Terremoto politico negli Stati Uniti

Le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 hanno inflitto al Partito Repubblicano una sconfitta di proporzioni storiche, consegnando ai democratici il controllo di entrambe le camere del Congresso e modificando radicalmente gli equilibri politici nei quali Donald Trump dovrà affrontare gli ultimi due anni della sua presidenza. L’ampiezza geografica del successo democratico, esteso anche a Stati tradizionalmente conservatori, ha conferito alla consultazione un significato che va ben oltre il normale ridimensionamento del partito presidenziale nelle elezioni di metà mandato. Secondo le prime ricostruzioni, il Partito Democratico ha conquistato almeno 54 seggi al Senato, mentre alla Camera ha ottenuto una maggioranza destinata a limitare sensibilmente la libertà d’azione legislativa dell’amministrazione. Nel momento in cui scriviamo, alcuni risultati rimangono tuttavia in corso di definizione.[1]

Particolarmente significativo è quanto avvenuto in Kansas, dove Adam Hamilton ha conquistato un seggio senatoriale che i democratici non ottenevano dal 1932. Si tratta di una rottura storica, tanto più rilevante se si considera che persino nel 1974, all’indomani dello scandalo Watergate e delle dimissioni di Richard Nixon, il repubblicano Bob Dole era riuscito a conservare il proprio mandato. In alcune contee del Kansas il mutamento dei rapporti di forza è stato particolarmente pronunciato. A Seward, per esempio, Hamilton ha prevalso di tredici punti percentuali, laddove appena due anni prima Trump aveva ottenuto un vantaggio di trentanove punti. Il confronto fra due consultazioni differenti non consente naturalmente di dedurre quanti singoli elettori abbiano cambiato orientamento, ma documenta l’entità dello spostamento degli equilibri elettorali.[2]

La portata del cambiamento emerge anche dal Texas, dove i democratici hanno conquistato un seggio senatoriale e Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore uscente Greg Abbott, interrompendo una lunga successione di vittorie repubblicane. In South Carolina, altro Stato saldamente conservatore, il candidato sostenuto da Trump è stato battuto. Nel Michigan, invece, Abdul El-Sayed ha conquistato il seggio lasciato vacante dal democratico Gary Peters, diventando il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti. Quest’ultimo risultato assume un significato particolare non soltanto per il suo valore simbolico, ma anche perché El-Sayed appartiene alla corrente socialista democratica e progressista del partito, critica verso la guerra contro l’Iran e il sostegno militare americano a Israele.[3]

Il paragone con il 1974 appare dunque pertinente, purché non venga trasformato in un’identificazione meccanica fra due congiunture storiche profondamente differenti. Allora la crisi dell’amministrazione Nixon si intrecciava con le conseguenze della guerra del Vietnam, le difficoltà economiche e il deterioramento della fiducia nelle istituzioni. Oggi la sconfitta repubblicana matura in un contesto segnato dall’inflazione, dalle controversie sulla politica commerciale, dall’impopolarità del presidente e da un conflitto nel Vicino Oriente che ha progressivamente assunto un peso crescente nella vita economica e politica americana.

L’elemento decisivo è proprio l’interazione fra questi fattori. Sarebbe riduttivo attribuire la disfatta repubblicana esclusivamente alla guerra contro l’Iran, ma sarebbe altrettanto scorretto considerare il conflitto una questione separata dalle difficoltà economiche interne. La guerra ha contribuito alla sconfitta di Trump attraverso due canali distinti ma intrecciati: da un lato, l’opposizione di una parte dell’elettorato a un intervento militare prolungato e costoso; dall’altro, il deterioramento delle condizioni economiche, aggravato dalle tensioni energetiche provocate dal conflitto. Il costo della benzina, dei trasporti e dei beni di consumo ha reso tangibili, nella quotidianità degli americani, le conseguenze di una scelta strategica compiuta a migliaia di chilometri di distanza.

I sondaggi condotti nelle settimane precedenti al voto avevano già registrato un marcato deterioramento del consenso presidenziale. Un’indagine Reuters/Ipsos del 19 ottobre attribuiva a Trump un indice di approvazione del 31%, mentre le rilevazioni sulle priorità degli elettori collocavano il costo della vita e la guerra fra i principali motivi di insoddisfazione. I dati raccolti all’uscita dai seggi hanno confermato il carattere prevalentemente negativo del giudizio espresso sull’amministrazione: circa metà degli intervistati considerava il voto un’occasione per manifestare la propria opposizione al presidente e il 70% auspicava un maggiore controllo del Congresso sull’esecutivo.[4]

Lo stesso Trump ha riconosciuto il peso del conflitto nella sconfitta. Intervistato dal Wall Street Journal il 4 novembre, il presidente ha ammesso che la guerra contro l’Iran aveva rappresentato uno dei fattori del risultato elettorale, pur continuando a difendere la decisione di intervenire militarmente. Ancora più esplicito è stato il vicepresidente JD Vance, che ha attribuito direttamente alla guerra la responsabilità della disfatta repubblicana, richiamando il costo politico di un conflitto la cui prosecuzione era stata contestata anche all’interno dell’amministrazione.[5]

Queste dichiarazioni sono significative non soltanto per il loro contenuto, ma anche per la posizione istituzionale di chi le ha pronunciate. Quando il presidente e il vicepresidente riconoscono pubblicamente il costo elettorale di una guerra, il problema della sua sostenibilità non riguarda più soltanto i rapporti di forza militari o le risorse finanziarie disponibili. Entra direttamente nel calcolo politico della classe dirigente.

