C’è un punto che va messo a fuoco con chiarezza, perché da lì discende quasi tutto il resto: l’Iran, pur colpito duramente, non è stato piegato. Anzi, nella fase attuale del conflitto è riuscito a ottenere qualcosa che, per Washington e Tel Aviv, è quasi intollerabile: il controllo di fatto dello Stretto di Hormuz.
Non è necessario chiuderlo formalmente. Non serve nemmeno bloccare ogni nave. Basta molto meno, e al tempo stesso molto di più: decidere chi passa, a quali condizioni, con quali garanzie e sotto quale rischio. Se sei tu a poter stabilire se una petroliera transita senza problemi oppure no, allora eserciti un controllo reale, anche se non giuridicamente riconosciuto. Il diritto internazionale conta relativamente poco quando le compagnie di navigazione, gli assicuratori e gli Stati si regolano in base a una sola domanda concreta: si passa oppure si rischia di essere colpiti?
È esattamente qui che si misura il successo strategico di Teheran. L’Iran non ha scelto la soluzione più rozza e autolesionista, cioè la chiusura totale dello stretto. Ha fatto qualcosa di molto più intelligente. Ha trasformato Hormuz in una leva selettiva. Non ha distrutto il traffico: lo ha messo sotto condizione. Ha fatto capire che le navi dei paesi non ostili possono ancora transitare, mentre quelle dei paesi percepiti come nemici o strettamente allineati a Israele e agli Stati Uniti entrano in una zona di rischio. È una mossa che massimizza la leva geopolitica e minimizza l’autolesionismo economico. Chiudere lo stretto avrebbe significato colpire anche se stessi. Controllarlo selettivamente significa invece usare la geografia come un’arma politica.
Ed è proprio questo il problema per Washington e Tel Aviv. Lasciare a Teheran una leva di questo tipo significa permetterle di decidere il flusso del greggio del Golfo Persico, influenzare i prezzi internazionali, premiare alcuni attori, punirne altri, creare nuove gerarchie politiche nel commercio energetico globale. In altre parole: trasformare una posizione geografica in potere geopolitico attivo. È una situazione che gli Stati Uniti e Israele non possono considerare accettabile nel lungo periodo.
Per questo diventa centrale la frase dell’analista di sicurezza israeliano Danny Citrinowicz: se Washington vuole davvero riaprire lo Stretto di Hormuz, ha soltanto due strade. O negozia un accordo. Oppure impiega una forza militare massiccia. Non esiste una terza opzione risolutiva.
Il problema è che nessuna delle due strade è facile.
La prima, il negoziato, è quella che sulla carta appare più razionale. Ma razionale non significa semplice. Negoziare oggi con l’Iran non significa sedersi a un tavolo con un interlocutore ostile ma ancora integrabile in un gioco di pressioni e compromessi. Significa trattare con uno Stato che, dopo anni di sanzioni, sabotaggi, minacce di cambio di regime e bombardamenti, si percepisce come bersaglio di una minaccia esistenziale. Questa è la chiave di tutto.
Quando uno Stato ritiene che il suo nemico non punti più solo a contenerlo ma a distruggerne o sovvertirne il sistema politico, la sua propensione al rischio cambia radicalmente. Il negoziato stesso cambia natura. Non è più la ricerca di un compromesso stabile, ma una contrattazione sotto coercizione in cui ciascuna parte cerca di alzare al massimo il prezzo della guerra.
In questo quadro, la leva iraniana è enorme. Teheran può dire agli Stati Uniti: volete di nuovo Hormuz libero? Bene. Allora pagate un prezzo. E quel prezzo, dal punto di vista iraniano, non può essere simbolico. Deve essere qualcosa di sostanziale. Garanzie, risarcimenti, limitazioni alla presenza americana nel Vicino Oriente, riconoscimento implicito di una nuova realtà strategica. Gli iraniani sanno benissimo che Washington non accetterà mai queste condizioni. Ma proprio qui sta il punto: non stanno negoziando da una posizione di debolezza. Stanno negoziando da una posizione in cui ritengono di poter continuare a imporre costi. E se l’altra parte rifiuta, tanto meglio: la si spinge verso l’opzione militare, cioè verso la strada che può farle ancora più male.
