Intervista a ‘Abdulwahid Abu Ras, Ministro degli Esteri ad interim del Governo di Sana‘a
Nelle ultime settimane lo Yemen è tornato al centro degli equilibri regionali. L’offensiva condotta dalle forze di Ansar Allah lungo la costa occidentale del paese ha portato alla conquista del porto strategico di Mokha e all’estensione del controllo di Sana’a verso lo stretto di Bab al-Mandab e le isole del Mar Rosso, uno dei principali snodi del commercio marittimo mondiale. Gli scontri hanno segnato una nuova fase del conflitto yemenita, accompagnata da una rinnovata escalation con l’Arabia Saudita e inserita in un quadro regionale già profondamente segnato dalla guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele.
Alla luce di questi sviluppi, “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici” ha intervistato Abdulwahid Abu Ras, ministro degli Esteri ad interim del governo di Sana’a, per approfondire gli obiettivi politici e militari della recente offensiva, le intenzioni di Sana’a riguardo al Bab al-Mandab, i rapporti con l’Arabia Saudita e l’Iran e le prospettive per il futuro dello Yemen. Nel corso dell’intervista abbiamo inoltre affrontato la guerra regionale, la questione palestinese e la visione di Sana’a sul futuro assetto politico e internazionale del paese.
Ministro, nelle ultime settimane le forze di Ansar Allah hanno ottenuto significativi successi militari lungo la costa occidentale dello Yemen, avanzando verso aree di grande importanza strategica per il controllo del Bab al-Mandab. Quali sono gli obiettivi politici e militari di questa offensiva? Il suo scopo principale è consolidare il controllo territoriale all’interno dello Yemen, oppure queste operazioni devono essere interpretate nel quadro del più ampio conflitto regionale?
Abdulwahid Abu Ras: Innanzitutto, attraverso questa intervista vorremmo rivolgere diversi messaggi al popolo italiano e a quanti, in Italia, seguono la questione yemenita.
Quanto è accaduto recentemente a Mokha e a Bab al-Mandab è avvenuto in risposta a una mobilitazione militare. In quella zona erano state concentrate 38 brigate con l’obiettivo — dichiarato pubblicamente dai responsabili militari di queste forze, poste sotto l’ombrello saudita — di entrare nella città di Hodeidah e occupare l’omonimo governatorato. Le Forze armate yemenite sono state pertanto costrette a intervenire contro queste forze.
L’intenzione iniziale era circoscrivere l’azione il più possibile e condurre un’operazione militare limitata. Tuttavia, gli scontri si sono estesi trasformandosi in un confronto su vasta scala. La parte avversaria è crollata militarmente perché, a nostro giudizio, si fonda su una dottrina di combattimento errata e inconsistente, derivante dalla sua subordinazione e dal suo ruolo mercenario al servizio di potenze straniere. Dopo il collasso di queste formazioni, le Forze armate yemenite e il governo di Sana’a sono stati costretti a mettere in sicurezza quelle aree e le popolazioni che vi risiedono.
Ciò rientra, dal nostro punto di vista, nel naturale ordine delle cose: Sana’a è la capitale della Repubblica dello Yemen ed è responsabile della sicurezza dell’intero territorio yemenita. Abbiamo chiarito a tutti che quanto è accaduto e il ritorno di queste aree sotto l’amministrazione di Sana’a rappresentano una situazione naturale e non hanno alcun legame con la dimensione regionale del conflitto.
Se l’operazione fosse stata legata a obiettivi regionali, sarebbe avvenuta in circostanze completamente diverse, quando il conflitto regionale era nella sua fase più intensa. Oggi, invece, assistiamo a una situazione di sostanziale attenuazione del conflitto nella regione. Non sarebbe quindi nell’interesse dello Yemen combattere una guerra per obiettivi regionali proprio mentre le diverse parti hanno raggiunto una fase di tregua e di riduzione delle tensioni.
