Il 16 giugno 2026 la rivista statunitense Foreign Policy ha pubblicato un articolo destinato a suscitare un notevole dibattito. Firmato dal politologo Paul Musgrave, docente presso la Georgetown University in Qatar, il testo sostiene una tesi tanto ardita quanto significativa: la guerra contro l’Iran rappresenta per gli Stati Uniti una sconfitta strategica persino più grave del Vietnam.[1]

A prima vista il paragone può apparire persino provocatorio. La guerra contro l’Iran è durata poco più di tre mesi, non ha mobilitato milioni di soldati, non ha provocato le profonde fratture sociali che caratterizzarono l’America degli anni Sessanta e Settanta e ha causato un numero relativamente limitato di vittime statunitensi. Nulla che richiami immediatamente le immagini degli elicotteri che evacuano il personale statunitense da Saigon nell’aprile 1975, divenute il simbolo universale della sconfitta.

Eppure la tesi di Musgrave merita di essere presa sul serio. Non perché provenga da ambienti tradizionalmente critici nei confronti della politica estera statunitense, ma proprio per la ragione opposta. Essa emerge infatti da uno dei principali organi del dibattito strategico americano. Quando all’interno delle classi dirigenti statunitensi si inizia a discutere apertamente di «sconfitta strategica», «limiti industriali», «vulnerabilità delle catene di approvvigionamento» e «incapacità di trasformare la superiorità militare in risultati politici», il problema supera la dimensione contingente della cronaca.

La questione centrale, infatti, non è stabilire chi abbia ottenuto il vantaggio politico finale dal conflitto. Al di là delle narrazioni ufficiali, l’esito della guerra appare difficilmente contestabile. L’Iran non è stato piegato, il suo sistema politico non è crollato, il programma nucleare e missilistico resta oggetto di negoziato e Washington si è trovata costretta a concludere un accordo lontano dagli obiettivi massimalisti evocati nelle prime settimane di guerra. La domanda realmente interessante riguarda un’altra questione: che cosa rivela questo conflitto sulla condizione della potenza americana?

In questa prospettiva, la guerra contro l’Iran deve essere interpretata non come un episodio isolato, bensì come uno dei momenti attraverso i quali emergono le difficoltà crescenti della potenza statunitense nel tradurre la propria superiorità militare in risultati politici duraturi. È questa, più ancora del paragone con il Vietnam in sé, la questione che merita di essere esaminata.

 

Vietnam: una disfatta sistemica che Washington riuscì ad assorbire

Per comprendere la portata della guerra contro l’Iran è necessario evitare un equivoco. Sostenere che essa possa rappresentare una sconfitta strategica più significativa del Vietnam non significa affatto ridimensionare quest’ultimo conflitto. Al contrario, il Vietnam fu una delle più gravi sconfitte subite dagli Stati Uniti nella loro storia contemporanea.

La guerra costò a Washington oltre 58.000 morti e centinaia di migliaia di feriti.[2] Essa contribuì a dividere profondamente la società americana, alimentò un vasto movimento di protesta, provocò una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni e lasciò una traccia duratura nella cultura politica del paese.[3] La pubblicazione dei Pentagon Papers nel 1971 contribuì ad aggravare la crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni statunitensi, mentre l’offensiva del Têt del 1968 demolì l’idea che la vittoria fosse imminente.[4]

La caduta di Saigon nell’aprile 1975 rappresentò il momento simbolico di questa sconfitta. Le immagini degli elicotteri che evacuavano il personale statunitense dall’ambasciata americana divennero il simbolo universale di una guerra perduta. Per anni si parlò di «sindrome del Vietnam» per descrivere la riluttanza degli Stati Uniti a impegnarsi in nuovi conflitti su larga scala.[5]

Sarebbe dunque errato descrivere il Vietnam come una semplice battuta d’arresto periferica. Esso fu una sconfitta politica, militare, psicologica e simbolica di enorme portata. Eppure, proprio il caso vietnamita permette di comprendere una questione fondamentale. La gravità di una sconfitta non dipende soltanto dalle sue dimensioni immediate, ma anche dalla capacità della potenza che la subisce di assorbirne le conseguenze.