È qui che la scienza politica offre una chiave interpretativa particolarmente utile. Anthony Downs ha mostrato come la competizione elettorale possa indurre i partiti ad adattare le proprie posizioni alle preferenze degli elettori, mentre David Mayhew ha individuato nella ricerca della rielezione uno degli incentivi fondamentali che orientano il comportamento dei parlamentari americani. John Kingdon, dal canto suo, ha analizzato il modo in cui determinate congiunture possono aprire nuove opportunità per l’affermazione di politiche precedentemente marginali.[6]

Non occorre pertanto stabilire se il ripensamento di un dirigente democratico o repubblicano sia dettato da convinzioni autentiche oppure da opportunismo. La questione politicamente rilevante è che il mutamento delle preferenze elettorali può rendere meno conveniente sostenere posizioni un tempo considerate obbligate. Le vittorie di candidati critici verso la guerra e verso Israele, insieme alle perdite subite dai repubblicani in collegi precedentemente sicuri, modificano gli incentivi non soltanto delle correnti più radicali, ma anche degli apparati dirigenti dei due partiti.

La sconfitta del 3 novembre non costituisce quindi un avvenimento esclusivamente interno agli Stati Uniti. Essa modifica il contesto politico e istituzionale nel quale Washington conduce la propria politica estera. Per comprenderne le conseguenze geopolitiche occorre esaminare anzitutto il conflitto che più direttamente ha contribuito a trasformare la politica americana: la guerra contro l’Iran.

 

Iran: dalla superiorità militare americana alla sconfitta strategica

La guerra iniziata il 28 febbraio 2026 con l’offensiva congiunta statunitense e israeliana contro l’Iran ha posto nuovamente al centro del dibattito strategico un problema antico: la differenza fra superiorità militare e vittoria politica. Gli Stati Uniti dispongono di capacità tecnologiche, aeronavali, informative e logistiche enormemente superiori a quelle della Repubblica islamica. Tale asimmetria, tuttavia, non garantisce di per sé il conseguimento degli obiettivi perseguiti attraverso l’impiego della forza.

Gli scopi dichiarati dell’intervento comprendevano il ridimensionamento delle capacità militari e nucleari iraniane e la neutralizzazione delle minacce attribuite a Teheran. Accanto a questi obiettivi espliciti si collocava la possibilità, più ampia e politicamente ambiziosa, che la pressione militare ed economica potesse determinare un collasso della Repubblica islamica o favorire un cambiamento di regime. È importante distinguere questi differenti livelli, perché il giudizio sull’esito di una guerra dipende anche dal criterio con il quale se ne misura il successo.

La distruzione di infrastrutture, la neutralizzazione di sistemi d’arma e la conquista della superiorità aerea possono costituire successi operativi senza tradursi necessariamente in una vittoria strategica. Se l’avversario conserva un’autorità politica funzionante, mantiene una capacità di risposta e impedisce alla potenza attaccante di imporre una soluzione conforme ai propri obiettivi, la valutazione complessiva del conflitto diventa assai più problematica.

È su questo terreno che si colloca il confronto fra due interpretazioni pubblicate da Foreign Policy nel giugno 2026. Paul Musgrave, nel saggio «Iran Is a Bigger Defeat Than Vietnam», ha proposto una lettura della guerra come fallimento strategico americano, richiamando la distanza fra la superiorità militare degli Stati Uniti e i risultati politici conseguiti. Matthew Kroenig, nell’articolo «The U.S. Won the War With Iran», ha invece sostenuto una valutazione favorevole all’operazione americana, attribuendo maggiore importanza ai danni inflitti alle capacità iraniane e agli obiettivi militari raggiunti.[7]

La divergenza non è soltanto interpretativa, ma riguarda la definizione stessa di vittoria. Una valutazione fondata prevalentemente sui risultati tattici può condurre a conclusioni differenti rispetto a un’analisi che consideri la capacità di imporre all’avversario un assetto politico duraturo. Il richiamo a Clausewitz appare, da questo punto di vista, particolarmente pertinente: la guerra non costituisce un’attività autonoma rispetto alla politica, ma uno strumento subordinato al perseguimento di determinati fini. La questione fondamentale non è dunque quanto potere distruttivo sia stato impiegato, bensì quali risultati politici esso abbia consentito di ottenere.