Ministro, la conquista di Mokha e l’avanzata verso Dhubab, le isole Hanish e il Bab al-Mandab hanno modificato significativamente la situazione strategica nel Mar Rosso. Il controllo di queste aree conferisce a Sana’a una capacità molto maggiore di influire su una delle principali rotte marittime mondiali. Come intende il vostro governo utilizzare questa nuova posizione strategica? Potete garantire che la libertà di navigazione attraverso il Bab al-Mandab continuerà a essere assicurata alle navi che non sono coinvolte nel conflitto?
Abdulwahid Abu Ras: Innanzitutto, molti potrebbero non conoscere la reale situazione sul terreno. Nel corso degli ultimi anni Sana’a disponeva già del controllo di fuoco e della capacità di sorveglianza sul Mar Rosso e sul Bab al-Mandab, fino al Mar Arabico. Pertanto, quanto accaduto recentemente non conferisce a Sana’a alcun nuovo vantaggio dal punto di vista militare.
In secondo luogo, Sana’a non ha alcun orientamento né alcuna intenzione di chiudere il Bab al-Mandab, contrariamente a quanto viene affermato. Sana’a è favorevole alla libera e regolare circolazione della navigazione e alla sicurezza del Mar Rosso, del Bab al-Mandab e delle altre acque territoriali. Non abbiamo le intenzioni che alcuni cercano di attribuirci. Sono in corso campagne contro Sana’a che sostengono il contrario, ma ciò non corrisponde alla realtà.
Come ho detto, queste operazioni non hanno apportato alcun nuovo vantaggio militare a Sana’a: si tratta invece di una questione legata alla situazione interna dello Yemen.
Ministro, negli ultimi mesi il confronto tra Sana’a e l’Arabia Saudita è tornato a intensificarsi, con operazioni militari nello Yemen e attacchi contro obiettivi sul territorio saudita. Allo stesso tempo, negli ultimi anni vi sono stati diversi tentativi di negoziazione tra le due parti. Quali condizioni ritiene oggi Sana’a necessarie per porre fine alle ostilità con l’Arabia Saudita? E ritenete ancora possibile raggiungere una soluzione politica negoziata con Riyadh?
Abdulwahid Abu Ras: Sì. La nostra richiesta è chiara, esplicita, legittima e molto semplice. Chiediamo al regime saudita di revocare il blocco imposto allo Yemen, di porre fine alle sue attività ostili nei confronti del paese e di consentire al popolo yemenita di accedere alle proprie risorse petrolifere e di gas, affinché possiamo adempiere ai nostri doveri fondamentali nei confronti della popolazione yemenita. La richiesta è chiara: revocare il blocco, riaprire l’aeroporto e i porti yemeniti. La parte saudita non deve interferire nei nostri affari interni.
Questa è dunque la nostra richiesta: non si tratta di una condizione, né tantomeno di una condizione impossibile da soddisfare. Non chiediamo altro alla parte saudita. È la parte saudita a mostrarsi intransigente. Alla fine del 2022 era stata concordata una tabella di marcia, ma la parte saudita si è sottratta all’attuazione di quanto era stato convenuto. Uno dei punti più importanti dell’accordo riguardava la questione umanitaria; invece di adempiere agli impegni assunti in questo ambito, si è proceduto verso un ulteriore inasprimento sul piano umanitario.
La situazione è arrivata fino alla chiusura dell’aeroporto di Sana’a. Vi sono decine di migliaia di malati — persone affette da insufficienza renale, tumori e altre patologie gravi — che non hanno potuto recarsi all’estero per ricevere cure mediche, neppure a proprie spese. La nostra richiesta, dunque, è chiara, giusta e legittima: è una richiesta, non una condizione.
Ministro, la guerra tra l’Iran e gli Stati Uniti e Israele ha profondamente modificato gli equilibri regionali. Ansar Allah viene frequentemente descritto in Occidente come un movimento sostenuto dall’Iran e come parte del cosiddetto «Asse della Resistenza». Come definirebbe oggi il rapporto politico e strategico tra Sana’a e Teheran? E fino a che punto le decisioni militari e politiche di Ansar Allah vengono prese indipendentemente dall’Iran?
