Introduzione

In questo contributo si cercherà di esaminare l’attuale situazione di conflitto nel Vicino Oriente dal punto di vista degli aggressori (soprattutto degli Stati Uniti). In altri termini, si analizzeranno le motivazioni ideologiche, culturali, religiose e geopolitiche che hanno portato l’amministrazione USA, per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, a scatenare un attacco contro un’entità statuale dotata di solide e radicate istituzioni, con un ampio sostegno popolare, con un esercito ben addestrato ed equipaggiato, con capacità tecnologiche avanzate che si compenetrano con una precisa dottrina militare (offesa asimmetrica e difesa a mosaico e/o su più linee), con milizie rigidamente inquadrate sul piano della dottrina (si pensi, ad esempio, alla vocazione sciita al martirio che rende sostanzialmente impossibile ogni forma di resa senza lotta). Appare chiaro che tanto la Corea quanto il Vietnam, o l’Iraq di Saddam Hussein (già distrutto da conflitti precedenti e regimi sanzionatori) non rientrano in questo quadro descrittivo. Leggermente diverso è il discorso per l’ex Jugoslavia. Anche in questo caso il Paese arrivava da anni di guerre e secessioni. Tuttavia, la pesante campagna di bombardamenti NATO non riuscì a sortire gli effetti militari sperati, e solo le pressioni russe riuscirono a far accettare a Belgrado una soluzione compromissoria.

In particolare, si cercherà di mostrare come gli Stati Uniti, pur essendo tradizionalmente isolazionisti in politica estera (dal 1787 non esiste un Segretario agli Affari Esteri, ma solo un Segretario di Stato), rimangono interventisti sul piano morale. Un “interventismo morale” costante, che inevitabilmente prende le vie della geopolitica. Gli Stati Uniti, in questo senso, si pongono come la prefigurazione di una riduzione del mondo all’unità attraverso l’imposizione dello spirito biblico-puritano traslato in termini tecnico-analitici (il messianismo tecnologico di Peter Thiel, già citato nell’articolo Geopolitica del caso Epstein, pubblicato sul sito di “Eurasia” in data 13 febbraio 2026).

Tale interventismo morale, di fatto, non è dettato da una nietzschiana volontà di potenza, ma dalla volontà di porre fine alla storia, assoggettando ogni popolo al proprio volere (soprattutto economico). Lo statunitense, tuttavia, non riesce a comprendere che molti popoli desiderano semplicemente rimanere se stessi e conservare la propria sovranità. Anzi, addirittura inorridisce quando qualcuno rifiuta i suoi  “irresistibili” doni di civiltà o di immaginaria prosperità.

Si è detto che l’idea di una superiorità morale (che non ha alcun riscontro nella realtà) ha una chiara origine religiosa o pseudo tale; l’americano, così come ha assoggettato la natura grazie alla “Provvidenza”, si sente in diritto di assoggettare tutti gli uomini per trasformarli e utilizzarli a proprio piacimento. Però, così facendo, paradossalmente, la sua politica estera (la politica estera degli Stati Uniti) diventa corollario della sua particolare forma teologica. Un paradosso proprio perché, a fronte di un regime definito a più riprese come “teocratico” che agisce sul piano internazionale in modo del tutto “realista”, i due egemoni dell’Occidente (USA e Israele) operano ispirati da slanci puramente escatologici. In conclusione, ed alla luce di queste riflessioni, si cercherà anche di fornire un quadro militare della situazione e della sua potenziale evoluzione.

 

Un imperialismo senza “imperium

Giorgio Locchi ed Alain de Benoist, in un libro a quattro mani dall’emblematico titolo Il male americano, hanno definito la forma espansionista statunitense, priva di un principio spirituale superiore e di un principio informatore ed organizzatore, come l’esatto contrario di un vero potere imperiale: ovvero, un imperialismo senza imperium[1]. Questo perché, dove il potere statunitense si impianta, i popoli vengono “deculturati”, perdono la loro identità e subiscono una forma di subdolo genocidio. Gli Stati Uniti, in questo senso, sarebbero una entità antistorica e antipolitica, il cui successo deriva essenzialmente dall’essere la “Nazione” più tecno-mercantilista nel momento più commerciale e tecnico della storia globale.

