colloca il punto centrale del saggio. La guerra non mette in discussione la capacità americana di colpire, ma la sua capacità di chiudere il conflitto alle proprie condizioni. È qui che si manifesta il limite della potenza: non nell’impossibilità di agire, ma nella difficoltà di determinare l’esito.

Allo stesso tempo, il conflitto evidenzia una trasformazione più ampia. Le rotte energetiche diventano strumenti di coercizione, i punti di transito si trasformano in leve geopolitiche, e attori esterni al confronto diretto — come Russia e Cina — contribuiscono a definirne la sostenibilità e gli effetti. La guerra si estende così oltre il piano militare, investendo il funzionamento complessivo del sistema internazionale.

Anche la dimensione economica e monetaria risulta coinvolta. L’instabilità dei flussi energetici e l’emergere di circuiti alternativi introducono elementi di pressione sul sistema del petrodollaro, senza determinarne un’immediata sostituzione ma contribuendo a una sua progressiva ridefinizione.

Nel loro insieme, questi elementi indicano che il conflitto non rappresenta soltanto una crisi regionale, ma un passaggio all’interno di un processo più ampio di trasformazione dell’ordine internazionale. Non si tratta ancora di un nuovo equilibrio compiuto, ma di una fase in cui i presupposti del sistema precedente iniziano a essere messi in discussione.

In questo contesto, la guerra contro l’Iran assume un significato che va oltre i suoi obiettivi immediati. Essa diventa uno dei luoghi in cui si misura la capacità delle grandi potenze di adattarsi a un ambiente più complesso, in cui la superiorità militare non garantisce automaticamente il controllo degli esiti e in cui il potere si esercita sempre più attraverso forme indirette, distribuite e difficilmente neutralizzabili.

Il problema, quindi, non è soltanto come vincere la guerra, ma se sia ancora possibile farlo secondo le categorie del passato.


NOTE

[1] Wall Street Journal, Trump Tells Aides He’s Willing to End War Without Reopening Strait of Hormuz,
31 marzo 2026.

[2] Kenneth Roth, What to understand why Trump is still bombing Iran? Look to Nixon and Vietnam,
The Guardian, 24 marzo 2026.

[3] Western powers were unable to secure shipping in the Red Sea. Hormuz will be harder, Reuters, 25 marzo 2026.

[4] Gianandrea Gaiani, Reuters: le Marine occidentali non riuscirebbero a garantire la libera navigazione a Hormuz, Analisi Difesa, 26 marzo 2026.

[5] Alexander Wooley, Reopen the Strait of Hormuz? There’s one big problem., The Washington Post, 27 marzo 2026.

[6] Michele Giorgio, Si apre il fronte Houthi: rischia di chiudere un altro stretto, Il Manifesto, 29 marzo 2026.

[7] Ravi Agrawal, Trump Is Losing the War in Iran, Foreign Policy, 30 marzo 2026.

[8] Gideon Rachman, Iran could emerge from the war stronger and more dangerous, Financial Times, 30 marzo 2026.

[9] Barak Ravid, Zelensky says Russia is benefiting from Iran war, Axios, 30 marzo 2026.

[10] Russian and Iranian foreign ministers discuss possibility of conflict settlement, Reuters, 27 marzo 2026.

[11] Chechen forces ready to support Iran against U.S. ground invasion, reports say,
India Today, 31 marzo 2026; cfr. Chechen units ready to deploy to Iran to support against U.S., Israel, News.az, 31 marzo 2026.

[12] Chinese container ships pass through Strait of Hormuz at second attempt, data shows, Reuters, 30 marzo 2026.

[13] War with Iran could be catalyst for erosion of US petrodollar, Deutsche Bank says, Middle East Eye, 26 marzo 2026.


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Gabriele Repaci collabora a partire dal 2009 con Eurasia. Rivista di Studi geopolitici. Giornalista pubblicista, analista e studioso del Vicino Oriente e del mondo musulmano, concentra le proprie analisi sulle dinamiche politiche, strategiche e culturali dell’area. Ha studiato la lingua araba e la lingua turca, affiancando alla formazione teorica una significativa esperienza sul campo. Nel corso degli anni ha collaborato con numerose riviste e piattaforme culturali e politiche, tra cui Diorama Letterario, Marxismo Oggi, Das Andere, il blog de Il Giornale, L’Intellettuale Dissidente, La Città Futura, Contropiano, InsideOver e La Luce News. Nel 2025 ha pubblicato il volume Siria, crocevia della storia per le Edizioni All’Insegna del Veltro, dedicato all’analisi storica e geopolitica del conflitto siriano nel più ampio contesto regionale.