Quando Saigon cadde, gli Stati Uniti restavano il centro del sistema occidentale di alleanze, disponevano della più grande economia del mondo, mantenevano una netta superiorità navale e tecnologica rispetto ai propri avversari e continuavano a esercitare un’influenza determinante sugli equilibri internazionali.[6] La sconfitta in Indocina non impedì a Washington di conservare il proprio ruolo globale e, nel lungo periodo, fu l’Unione Sovietica a dissolversi, non gli Stati Uniti.[7]

La vera lezione storica del Vietnam non è quindi che le sconfitte siano irrilevanti. Al contrario, il Vietnam dimostra che anche una sconfitta enorme può essere assorbita quando una grande potenza conserva ancora solide basi economiche, industriali, tecnologiche e geopolitiche. La questione posta oggi dalla guerra contro l’Iran è pertanto diversa. Non riguarda la gravità del Vietnam, che nessuno può seriamente contestare. Riguarda piuttosto una domanda più scomoda: gli Stati Uniti del XXI secolo possiedono ancora la stessa capacità di assorbire una sconfitta strategica che possedevano nel 1975?

 

La superiorità militare senza vittoria politica

Se il Vietnam rappresentò una sconfitta che gli Stati Uniti riuscirono infine ad assorbire, la guerra contro l’Iran pone una questione diversa. Non riguarda infatti soltanto l’esito di una singola campagna militare, ma il rapporto tra forza militare e risultati politici.

Fin dalle prime fasi del conflitto apparve evidente che gli obiettivi perseguiti da Washington e Tel Aviv andavano ben oltre la semplice distruzione di alcune infrastrutture militari. Le dichiarazioni pubbliche dei dirigenti statunitensi e israeliani, unite al dibattito sviluppatosi nei rispettivi ambienti politici, lasciavano intravedere ambizioni assai più ampie: indebolire in modo permanente le capacità strategiche iraniane, ristabilire una deterrenza regionale ritenuta compromessa e creare le condizioni per il sovvertimento dell’assetto politico della Repubblica Islamica.

A distanza di pochi mesi il bilancio appare tuttavia assai diverso. Lo Stato iraniano non è crollato. Le Forze Armate e i Pasdaran continuano a costituire l’ossatura del sistema. Le questioni che avevano condotto alla guerra — programma nucleare, capacità missilistiche, ruolo regionale dell’Iran e sicurezza dello Stretto di Hormuz — restano oggetto di negoziato politico.

Ciò non significa che l’Iran abbia ottenuto una vittoria militare nel senso tradizionale del termine. La superiorità tecnologica e operativa delle forze statunitensi e israeliane non è seriamente contestabile. Il problema è un altro. Come già accaduto in altri conflitti degli ultimi decenni, la superiorità militare non si è tradotta automaticamente in una vittoria politica.

Da questo punto di vista la guerra contro l’Iran si inserisce in una sequenza più ampia. In Iraq, in Afghanistan, in Libia e in Siria gli Stati Uniti hanno dimostrato di poter conseguire importanti successi operativi senza riuscire a realizzare pienamente gli obiettivi politici che avevano giustificato l’intervento. La distanza tra vittoria tattica e risultato strategico sembra essersi progressivamente ampliata.