Più che di antipolitica, sarebbe corretto parlare di una concezione puerile della politica, che spesso raggiunge forme patologiche se non addirittura schizofreniche (si pensi al fenomeno Qanon). Una concezione puerile che, naturalmente, comporta la totale assenza di spirito critico ed è il prodotto di una cultura quasi esclusivamente tecnico-analitica. Il capolavoro della letteratura americana, Moby Dick di Herman Melville, è in larga parte una spiegazione di come si ottiene il prezioso (per l’epoca) olio di spermaceti dalle balene, cui si alternano rimandi biblici.

Di fatto, questa commistione tra elementi tecnici e religiosi ha portato Carl Gustav Jung a definire l’America come uno “strano meticciato della psiche e dello spirito” in cui la religione fa da sfondo al dato economico, ed in cui l’economia diventa la vera ragione dietro l’azione militare. Ciò che spesso viene frainteso, infatti, è che il cosiddetto complesso militare-industriale non è una estensione dell’esercito sul piano economico, ma un’estensione dell’industria e del commercio nel settore militare. Quello americano, a differenza di quanto si crede e nonostante due secoli e mezzo di conflitti senza interruzione, non è un popolo guerriero. Per gli Statunitensi la guerra è semplicemente un sostegno all’economia, che trova nella loro particolare forma religiosa la sua giustificazione.

Nel 1842 John Quincy Adams (Presidente USA dal 1825 al 1829) dichiarò a proposito delle Guerre dell’oppio: “L’obbligo morale di procedere a scambi commerciali fra nazioni è fondato sul precetto cristiano che ci chiede di amare il prossimo come noi stessi. Ma siccome la Cina non è una Nazione cristiana, i suoi abitanti non si sentono impegnati dal precetto cristiano di amare il prossimo come se stessi. Il loro regime è arcigno e antisociale. Il principio fondamentale dell’impero cinese è anticommerciale […] è giunto il momento di mettere termine a questa enorme offesa ai diritti della natura umana e al primo diritto delle nazioni”[2].

Una simile impostazione, più o meno un secolo più tardi, è stata riproposta dal senatore Wayne Morse, il quale dichiarò candidamente che i principi religiosi dell’America devono essere applicati anche sul piano della politica estera. Negli anni ’30 del XX secolo, invece, il giurista tedesco Carl Schmitt aveva messo in evidenza le linee geopolitiche lungo le quali si sarebbe concretizzata una forma di imperialismo economico su basi morali e religiose: “Un imperialismo dalle basi economiche cercherà naturalmente che sulla terra si avveri uno Stato nel quale esso possa liberamente applicare i suoi mezzi economici di potenza, come chiusura dei crediti, blocco delle materie prime, distruzione della valuta straniera ecc. […] Esso considererà violenza extraeconomica gli sforzi di un popolo o di un altro gruppo di uomini per sottrarsi agli effetti di questi pacifici metodi. Infine, un tale imperialismo dispone anche dei mezzi tecnici per l’uccisione fisica violenta, di armi moderne tecnicamente perfette, che sono state rese di tanta inaudita utilità con tanta spesa di capitali e di intelligenza, certo per venir realmente usate in caso di necessità. Ma per tale applicazione si va formando un nuovo vocabolario, essenzialmente pacifico che non conosce più la guerra, ma solo esecuzioni, sanzioni, spedizioni punitive, pacificazione, polizia internazionale, misure per assicurare la pace […] L’avversario non si chiama più nemico, ma in compenso esso viene posto come perturbatore della pace, fuori dalla legge e dall’umanità. Una guerra per conservare ed ampliare posizioni di potenza economica deve essere elevata, con gran spesa di propaganda aizzante col racconto di atrocità commesse dall’avversario, a crociata ed ultima guerra dell’umanità”[3].

