Introduzione

La guerra che nel 2026 ha opposto gli Stati Uniti e l’Iran ha rappresentato uno dei momenti di maggiore instabilità strategica nel Golfo Persico dalla fine della cosiddetta «guerra delle petroliere» degli anni Ottanta. Al centro del confronto non vi è stato soltanto il programma nucleare iraniano o il più ampio equilibrio di potenza nel Vicino Oriente, ma anche il controllo di uno dei principali punti di transito del commercio mondiale: lo Stretto di Hormuz. Attraverso questo passaggio marittimo transita infatti una quota rilevante delle esportazioni energetiche globali, rendendo qualsiasi interruzione della navigazione un problema non soltanto regionale, ma internazionale.

Sebbene le operazioni militari abbiano progressivamente lasciato spazio a una fase negoziale, gli sviluppi successivi al cessate il fuoco mostrano come la crisi sia tutt’altro che conclusa.[1] Episodi di tensione continuano ad alternarsi a un’intensa attività diplomatica che coinvolge gli Stati Uniti, l’Iran, l’Oman e gli altri Paesi rivieraschi del Golfo. Parallelamente, il memorandum raggiunto tra Washington e Teheran[2], il comunicato congiunto tra Iran e Oman[3] e l’istituzione di un gruppo di lavoro incaricato di discutere il futuro della navigazione nello Stretto introducono elementi nuovi rispetto al passato, suggerendo che la posta in gioco non riguardi soltanto la fine delle ostilità, ma anche la possibile ridefinizione delle modalità di gestione di uno dei principali punti di transito marittimo del pianeta.

In questo contesto, particolare rilievo assume il riferimento, emerso anche nel dibattito internazionale, al possibile ruolo degli Stati rivieraschi nella futura amministrazione dello Stretto. Per decenni la posizione prevalente delle potenze occidentali è stata quella di considerare Hormuz una via marittima internazionale la cui sicurezza dovesse essere garantita essenzialmente dalla presenza navale statunitense. Gli sviluppi del 2026 sembrano invece aprire uno scenario diverso, nel quale la sicurezza della navigazione potrebbe essere sempre più legata al riconoscimento del ruolo istituzionale degli Stati che si affacciano sullo Stretto, in primo luogo Iran e Oman.

È proprio alla luce di questi sviluppi che appare utile richiamare un precedente storico spesso trascurato, ma di grande interesse sul piano del diritto internazionale e della geopolitica: la Convenzione di Montreux del 1936. Pur riguardando un contesto storico e geografico profondamente diverso, essa rappresentò il punto di arrivo di un processo attraverso il quale il controllo di uno stretto strategico venne trasformato da semplice rapporto di forza in un regime giuridico riconosciuto dalla comunità internazionale.

Il presente contributo non intende sostenere che una «Montreux di Hormuz» esista già, né che un simile esito sia inevitabile. Piuttosto, si propone di affrontare un interrogativo di carattere storico e geopolitico: la crisi del 2026 rappresenta soltanto una parentesi militare oppure costituisce il primo passo verso un nuovo ordine giuridico e strategico dello Stretto di Hormuz, paragonabile, almeno nelle sue linee generali, al sistema inaugurato dalla Convenzione di Montreux? Rispondere a questa domanda significa interrogarsi non soltanto sull’esito della guerra, ma anche sulle trasformazioni dell’ordine regionale del Vicino Oriente e sul progressivo emergere di nuovi equilibri nella gestione degli spazi marittimi strategici.

 

La Convenzione di Montreux e il regime degli Stretti

Per comprendere la portata degli sviluppi intervenuti nello Stretto di Hormuz dopo la guerra del 2026 è opportuno richiamare un precedente storico che occupa un posto centrale nella storia del diritto internazionale e della geopolitica marittima: la Convenzione di Montreux del 1936.[4] Benché separati da quasi un secolo e appartenenti a contesti politici profondamente differenti, il caso degli Stretti turchi offre infatti un utile termine di confronto per comprendere come il controllo di un passaggio strategico possa evolvere da semplice rapporto di forza a regime giuridico riconosciuto.