La seconda opzione, appunto, è l’uso della forza massiccia. Ed è qui che entra in scena Kharg.
L’idea di colpire o addirittura occupare l’isola di Kharg – ipotesi che ho analizzato più in dettaglio in un mio articolo, Kharg come la Baia dei Porci [1] – viene presentata in alcuni ambienti come una mossa “finale”: un colpo al cuore del sistema energetico iraniano, un atto capace di strangolare economicamente Teheran e costringerla a cedere. Ma qui si apre una contraddizione enorme. Kharg è importante, certamente. Per anni è stata il nodo centrale dell’export petrolifero iraniano. Colpirla avrebbe un forte impatto simbolico ed economico. Ma proprio perché è così importante, la sua eventuale occupazione non sarebbe una semplice operazione anfibia. Sarebbe una soglia.
Kharg non è una base isolata in mezzo al nulla. È un’isola piccola, circa 20–25 chilometri quadrati, ma altamente urbanizzata, densamente infrastrutturata, piena di serbatoi, terminal, impianti di caricamento, vie di comunicazione interne, aree residenziali e strutture strategiche. Non è una piattaforma vuota. È un nodo industriale abitato e militarizzato. E soprattutto si trova a meno di trenta chilometri dalla costa iraniana. Questo significa che qualsiasi forza da sbarco opererebbe non in un teatro periferico, ma letteralmente sotto il naso del nemico, entro il raggio immediato delle sue capacità missilistiche, dronistiche e costiere.
A Kharg si combatterebbe contro forze organizzate, incluse unità dell’IRGC, inserite in un ambiente urbano e industriale, mentre dalla costa continentale arrivano missili, droni, fuoco di interdizione e attacchi continui contro navi, mezzi da sbarco, linee logistiche e sistemi di difesa. Non si tratta di un’isola vuota, ma di uno spazio spezzettato, costruito, pieno di infrastrutture e punti di resistenza, dove la difesa ravvicinata può rapidamente trasformarsi in combattimento urbano. E il problema non è solo ciò che hai davanti: è ciò che continua a colpirti da fuori, oltre l’isola stessa, in modo costante.
Tradotto: non è Fallujah, non è Gaza. È Fallujah mentre qualcuno ti bombarda da fuori.
È questo il carattere ibrido e micidiale dell’operazione. Non stai facendo una classica campagna di controinsurrezione. Non stai nemmeno affrontando una pura operazione anfibia contro una costa difesa. Stai mettendo insieme le due cose: una difesa urbana e industriale locale, sostenuta da un apparato statale che dal continente continua a martellarti senza sosta.
Una valutazione realistica, basata sulla dottrina anfibia statunitense, indica che una prima ondata di sbarco dovrebbe collocarsi nell’ordine dei 2.000–3.000 uomini. Ma questo numero rappresenta appena la soglia minima per stabilire una testa di ponte. Già nelle prime 24–72 ore, per consolidare il controllo dell’isola, proteggere le infrastrutture energetiche e organizzare una difesa perimetrale credibile, la presenza dovrebbe salire almeno a 4.000–7.000 uomini. Se l’obiettivo non fosse un’azione dimostrativa ma una vera occupazione sostenuta nel tempo, la forza necessaria si avvicinerebbe verosimilmente agli 8.000–12.000 effettivi, comprendendo rotazioni, supporti logistici, sistemi antimissile e difesa aerea ravvicinata.
Il punto centrale, però, è che lo sbarco in sé non è il problema principale. Gli Stati Uniti hanno la capacità tecnica di eseguire un’operazione anfibia complessa. Possono concentrare superiorità aerea locale, guerra elettronica, SEAD, copertura navale, Marines e reparti aviotrasportati. Il vero problema è il dopo. Kharg, a differenza della Normandia, non offre alcuna profondità strategica. Non c’è un retroterra da conquistare, non c’è spazio da allargare, non c’è una massa di forze da far affluire progressivamente per stabilizzare il fronte. È una posizione intrinsecamente fragile. Un’isola esposta, senza profondità operativa, a ridosso della costa del nemico. In termini brutali: un poligono di tiro.