Ognuna di queste citazioni può tranquillamente essere applicata alla contemporaneità. Per quanto concerne Quincy Adams basterà sostituire la Cina con l’Iran. Schmitt, a sua volta, fornisce sul piano teorico i meccanismi attraverso il quale agisce, anche attualmente, la forma imperialistica economico-morale. Questi si ritrovano in ciò che il politologo nordamericano John Mearsheimer (neppure lui estraneo al modello esclusivamente analitico del pensiero d’Oltreoceano) ha definito come la prassi tradizionale della “rivoluzione colorata”. Questa si sviluppa in quattro passaggi: 1) destabilizzazione economica del rivale, 2) proteste della popolazione ed infiltrazione delle stesse, 3) pesante campagna di disinformazione volta a giustificare un eventuale intervento, 4) azione militare presentata come intervento “morale” o come “male necessario”. 

Non a caso, Donald J. Trump ha descritto l’aggressione all’Iran proprio in questi termini. Senza di essa, a suo dire, si sarebbe presto scatenata una nuova guerra mondiale (sic!). Inoltre, con un attacco preventivo, avrebbe a sua volta evitato un attacco preventivo iraniano (cosa totalmente priva di riscontro nella realtà) e la costruzione di armi nucleari da parte di Teheran. Ciò si scontra con la proclamazione di “vittoria clamorosa” dopo la fine della cosiddetta “guerra dei 12 giorni, quando lo stesso Presidente USA dichiarò di aver distrutto il programma nucleare iraniano.

Va da sé che gli Stati Uniti, nel corso della loro storia, hanno spesso fatto ricorso al “male necessario”: la condanna religiosa dell’uso di alcolici cui fece seguito la diffusione scientifica dell’alcolismo tra i nativi (strategia utilizzata successivamente anche con la diffusione dell’eroina nelle periferie abitate da afroamericani), oppure l’utilizzo dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki.

Anche la retorica della “vittoria” (proclamata dall’amministrazione Trump sin dal primo giorno di attacco all’Iran) è assolutamente connaturata allo “spirito” americano. Max Weber affermava che le qualità di una guida politica dovrebbero essere la passione, il senso di responsabilità e di intuizione. Per il pubblico statunitense, invece, la guida deve essere un venditore di felicità, di benessere reale o almeno illusorio (si pensi alla retorica trumpista sulla “nuova età dell’oro”). Gli Stati Uniti non amano i “migliori”, ma amano i “vincenti”, reali o ipotetici che siano, e gli uomini che si sono fatti da soli. Altro aspetto che nasconde sfumature pseudoreligiose, facilmente riscontrabili nel celebre libro di Bruce Barton The man nobody knows (1925), in cui Gesù Cristo viene trasformato nel prototipo dell’uomo d’affari illuminato (“colui che tutta Gerusalemme voleva avere a cena”), ed in cui la libera iniziativa privata viene considerata alla stregua di un qualcosa voluto espressamente da Dio.

Un altro aspetto da tenere a mente è quello del contrasto fra tendenze isolazioniste e interventiste sempre più palese all’interno di questa amministrazione, ma caratteristico dell’intera storia americana e fondamentale anche per intuire come si evolverà l’attuale fase di conflitto. A questo proposito bisogna riconoscere che le due tendenze sono un po’ le due facce di una stessa medaglia. Questa idea venne ben espressa da un altro politologo nordamericano, William Cullen Dennis (1878-1962), il quale, sottolineando la fortuna di possedere una posizione geografica invidiabile (che consente l’isolamento qualora necessario, ma soprattutto una sostanziale inattaccabilità), scrisse: “Dato che Dio ci ha favorito, abbiamo il diritto di cercare di fare in modo che le altre Nazioni si sottomettano alla nostra volontà”[4].

