Alla vigilia delle elezioni legislative del 27 ottobre, Israele si trova ad affrontare una fase di particolare incertezza politica, nella quale la frammentazione del quadro parlamentare si intreccia con le conseguenze delle guerre combattute negli ultimi tre anni e con la possibilità di un nuovo confronto militare con l’Iran. La competizione elettorale non riguarda soltanto la permanenza al potere di Benjamin Netanyahu, ma investe la capacità del sistema politico israeliano di esprimere una maggioranza stabile e, soprattutto, di definire una strategia capace di tradurre i risultati militari in obiettivi politici durevoli. Le tensioni tra la dirigenza politica e i vertici delle forze armate, emerse con particolare evidenza negli ultimi giorni, rendono ancora più delicato un passaggio elettorale il cui esito rimane incerto.

Le rilevazioni demoscopiche pubblicate nel corso di ottobre restituiscono un quadro tutt’altro che uniforme. Secondo un sondaggio realizzato da Lazar Research in collaborazione con Panel4All e pubblicato da Ma’ariv il 16 ottobre, il partito Yashar dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot avrebbe ottenuto 21 seggi, contro i 18 attribuiti al Likud di Netanyahu. I due principali schieramenti si sarebbero attestati entrambi intorno ai 51 deputati, mentre le liste arabe avrebbero conquistato complessivamente circa 14 seggi. Nella stessa rilevazione, il 48 per cento degli intervistati indicava Eisenkot come il candidato più adatto alla carica di primo ministro, contro il 41 per cento favorevole a Netanyahu. Inoltre, il 55 per cento dichiarava di preferire un governo di unità nazionale a un’eventuale ripetizione delle elezioni.[1] Altri sondaggi hanno tuttavia restituito rapporti di forza differenti, confermando quanto sia difficile ricavare una previsione attendibile da una singola rilevazione.

Il problema fondamentale riguarda la particolare struttura del sistema parlamentare israeliano. La Knesset è composta da 120 deputati e la formazione di una maggioranza richiede il sostegno di almeno 61 parlamentari. La soglia elettorale del 3,25 per cento, inoltre, può produrre conseguenze considerevoli sulla distribuzione dei seggi, soprattutto quando diversi partiti minori si collocano in prossimità di tale limite. Una formazione che non riesca a superarlo può sottrarre al proprio schieramento un numero di voti sufficiente a compromettere la costruzione di una maggioranza. Per questa ragione, la consistenza del partito più votato non determina necessariamente la possibilità di formare un governo.[2]

La difficoltà appare particolarmente evidente nel campo delle forze che intendono sostituire Netanyahu. L’opposizione comprende esponenti provenienti da tradizioni politiche differenti, accomunati dalla volontà di porre fine all’attuale esperienza di governo, ma divisi su questioni decisive. Avigdor Lieberman, dirigente di Yisrael Beiteinu, ha escluso la partecipazione a una coalizione comprendente i partiti arabi o quelli ultraortodossi, respingendo anche l’ipotesi di sostenere dall’esterno un governo di minoranza. Questa posizione restringe sensibilmente le possibilità di costruire una maggioranza alternativa, soprattutto qualora i seggi conquistati dalle liste arabe risultassero indispensabili. Lieberman ha invece lasciato aperta la prospettiva di un’intesa con esponenti del Likud disposti a separare il proprio futuro politico da quello di Netanyahu.[3]

La questione dei partiti ultraortodossi introduce un’ulteriore complicazione. Aryeh Deri, dirigente di Shas, ha dichiarato il 14 ottobre che il proprio partito non sosterrà alcun governo disposto a mantenere irrisolta la condizione degli studenti delle yeshivot, le scuole religiose ebraiche, rispetto agli obblighi del servizio militare. Una posizione analoga è stata espressa da United Torah Judaism. La controversia, che accompagna da anni la vita politica israeliana, ha assunto un’importanza crescente in seguito al prolungamento delle operazioni militari e alle difficoltà incontrate dalle forze armate nel soddisfare il proprio fabbisogno di personale. L’esenzione dalla leva non rappresenta soltanto una rivendicazione religiosa, ma investe il problema della distribuzione degli obblighi e dei sacrifici tra i diversi settori della società.[4]