È precisamente questo il nucleo della riflessione proposta da Paul Musgrave. Il problema non consiste nella capacità degli Stati Uniti di colpire un avversario. Nessuno dubita che Washington conservi capacità militari senza eguali. La questione è se tali capacità siano ancora sufficienti a imporre risultati politici duraturi a Stati dotati di profondità territoriale, apparati statali funzionanti e una significativa capacità di sopportare il conflitto.[8]

Se questa interpretazione è corretta, la guerra contro l’Iran assume un significato che va ben oltre il Vicino Oriente. Essa diventa il sintomo di una difficoltà crescente: trasformare la superiorità militare in un ordine politico conforme agli obiettivi perseguiti. Ed è proprio questa difficoltà, più ancora dell’esito immediato del conflitto, a rendere il paragone con il Vietnam degno di attenzione.

 

Hormuz e la geografia della potenza

Nel corso della guerra contro l’Iran gran parte dell’attenzione mediatica si è concentrata attorno a una domanda apparentemente semplice: Teheran avrebbe chiuso lo Stretto di Hormuz?

La formulazione stessa del problema risulta tuttavia fuorviante. La questione strategicamente rilevante non è se lo Stretto sia stato chiuso o meno, bensì chi sia realmente in grado di determinarne il funzionamento.

Per oltre quarant’anni la libertà di navigazione nel Golfo Persico è stata considerata uno degli interessi fondamentali della politica estera statunitense. Nel gennaio 1980 il presidente Jimmy Carter dichiarò che qualsiasi tentativo di assumere il controllo della regione del Golfo Persico sarebbe stato considerato un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti e sarebbe stato respinto con ogni mezzo necessario.[9] Da allora Washington ha investito enormi risorse politiche, economiche e militari per garantire la sicurezza delle rotte marittime della regione.

La centralità di Hormuz deriva dalla sua stessa geografia. Attraverso questo stretto passaggio transitano una quota rilevante delle esportazioni mondiali di petrolio e una parte significativa del commercio globale di gas naturale liquefatto.[10] La sua importanza non riguarda soltanto gli Stati produttori del Golfo, ma l’intero sistema economico internazionale.

La guerra del 2026 ha tuttavia evidenziato una realtà spesso trascurata. L’Iran non ha avuto bisogno di chiudere lo Stretto né di interrompere completamente il traffico marittimo per conseguire un risultato strategico. È stato sufficiente dimostrare di possedere la capacità di influenzarne il funzionamento, rallentarlo, renderlo più costoso o trasformarlo in una leva negoziale.

Da questo punto di vista il problema di Hormuz non riguarda semplicemente la navigazione commerciale. Esso riguarda il rapporto tra geografia e potenza. Per quanto sofisticate possano essere le capacità navali e aeree statunitensi, esse non possono eliminare la realtà geografica fondamentale: l’Iran si affaccia direttamente sullo Stretto e dispone di strumenti militari sufficienti a condizionarne il funzionamento.

La questione fondamentale non riguarda dunque l’apertura o la chiusura dello Stretto di Hormuz. La questione è che il conflitto ha reso evidente che il suo funzionamento non può essere considerato indipendente dalle scelte di Teheran. In altri termini, l’Iran non deve necessariamente chiudere lo Stretto per esercitare influenza. Gli basta dimostrare di possedere la capacità di incidere sul suo funzionamento.

È in questo senso che la guerra contro l’Iran assume un significato che va oltre il Vicino Oriente. Per decenni gli Stati Uniti hanno presentato sé stessi come il garante ultimo della libertà di navigazione nel Golfo Persico. Il conflitto del 2026 ha invece mostrato che uno dei principali nodi dell’economia mondiale continua a dipendere, almeno in parte, dalle decisioni di una potenza regionale che Washington non è riuscita né a piegare militarmente né a marginalizzare politicamente.

La domanda decisiva non è quindi se l’Iran possa chiudere Hormuz in modo permanente. La domanda è un’altra: chi possiede realmente le chiavi di Hormuz?

 

La guerra industriale del XXI secolo

Per molti anni il dibattito strategico occidentale si è concentrato soprattutto sulle piattaforme militari. Portaerei, caccia di quinta generazione, satelliti, sistemi antimissile e armamenti di precisione sono diventati i simboli della superiorità militare americana.