Per questo tutta l’operazione si trasformerebbe quasi automaticamente in una spirale. Se la prima ondata sbarca già sotto pressione e subisce perdite nelle prime 24–72 ore, per tenere la posizione devi rinforzare. Ma rinforzare significa aumentare il numero di uomini esposti. Più uomini mandi, più bersagli hai. Più tempo resti, più attacchi ricevi. Più tenti di stabilizzare, più ti esponi al logoramento. Non è il classico problema di uno sbarco andato male. È una dinamica cumulativa: prima dello sbarco, durante, dopo. Ogni fase aggiunge perdite, stress operativo, consumo di intercettori e pressione politica.
A questo si aggiunge un altro fattore decisivo: la difesa aerea. Tenere Kharg significherebbe difenderla in permanenza da missili, droni, saturazione e attacchi combinati. Ma proprio qui emerge il limite strutturale statunitense: le risorse difensive non sono infinite. In queste settimane gli Stati Uniti hanno già ridistribuito sistemi e munizioni tra teatri diversi, spostando armamenti non solo dall’Ucraina ma anche dall’Indo-Pacifico. Il fatto che sistemi come Patriot e THAAD vengano riallocati dal Pacifico e dalla Corea verso il Vicino Oriente dice una cosa molto semplice: Washington non dispone di margini illimitati per sostenere simultaneamente più fronti ad alta intensità. Un’operazione su Kharg non richiederebbe solo truppe. Richiederebbe un’enorme quantità di difesa aerea dedicata, proprio mentre quella stessa difesa serve altrove.
È qui che l’ipotesi Kharg smette di sembrare una mossa razionale e comincia ad assomigliare a una scommessa disperata. Perché se già oggi bisogna drenare risorse da Ucraina e Indo-Pacifico per sostenere il confronto con l’Iran, aggiungere una posizione da proteggere ventiquattr’ore su ventiquattro in mezzo al Golfo significherebbe creare un nuovo buco nero di uomini, logistica e intercettori.
E naturalmente tutto questo avverrebbe in un contesto di escalation regionale. L’eventuale ingresso più diretto di Ansarallah allargherebbe ulteriormente il teatro, con effetti su rotte marittime, assicurazioni, traffici e pressione sui partner regionali degli Stati Uniti. Il conflitto smetterebbe definitivamente di essere confinabile. Non si tratterebbe più di una guerra tra Stati Uniti e Iran, ma di una crisi sistemica del Vicino Oriente, con riflessi immediati su Ucraina, Pacifico e mercati energetici globali.
Il paradosso finale è che ciò che nelle intenzioni di Washington e Tel Aviv doveva essere un’operazione chirurgica — cosa che nessun analista militare serio avrebbe mai potuto considerare davvero credibile — si è trasformato in un pantano. E il pantano non è solo militare. È industriale, logistico, politico, strategico. Gli Stati Uniti non hanno davanti un problema che possono risolvere con un colpo finale. Hanno davanti un problema in cui ogni opzione ha costi altissimi e nessuna garantisce una soluzione pulita.
L’Iran, dal canto suo, ha capito perfettamente il meccanismo. Ha preso il controllo di fatto di Hormuz senza distruggere il traffico. Ha mostrato di poter trasformare la geografia in leva geopolitica. Ha costretto Washington a scegliere tra un negoziato umiliante e un’escalation dagli esiti imprevedibili. In questo senso, Trump è davvero alle corde.
E come in tutti i momenti più pericolosi, il vero rischio non è che una delle due parti abbia una buona soluzione. È che, non avendola, provi comunque la peggiore.
NOTE
[1] G. Repaci, Kharg come la Baia dei Porci, 2026. Disponibile su: https://eurasia-rivista.com/kharg-come-la-baia-dei-porci/
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