Abdulwahid Abu Ras: Innanzitutto, ciò che ci unisce ai paesi dell’Asse della Resistenza — in primo luogo la Repubblica Islamica dell’Iran, ma anche i fratelli di Hezbollah in Libano, quelli in Iraq e i fratelli palestinesi — sono alcuni elementi comuni. Questi consistono nella resistenza al progetto statunitense e israeliano nella regione. È questo che ci unisce: esistono interessi comuni e una reciproca intesa tra queste parti.
La questione della dipendenza che alcuni cercano di sostenere non è realistica né, in sostanza, logica. Questa relazione si fonda su questioni ben definite, pur preservando le specificità di ciascuno. Abbiamo visto, nei periodi precedenti, conflitti nella regione nei quali ciascuna parte ha mantenuto le proprie specificità. Tutti noi, tuttavia, siamo danneggiati dalla presenza statunitense e israeliana nella nostra regione.
Quando veniamo accusati di dipendere dall’Iran, vediamo al tempo stesso gli altri coalizzarsi: gli Stati Uniti arrivano dall’altra parte del mondo per sostenere l’occupante israeliano, mentre viene fornita una copertura europea all’entità nemica israeliana per commettere crimini, massacri e genocidio, occupare paesi, realizzare il «Grande Israele» e cambiare il Medio Oriente. Non è forse nostro diritto, come paesi della regione, unirci e cooperare in questo quadro?
È questa la relazione che ci unisce. Tutto il mondo sa che lo Yemen ha le proprie specificità e l’Iran ha le proprie specificità; esistono però elementi comuni, un’alleanza e una cooperazione all’interno di questo quadro.
Ministro, lei ha affermato che la prosecuzione della guerra contro l’Iran rischia di trascinare l’intera regione in un conflitto dalle conseguenze molto più ampie e ha espresso sostegno agli sforzi per raggiungere una soluzione diplomatica. Dal punto di vista di Sana’a, quali condizioni sarebbero oggi necessarie per arrivare a un cessate il fuoco e a una soluzione politica del conflitto?
Abdulwahid Abu Ras: Sì. Se vogliamo risalire all’origine del problema, essa risiede nell’aggressione statunitense contro la Repubblica Islamica dell’Iran e, prima ancora, nell’aggressione israeliana contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Queste aggressioni hanno prodotto numerose conseguenze, che devono essere affrontate. Allo stesso tempo, occorre abbandonare l’atteggiamento ostile, di superiorità e di occupazione nei confronti dei paesi della regione. L’Iran ha il diritto di vivere come uno Stato al pari degli altri Stati della regione. Se esistono problemi tra noi, paesi della regione, possiamo risolverli all’interno di un quadro regionale.
Ma che gli Stati Uniti arrivino dall’altra parte del mondo per commettere crimini e massacri, uccidere dirigenti, distruggere infrastrutture e compiere azioni contrarie ai valori umani, per poi voler imporre una situazione di fatto, è un’altra cosa. Si è arrivati al punto che Trump ha affermato di voler chiamare lo stretto «Stretto di Trump»: alla fine vuole appropriarsi di tutto. Il problema risiede dunque in questa concezione ostile.
Noi sosteniamo l’accordo firmato recentemente a Islamabad e il rispetto dei suoi termini, che erano chiari. Il problema degli Stati Uniti è che si sottraggono agli accordi. Considerano ogni accordo come una pausa, una tregua del combattente, mentre si preparano a un’altra guerra.
Vediamo alcuni segnali: ciò che ha portato all’interruzione della guerra è stata la situazione interna negli Stati Uniti, l’aumento dei prezzi dell’energia e l’interruzione delle catene di approvvigionamento. Dal punto di vista statunitense, sono questi i problemi che hanno determinato la sospensione della guerra, non ragioni legate ai popoli della regione.
Sosteniamo quindi l’accordo firmato a Islamabad e la necessità di procedere nella sua attuazione: è questa la strada che consentirà di trovare delle soluzioni. Occorre inoltre porre fine, o comunque abbandonare, la concezione ostile, di superiorità e colonialista: è così che potranno essere risolti tutti i problemi esistenti.