La guerra contro l’Iran ha però riportato l’attenzione su una realtà più elementare. Le guerre non vengono combattute soltanto con le piattaforme. Vengono combattute con le scorte.

Un sistema Patriot privo di missili intercettori è inutile. Un caccia F-35 senza armamento disponibile non può esprimere il proprio potenziale. Una portaerei priva di un’adeguata catena logistica perde gran parte della propria efficacia operativa.

La guerra moderna non è costituita da singole armi isolate. È un ecosistema composto da industria, logistica, trasporti, componentistica, materie prime e capacità produttiva. La sua efficacia dipende dalla capacità di sostituire rapidamente ciò che viene consumato sul campo di battaglia.

Il conflitto del 2026 ha evidenziato proprio questo problema. Per settimane gli Stati Uniti e i loro alleati hanno dovuto impiegare grandi quantità di missili intercettori, munizioni di precisione e sistemi difensivi ad alto costo per contrastare attacchi missilistici e droni relativamente economici. Al di là del bilancio militare immediato, la guerra ha riportato al centro una questione che già da alcuni anni preoccupava pianificatori e analisti: la profondità delle scorte e la capacità dell’apparato industriale di ricostituirle rapidamente.[11]

Non si tratta semplicemente di produrre più missili. Ogni sistema d’arma dipende da una complessa rete industriale composta da fornitori, componentistica elettronica, materiali specializzati, capacità manifatturiera e personale altamente qualificato. Nel 2025 il Government Accountability Office segnalava che il Dipartimento della Difesa statunitense dipendeva da oltre 200.000 fornitori e che persistevano significativi problemi di visibilità e vulnerabilità all’interno della base industriale della difesa.[12]

La questione è diventata ancora più evidente durante la guerra. Nel giugno 2026 l’amministrazione Trump ha invocato il Defense Production Act per affrontare problemi di capacità produttiva limitata, catene di approvvigionamento fragili, dipendenze da fornitori critici e colli di bottiglia nella produzione di componenti essenziali per i sistemi missilistici, inclusi motori a razzo, sistemi di guida e dispositivi di accensione.[13]

La vulnerabilità strategica non termina dunque con la fine delle ostilità. Un conflitto può concludersi sul piano diplomatico mentre le sue conseguenze industriali continuano a manifestarsi per anni. Le scorte consumate devono essere ricostituite, le linee produttive ampliate e le catene di approvvigionamento rese più robuste. Non è un caso che il Pentagono abbia richiesto nel 2026 un aumento straordinario degli stanziamenti destinati alla produzione di missili e munizionamento, mentre diversi studi hanno sottolineato che la ricostituzione di alcune categorie di intercettori richiederà diversi anni.[14]

Questa realtà impone una revisione di molte convinzioni maturate dopo la fine della Guerra Fredda. Per oltre trent’anni gli Stati Uniti hanno combattuto prevalentemente contro avversari incapaci di mettere realmente sotto pressione la loro base industriale. La guerra contro l’Iran ha invece mostrato che anche una potenza militarmente superiore può trovarsi di fronte a limiti derivanti non dalla qualità dei propri sistemi d’arma, ma dalla velocità con cui è in grado di sostenerne il consumo.

La questione assume un’importanza ancora maggiore se collocata in una prospettiva globale. Russia e Cina osservano inevitabilmente questi processi. Ogni guerra non rappresenta soltanto una prova di forza militare, ma anche una dimostrazione concreta delle capacità industriali che sostengono quella forza.

Se il XX secolo fu spesso dominato dalla quantità di mezzi prodotti, il XXI secolo sembra sempre più caratterizzato dalla capacità di mantenere in funzione ecosistemi tecnologici e industriali di estrema complessità. Una potenza può vincere le battaglie e tuttavia consumare progressivamente le basi materiali della propria superiorità. È precisamente in questo scarto tra capacità militare immediata e sostenibilità di lungo periodo che emerge una delle principali lezioni della guerra contro l’Iran. E sono proprio questi processi cumulativi, spesso invisibili nel breve periodo, che consentono di comprendere come le grandi potenze entrino in crisi.