L’Iran ha cercato di compensare la propria inferiorità convenzionale attraverso una strategia di resistenza e logoramento. Il ricorso a missili balistici, droni e attacchi contro installazioni regionali ha consentito a Teheran di imporre costi significativi agli Stati Uniti e ai loro alleati, rendendo più complessa la prosecuzione delle operazioni. La vulnerabilità delle basi americane nel Golfo costituisce uno degli aspetti più importanti del conflitto. Un’inchiesta dell’Associated Press, pubblicata il 31 ottobre, ha documentato attacchi e danni a 26 installazioni e siti militari riconducibili al dispositivo statunitense. Il dato non significa che 26 basi siano state completamente distrutte, ma mostra come strutture concepite per garantire la proiezione di potenza americana siano divenute esse stesse obiettivi vulnerabili.[8]

Le conseguenze di questa vulnerabilità sono state riconosciute anche all’interno degli ambienti strategici statunitensi. Già in agosto il Washington Post riferiva che il Pentagono stava valutando una riduzione della presenza militare americana nel Golfo. Successivamente, lo Stimson Center ha sostenuto l’opportunità di non ricostruire automaticamente le basi danneggiate, mentre Elliott Abrams, in un intervento pubblicato dal Council on Foreign Relations, ha richiamato l’attenzione sui costi umani e strategici del mantenimento dell’attuale dispositivo regionale.[9]

Si tratta di posizioni differenti, che non implicano necessariamente un consenso sul disimpegno americano, ma convergono nel riconoscere un problema strutturale: la presenza militare statunitense nel Golfo, tradizionalmente considerata uno strumento di deterrenza e rassicurazione degli alleati, può trasformarsi in una fonte di vulnerabilità quando l’avversario dispone di capacità sufficienti a colpirla ripetutamente.

Un ulteriore elemento riguarda il rapporto fra costi offensivi e difensivi. I sistemi antimissile statunitensi sono tecnologicamente sofisticati, ma il loro impiego prolungato comporta consumi elevati di intercettori, difficoltà di ricostituzione delle scorte e costi finanziari considerevoli. Una campagna condotta attraverso vettori relativamente economici può obbligare il difensore a impiegare munizionamento assai più costoso, producendo un’asimmetria che diventa strategicamente rilevante con il protrarsi delle ostilità. Ciò non significa che l’Iran disponga di risorse inesauribili, né che ogni attacco raggiunga il proprio obiettivo. Significa piuttosto che la sostenibilità di una guerra prolungata deve essere valutata considerando anche i ritmi di consumo, le capacità industriali e il costo marginale delle operazioni.

La dimensione economica del conflitto presenta una contraddizione analoga. Il blocco statunitense e le misure coercitive hanno provocato gravi difficoltà all’economia iraniana, comprimendo le esportazioni e aggravando una situazione già segnata da inflazione, svalutazione monetaria e problemi strutturali. Le analisi di Kpler sui flussi petroliferi e le ricostruzioni del Washington Post hanno documentato l’intensità della pressione esercitata su Teheran. Tuttavia, la capacità di infliggere danni economici non coincide automaticamente con quella di ottenere la capitolazione politica dell’avversario.[10]

Al tempo stesso, la guerra ha prodotto conseguenze economiche anche per gli Stati Uniti. Le tensioni sulle rotte energetiche e sui mercati petroliferi hanno contribuito all’aumento dei prezzi, trasferendo parte del costo del conflitto sui consumatori americani. L’interdipendenza dei mercati energetici ha così ridotto la possibilità di isolare le conseguenze della guerra dal contesto economico interno della potenza attaccante.

Un elemento particolarmente significativo è rappresentato dalle ricostruzioni secondo cui alcuni dirigenti iraniani avrebbero considerato l’aumento dei prezzi energetici anche come uno strumento per esercitare pressione politica sull’amministrazione Trump in vista delle elezioni. Il Washington Post ha riferito nell’ottobre 2026 di questa possibile strategia, attribuendola a fonti iraniane. Occorre distinguere tali dichiarazioni dall’esistenza di un piano unitario e documentato, ma il loro significato analitico rimane evidente: la politica interna americana poteva costituire un terreno sul quale Teheran cercava di compensare la propria inferiorità militare.[11]

Da questo punto di vista il confronto con il Vietnam acquista una particolare utilità, purché se ne riconoscano i limiti. Le differenze fra i due conflitti sono profonde, tanto per la natura degli avversari quanto per le condizioni geografiche, operative e internazionali. Nel Vietnam gli Stati Uniti affrontarono una guerra terrestre di lunga durata, caratterizzata da una presenza massiccia di truppe e da dinamiche politico-militari specifiche. Nel caso iraniano, la guerra assume prevalentemente una dimensione aeronavale, missilistica ed economica. L’analogia riguarda quindi non l’identità delle operazioni, ma il rapporto fra superiorità militare, capacità di resistenza dell’avversario e sostenibilità politica dell’intervento.

La potenza superiore può infliggere perdite enormemente maggiori di quelle subite, ma incontrare difficoltà crescenti nel convertire tali risultati in una soluzione politica. L’avversario militarmente inferiore, viceversa, può considerare sufficiente conservare la propria capacità di resistenza e impedire il raggiungimento degli obiettivi fondamentali dell’attaccante.