La contrapposizione tra i partiti ultraortodossi e le formazioni favorevoli a un ampliamento della coscrizione rende quindi difficili accordi che, sul piano strettamente numerico, potrebbero apparire praticabili. Analogamente, il rifiuto di Lieberman di dipendere dal sostegno dei deputati arabi potrebbe impedire la costituzione di una maggioranza contraria a Netanyahu. Ne deriva una situazione nella quale la debolezza elettorale del primo ministro non si traduce automaticamente nella possibilità di sostituirlo. La frammentazione del campo avversario potrebbe consentirgli di conservare un ruolo centrale anche in presenza di un ridimensionamento del Likud.

L’incertezza elettorale si accompagna a una crisi di fiducia che affonda le proprie radici negli avvenimenti del 7 ottobre 2023. L’attacco condotto da Hamas contro il territorio israeliano ha rappresentato uno dei più gravi fallimenti degli apparati di sicurezza dello Stato, aprendo una controversia sulle responsabilità politiche, militari e informative che non si è ancora conclusa. Netanyahu ha cercato di distinguere le responsabilità del governo da quelle dei servizi di sicurezza, mentre diversi esponenti degli apparati hanno contestato la ricostruzione del primo ministro. La disputa non riguarda soltanto quanto accaduto nelle ore immediatamente precedenti l’attacco, ma anche la valutazione degli avvertimenti ricevuti nei mesi anteriori.

Particolarmente significativa è la causa per diffamazione presentata il 14 ottobre dall’ex direttore dello Shin Bet, Ronen Bar, che ha chiesto a Netanyahu un risarcimento di tre milioni di shekel. Bar contesta le dichiarazioni del primo ministro secondo cui avrebbe conosciuto i segnali di un attacco imminente senza informarlo. Nella documentazione presentata, l’ex responsabile del servizio di sicurezza interno sostiene di aver trasmesso avvertimenti attraverso i canali istituzionali competenti e di aver richiamato ripetutamente l’attenzione sui rischi derivanti dal deterioramento della situazione interna. Netanyahu respinge queste affermazioni e sostiene che Bar avrebbe dovuto contattarlo direttamente. Le rispettive ricostruzioni rimangono controverse, ma il contenzioso dimostra quanto profondamente la questione delle responsabilità del 7 ottobre continui a dividere la dirigenza israeliana.[5]

La crisi investe anche il significato politico delle operazioni militari condotte successivamente. L’operazione nella Striscia di Gaza, il confronto con Hezbollah in Libano e gli scontri con l’Iran hanno modificato il quadro strategico regionale senza eliminare le principali questioni che avevano contribuito alla sua instabilità. A Gaza, in particolare, la discussione riguarda non soltanto il disarmo di Hamas, ma anche la futura amministrazione del territorio, le condizioni di un eventuale ritiro israeliano e la possibilità di costruire un ordinamento politico capace di evitare la ripresa delle ostilità. Le divergenze tra Netanyahu e Washington sul piano americano per la Striscia hanno mostrato come persino tra alleati permangano contrasti sui tempi e sulle condizioni di una sistemazione successiva alla guerra.[6]

A questo si aggiunge la situazione in Cisgiordania, dove l’espansione degli insediamenti e le violenze dei coloni contribuiscono ad aggravare le tensioni con la popolazione palestinese e le difficoltà diplomatiche di Israele. La questione palestinese, lungi dall’essere stata superata dalle operazioni militari, continua dunque a condizionare tanto la politica interna quanto i rapporti internazionali dello Stato israeliano. Il problema strategico consiste nella distanza tra la capacità di colpire militarmente gli avversari e quella di costruire un assetto politico sufficientemente stabile da ridurre la necessità di ricorrere nuovamente alla forza.

