La Camera dei rappresentanti libica di Tobruk/Bengasi (Libia orientale) ha approvato nei giorni scorsi l’accordo di delimitazione marittima sottoscritto dal governo di accordo nazionale libico con la Turchia nel 2019, e ciò malgrado le esplicite obiezioni dell’Unione Europea, della Grecia e di Israele. È da notare che nel 2020 la stessa Camera della Libia orientale si era espressa contro il memorandum/accordo stipulato l’anno precedente, e che ora – a sette anni di distanza – la Camera di rappresentanza ha all’unanimità annullato la precedente decisione e adottato invece gli accordi definiti con quel memorandum.

Nel corso degli ultimi sette anni la diplomazia turca ha minuziosamente perseguito l’obiettivo moltiplicando i contatti coi responsabili politici e militari delle due parti della Libia, in una prospettiva di riunione del Paese. Parallelamente, Grecia e Unione Europea – di concerto con Israele e anche con l’Egitto – non hanno lesinato gli sforzi per bloccare l’accordo marittimo, che reintroduceva Ankara sulla scena del Mediterraneo. Nel giugno 2025, ad esempio, la UE aveva sostenuto che l’accordo in questione minacciava i diritti sovrani di Stati terzi, nei confronti dei quali non poteva produrre effetti giuridici. La diplomazia turca aveva opportunamente replicato sottolineando che il memorandum era conforme al diritto internazionale, ed ora la ratifica dell’assemblea libico-orientale rafforza tale posizione. Il generale Haftar e suo figlio Saddam da nemici dichiarati della Turchia sono diventati suoi alleati importanti; protagonista di questa evoluzione è certamente stato Ibrahim Kalın, capo dei servizi di Ankara, che ha tenuto con grande attenzione e sensibilità i rapporti con le due parti libiche, favorendo – come abbiamo accennato – il dialogo in vista di una possibile riunificazione nazionale.

Il grande perdente dell’accordo è a quanto pare Israele, il cui piano prevede l’estromissione della Turchia dal Mediterraneo e i buoni uffici nei suoi confronti della Grecia – e della Cipro greca. Ora la ridefinizione delle ZEE (Zone Economiche Esclusive) fra Libia – l’intera Libia, a questo punto – e Turchia rafforza quest’ultima e incrina i progetti energetici israeliani nell’area. Le due Cipro, Israele, la Palestina, l’Egitto, il Libano e la Turchia rivendicano diritti sulle stesse acque, in una situazione particolarmente complessa e divenuta di grande importanza dopo la scoperta dei giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo e la progettazione di infrastrutture sottomarine, quali i cavi di trasmissione degli idrocarburi.

La stampa occidentale, compresa naturalmente quella italiana, tende a presentare Ankara come ostile all’Europa, quasi non fosse invece il contrario, da un quarto di secolo a questa parte. Il giornale della Confindustria, ad esempio, parla di “blitz della Turchia per diventare esattore della sovranità UE nel dopo Hormuz”; l’obiettivo sarebbe quello di “bloccare i corridoi energetici e di merci dal Medio Oriente diretti all’Europa”. Il giornale sentenzia che “l’UE non riconosce in alcun modo tale risoluzione e sia Libia che Turchia ne erano preventivamente informati. Dunque è chiaro che Ankara si muove consapevolmente in direzione opposta per provare ad appropriarsi delle risorse sottostanti, per evitare che Grecia, Cipro, Egitto sviluppino corridoi logistici ed energetici senza coinvolgere la Turchia”. “In pratica – aggiunge con sicumera il quotidiano confindustriale – la Turchia sta avviando un boicottaggio preventivo (…) tenta di intervenire a gamba tesa, e lo fa con questo accordo libico sulle ZEE, per limitare i margini di manovra di Exxon Mobile e Chevron nello sviluppare infrastrutture Gnl con Atene”. Conclusione: “Non c’è solo la Russia che interferisce con la sovranità europea. La Turchia è più attiva che mai”.

Non una parola, qui come altrove, sul ruolo di Tel Aviv, sulla strategia mediterranea israeliana, fra le tante banalità tendenti ad accreditare l’idea di una Turchia nemica della sovranità europea, e non invece rifiutata da un’Unione Europea che ha perso in realtà ogni briciolo di sovranità.

Tutto ciò favorisce scelte consequenziali di Ankara, seppure talvolta improntate a contraddizioni sullo scenario geopolitico: il 26 ottobre a Tehran si sono riuniti delegati di Turchia, Iran, Pakistan e Arabia Saudita, per affrontare i temi della sicurezza regionale, delle attività israeliane, della Palestina e del Libano. Il presidente iraniano Pezeshkian ha auspicato l’unità dei Paesi musulmani e tutti i partecipanti (Pezeshkian e il ministro degli Esteri Araghchi per l’Iran, Ibrahim Kalın per la Turchia, il ministro della Difesa saudita e il capo di stato maggiore dell’esercito pakistano) hanno convenuto di ritrovarsi per proseguire gli incontri in questo senso; nasce dunque un inedito quadrilatero di forze che assume notevole importanza in un momento di grande preoccupazione per l’aggravarsi della politica guerrafondaia e irresponsabile di Stati Uniti e Israele. Per la prima volta da gran tempo, potenze musulmane scelgono di parlarsi direttamente; per quanto riguarda la Turchia, il suo ruolo di mediatore credibile – grazie in particolare all’opera irrinunciabile di Ibrahim Kalın – viene confermato, così come nel caso della Libia. Va ancora sottolineato che l’agenda dei lavori ha compreso e comprenderà Palestina e Libano: ora queste nazioni martoriate attendono atti che seguano alle dichiarazioni, atti magari limitati, ma in grado di suscitare concrete speranze.


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