In questa prospettiva si inserisce anche l’interpretazione proposta da Trita Parsi, secondo cui Teheran non avrebbe avuto bisogno di sconfiggere militarmente gli Stati Uniti, ma di resistere abbastanza a lungo da compromettere politicamente la presidenza Trump. Parsi ha riferito di aver prospettato questa valutazione a un esponente dell’amministrazione americana già nel gennaio 2026. Si tratta di una testimonianza personale, non di una prova indipendente delle intenzioni dei dirigenti iraniani, e come tale deve essere considerata. Essa esprime tuttavia una logica strategica coerente con il principio secondo cui il risultato politico di una guerra può divergere profondamente dal bilancio delle operazioni militari.[12]

Le elezioni del 3 novembre hanno conferito a questa questione una concretezza nuova. La sconfitta repubblicana ha trasformato il proseguimento della guerra in un problema politico immediato per Trump. Il vicepresidente Vance ha apertamente contestato il costo elettorale del conflitto, mentre il leader democratico Chuck Schumer ha dichiarato l’intenzione di porvi fine, richiamando esplicitamente i poteri finanziari del Congresso.[13]

La conquista democratica di entrambe le camere non determina automaticamente la cessazione delle ostilità. Il nuovo Congresso entrerà in funzione nel gennaio 2027 e il presidente conserva ampi poteri nella conduzione della politica estera e militare, compresa la possibilità di opporre il veto alla legislazione ordinaria. Tuttavia, il controllo delle commissioni parlamentari, le indagini sull’esecutivo e soprattutto le decisioni sugli stanziamenti possono aumentare sensibilmente i costi politici e istituzionali di un ulteriore inasprimento del conflitto.

Anche la reazione dei mercati petroliferi alla vittoria democratica appare significativa. Il 4 novembre il Brent ha registrato una flessione superiore all’8%, mentre gli operatori finanziari valutavano la possibilità che il nuovo equilibrio congressuale favorisse una conclusione negoziata del conflitto. Le aspettative dei mercati non costituiscono una previsione certa dell’evoluzione politica, ma dimostrano quanto strettamente la guerra e le dinamiche istituzionali americane siano ormai collegate.[14]

Il confronto con la politica iraniana dell’amministrazione Obama consente di cogliere un’ulteriore dimensione del problema. L’accordo nucleare del 2015 era fondato sulla convinzione che la combinazione di negoziato, verifiche internazionali e progressiva riduzione delle sanzioni potesse contenere il programma nucleare iraniano senza ricorrere a una guerra. La strategia dell’amministrazione Trump ha invece privilegiato la coercizione economica e militare. Il diverso approccio non implica che il negoziato fosse privo di contraddizioni o che l’accordo del 2015 avesse risolto tutte le controversie con Teheran. Permette però di interrogarsi sui risultati politici prodotti dai due strumenti e sui costi delle rispettive strategie.[15]

Le conseguenze della guerra si estendono infine all’intera architettura della sicurezza regionale. Per decenni gli Stati Uniti hanno garantito ai propri alleati nel Golfo una protezione fondata sulla presenza permanente di basi, sistemi d’arma avanzati e capacità di intervento rapido. Gli attacchi iraniani hanno mostrato che tale presenza non è sufficiente a eliminare il rischio di danni significativi e che la protezione americana può comportare, per i Paesi ospitanti, anche un’esposizione diretta alle rappresaglie.

In questo contesto assume particolare importanza l’Accordo della Mecca, sottoscritto il 7 agosto 2026 da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Il patto di difesa rappresenta un tentativo di rafforzare la cooperazione strategica fra tre importanti potenze regionali e non può essere automaticamente interpretato come un’alleanza diretta contro gli Stati Uniti o contro l’Iran. Il suo significato risiede piuttosto nella ricerca di strumenti di sicurezza non interamente dipendenti dall’iniziativa americana. Steven A. Cook ha individuato nell’accordo un segnale del progressivo indebolimento dell’ordine regionale a guida statunitense, mentre le analisi della Carnegie Endowment ne hanno esaminato le implicazioni e le contraddizioni.[16]

La guerra contro l’Iran ha dunque prodotto conseguenze che oltrepassano ampiamente il bilancio delle operazioni militari. Ha contribuito a indebolire politicamente Trump, ha posto sotto pressione la sostenibilità della presenza americana nel Golfo e ha accelerato il dibattito sulla ricerca di nuove forme di sicurezza regionale. Se una potenza militarmente superiore non riesce a trasformare il proprio vantaggio in un risultato politico sostenibile, il problema della sconfitta strategica diventa inevitabile. Nel caso degli Stati Uniti, tale problema si intreccia ora con una seconda trasformazione: la crisi del consenso bipartisan sul quale si è storicamente fondato il rapporto privilegiato con Israele.

 

Israele e il consenso statunitense

Per comprendere la trasformazione dei rapporti fra Stati Uniti e Israele occorre partire da un fenomeno che precede le elezioni del 3 novembre: il progressivo deterioramento dell’immagine dello Stato israeliano presso l’opinione pubblica americana. Per decenni il sostegno a Israele ha rappresentato uno dei pochi elementi di sostanziale continuità fra amministrazioni democratiche e repubblicane, pur in presenza di divergenze sulle politiche dei singoli governi israeliani. Questa continuità appare oggi sottoposta a pressioni crescenti, che non possono essere ricondotte esclusivamente alla figura di Benjamin Netanyahu.