Tale contraddizione emerge con particolare chiarezza nel confronto con l’Iran. Le operazioni militari condotte nel corso del 2026 hanno accresciuto il peso della questione iraniana nel dibattito israeliano, ma non hanno prodotto una soluzione definitiva al problema della sicurezza regionale. La capacità di Teheran di ricorrere a missili, velivoli senza pilota e strumenti di pressione indiretta, insieme alla possibilità di colpire interessi economici e infrastrutture strategiche, rende ogni nuova operazione suscettibile di conseguenze difficilmente circoscrivibili. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una parte rilevante dei commerci energetici internazionali, rappresenta uno dei principali punti di vulnerabilità. Un ulteriore inasprimento delle ostilità potrebbe pertanto coinvolgere non soltanto Israele e Iran, ma anche gli Stati del Golfo, le rotte commerciali e gli interessi delle potenze esterne.

In questo contesto assumono particolare importanza le notizie emerse negli ultimi giorni sulle divergenze tra Netanyahu e il capo di Stato maggiore Eyal Zamir. Il 22 ottobre, l’emittente israeliana Channel 13 ha riferito che Zamir, durante una riunione riservata, avrebbe escluso l’esistenza di una necessità operativa immediata di attaccare l’Iran prima delle elezioni. Secondo le dichiarazioni attribuitegli, le forze armate sarebbero pronte a intervenire qualora emergessero ragioni militari concrete, ma non avrebbero individuato elementi tali da giustificare un’azione preventiva nell’immediata vigilia del voto. Una valutazione analoga è stata espressa pubblicamente da Eisenkot, che ha negato l’esistenza di una minaccia iraniana diretta e imminente tale da richiedere una nuova guerra prima delle elezioni.[7]

Il 25 ottobre, Channel 12 ha riferito di un contrasto ancora più grave tra il primo ministro e il capo di Stato maggiore. Secondo fonti anonime citate dall’emittente, Netanyahu avrebbe impartito una direttiva relativa a un’operazione militare connessa all’Iran, incontrando le resistenze di Zamir. Quest’ultimo avrebbe richiesto ulteriori discussioni e una documentazione scritta attestante l’autorizzazione giuridica dell’operazione. La preoccupazione attribuita agli ambienti militari riguarderebbe la possibilità che un’iniziativa circoscritta provochi una rapida ripresa delle ostilità con Teheran, in un momento politicamente particolarmente delicato. Alcune fonti citate dall’emittente hanno inoltre prospettato il timore che la questione iraniana possa essere utilizzata per finalità elettorali.[8]

La ricostruzione richiede tuttavia prudenza. Non sono stati resi pubblici né il contenuto preciso della presunta direttiva né documenti che permettano di verificarne autonomamente l’esistenza. Netanyahu ha smentito categoricamente che vi sia stato uno scontro con Zamir, definendo infondate le notizie diffuse dall’emittente. Le indiscrezioni non possono quindi essere considerate una prova dell’intenzione del primo ministro di provocare deliberatamente una guerra per modificare l’andamento della competizione elettorale. Esse documentano però l’esistenza di una controversia pubblica sul rapporto tra decisioni militari, valutazioni degli apparati di sicurezza e interessi politici della dirigenza.[9]

Lo stesso Netanyahu, intervenendo il 25 ottobre davanti a una batteria antimissile Arrow, ha sostenuto che l’Iran e i suoi alleati potrebbero tentare di interferire con le elezioni israeliane attraverso nuovi attacchi. Il primo ministro ha dichiarato che le forze armate sono preparate tanto alla difesa quanto all’offesa e ha rivolto a Teheran un avvertimento contro eventuali iniziative militari. Anche in questo caso, però, gli elementi informativi sui quali si fonderebbe la valutazione non sono stati resi pubblici. Le affermazioni del governo devono pertanto essere distinte dalle valutazioni operative attribuite ai vertici militari e dalle interpretazioni formulate dall’opposizione.[10]

Il rapporto tra crisi politica interna e ricorso alla forza militare costituisce uno dei problemi più delicati dell’attuale situazione israeliana. Una guerra può temporaneamente modificare le priorità dell’opinione pubblica, rafforzare la centralità dell’esecutivo e ridurre lo spazio della competizione tra i partiti. Non si tratta, tuttavia, di un meccanismo automatico. Un conflitto prolungato, caratterizzato da perdite elevate o da risultati inferiori alle aspettative, può produrre effetti opposti, aggravando la sfiducia nei confronti del governo. La stessa esperienza israeliana successiva al 7 ottobre mostra come la mobilitazione militare non abbia cancellato le divisioni politiche e le controversie sulle responsabilità della dirigenza.