La cosiddetta «questione degli Stretti» accompagnò gran parte della storia dell’Impero ottomano e rappresentò uno dei principali capitoli della più ampia Questione d’Oriente. Bosforo e Dardanelli costituivano l’unico collegamento tra il Mar Nero e il Mediterraneo e, di conseguenza, rivestivano un’importanza fondamentale tanto per la sicurezza dell’Impero ottomano quanto per gli interessi strategici delle grandi potenze europee, in particolare della Russia, il cui accesso ai mari caldi dipendeva dalla possibilità di attraversare tali passaggi marittimi. Nel corso del XIX secolo la disciplina degli Stretti fu regolata da una successione di trattati internazionali che cercarono di conciliare la sovranità ottomana con gli interessi delle principali potenze navali del tempo.

La dissoluzione dell’Impero ottomano al termine della Prima guerra mondiale modificò profondamente questo equilibrio. Il Trattato di Losanna del 24 luglio 1923 istituì un nuovo regime internazionale degli Stretti, garantendo la libertà di navigazione ma imponendo al tempo stesso la smilitarizzazione dell’area e affidandone la supervisione a una Commissione internazionale.[5] Tale sistema rifletteva il clima politico dell’immediato dopoguerra e la volontà delle potenze vincitrici di limitare le capacità militari della nascente Repubblica di Turchia.

Nel corso degli anni Trenta, tuttavia, il rapido deterioramento della situazione internazionale rese progressivamente inadeguato il regime creato a Losanna. L’ascesa dei regimi revisionisti in Europa, il riarmo della Germania, l’aggressione italiana all’Etiopia e il generale indebolimento del sistema di sicurezza collettiva promosso dalla Società delle Nazioni indussero Ankara a chiedere una revisione della disciplina degli Stretti. La richiesta turca trovò un’accoglienza favorevole nelle principali potenze interessate, che riconobbero come il mutato quadro strategico rendesse necessario attribuire alla Turchia strumenti più efficaci per garantire la sicurezza di un passaggio marittimo di importanza internazionale.[6]

La Conferenza di Montreux, riunitasi nell’estate del 1936, sfociò nella firma della Convenzione riguardante il regime degli Stretti il 20 luglio dello stesso anno. Il nuovo accordo restituì alla Turchia il diritto di rimilitarizzare Bosforo e Dardanelli, riconoscendole al tempo stesso un ruolo centrale nella loro amministrazione. La Convenzione mantenne il principio della libertà di navigazione per le navi mercantili in tempo di pace, ma introdusse una disciplina dettagliata per il transito delle navi da guerra, distinguendo tra Stati rivieraschi e non rivieraschi del Mar Nero e attribuendo ad Ankara particolari prerogative in caso di guerra o di minaccia imminente.

L’importanza storica della Convenzione di Montreux non risiede soltanto nelle sue disposizioni tecniche. Essa rappresentò infatti uno dei più significativi esempi di trasformazione di uno spazio strategico in un regime giuridico stabile e condiviso. La Convenzione non eliminò il carattere internazionale degli Stretti, né mise in discussione il principio della libertà della navigazione commerciale. Al contrario, rese tale principio compatibile con il riconoscimento della sovranità dello Stato rivierasco e con l’attribuzione ad esso di specifiche responsabilità nella gestione della sicurezza dello Stretto.

È proprio questo equilibrio tra internazionalizzazione della navigazione e riconoscimento del ruolo dello Stato rivierasco a rendere il precedente di Montreux particolarmente interessante ai fini del presente contributo. Le profonde differenze storiche, geografiche e giuridiche tra Bosforo e Hormuz impediscono qualsiasi assimilazione meccanica dei due casi. Tuttavia, la Convenzione del 1936 dimostra come un passaggio marittimo di rilevanza globale possa essere disciplinato attraverso un regime internazionale che, anziché negare il ruolo dello Stato rivierasco, lo riconosce e lo integra all’interno di un quadro giuridico condiviso. È proprio alla luce di questa esperienza storica che sarà ora possibile esaminare se gli sviluppi diplomatici successivi alla guerra del 2026 possano essere interpretati come il primo embrione di un processo analogo nello Stretto di Hormuz.