 

Come muoiono gli imperi

Uno degli errori più frequenti nell’analisi storica consiste nell’immaginare il declino delle grandi potenze come un evento improvviso. Nella memoria collettiva esso viene spesso associato a date simboliche: il 476 per Roma, il 1918 per gli imperi continentali europei, il 1942 per l’impero britannico in Asia o il 1991 per l’Unione Sovietica. In realtà tali eventi rappresentano quasi sempre il punto di arrivo di processi molto più lunghi.

Le grandi potenze raramente crollano dopo una singola sconfitta. Più spesso entrano in crisi quando una successione di guerre, difficoltà economiche e problemi strutturali rende progressivamente visibili limiti che fino a quel momento potevano essere nascosti.

L’Impero romano d’Occidente offre forse l’esempio più noto. La disfatta di Adrianopoli nel 378 non provocò il crollo immediato dell’Impero. Roma continuò a esistere per quasi un secolo. Tuttavia quella sconfitta rese evidente una serie di problemi che si erano accumulati da tempo: difficoltà di reclutamento, crescente dipendenza da contingenti federati e progressiva erosione del monopolio imperiale della forza militare.[15]

Un meccanismo analogo può essere osservato nella storia dell’Impero spagnolo. La sconfitta dell’Invincibile Armata nel 1588 non distrusse immediatamente la potenza della monarchia cattolica. La Spagna rimase una delle principali potenze europee per decenni. Eppure quell’episodio rese visibili limiti finanziari, logistici e amministrativi che sarebbero emersi con crescente evidenza nel secolo successivo.[16]

L’Impero ottomano costituisce un esempio altrettanto significativo. Per oltre un secolo esso venne definito dagli osservatori europei il «grande malato d’Europa», senza tuttavia cessare di essere una grande potenza. Né la sconfitta di Vienna nel 1683 né le successive guerre contro Russia e Austria provocarono il collasso immediato dell’impero. Ciascun conflitto rese però visibili difficoltà amministrative, militari e finanziarie che si accumularono nel tempo. Quando l’Impero ottomano scomparve dopo la Prima guerra mondiale, il processo di indebolimento era in realtà in corso da generazioni.[17]

Un discorso analogo vale per la Monarchia asburgica. La sconfitta contro la Prussia nel 1866 rappresentò un colpo durissimo, ma non determinò la fine dell’Impero. Vienna riuscì a sopravvivere ancora per oltre mezzo secolo grazie al Compromesso austro-ungarico del 1867 e a una notevole capacità di adattamento istituzionale. Tuttavia le tensioni nazionali, le difficoltà economiche e la crescente instabilità del sistema europeo continuarono ad accumularsi fino al collasso del 1918.[18]

Anche la storia dell’impero britannico mostra dinamiche simili. La caduta di Singapore nel 1942 non segnò la fine immediata dell’impero. Londra uscì formalmente vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale. Tuttavia quella sconfitta ebbe un enorme impatto psicologico e geopolitico. Per la prima volta milioni di persone in Asia videro che il dominio britannico non era invulnerabile. Il processo di decolonizzazione che seguì alla guerra ebbe molte cause, ma Singapore contribuì a incrinare il mito dell’invincibilità imperiale.[19]

Lo stesso schema può essere osservato nel caso sovietico. L’intervento in Afghanistan nel 1979 non provocò il collasso dell’Unione Sovietica. Quando le truppe sovietiche attraversarono il confine afghano nessuno immaginava che l’URSS sarebbe scomparsa poco più di un decennio dopo. Tuttavia il conflitto contribuì a rendere evidenti problemi economici, militari e politici che si stavano già accumulando all’interno del sistema sovietico.[20]