Di fatto, la tendenza isolazionista si presenta come sempre funzionale all’intervento quando vi è la possibilità di trarre vantaggi economici e strategici. Gli USA intervennero nel 1917 solo quando furono certi che nessuna potenza europea sarebbe uscita realmente vincitrice dal conflitto. Non solo, per tutti gli anni ’30 del secolo scorso continuarono a mantenere buoni rapporti con la Germania nazionalsocialista. Nel 1938, su richiesta statunitense, Berlino ritirò il sostegno al German American Bund diretto da Fritz Kuhn: una sorta di lobby/partito politico che raggruppava cittadini statunitensi di origine tedesca simpatizzanti del nazismo. Ancora nel 1941, la maggioranza della popolazione USA era contraria ad un intervento nel conflitto, e solo l’evento di Pearl Harbor modificò l’opinione pubblica interna.

 

L’ultima guerra degli Stati Uniti

Si è fatto riferimento in precedenza alla cultura espressamente “analitica” degli Stati Uniti. Ciò traspare con evidenza anche nelle stucchevoli elencazioni degli obiettivi colpiti in Iran durante le conferenze stampa del Dipartimento alla Guerra. Anche questo, ovviamente, rientra nel meccanismo di proiezione di una immagine di vittoria completa e progressiva, che però non sembra avere un riscontro concreto per almeno una serie di motivi: 1) la superiorità aerea e tecnologica non sempre rappresenta un elemento determinante nella vittoria di un conflitto (si pensi al caso emblematico del Vietnam); 2) gli Stati Uniti, nel corso della loro storia, non sempre hanno combattuto guerre con l’obiettivo di vincerle (talvolta, l’obiettivo era semplicemente la destabilizzazione di una particolare area geografica, oppure ostacolare l’estensione della sfera di influenza di un potenziale rivale); 3) i vertici politici USA sembrano operare seguendo un preciso copione a prescindere dallo stallo strategico, se non dalla “sconfitta strategica” per quanto concerne la situazione nello Stretto di Hormuz (almeno al momento). 

L’obiettivo, per quanto riguarda questo ultimo punto, è quello di garantirsi una immagine di vittoria per porsi al tavolo negoziale con la Repubblica Popolare Cinese in una posizione di forza. L’incontro tra Donald J. Trump e Xi Jinping si sarebbe dovuto svolgere entro la fine del mese di marzo; tuttavia il Presidente USA sembra intenzionato a rinviarlo. In questo senso, è abbastanza paradossale che alle reiterate dichiarazioni di vittoria da parte di Washington facciano da contraltare richieste di aiuto per risolvere la chiusura dello Stretto da parte della Repubblica Islamica, con il passaggio esclusivo solo per le petroliere battenti bandiera russa, cinese, pakistana o indiana. 

Più trascorrono le settimane, più Stati Uniti ed Israele sembrano essere finiti in un vicolo cieco militare e strategico dal quale difficilmente potranno uscire indenni. Oltre ad aver fallito nello spingere verso un cambio di regime (nonostante la campagna ancora in corso, per quanto infruttuosa, di assassinii mirati), gli Stati Uniti si ritrovano con le proprie infrastrutture militari regionali semidistrutte, sotto costante attacco, e con “alleati” d’area che guardano con sempre maggiore sospetto alle loro azioni. La capacità di lancio missilistica da parte dell’Iran è stata sì danneggiata, ma la sua efficacia rimane quasi inalterata, mentre Israele si trova sotto una pressione politico-militare (cui si aggiungono gli enormi rischi di una nuova campagna di terra in Libano) mai subita prima d’ora. Anche il governo Netanyahu (arbitro tra le tendenze più estremiste e fanatiche della società israeliana) appare in notevole difficoltà, nonostante la strettissima censura sui danni riportati dalle infrastrutture civili e militari (il confine tra civile e militare nella società coloniale israeliana è comunque assai labile).