 

Verso una «Montreux di Hormuz»?

Prima della guerra del 2026 il regime dello Stretto di Hormuz sembrava fondarsi su un equilibrio ormai consolidato. Da un lato, gli Stati Uniti e i loro alleati consideravano la libertà della navigazione un principio che doveva essere garantito attraverso la presenza militare occidentale nel Golfo Persico; dall’altro, l’Iran rivendicava da tempo il proprio ruolo di Stato rivierasco, sostenendo che la sicurezza dello Stretto non potesse prescindere dal riconoscimento dei diritti derivanti dalla propria posizione geografica. Pur dando luogo a frequenti tensioni diplomatiche e militari, queste due impostazioni erano rimaste sostanzialmente immutate per oltre quattro decenni.[7]

La guerra del 2026 ha tuttavia modificato profondamente questo quadro. La temporanea interruzione della navigazione, l’impennata dei costi assicurativi, le ripercussioni sui mercati energetici e la necessità di evitare un ulteriore inasprimento del conflitto hanno mostrato come la stabilità di Hormuz costituisca un interesse condiviso non soltanto dagli Stati rivieraschi, ma anche dalle principali economie mondiali. Al termine delle operazioni militari, il problema non consisteva più soltanto nel riaprire lo Stretto, bensì nel definire le condizioni politiche e giuridiche della sua futura gestione.

In questo contesto si collocano il memorandum raggiunto tra Washington e Teheran e il successivo comunicato congiunto sottoscritto da Iran e Oman. Quest’ultimo introduce alcuni elementi di particolare interesse. Per la prima volta i due Paesi si definiscono esplicitamente gli «Stati rivieraschi dello Stretto di Hormuz», riaffermando i rispettivi diritti sovrani sulle acque territoriali e manifestando l’intenzione di avviare una cooperazione stabile sulla futura amministrazione della navigazione.[8]

Il comunicato prevede inoltre la costituzione di un gruppo di lavoro congiunto incaricato di esaminare l’organizzazione dei servizi marittimi, le modalità di gestione del traffico navale e i relativi costi, nel rispetto degli standard internazionali. Pur non configurando ancora un vero e proprio regime internazionale dello Stretto, tali disposizioni introducono un principio destinato ad assumere un rilievo potenzialmente significativo: la sicurezza della navigazione viene concepita come il risultato di una cooperazione tra gli Stati rivieraschi e non più esclusivamente come effetto della presenza militare delle potenze esterne.[9]

Da questo punto di vista, gli sviluppi successivi alla guerra sembrano segnare un mutamento anche sul piano del linguaggio diplomatico. Per molti anni il dibattito internazionale si è concentrato soprattutto sulla possibilità che l’Iran interrompesse il traffico attraverso Hormuz, interpretando il controllo dello Stretto prevalentemente come uno strumento di pressione militare. Le iniziative avviate nel 2026 sembrano invece spostare l’attenzione verso un’altra dimensione: quella dell’amministrazione della navigazione, della fornitura di servizi, del coordinamento della sicurezza marittima e della gestione ordinaria di uno dei principali punti di transito del commercio mondiale.

È in questo quadro che acquista particolare rilievo quanto riportato dal Wall Street Journal, secondo cui i negoziatori iraniani starebbero studiando il modello dei Dardanelli disciplinato dalla Convenzione di Montreux del 1936.[10] Secondo il quotidiano statunitense, l’obiettivo perseguito da Teheran non consisterebbe semplicemente nell’introdurre forme di remunerazione per il transito delle navi, ma nel costruire un sistema stabile di amministrazione dello Stretto comprendente servizi di sicurezza, pilotaggio, assicurazione, tutela ambientale e gestione del traffico marittimo. Si tratterebbe, dunque, di una prospettiva più ampia rispetto alla mera imposizione di tariffe, nella quale il controllo dello Stretto verrebbe progressivamente tradotto in funzioni amministrative e regolatorie.