Un’indagine del Pew Research Center condotta nel marzo 2026 ha rilevato che il 60% degli adulti americani esprimeva un’opinione sfavorevole su Israele, contro il 42% registrato nel 2022. Il deterioramento risultava particolarmente pronunciato fra i giovani e nell’elettorato democratico, ma coinvolgeva anche i repubblicani di età inferiore ai cinquant’anni. Nello stesso sondaggio il 59% degli intervistati dichiarava di avere poca o nessuna fiducia nella capacità di Netanyahu di gestire correttamente gli affari internazionali.[17]

È importante distinguere i giudizi sul primo ministro, sul governo israeliano, sullo Stato e sulla popolazione. Un secondo studio del Pew Research Center, pubblicato nel luglio 2026, ha mostrato che le valutazioni negative del governo israeliano erano più diffuse di quelle concernenti la popolazione israeliana. Ciò impedisce di equiparare automaticamente la critica alle politiche di Tel Aviv a un’ostilità generalizzata verso gli israeliani. Allo stesso tempo, la crescita delle opinioni sfavorevoli nei confronti dello Stato israeliano suggerisce che la crisi del consenso non riguardi soltanto l’impopolarità personale di Netanyahu.[18]

Una trasformazione analoga emerge dalle rilevazioni Gallup. Nel febbraio 2026 il 41% degli americani dichiarava una maggiore simpatia per i palestinesi, contro il 36% che si schierava prevalentemente dalla parte degli israeliani. La differenza non risultava statisticamente significativa, ma rappresentava comunque una rottura rispetto alla tradizionale prevalenza delle simpatie per Israele.[19]

Il deterioramento dell’immagine israeliana è legato a una pluralità di fattori. La guerra a Gaza, le condizioni della popolazione palestinese, l’espansione degli insediamenti nella Cisgiordania occupata e le controversie sulle operazioni militari israeliane hanno contribuito a modificare il modo in cui una parte crescente dell’opinione pubblica americana interpreta il conflitto israelo-palestinese. Per alcuni settori progressisti la questione è diventata centrale nella valutazione dei candidati e delle loro posizioni internazionali; per altri gruppi, soprattutto nella destra America First, il problema riguarda maggiormente il costo degli impegni militari americani e la subordinazione delle priorità nazionali alle esigenze degli alleati.

Queste due forme di critica non devono essere confuse. Esse nascono da tradizioni ideologiche differenti e possono condurre a proposte politiche incompatibili. Tuttavia, entrambe contribuiscono a rendere meno scontato il sostegno incondizionato a Israele.

Il caso più significativo è quello del Michigan. Abdul El-Sayed, esponente della sinistra democratica e sostenitore di una revisione degli aiuti militari americani a Israele, ha sconfitto nelle primarie Haley Stevens, candidata sostenuta dai vertici del Partito Democratico e da importanti organizzazioni filoisraeliane. Successivamente ha prevalso nelle elezioni generali contro il repubblicano Mike Rogers, conquistando il seggio senatoriale. La sua vittoria ha dimostrato che una posizione fortemente critica nei confronti delle politiche israeliane non costituisce necessariamente un ostacolo insuperabile alla conquista di un incarico nazionale.[20]

La vicenda assume particolare rilievo alla luce dell’intervento dell’American Israel Public Affairs Committee, meglio noto come AIPAC. L’organizzazione e il suo super PAC, United Democracy Project, hanno investito ingenti risorse nella competizione del Michigan, prima sostenendo Stevens e successivamente contribuendo alle iniziative favorevoli a Rogers. La sconfitta dei candidati appoggiati dall’organizzazione non autorizza a concludere che l’AIPAC abbia perso ogni capacità di influenza. Le sue risorse finanziarie e le sue reti politiche rimangono considerevoli. Il risultato dimostra piuttosto che, in determinate condizioni elettorali, il sostegno delle organizzazioni filoisraeliane può non essere sufficiente a garantire la vittoria e può persino diventare un elemento controverso della campagna.

La decisione dell’AIPAC, annunciata il 22 ottobre, di interrompere le sponsorizzazioni e le donazioni dirette ai candidati deve essere letta in questo contesto. La scelta non comporta la cessazione delle spese politiche indipendenti, che possono continuare attraverso i super PAC. Essa segnala tuttavia un cambiamento nelle modalità con cui l’organizzazione intende esercitare la propria influenza, in una fase nella quale la sua identificazione pubblica con determinate candidature è divenuta più problematica.[21]

Il fenomeno non riguarda soltanto l’ala progressista del Partito Democratico. Il mutamento degli orientamenti elettorali può esercitare pressioni anche sui dirigenti centristi, tradizionalmente favorevoli al mantenimento del rapporto privilegiato con Israele. Non si tratta necessariamente di un’adesione alle posizioni della sinistra socialista o di una revisione complessiva delle convinzioni personali. Più concretamente, il sostegno incondizionato alle politiche israeliane può comportare costi elettorali crescenti, inducendo i dirigenti a rivedere le proprie posizioni nei confronti dello Stato israeliano e delle sue politiche verso i palestinesi.

È in questa prospettiva che devono essere esaminate le posizioni della dirigenza tradizionale del Partito Democratico, comprese quelle di figure come Rahm Emanuel e Chuck Schumer. Le differenze fra i singoli dirigenti rimangono rilevanti, e sarebbe scorretto attribuire loro una posizione uniforme. Il punto fondamentale è che la questione israeliana è entrata in una fase di ridefinizione all’interno del partito, nella quale il sostegno tradizionale deve confrontarsi con una base elettorale sempre più critica.