È altresì ormai chiaro che gli Stati Uniti hanno perso il conflitto informativo su questo conflitto sin dal primo giorno. Non solo per la “triste coincidenza” che ha spinto Washington ad attaccare a poche settimane dalla diffusione dei documenti legati al “caso Epstein”, che hanno mostrato la terribile spirale corruttiva e decadente delle sue istituzioni; ma, soprattutto, perché il primo giorno di guerra è coinciso con il martirio della Guida Suprema Ali Khamenei (la più importante autorità religiosa dell’Islam sciita, con l’ayatollah iracheno al-Sistani) e con la strage di Minab, nella quale hanno perso la vita, sotto i bombardamenti degli “alleati”, oltre 160 ragazze. Non meno evidente il fatto che gli stessi “alleati” hanno sottovalutato il potenziale di risposta iraniano, anche perché nelle occasioni precedenti Teheran non aveva dato segni di poter infiammare l’intera regione con la sua rappresaglia.

Diverso è il discorso per ciò che concerne Israele. Quest’ultimo non ha mai pensato di dover fornire una giustificazione ad uso del pubblico internazionale per la sua nuova aggressione, a prescindere da quelle di circostanza sulla “liberazione del popolo iraniano dalla tirannia”. In Israele prevalgono infatti i temi veterotestamentari tratti dal libro di Ester (con l’enfasi sull’eccidio dei nemici persiani dei giudei) o l’idea, ancor più allucinata, che un eventuale rischio esistenziale per Israele possa portare Dio a compiere una sanguinosa vendetta sui suoi nemici ed accelerare l’era messianica (un’idea condivisa dal sionismo cristiano nordamericano).

Ad ogni modo, un conflitto che avrebbe dovuto rafforzare la posizione degli USA nei confronti della Cina e quella di Israele come egemone regionale si sta rapidamente ritorcendo contro i due aggressori. Gli Stati Uniti, in particolare, non sembrano avere reali soluzioni che possano giustificare una dichiarazione di vittoria, se non quella di un’ulteriore recrudescenza conflittuale, la quale richiederebbe anche un nuovo “incidente” volto a giustificare uno sforzo anche maggiore in termini di uomini e mezzi. L’opzione dell’aggressione via terra, tuttavia, rimane ad oggi impraticabile, soprattutto per gli eventuali costi economici ed in termini di perdite. Il passaggio “obbligato” via Iraq è bloccato dalla presenza nel Sud del Paese arabo dalla presenza di diverse milizie filoiraniane, prodotto di quella che è stata chiamata in altre sedi come “dottrina Soleimani”. (Chi scrive ha sostenuto che l’assassinio del generale Soleimani, sul piano strategico, ha rappresentato una perdita maggiore per l’Iran rispetto al martirio di Khamenei). A Nord e ad Ovest, l’opzione è andata incontro allo scarso desiderio di Curdi ed Azeri di lasciarsi coinvolgere in un conflitto potenzialmente disastroso per entrambi. In questo senso rimane ancora impressa la lezione del gruppo terroristico del MeK (i Mujahedin-e Khalq), che sul finire della guerra Iran-Iraq lanciò, dal territorio iracheno, una vera e propria invasione dell’Iran, anche con l’obiettivo di scatenare una rivolta interna contro la Repubblica Islamica. Ma l’operazione, denominata “Luce Eterna”, si risolse in un fallimento totale.

A ciò si aggiunga che il territorio iraniano, montuoso o desertico, rende difficoltosi eventuali attacchi terrestri in profondità. L’ultima reale invasione subita dall’Iran risale all’Operazione Countenance del 1941, quando Gran Bretagna ed Unione Sovietica attaccarono il Paese con l’obiettivo di rovesciare un sovrano percepito come troppo ambiguo nei confronti della Germania e di garantire alla stessa URSS aiuti via terra nel suo sforzo bellico contro Berlino. Tuttavia, in quell’occasione, l’esercito iraniano si arrese quasi senza combattere. 