Naturalmente, le differenze tra Bosforo, Dardanelli e Hormuz restano profonde. La Convenzione di Montreux è il risultato di un trattato multilaterale negoziato tra numerose potenze, mentre gli sviluppi del 2026 si collocano ancora in una fase preliminare e priva di un quadro giuridico compiuto. Tuttavia, il confronto tra le due esperienze appare utile perché consente di cogliere un elemento comune: in entrambi i casi il problema non consiste esclusivamente nel garantire la libertà della navigazione, bensì nel definire quale ruolo debba essere riconosciuto allo Stato rivierasco nella gestione di uno stretto di importanza internazionale.

Se tale evoluzione dovesse consolidarsi, il controllo iraniano su Hormuz cesserebbe di configurarsi esclusivamente come una leva coercitiva di natura militare e assumerebbe progressivamente i caratteri di una funzione istituzionale esercitata nell’ambito di un nuovo equilibrio regionale. È proprio questa possibilità, ancora lontana dall’essere realizzata ma ormai presente nel dibattito diplomatico e strategico, a rendere il precedente della Convenzione di Montreux uno strumento interpretativo particolarmente utile per comprendere gli sviluppi successivi alla guerra del 2026.

 

Hormuz e il nuovo Vicino Oriente multipolare

Se gli sviluppi esaminati nei capitoli precedenti dovessero consolidarsi, le loro conseguenze andrebbero ben oltre il solo regime giuridico dello Stretto di Hormuz. Essi sembrano infatti inserirsi in una trasformazione più ampia dell’ordine regionale vicino-orientale, nella quale il monopolio decisionale esercitato per decenni dalle potenze esterne lascia progressivamente spazio a una maggiore partecipazione degli attori regionali nella gestione della propria sicurezza.

Dalla fine della Guerra fredda fino agli anni più recenti, il Golfo Persico è stato caratterizzato da un assetto nel quale gli Stati Uniti hanno svolto il ruolo di principale garante della sicurezza marittima. La presenza della Quinta Flotta, le operazioni di pattugliamento e le iniziative volte ad assicurare la libertà della navigazione hanno rappresentato i pilastri di un sistema che attribuiva a Washington la responsabilità ultima della stabilità dello Stretto di Hormuz. Gli Stati rivieraschi, pur mantenendo interessi spesso divergenti, partecipavano a tale sistema soprattutto come alleati, partner o destinatari delle garanzie di sicurezza offerte dagli Stati Uniti.

La guerra del 2026 sembra avere incrinato, almeno in parte, questo modello. Gli accordi successivi al conflitto mostrano infatti una crescente tendenza a coinvolgere direttamente gli Stati della regione nella gestione delle questioni riguardanti Hormuz. L’Oman ha assunto un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran, mentre il comunicato congiunto con l’Iran e la costituzione del gruppo di lavoro sulla futura amministrazione della navigazione indicano la volontà di affrontare la sicurezza dello Stretto attraverso strumenti di cooperazione regionale. A ciò si aggiunge il sostegno espresso dal Bahrein al corridoio marittimo predisposto da Mascate per garantire il transito delle navi commerciali durante la fase più delicata della crisi, segnale di una crescente disponibilità delle monarchie del Golfo a partecipare direttamente alla gestione della sicurezza marittima.[11]

Tali sviluppi non autorizzano certamente a parlare di un ritiro degli Stati Uniti dal Golfo Persico. Washington continua a disporre della più importante presenza militare nella regione e resta un attore indispensabile per qualsiasi futuro equilibrio strategico. Tuttavia, il ricorso al negoziato con Teheran e il sostegno ai meccanismi di consultazione promossi dall’Oman sembrano indicare che anche gli Stati Uniti riconoscano la difficoltà di garantire la stabilità dello Stretto prescindendo dal coinvolgimento degli Stati rivieraschi.[12]

Tra questi, l’Iran appare il principale beneficiario del mutamento in corso. Ciò non significa che la Repubblica islamica abbia conseguito una posizione egemonica nel Golfo o che abbia visto accolte tutte le proprie richieste. La guerra ha tuttavia dimostrato che la capacità di incidere sulla sicurezza della principale via di transito energetico mondiale conferisce a Teheran un peso negoziale che difficilmente potrà essere ignorato in futuro. Se fino a pochi anni fa gran parte del dibattito internazionale ruotava attorno alla necessità di impedire all’Iran di esercitare qualsiasi forma di influenza sullo Stretto, gli sviluppi del 2026 sembrano invece suggerire che la questione si stia progressivamente spostando verso un interrogativo diverso: quale ruolo debba essere riconosciuto all’Iran nella futura gestione di Hormuz.