Un’indicazione concreta di questa trasformazione proviene dalle iniziative legislative relative agli insediamenti israeliani. Nel settembre 2026 alcuni senatori democratici hanno proposto misure sanzionatorie contro le attività legate all’espansione degli insediamenti nei territori palestinesi occupati. Dopo le elezioni di metà mandato, esponenti democratici hanno inoltre manifestato interesse per le sanzioni adottate dal governo laburista britannico, guidato da Andy Burnham, e per un possibile coordinamento con il ministro degli Esteri Ed Miliband. Secondo una ricostruzione di Peter Oborne e Imran Mulla pubblicata da Middle East Eye il 4 novembre, contatti informali sarebbero già in corso fra esponenti politici dei due Paesi.[22]

È necessario distinguere le iniziative effettivamente presentate dalle intenzioni attribuite a fonti anonime e dalle misure già entrate in vigore. Le sanzioni britanniche contro coloni e attività economiche collegate agli insediamenti non equivalgono a un embargo generale contro Israele. Nondimeno, la loro assunzione come possibile modello da parte di esponenti del Congresso americano indica che strumenti un tempo politicamente difficili da proporre stanno entrando nel dibattito istituzionale.

Sul versante repubblicano il cambiamento segue una logica differente. La componente America First tende a valutare gli impegni internazionali attraverso il rapporto fra costi sostenuti dagli Stati Uniti e benefici strategici ottenuti. La guerra contro l’Iran ha accentuato le contraddizioni fra la promessa di evitare nuovi conflitti prolungati e il coinvolgimento americano in una campagna militare di notevole ampiezza. In tale contesto anche il rapporto con Israele è diventato oggetto di discussione.

Il 3 novembre, mentre gli americani si recavano alle urne, Trump ha annunciato l’intenzione di interrompere dopo la fine del 2026 i finanziamenti militari annuali destinati a Israele, pur mantenendo la possibilità di vendergli armamenti. Il presidente ha presentato la decisione anche come una risposta alle critiche politiche rivolte agli aiuti americani, riconoscendo esplicitamente che la questione era diventata un argomento utilizzato dagli avversari democratici. L’annuncio riguardava una cifra prossima ai quattro miliardi di dollari annui, ma non chiariva come l’amministrazione intendesse conciliarlo con il memorandum d’intesa che prevede 3,8 miliardi di dollari di assistenza militare annuale fino al settembre 2028.[23]

Non è quindi possibile considerare l’annuncio equivalente a un’interruzione già realizzata degli aiuti. Il suo significato politico è tuttavia rilevante: il presidente repubblicano ha riconosciuto pubblicamente che il finanziamento di Israele può rappresentare un elemento di vulnerabilità elettorale.

Ancora più significativa è stata la presa di posizione di JD Vance all’indomani del voto. Il vicepresidente non si è limitato ad attribuire la sconfitta alla guerra contro l’Iran, ma ha richiamato, fra le ragioni dell’allontanamento di alcuni elettori repubblicani, anche la richiesta di modificare il rapporto fra Stati Uniti e Israele. Il riferimento è importante perché sposta il problema dalla valutazione di una singola operazione militare alla natura stessa della relazione bilaterale.[24]

Ciò non significa che Vance auspichi necessariamente la fine dell’alleanza o che all’interno dell’amministrazione esista già una strategia coerente di disimpegno. La sua dichiarazione mostra però che il rapporto con Israele è divenuto una questione elettorale anche per settori della destra americana. La convergenza con alcune critiche provenienti dalla sinistra democratica riguarda il possibile risultato politico, non le motivazioni ideologiche.

Si delinea così un meccanismo che potremmo definire di propagazione delle pressioni elettorali. Le posizioni inizialmente sostenute dalle correnti più critiche dei due partiti possono influenzare progressivamente anche i settori moderati, non perché questi ultimi condividano necessariamente le loro premesse, ma perché il mantenimento delle politiche precedenti diventa più costoso. Il processo non è lineare né irreversibile. Tuttavia, quando le pressioni si manifestano contemporaneamente in entrambi i maggiori partiti, la stabilità del consenso bipartisan può essere messa in discussione.

Le conseguenze di questa trasformazione si riflettono anche sulla politica israeliana. Le elezioni del 27 ottobre 2026 hanno prodotto una Knesset frammentata e aperto una fase complessa di consultazioni per la formazione del governo. Il blocco guidato da Netanyahu non dispone di una maggioranza autonoma, mentre l’opposizione cerca di costruire un’alternativa attorno a figure come Gadi Eisenkot e Yair Lapid. In questo quadro il ruolo dei partiti palestinesi, e in particolare la decisione di Ra’am di raccomandare Eisenkot per l’incarico di primo ministro, assume un rilievo potenzialmente decisivo. La raccomandazione, tuttavia, non equivale automaticamente alla partecipazione a una futura coalizione.[25]

La sconfitta di Trump ha ulteriormente complicato la posizione di Netanyahu. Per il primo ministro israeliano, il rapporto personale e politico con il presidente americano ha rappresentato un elemento importante della propria strategia internazionale. Il passaggio del Congresso sotto controllo democratico e il crescente dibattito americano sugli aiuti militari possono ridurre la capacità di presentare il sostegno statunitense come una garanzia politicamente incondizionata. L’opposizione israeliana ha cercato di utilizzare questo cambiamento per rafforzare le proprie possibilità di formare un governo alternativo.[26]

Rimane però una questione più profonda. Un eventuale governo guidato da Eisenkot, o da un altro esponente dell’opposizione, sarebbe sufficiente a ricostruire il tradizionale consenso bipartisan americano?