Decisamente più praticabile (e vendibile sul piano della propaganda) è l’idea di impossessarsi di alcune isole strategiche nel Golfo Persico ed in prossimità dello Stretto di Hormuz per garantire la riapertura dello stesso al traffico petrolifero. L’isola di Kharg, strategica per l’industria petrolifera iraniana, è già stata presa di mira da attacchi aerei. Un discorso a parte lo meritano le isole Tunb ed Abu Musa. Queste vennero annesse all’Iran dallo Shah nel 1971, quando gli Emirati Arabi Uniti ottennero formale indipendenza dalla Gran Bretagna. Londra avrebbe indubbiamente preferito che le isole rimanessero sotto sovranità araba, ma venne colta di sorpresa dalla rapidità dell’azione iraniana ed il fatto che Teheran era uno dei principali alleati dell’Occidente non la disturbò più di tanto (il Regno Unito ha continuato a vendere sistemi di difesa all’Iran fino al 1979).

Queste isole, di fatto, sono fondamentali per il controllo sullo Stretto. Saddam Hussein, negli anni ’80, ha continuato a rivendicarne il possesso per la “Patria araba” nel contesto di quella guerra contro l’Iran che egli definiva nei termini di una nuova Qadisiyya (dal nome della battaglia del 636 d. C. in cui gli Arabi sconfissero i Sasanidi).

Ora, la storia militare statunitense è ricca di operazioni miste anfibie/terrestri. Tuttavia, l’innovazione tecnologica dei sistemi d’arma non consente più (o rende molto più complesse) un certo tipo di azioni costruite su sbarco via mare e occupazione di un determinato territorio. Difficile pensare che l’Artesh e le Guardie Rivoluzionarie possano difendere le isole ad oltranza (come fatto dai Giapponesi ad Iwo Jima, ad esempio), per il semplice fatto che non sarebbe necessario. Una simile operazione, infatti, incorrerebbe in enormi rischi: le navi USA diverrebbero facili obiettivi, mentre le isole, qualora le truppe nordamericane riuscissero ad impossessarsene, diverrebbero a tutti gli effetti un poligono di tiro per l’azione di droni kamikaze e missili balistici dall’Iran continentale.

Una soluzione negoziale sembra altresì assai lontana, sia perché Stati Uniti e Israele, per ben due volte, hanno aggredito l’Iran nel corso di colloqui formali tra le parti, sia perché le richieste odierne dell’Iran (garanzie di sicurezza e riparazioni che richiederebbero la fine del regime sanzionatorio) sono inaccettabili per Washington e Tel Aviv, che accettandole riconoscerebbero la propria sconfitta. Dunque, il conflitto andrà avanti o fino alla capitolazione dell’Iran o fino al logoramento dei suoi avversari. E con la prosecuzione del conflitto aumentano le possibilità di un suo allargamento ed aumenta il rischio che Israele possa giocare sporco: come previsto dall’Opzione Sansone, Tel Aviv potrebbe utilizzare il suo arsenale nucleare qualora la situazione dovesse peggiorare.

In conclusione, quella per gli Stati Uniti si presentava come una semplice manifestazione di potenza agli occhi del mondo sta scivolando verso una forma conflittuale sempre più aspra, alla quale entrambi gli aggressori erano impreparati. Gli Stati Uniti si giocano la loro già compromessa credibilità internazionale, ed il rischio che questa si trasformi nella loro guerra “ultima” va di pari passo con le espressioni sempre più deliranti dei loro vertici politici.


NOTE

[1]A. de Benoist – G. Locchi, Il male americano, LEDE 1978, p. 143.

[2]Cit. in Il male americano, ivi cit., p. 62.

[3]C. Schmitt, Principi politici del nazionalsocialismo, Sansoni Editore, Firenze 1935, pp. 98-99.

[4]Contenuto in AA.VV., The American journal of international law, vol. 57, n. 1/1963), pp. 85-87.


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Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).