Sotto questo profilo, il caso di Hormuz assume un significato che va oltre la sola dimensione marittima. Esso riflette infatti una tendenza più generale verso una regionalizzazione degli equilibri di sicurezza nel Vicino Oriente, nella quale gli attori locali non si limitano più a subire le decisioni delle grandi potenze, ma partecipano direttamente alla definizione delle nuove regole del gioco. Anche altre potenze interessate alla stabilità delle rotte commerciali, come la Cina e gli Stati europei, sembrano guardare con favore a soluzioni che privilegino la continuità della navigazione e riducano il rischio di nuove crisi, indipendentemente dalla formula istituzionale che verrà eventualmente adottata.

Naturalmente, tale processo rimane incompleto e potrebbe ancora subire arresti o inversioni. Le diffidenze reciproche tra gli attori regionali, le resistenze di una parte della classe politica e degli apparati istituzionali statunitensi e le preoccupazioni israeliane nei confronti di un eventuale riconoscimento del ruolo iraniano costituiscono ostacoli tutt’altro che trascurabili. Ciononostante, gli sviluppi successivi alla guerra del 2026 sembrano indicare che la sicurezza del Golfo Persico non possa più essere interpretata esclusivamente attraverso la tradizionale contrapposizione tra presenza americana e minaccia iraniana.

In questa prospettiva, Hormuz potrebbe trasformarsi nel principale laboratorio del nuovo ordine regionale vicino-orientale. Non perché la competizione strategica sia destinata a scomparire, ma perché la sua gestione sembra orientarsi verso forme di cooperazione nelle quali il ruolo degli Stati rivieraschi appare sempre meno eludibile. Se il precedente di Montreux ha dimostrato che la libertà della navigazione può essere conciliata con il riconoscimento delle prerogative dello Stato rivierasco, gli sviluppi del 2026 suggeriscono che una riflessione analoga potrebbe ormai essere avviata anche per lo Stretto di Hormuz.

 

Conclusioni

L’obiettivo di questo contributo non era sostenere che la guerra del 2026 abbia già prodotto un nuovo regime giuridico dello Stretto di Hormuz, né affermare che una «Convenzione di Hormuz» costituisca un esito inevitabile degli sviluppi diplomatici più recenti. Più modestamente, il saggio si è proposto di verificare se gli eventi successivi al conflitto possano essere interpretati come l’avvio di un processo destinato, almeno potenzialmente, a modificare l’assetto strategico e giuridico di uno dei principali punti di transito marittimo del sistema internazionale.

L’analisi ha mostrato come, accanto al cessate il fuoco, siano emersi elementi che difficilmente possono essere ricondotti a un semplice ritorno allo status quo precedente. Il memorandum tra Stati Uniti e Iran, il comunicato congiunto tra Iran e Oman, il riconoscimento del ruolo degli Stati rivieraschi, l’istituzione di un gruppo di lavoro incaricato di discutere la futura amministrazione della navigazione e, più in generale, il progressivo spostamento del dibattito dalla contrapposizione militare alla gestione della sicurezza marittima sembrano infatti indicare l’apertura di una fase nuova.

Particolarmente significativo appare, in questo contesto, il riferimento riportato dal Wall Street Journal al modello dei Dardanelli disciplinato dalla Convenzione di Montreux del 1936. Indipendentemente dall’esito concreto di tale riflessione, il solo fatto che il precedente degli Stretti turchi venga richiamato nel dibattito relativo a Hormuz testimonia un mutamento della prospettiva con cui viene affrontata la questione. L’attenzione non è più rivolta esclusivamente alla possibilità di impedire all’Iran di influenzare la navigazione, ma anche all’eventuale definizione di un quadro stabile nel quale il ruolo degli Stati rivieraschi possa essere disciplinato e riconosciuto.