La risposta dipende dalla natura delle cause che hanno prodotto la crisi. Se il deterioramento dell’immagine di Israele fosse riconducibile esclusivamente alle scelte di Netanyahu, un cambiamento alla guida del governo israeliano potrebbe favorire un riavvicinamento. Se invece esso riflette anche una trasformazione più ampia degli atteggiamenti verso l’occupazione, gli insediamenti, la guerra a Gaza e la questione palestinese, la sostituzione del primo ministro potrebbe rivelarsi insufficiente.

La distinzione è essenziale. La crisi politica di Netanyahu e quella del rapporto privilegiato fra Israele e Stati Uniti non coincidono necessariamente. La prima può trovare una soluzione attraverso i meccanismi parlamentari israeliani; la seconda riguarda mutamenti più profondi dell’opinione pubblica e degli incentivi che orientano le scelte della classe dirigente americana. Proprio per questo la crisi del consenso bipartisan potrebbe sopravvivere a un eventuale cambiamento di governo a Gerusalemme.

 

La ricalibrazione delle priorità strategiche americane nel Vicino Oriente

Le elezioni di metà mandato del 2026 rappresentano un passaggio significativo nell’evoluzione della politica estera americana perché hanno reso visibili, sul piano elettorale e istituzionale, contraddizioni che la guerra contro l’Iran e la questione palestinese avevano già contribuito ad approfondire.

La superiorità militare degli Stati Uniti non ha eliminato i costi strategici dell’intervento contro Teheran, mentre la crescente impopolarità del conflitto ha contribuito a trasferire tali costi sul terreno della competizione politica interna. Parallelamente, il deterioramento del consenso americano nei confronti di Israele ha iniziato a modificare gli incentivi dei dirigenti di entrambi i maggiori partiti, rendendo meno scontata la continuità delle politiche precedenti.

Questi sviluppi non dimostrano che Washington abbia già deciso di abbandonare il Vicino Oriente, né che l’alleanza con Israele sia prossima alla dissoluzione. Gli Stati Uniti conservano capacità militari, economiche e diplomatiche considerevoli, mentre il presidente dispone ancora di strumenti importanti per orientare la politica estera. Sarebbe quindi prematuro confondere il mutamento del discorso politico con una trasformazione già compiuta della strategia internazionale.

Occorre distinguere tre livelli: il cambiamento delle dichiarazioni pubbliche, quello delle decisioni governative e legislative e, infine, la trasformazione strutturale delle priorità strategiche. Le elezioni di metà mandato hanno già inciso sul primo livello e modificato le condizioni istituzionali entro le quali potrà svilupparsi il secondo. Il terzo rimane una questione aperta.

Ciò che appare sempre più difficile è considerare la politica americana nel Vicino Oriente indipendentemente dalle trasformazioni della società e del sistema politico statunitense. Il consenso interno, la sostenibilità economica degli interventi militari e la capacità degli alleati di contribuire alla sicurezza regionale sono diventati elementi inseparabili della valutazione strategica.

La crisi dell’egemonia americana non deve dunque essere intesa necessariamente come un’improvvisa perdita di potenza, ma come un crescente divario fra le risorse impiegate per mantenere un determinato ordine regionale e i risultati politici che tali risorse consentono di ottenere. Le elezioni di metà mandato del 2026 non hanno inaugurato automaticamente una nuova politica estera americana, ma hanno reso politicamente visibili e istituzionalmente rilevanti contraddizioni che la guerra contro l’Iran e la questione palestinese avevano già portato alla luce.


NOTE

[1] Gram Slattery, David Morgan e Jason Lange, «Democrats flex congressional majorities as Trump accepts electoral losses», Reuters, 4 novembre 2026; Joseph Ax, Brad Heath e Jason Lange, «Democrats seize Congress in sweeping midterm repudiation of Trump», Reuters, 4 novembre 2026.

[2] Joseph Ax, Brad Heath e Jason Lange, «Democrats seize Congress in sweeping midterm repudiation of Trump», Reuters, 4 novembre 2026.

[3] Ivi; Nathan Layne, «Abdul El-Sayed becomes first Muslim elected to US Senate», Reuters, 4 novembre 2026.

[4] Nolan D. McCaskill, «Three issues defining the 2026 US midterm elections», Reuters, 20 ottobre 2026; Joseph Ax, Brad Heath e Jason Lange, «Democrats seize Congress in sweeping midterm repudiation of Trump», Reuters, 4 novembre 2026.

[5] Josh Dawsey, «Trump Acknowledges Iran War Is Partly to Blame for Republican Losses», The Wall Street Journal, 4 novembre 2026; Phil Stewart, Erin Banco, Nandita Bose e Humeyra Pamuk, «Vance repudiates Iran war after US electoral defeat», Reuters, 4 novembre 2026.