Sarebbe quindi semplicistico interpretare ogni eventuale iniziativa contro l’Iran come uno strumento elettorale di Netanyahu. Le considerazioni militari possiedono una propria autonomia, così come gli interessi strategici dello Stato israeliano non coincidono necessariamente con quelli del governo in carica. Nondimeno, la prossimità delle elezioni rende particolarmente importante verificare se le decisioni operative siano motivate da necessità di sicurezza documentabili oppure da valutazioni politiche più ampie. È precisamente su questo terreno che le notizie relative a Zamir assumono rilevanza, indipendentemente dall’esito della controversia sulle presunte direttive del primo ministro.

Occorre inoltre considerare che le differenze tra Netanyahu e i suoi principali avversari non comportano necessariamente una contrapposizione altrettanto profonda sugli obiettivi strategici nei confronti dell’Iran. Eisenkot, pur criticando la gestione politica e militare del primo ministro, sostiene anch’egli la necessità di impedire a Teheran di acquisire armi nucleari e di contrastarne le capacità militari. La sua posizione appare differenziarsi soprattutto per il rapporto tra obiettivi e strumenti, per il peso attribuito alle valutazioni professionali delle forze armate e per le modalità di coordinamento con Washington. Un’analisi pubblicata da Reuters il 21 ottobre ha sottolineato come le principali forze politiche israeliane condividano, pur con differenze significative, una concezione della sicurezza fortemente orientata al contenimento militare dell’Iran.[11]

Questo elemento ridimensiona l’idea che un eventuale cambiamento di governo possa automaticamente inaugurare una politica regionale radicalmente diversa. Il sistema politico israeliano presenta divisioni profonde sulla distribuzione del potere, sui rapporti tra Stato e religione, sulle responsabilità del 7 ottobre e sulle prospettive della questione palestinese. Esiste però una convergenza assai più ampia sulla percezione dell’Iran come principale avversario strategico. La differenza potrebbe quindi riguardare meno l’individuazione della minaccia che i tempi, le condizioni e i limiti entro i quali ricorrere alla forza.

Un’altra variabile decisiva è rappresentata dagli Stati Uniti. Le operazioni contro l’Iran hanno confermato la centralità del sostegno americano, ma Washington deve contemperare obiettivi che non sempre risultano pienamente compatibili. Da un lato, l’amministrazione Trump intende impedire a Teheran di sviluppare capacità nucleari militari e mantenere la superiorità strategica israeliana; dall’altro, un conflitto regionale prolungato comporterebbe costi considerevoli per le forze statunitensi, per gli alleati del Golfo e per l’economia internazionale. La protezione delle rotte marittime, delle infrastrutture energetiche e delle basi americane impone inoltre di considerare la possibilità di rappresaglie iraniane contro obiettivi differenti da quelli direttamente coinvolti in un eventuale attacco.

Il 16 ottobre Trump ha dichiarato, durante un’intervista a Newsmax, che gli Stati Uniti potrebbero prendere in considerazione un nuovo attacco contro Pickaxe Mountain, un’infrastruttura sotterranea associata al programma nucleare iraniano. Il presidente ha escluso il ricorso ad armi nucleari e l’invio di forze terrestri, lasciando tuttavia aperta la possibilità di ulteriori operazioni convenzionali. Tali dichiarazioni non equivalgono a una decisione operativa definitiva, ma mostrano come l’opzione militare continui a occupare un posto importante nella politica americana verso Teheran.[12]

La posizione di Washington costituisce pertanto un elemento essenziale nei calcoli israeliani. Un attacco limitato potrebbe essere concepito con l’obiettivo di danneggiare specifiche infrastrutture o capacità militari iraniane, senza provocare una guerra generale. Tuttavia, nessuno degli attori coinvolti potrebbe stabilire unilateralmente l’intensità della risposta avversaria. Un’operazione ritenuta circoscritta dai suoi promotori potrebbe essere interpretata da Teheran come il preludio a un’offensiva più ampia, inducendo una rappresaglia capace di coinvolgere ulteriori obiettivi e Paesi. La possibilità di controllare politicamente l’inasprimento del conflitto dipenderebbe quindi non soltanto dalle intenzioni iniziali, ma anche dalle percezioni e dalle decisioni dell’avversario.