Naturalmente, permangono ostacoli considerevoli. A oggi non esiste alcun trattato internazionale paragonabile alla Convenzione di Montreux, né è possibile affermare che si sia già formato un nuovo regime giuridico dello Stretto di Hormuz. Le resistenze politiche, le persistenti tensioni regionali e la complessità degli interessi coinvolti rendono tutt’altro che scontata l’evoluzione delineata in queste pagine.

Ciò nonostante, proprio il confronto con il precedente storico di Montreux suggerisce una riflessione di carattere più generale. I grandi regimi internazionali che disciplinano gli spazi strategici non nascono improvvisamente con la firma di un trattato, ma rappresentano il punto di arrivo di processi politici e diplomatici spesso lunghi e complessi, nei quali gli equilibri di potenza vengono progressivamente tradotti in regole condivise. Da questo punto di vista, gli sviluppi del 2026 potrebbero essere interpretati non come il compimento di una trasformazione, ma come il suo possibile inizio.

Se tale processo dovesse consolidarsi, la guerra del 2026 potrebbe essere ricordata non soltanto come uno dei più gravi confronti militari tra Stati Uniti e Iran, ma come il momento in cui iniziò una progressiva ridefinizione del ruolo degli Stati rivieraschi nella gestione dello Stretto di Hormuz. Un eventuale futuro regime ispirato, almeno nelle sue linee essenziali, alla logica della Convenzione di Montreux non trasformerebbe Hormuz in un equivalente dei Dardanelli né cancellerebbe le profonde differenze tra i due contesti storici e giuridici. Esso rappresenterebbe, piuttosto, il simbolo di una trasformazione più ampia dell’ordine regionale: il passaggio da uno Stretto la cui sicurezza era garantita prevalentemente dalla potenza navale americana a un’infrastruttura strategica amministrata attraverso un nuovo equilibrio regionale, nel quale l’Iran, insieme agli altri Stati rivieraschi, venga riconosciuto come interlocutore indispensabile. È questa, più che la prospettiva di una futura «Montreux di Hormuz», la principale questione geopolitica che la crisi del 2026 sembra avere posto all’attenzione della comunità internazionale.


NOTE

[1] Reuters, US strikes Iran in response to attack on cargo ship in Strait of Hormuz, 26 giugno 2026.

[2] Islamabad Memorandum of Understanding between the United States of America and the Islamic Republic of Iran, giugno 2026 (richiamato nel comunicato congiunto Oman-Iran del 23 giugno 2026).

[3] Ministero degli Affari Esteri del Sultanato dell’Oman, Oman and the Islamic Republic of Iran Issue a Joint Statement, Mascate, 23 giugno 2026.

[4] Convention Regarding the Regime of the Straits, Montreux, 20 luglio 1936.

[5] Convention Relating to the Regime of the Straits, allegata al Trattato di Losanna, 24 luglio 1923.

[6] Harry N. Howard, The Problem of the Turkish Straits, Department of State Bulletin, 1947.

[7] Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, Montego Bay, 10 dicembre 1982.

[8] Ministero degli Affari Esteri del Sultanato dell’Oman, Oman and the Islamic Republic of Iran Issue a Joint Statement, Mascate, 23 giugno 2026.

[9] Reuters, Oman and Iran pursue talks on managing navigation in Strait of Hormuz, 23 giugno 2026.

[10] The Wall Street Journal, Iran Plans to Make Billions in Fees From Reopening the Strait of Hormuz, giugno 2026.

[11] Middle East Eye, Bahrain foreign minister welcomes Oman corridor for safe passage through Hormuz, 27 giugno 2026.

[12] Reuters, Oman and Iran pursue talks on managing navigation in Strait of Hormuz, 23 giugno 2026; Reuters, US strikes Iran in response to attack on cargo ship in Strait of Hormuz, 26 giugno 2026.


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