Persino gli Stati Uniti hanno conosciuto episodi di questo tipo. Il Vietnam non provocò il declino americano. La guerra fu assorbita grazie alla straordinaria forza economica, industriale e geopolitica di cui Washington disponeva ancora negli anni Settanta. Ciononostante, essa mostrò limiti che sarebbero riemersi in forme diverse nei decenni successivi: la difficoltà di trasformare la superiorità militare in risultati politici duraturi e il rischio di guerre sempre più costose sul piano strategico.[21]

La lezione comune a questi esempi è semplice. Le grandi potenze raramente vengono sconfitte da un singolo nemico. Più spesso vengono logorate dall’accumulo di problemi che una determinata guerra rende improvvisamente visibili. Le sconfitte non creano necessariamente tali problemi; li rivelano.

Per questa ragione la questione fondamentale non è stabilire se esista o meno un declino della potenza americana. I sintomi che storicamente hanno accompagnato il ridimensionamento delle grandi potenze sono ormai chiaramente visibili anche nel caso degli Stati Uniti. Essi non riguardano soltanto il piano militare, ma investono simultaneamente la sfera economica, industriale, politica e istituzionale.

La guerra contro l’Iran non costituisce un episodio isolato. Essa si inserisce in una sequenza storica iniziata almeno all’inizio del XXI secolo. Le guerre in Afghanistan e Iraq hanno mostrato le difficoltà della principale potenza mondiale nel trasformare la superiorità militare in risultati politici duraturi. La crisi finanziaria del 2008 ha incrinato l’immagine dell’Occidente come modello economico indiscusso. La crescente polarizzazione interna e la crisi di fiducia nelle istituzioni hanno progressivamente eroso il consenso attorno all’ordine politico costruito nel secondo dopoguerra. Da questo punto di vista, l’elezione di Donald Trump non rappresenta la causa della crisi, ma uno dei suoi sintomi più evidenti.

A ciò si aggiungono l’emersione di nuovi centri di potenza, il ritorno della competizione tra grandi Stati, le difficoltà della base industriale occidentale emerse negli ultimi conflitti e la crescente incapacità di imporre soluzioni politiche stabili attraverso la forza militare. Considerata isolatamente, nessuna di queste dinamiche è sufficiente a dimostrare il declino di una potenza. Considerate nel loro insieme, esse delineano tuttavia un quadro che richiama processi già osservati in altre esperienze imperiali.

La questione realmente aperta non è quindi se gli Stati Uniti stiano attraversando una fase di ridimensionamento relativo. La questione riguarda piuttosto la profondità, la velocità e gli esiti di tale processo. Potrebbe tradursi in un semplice adattamento a un sistema internazionale multipolare. Potrebbe condurre a una perdita di influenza più ampia. Oppure potrebbe produrre forme nuove di equilibrio ancora difficili da prevedere.

In questa prospettiva la guerra contro l’Iran assume un significato che va ben oltre il Vicino Oriente. Come altre guerre che hanno segnato la storia delle grandi potenze, essa potrebbe essere ricordata non tanto per la sua durata o per il numero delle vittime, quanto per aver reso visibili limiti che si erano accumulati nel corso di un’intera epoca storica.

 

Conclusione

La storia delle relazioni internazionali non è la storia di potenze eterne. Ogni ordine politico, ogni equilibrio geopolitico e ogni sistema imperiale ha conosciuto una fase di ascesa, un momento di apogeo e infine una fase di trasformazione o declino.

Nessuna grande potenza ha mai cessato di essere tale da un giorno all’altro. I processi storici sono quasi sempre più lenti, contraddittori e complessi di quanto appaiano agli osservatori contemporanei. Le strutture di potenza possono sopravvivere a lungo alle condizioni che le hanno generate. Le istituzioni continuano a funzionare, gli eserciti continuano a vincere battaglie, le economie continuano a produrre ricchezza e tuttavia, lentamente, l’equilibrio complessivo può iniziare a mutare.