Le alternative strategiche possono essere ricondotte a tre sviluppi generali. Il primo consiste nella prosecuzione di una deterrenza reciproca caratterizzata da minacce, preparativi militari e operazioni circoscritte, senza un nuovo confronto su vasta scala. Il secondo prevede un attacco limitato, seguito da una risposta iraniana che entrambe le parti tenterebbero di contenere. Il terzo riguarda l’allargamento delle ostilità, eventualmente provocato da un errore di valutazione, da perdite particolarmente elevate o da un attacco contro interessi considerati vitali. Non esistono elementi sufficienti per stabilire quale di queste possibilità debba prevalere. Ciò che appare evidente è la difficoltà di garantire che un’operazione militare produca esclusivamente le conseguenze previste dai suoi promotori.

L’incertezza si riflette anche sulle condizioni economiche e diplomatiche di Israele. Il protrarsi delle guerre, il richiamo dei riservisti, le esigenze di ricostruzione e le tensioni con diversi interlocutori internazionali incidono sulle prospettive di stabilità del Paese. A ciò si aggiunge il rischio di ulteriori misure economiche nei confronti degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Negli ultimi giorni Netanyahu ha persino prospettato l’impiego delle criptovalute per attenuare gli effetti di eventuali sanzioni finanziarie, suscitando critiche da parte della Banca d’Israele e di numerosi economisti. La controversia mostra come le conseguenze internazionali delle scelte politiche e militari siano ormai parte integrante del dibattito sulla sicurezza nazionale.[13]

In questo quadro, la campagna elettorale del 27 ottobre assume un significato che supera la semplice contrapposizione tra Netanyahu ed Eisenkot. Gli elettori sono chiamati a pronunciarsi non soltanto sulla dirigenza che ha governato il Paese durante le guerre degli ultimi anni, ma anche sulle modalità attraverso le quali Israele intende affrontare una situazione regionale ancora profondamente instabile. La possibilità di un nuovo confronto con l’Iran rappresenta una variabile capace di incidere sulle decisioni del governo uscente e su quelle dell’esecutivo che eventualmente gli succederà. Al tempo stesso, la frammentazione parlamentare potrebbe rendere difficile la formazione di una maggioranza sufficientemente coesa da affrontare scelte strategiche di tale portata.

La questione fondamentale riguarda dunque il rapporto tra superiorità militare e risultati politici. Israele dispone di capacità tecnologiche, informative e operative considerevoli, sostenute da una relazione privilegiata con gli Stati Uniti. Tuttavia, la possibilità di colpire gli avversari non coincide necessariamente con quella di eliminarne la capacità di resistenza o di costruire un ordinamento regionale più stabile. Le guerre successive al 7 ottobre hanno mostrato come la distruzione di infrastrutture militari e l’indebolimento delle organizzazioni avversarie possano coesistere con la permanenza delle cause politiche del conflitto.

La crisi elettorale israeliana e il rischio di una nuova guerra con l’Iran non devono pertanto essere interpretati come due fenomeni separati, né ricondotti meccanicamente a un rapporto di causa ed effetto. Le difficoltà del sistema politico possono influenzare il contesto nel quale vengono assunte le decisioni militari, mentre le conseguenze di queste ultime possono modificare gli equilibri parlamentari e il giudizio dell’opinione pubblica. Non vi sono elementi sufficienti per affermare che Netanyahu abbia deciso di provocare deliberatamente un conflitto allo scopo di preservare il proprio potere. Esistono però ragioni concrete per interrogarsi sulle possibili interferenze tra interessi politici immediati e valutazioni strategiche di lungo periodo.