Ministro, il sostegno alla causa palestinese occupa da tempo una posizione centrale nel discorso politico di Ansar Allah e Sana’a ha collegato direttamente diverse delle proprie operazioni militari alla guerra a Gaza. Al di là dell’attuale conflitto, quale soluzione politica sostiene il vostro governo per la questione palestinese? Quale dovrebbe essere, secondo voi, il futuro assetto politico della Palestina e quale ruolo dovrebbe svolgere la comunità internazionale per contribuire alla sua realizzazione?
Abdulwahid Abu Ras: La questione può essere riassunta in poche parole: porre fine all’occupazione. Porre fine all’occupazione in ogni senso del termine, perché il problema è il permanere dell’occupazione, dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi.
Vediamo però che la comunità internazionale offre una copertura all’entità nemica israeliana affinché continui su questa strada. Esiste un orientamento verso la creazione del cosiddetto «Grande Israele» e verso un cambiamento del Medio Oriente che comporterebbe una presenza israeliana ancora più forte nella regione. Attualmente vi sono territori libanesi occupati, territori siriani occupati e una fortissima espansione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Il problema è dunque l’esistenza dell’occupazione israeliana.
Porre fine all’occupazione israeliana e liberare la Palestina per i palestinesi, dal fiume al mare, rappresenta la soluzione autentica, giusta ed equa. Se guardiamo a coloro che vengono definiti israeliani, ciascuno di loro possiede due cittadinanze. Ognuno dovrebbe tornare nel proprio paese d’origine, mentre in Palestina rimarrebbero i figli della Palestina. A quel punto il problema avrebbe fine.
Ministro, dopo oltre un decennio di guerra, lo Yemen rimane politicamente e territorialmente diviso, con forze che perseguono progetti politici molto diversi, comprese quelle che sostengono l’indipendenza dello Yemen meridionale. Qual è la visione di Ansar Allah per il futuro assetto politico dello Yemen? Siete disposti a raggiungere un accordo che garantisca la partecipazione politica delle altre forze politiche del paese? E quale forma potrebbe assumere un simile accordo?
Abdulwahid Abu Ras: Sì. Riteniamo che il problema principale risieda nella presenza straniera nel paese: la presenza saudita, l’occupazione saudita di territori yemeniti, la sottrazione della capacità decisionale politica, la lacerazione del tessuto sociale yemenita e la creazione di milizie e formazioni militari subordinate al regime saudita. È questo il problema.
Se ci liberassimo di questo problema, gli yemeniti hanno già dimostrato in passato di essere capaci di raggiungere soluzioni politiche soddisfacenti per tutti. Dopo la Rivoluzione del 21 settembre abbiamo presentato un modello di altissimo livello: l’Accordo di pace e partenariato, sotto l’egida delle Nazioni Unite, nel quale erano rappresentate tutte le parti e le componenti politiche e sociali. L’intervento del regime saudita ha però fatto fallire questo accordo, come testimoniato dall’inviato delle Nazioni Unite Jamal Benomar.
Siamo pienamente disponibili a sederci al tavolo del dialogo con gli altri nostri fratelli, compresi quelli dei governatorati meridionali, per giungere a una visione condivisa sulla gestione degli affari del paese che sia soddisfacente per tutti.
Ministro, guardando oltre l’attuale conflitto, quale ruolo internazionale immagina per lo Yemen nei prossimi anni? In particolare, quale tipo di relazioni vorrebbe costruire Sana’a con i paesi vicini — dall’Arabia Saudita e dall’Oman fino ai paesi del Corno d’Africa — e, più in generale, con potenze come Cina, Russia, Stati Uniti e Unione Europea? Quali sarebbero i principi fondamentali della politica estera di uno Yemen finalmente in pace?
Abdulwahid Abu Ras: Ci adoperiamo e affermiamo chiaramente che le nostre relazioni con gli altri — siano essi i nostri vicini, i paesi della regione o gli attori internazionali — devono fondarsi sul rispetto reciproco, sugli interessi comuni e sugli elementi che ci uniscono. Sono questi i principi fondamentali attraverso i quali possiamo costruire relazioni eque e sostenibili, nel pieno senso del termine
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