Per questa ragione gli storici raramente individuano il significato di un’epoca in un singolo evento. Più spesso osservano sequenze, tendenze e accumulazioni. Le guerre, le crisi economiche, le trasformazioni tecnologiche, i cambiamenti sociali e le mutazioni degli equilibri internazionali acquistano significato non isolatamente, ma nel loro intreccio.

La questione fondamentale non riguarda dunque soltanto gli Stati Uniti o la guerra contro l’Iran. Riguarda il modo in cui le grandi potenze si confrontano con i limiti della propria forza e con l’emergere di nuovi equilibri. È un problema che ha accompagnato tutte le grandi civiltà della storia e che continua a ripresentarsi sotto forme diverse.

Come ogni altra potenza prima di loro, anche gli Stati Uniti dovranno misurarsi con questa realtà. Ciò che nessuno può sapere con certezza è quale forma assumerà tale processo e quali saranno gli equilibri che emergeranno nel mondo del XXI secolo.

La storia, tuttavia, suggerisce una lezione semplice. Le grandi potenze raramente vengono sconfitte da un singolo avversario. Più spesso sono il prodotto delle proprie contraddizioni, delle proprie scelte e della propria capacità — o incapacità — di adattarsi a un mondo che cambia.


NOTE

[1] Paul Musgrave, Iran Is a Bigger Defeat Than Vietnam, Foreign Policy, 16 giugno 2026.

[2] U.S. Department of State, The Vietnam War, Office of the Historian.

[3] George C. Herring, America’s Longest War: The United States and Vietnam, 1950–1975, McGraw-Hill, 2001.

[4] U.S. National Archives, The Pentagon Papers.

[5] H.R. McMaster, Dereliction of Duty, Harper Perennial, 1998.

[6] John Lewis Gaddis, The Cold War: A New History, Penguin Books, 2005.

[7] Stephen Kotkin, Armageddon Averted: The Soviet Collapse 1970–2000, Oxford University Press, 2008.

[8] Lawrence Freedman, Strategy: A History, Oxford University Press, 2013.

[9] Jimmy Carter, State of the Union Address, 23 gennaio 1980 (cosiddetta “Dottrina Carter”), The American Presidency Project.

[10] U.S. Energy Information Administration (EIA), The Strait of Hormuz is the world’s most important oil transit chokepoint, aggiornamenti periodici 2024-2025.

[11] Center for Strategic and International Studies (CSIS), Last Rounds? Status of Key Munitions at the Iran War Ceasefire, 21 aprile 2026.

[12] Government Accountability Office (GAO), Defense Industrial Base: Actions Needed to Address Risks, luglio 2025.

[13] Reuters, Trump invokes Defense Production Act for munitions, supply chains, 16 giugno 2026.

[14] CSIS, Rebuilding U.S. Missile Inventory: A Multiyear Project, 27 maggio 2026; Breaking Defense, The Pentagon wants a 188 percent bump for missile procurement. Can industry deliver?, aprile 2026.

[15] Peter Heather, The Fall of the Roman Empire, Oxford University Press, 2006.

[16] Geoffrey Parker, The Grand Strategy of Philip II, Yale University Press, 1998.

[17] Caroline Finkel, Osman’s Dream: The Story of the Ottoman Empire 1300–1923, Basic Books, 2005.

[18] A. J. P. Taylor, The Habsburg Monarchy 1809–1918, Penguin Books, 1948.

[19] Ashley Jackson, The British Empire and the Second World War, Hambledon Continuum, 2006.

[20] Rodric Braithwaite, Afgantsy: The Russians in Afghanistan 1979–1989, Oxford University Press, 2011.

[21] George C. Herring, America’s Longest War: The United States and Vietnam, 1950–1975, McGraw-Hill, 2001.


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