Qualunque sia l’esito delle elezioni, il prossimo governo dovrà confrontarsi con una contraddizione che nessuna maggioranza parlamentare potrà risolvere attraverso il solo ricorso alla forza: la distanza tra la capacità di condurre operazioni militari e quella di conseguire risultati politici e strategici duraturi. La possibilità di una nuova guerra con Teheran rende questa contraddizione particolarmente evidente. Il problema non è soltanto stabilire se Israele sia in grado di colpire nuovamente l’Iran, ma comprendere quali obiettivi politici potrebbe raggiungere, quali costi dovrebbe sostenere e quali conseguenze un simile confronto produrrebbe sull’intero Vicino Oriente.


NOTE

[1] Moshe Cohen, «Majority of Israelis favor unity government if October 27 election ends without clear winner – poll», The Jerusalem Post, 16 ottobre 2026. https://www.jpost.com/israel-election-2026/article-911902

[2] Associated Press, «A look at key parties in Israel’s Oct. 27 election seen as a referendum on Netanyahu», 19 ottobre 2026. https://apnews.com/article/e9295f7ccae3e00f373c5925d1254cd5

[3] halom Yerushalmi, «Liberman is risking another election to secure his right-wing political future», The Times of Israel, 16 ottobre 2026. https://www.timesofisrael.com/liberman-is-risking-another-election-to-secure-his-right-wing-political-future/

[4] Ariela Karmel, «Deri says Shas, like UTJ, won’t join next government without a draft exemption law», The Times of Israel, 14 ottobre 2026. https://www.timesofisrael.com/deri-says-like-utj-shas-wont-join-next-government-without-a-draft-exemption-law/

[5] Jeremy Sharon, «Ex-Shin Bet chief files defamation suit against Netanyahu, details warnings months before Oct. 7», The Times of Israel, 14 ottobre 2026. https://www.timesofisrael.com/ex-shin-bet-chief-files-defamation-suit-against-netanyahu-details-warnings-months-before-oct-7/

[6] Reuters, «Netanyahu says Trump’s new Gaza plan is unacceptable», 9 agosto 2026. https://www.reuters.com/world/middle-east/israel-rejects-trumps-15-point-plan-gaza-pm-netanyahu-says-2026-08-09/

[7] Report: IDF chief says no operational need for strike on Iran before Israeli election», The Times of Israel, 22 ottobre 2026, sulla base di Channel 13. https://www.timesofisrael.com/report-idf-chief-says-no-need-for-strike-on-iran-before-israeli-election

[8] Lazar Berman, con agenzie e redazione, «In ‘unprecedented confrontation,’ IDF chief said resisting military action tied to Iran ordered by PM», The Times of Israel, 25 ottobre 2026, sulla base di Channel 12. https://www.timesofisrael.com/in-unprecedented-confrontation-idf-chief-said-resisting-military-action-tied-to-iran-ordered-by-pm/

[9] Lazar Berman, «Netanyahu on reported clash with IDF chief over Iran strike: It’s nonsense», The Times of Israel, 25 ottobre 2026. https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/netanyahu-on-reported-clash-with-idf-chief-over-iran-strike-its-nonsense/

[10] Lazar Berman, «Netanyahu claims Iran may try to disrupt election, warns, ‘Don’t test us’», The Times of Israel, 25 ottobre 2026. https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/netanyahu-claims-iran-may-try-to-disrupt-election-warns-dont-test-us/

[11] Reuters, «Israel’s election may change its leader, but not Iran war policy», 21 ottobre 2026. https://www.reuters.com/world/middle-east/israels-election-may-change-its-leader-not-iran-war-policy-2026-10-21/

[12] Reuters, «Trump says US may need to strike Iran’s Pickaxe Mountain», 16 ottobre 2026. https://www.reuters.com/world/trump-says-us-may-need-strike-irans-pickaxe-mountain-2026-10-16/

[13] Reuters, «Netanyahu rebuked for plan to use crypto to bypass economic sanctions», 25 ottobre 2026. https://www.reuters.com/business/finance/netanyahu-rebuked-plan-use-crypto-bypass-economic-sanctions-2026-10-25/


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