[6] Anthony Downs, An Economic Theory of Democracy, Harper & Brothers, New York, 1957; David R. Mayhew, Congress: The Electoral Connection, Yale University Press, New Haven, 1974; John W. Kingdon, Agendas, Alternatives, and Public Policies, Little, Brown, Boston, 1984.

[7] Paul Musgrave, «Iran Is a Bigger Defeat Than Vietnam», Foreign Policy, 16 giugno 2026; Matthew Kroenig, «The U.S. Won the War With Iran», Foreign Policy, 23 giugno 2026.

[8] Associated Press, inchiesta sui danni provocati dagli attacchi iraniani alle installazioni militari statunitensi, 31 ottobre 2026.

[9] «Pentagon evaluating smaller US military presence in Persian Gulf after Iran war», The Washington Post, 18 agosto 2026; «Don’t Rebuild America’s Gulf Bases», Stimson Center, 2 novembre 2026; Elliott Abrams, «Rising U.S. Casualties in the Iran War Should Force a Rethink of Middle East Bases», Council on Foreign Relations, 21 luglio 2026.

[10] «Iran’s Oil on Water Outside the Blockade Zone Hits Zero as Tehran’s Trilemma Sharpens», Kpler, 2026; «Iran Is Suffering Yet Surviving Under Trump’s Economic Warfare», The Washington Post, 21 settembre 2026.

[11] «Tehran Seeks to Punish Trump in Midterms With Oil Price Pain, Iranian Officials Say», The Washington Post, 18 ottobre 2026.

[12] Trita Parsi, intervista a Glenn Diesen, 2 novembre 2026; dichiarazione pubblica del 4 novembre 2026.

[13] Phil Stewart, Erin Banco, Nandita Bose e Humeyra Pamuk, «Vance repudiates Iran war after US electoral defeat», Reuters, 4 novembre 2026; Chuck Schumer, conferenza stampa sulla vittoria democratica al Senato, Senate Democrats, 4 novembre 2026.

[14] Arathy Somasekhar, «Oil slumps after midterm election rebuke to Trump raises bets on Iran war exit», Reuters, 4 novembre 2026.

[15] Barack Obama, «Remarks by the President on the Iran Nuclear Deal», The White House, 5 agosto 2015.

[16] Steven A. Cook, «The U.S.-Led Middle East Order Is Over. The Mecca Agreement Proves It», Council on Foreign Relations, 13 agosto 2026; Azeema Cheema e Mohanad Hage Ali, «The Mecca Agreement Unpacked», Carnegie Endowment for International Peace, 13 agosto 2026; Ministero degli Esteri del Pakistan, «Strategic Political and Defence Committee of the Makkah Agreement for Joint Defence: Joint Statement», 31 agosto 2026.

[17] Laura Silver, «Negative Views of Israel, Netanyahu Continue to Rise Among Americans – Especially Young People», Pew Research Center, 7 aprile 2026.

[18] Becka A. Alper e Laura Silver, «Americans’ Views of Israelis Have Grown Increasingly Negative, but Views of Palestinians Have Held Fairly Steady», Pew Research Center, 9 luglio 2026.

[19] Benedict Vigers, «Israelis No Longer Ahead in Americans’ Middle East Sympathies», Gallup, 27 febbraio 2026.

[20] Nathan Layne, «Abdul El-Sayed becomes first Muslim elected to US Senate», Reuters, 4 novembre 2026; Mitchell Plitnick, «Aipac and the Michigan Senate Race: How the Israel Lobby Became Toxic», Middle East Eye, 2 novembre 2026.

[21] Praveena Somasundaram, «Pro-Israel lobby AIPAC to no longer endorse, directly give to candidates», The Washington Post, 22 ottobre 2026.

[22] «US Senate Democrats seek sanctions over Israeli settlements, bill says», Reuters, 23 settembre 2026; Peter Oborne e Imran Mulla, «Inspired by UK Sanctions on Israel, US Democrats Want to Work With Labour», Middle East Eye, 4 novembre 2026; House of Commons Library, briefing sulle misure britanniche relative a Israele e ai territori palestinesi, 11 settembre 2026.

[23] Humeyra Pamuk e Patricia Zengerle, «As Americans vote, Trump says US will stop $4 billion in aid to Israel», Reuters, 3 novembre 2026.

[24] Natalie Allison, «Vance Says Voters Want to ‘End the War,’ Change Israel Relationship», The Washington Post, 4 novembre 2026; Phil Stewart, Erin Banco, Nandita Bose e Humeyra Pamuk, «Vance repudiates Iran war after US electoral defeat», Reuters, 4 novembre 2026.

[25] Associated Press, resoconto delle elezioni israeliane del 27 ottobre 2026; «Ra’am Will Recommend Eisenkot for PM, Likely Giving Him First Shot at Forming Government», The Times of Israel, novembre 2026.

[26] «Netanyahu Rivals Seize on Democrats’ Sweep of US Congress, Seeking His Ouster», Reuters, 4 novembre 2026; Michele Giorgio, «Israele perde l’America bipartisan, Netanyahu isolato», il manifesto, 5 novembre 2026; Riccardo Antoniucci, «Israele verso il nuovo governo: Netanyahu ora ha meno chance», Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2026.


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